Il Cammino della Città Perduta – Parte 6

Arrivano i nostri…

Le ultime ore del nostro terzo giorno sulla pista verso la Ciudad Perdida sono diventate una folle corsa verso la cima della collina finale, la postazione dell’esercito colombiano che si trova lì annidata e la possibilità per Jin di sopravvivere a questa tremenda giornata

di SIMONE CHIERCHINI

Mentre nuotavamo nel fiume Buritaca, un morso di serpente è entrato in gioco a cambiare il corso del nostro viaggio, trasformando la ricerca della città perduta nella giungla da un interiore percorso di ricerca personale a una competizione contro il tempo con un unico obiettivo: raggiungere l’apparato radio dei soldati colombiani. Loro potranno inviare un SOS, ci diciamo l’uno l’altro, arriverà un elicottero, prenderà Jin, la porterà verso la salvezza, l’Ospedale di Santa Marta, l’antidoto, i medici e le lenzuola pulite.
Madidi di sudore e devastati dalla fatica mortale fatta per scalare i 1300 ripidi gradini verso la città perduta sulla cima del suo colle nascosto nella giungla, ci dirigiamo verso il piazzale dove un tempo sorgeva la capanna del capo dei Tayrona. Questa è la più ampia terrazza di Ciudad Perdida, o Buritaca 200 come la chiamano gli archeologi, l’unico spazio grande abbastanza per far atterrare un elicottero. Tutti i viaggiatori si riuniscono lì e molti dei ragazzi colombiani in uniforme in fretta ci vengono incontro per chiedere notizie.
Nel frattempo, in questo giorno nato pieno di eventi, ma con l’oroscopo sbagliato, emerge un nuovo elemento. Mentre eravamo impegnati nella nostra ultima arrampicata è arrivato un denso strato di nubi che ha completamente avvolto le rovine della città india persa nella giungla. Nessun elicottero può trovarla, la città dei Tayrona è perdida ancora una volta.
I soldati continuano a chiedere aiuto via radio, per due volte si sente l’elicottero avvicinarsi e poi allontanarsi, è semplicemente impossibile atterrare. Dall’alto non riescono a  vedere le rovine, tutto ciò che si scorge a perdita d’occhio è un oceano infinito di nuvole grigio scure. Possiamo sentire l’elicottero, poi il suo ronzio svanisce lentamente in lontananza, e poi nulla sciupa più la perfetta armonia sonora della naturale sinfonia della foresta pluviale.
Quando la tragedia sembra aver colpito, il destino decide che per signora morte non è il momento di reclamare nessuno.

SOS dalla Citta’ Perduta

Quello che succede nella mezz’ora successiva assomiglia a un brutto film di serie B, dove accadono tutte le cose necessarie e impossibili in una botta sola e l’eroe riesce a salvare la propria pelle, la fidanzata e il mondo contro ostacoli insormontabili.
Siamo così stanchi e scombinati che gli eventi successivi profumano di miracolo nelle cellule in corto circuito del nostro cervello. Anche se Jin ha un piede gonfio delle dimensioni di un melone ed è ancora preda di un dolore bruciante, improvvisamente si risveglia e la prima cosa che chiede è che qualcuno scatti per lei una foto della Città Perduta, in modo che lei possa subito vederla, anche se ancora allungata e legata alla sua barella. I soldati dicono che il serpente, dato il suo colore e le dimensioni, era probabilmente un casohara, un tipaccio estremamente aggressivo e velenoso, ma non mortale.
Uno dei portatori sta coprendo a ritmo di record l’intero percorso a ritroso verso la strada principale. Fra poche ore raggiungerà El Mamey, i cellulari saranno di nuovo disponibili, finalmente verrà allertato l’ospedale e subito inviato l’antidoto. Un altro razzo di ragazzo correrà per tutta la notte, veloce quanto umanamente possibile, verso Ciudad Perdida, coprendo nel breve spazio di qualche ora, nell’oscurità totale, quello che noi siamo riusciti a percorrere, faticando e imprecando, in tre giorni.
Jin viene lasciata sulla sua barella con Andy, il backpacker tedesco che è infermiere di professione, e Alexis come dama di compagnia e traduttrice. I soldati ci invitano a ritirarci nella serie di capanne in legno che fungono da dormitorio e refettorio per i turisti. Qui si consuma la cena e si parla dell’esperienza che abbiamo appena vissuto. In tono leggero meditiamo sulla vita e la morte.
Poi, in un colpo solo tutte le difese si abbassano e i corpi iniziano a crollare. Per quanto mi riguarda io a mala pena riesco a trovare il mio sacco a pelo, a strisciarci dentro e a chiudere la zip contro il freddo notturno della giungla. Dopo di che collasso in un profondo sonno senza sogni e lungo 12 ore, prima di riaprire i miei occhi sul giorno 4 del Lost City Trek. Questo è il momento in cui mi rendo conto di aver effettivamente raggiunto Ciudad Perdida, un luogo il cui perfetto soprannome una volta era Infierno Verde.

Fine della Sesta Parte

(Continua)

PARTE 1
PARTE 2
PARTE 3
PARTE 4
PARTE 5
PARTE 7
PARTE 8

Copyright Simone Chierchini ©2011Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/

Annunci

Il Cammino della Città Perduta – Parte 5

“Un serpente! Un serpente! Mi ha morso un serpente!”

Un serpente velenoso morde uno dei trekkers e improvvisamente l’approccio alla Città Perduta nella giungla colombiana si trasforma in una gara mortale contro il tempo

di SIMONE CHIERCHINI

Camminiamo più in profondità in mezzo alle montagne, ogni momento più lontani dal mondo come siamo abituati a considerarlo nel nostro pensiero, ogni momento più coscienti di come realmente esso sia. Due ore di buon passo ci portano di nuovo al Rio Buritaca, che ci ha accompagnato per la maggior parte della nostra escursione con il suo felice fluire diverse centinaia di metri più in basso, invisibile agli occhi tra la fitta massa di alberi.
I portatori rapidamente preparano un picnic sulle rive del fiume e l’odore del cibo attrarre al banchetto alcuni maiali selvatici dalla giungla. La maggior parte dei viaggiatori opta per un bagno nelle fredde acque cristalline prima di mangiare, per lavare via sudore, polvere e DEET. Ci si può tuffare con gran gusto dalle grandi rocce in mezzo al rio, così posso indulgere in una delle mie più vecchi passioni, giù testa in avanti in una profonda pozza di lucido vetro liquido.
Sono appena uscito dall’acqua quando sento qualcuno gridare e improvvisamente la mia temperatura corporea si abbassa di dieci gradi: “Un serpente! Un serpente! Mi ha morso un serpente!”
Una catena di brividi scende lungo la mia schiena mentre corro verso Jin, la ragazza cinese, che è seduta su una roccia sulla riva del fiume e tiene il proprio piede sollevato, mentre piange e urla. Joe è il più veloce a raggiungerla, mentre il serpente rapidamente si nasconde nella vegetazione. Arrivo subito dopo e vedo il danno subito, due fori rossi, dove il serpente ha morso.
E’ fatto, il peggio è successo, di colpo, un secondo stiamo ridendo a squarciagola e divertendoci come non mai, un secondo dopo la disperazione si diffonde come un virus, un veleno. Nessuno sa cosa fare. Castro la guida viene da me per chiedere medicine, ma io non ne ho, l’antidoto contro il veleno non può essere trasportato in zaino, dato che va conservato a bassa temperatura in frigorifero, così ora cominciamo a sentirci senza speranza.
Jin piange e si lamenta. La ragazza è in stato di shock e prova dolore, strilla “Fa male! Mi fa male!” e a tutti si gela il sangue nelle vene. Castro riesce a ritrovare se stesso e lega un ramoscello al polpaccio di Jin, il più stretto possibile, per fermare il veleno che ha già iniziato a fluire verso il cuore. Per lo stesso motivo la sua gamba viene ora spostata in una posizione più bassa rispetto al resto del corpo.

Il piede e il morso del serpente

Tutti cercano di capire che tipo di rettile ha morso Jin. Questo è un importante elemento, un’informazione essenziale al fine di valutare la gravità del suo avvelenamento. Lei dice che il serpente era lungo mezzo metro, un paio di centimetri di spessore, e che era di colore marrone, con macchie arancioni. Non era un serpente corallo, almeno questo.
Il tempo passa. Jin trema e suda. Urla “Io non voglio morire! Voglio vedere Ciudad Perdida!”, ma non abbiamo nulla che possa aiutarla qui sul posto, subito, nessun antidoto, i cellulari non funzionano… l’unica cosa da fare è di portarla alla Città Perduta, dove l’esercito colombiano ha un piccolo stazionamento. Loro potranno chiedere aiuto via radio, far venire un elicottero per trasportare urgentemente l‘antidoto al veleno fino alle rovine nella giungla.
Nel frattempo un altro piccolo gruppo di trekkers arriva al Buritaca e le loro guide vengono immediatamente reclutate come corridori; il loro compito sarà quello di raggiungere la strada principale nel più breve tempo possibile, di avvertire le autorità degli eventi. I portatori si offrono di correre fino a El Mamey, all’inizio del sentiero, percorso che noi abbiamo fatto in due giorni, aspettare l’antidoto portato in tutta fretta dall’ospedale di Santa Marta, e rifare la strada già percorsa in direzione di  Ciudad Perdida. Il tutto in meno di una giornata, una prodezza quasi sovrumana.
Una cosa è certa: ora, per tutti, inizia una corsa mortale contro il tempo. Da questo punto sul Rio Buritaca alla Città Perduta ci sono normalmente due ore di percorso davvero duro. Sull’onda del momento i portatori colombiani diventano sprinters dei 100 metri, e corrono incessantemente attraverso cespugli e alberi, in salita, in discesa, saltando di pietra in roccia senza pensarci due volte, guadando in un baleno il Buritaca altre 5 volte. Castro e gli altri due portatori hanno il compito più difficile di tutti, in quanto devono portare la ragazza sulla loro schiena, dandosi il cambio ogni 10-15 minuti, e devono farlo andando veloci come se avessero il diavolo alle calcagna. Jin è una ragazza di medie dimensioni, non è affatto petite o leggera. I portatori riescono a realizzare qualcosa che sembra quasi impossibile, ossia il trasportare una persona del loro stesso peso, su terreni accidentati, correndo più veloci di concorrenti olimpici.
Il resto di noi, poveri esseri umani normali, sentendoci come degli Avatar durante il loro primo giorno a Pandora, cerca di fare quello che può, che risulta essere incredibile. Copriamo quello che nel programma originale avrebbe dovuto essere un percorso di 2 ore in meno della metà del tempo. Un continua scarica di adrenalina pervade le membra di tutti, ognuno e’ posseduto da paura, shock, anche da eccitazione e desiderio di avventura estrema. Siamo a circa metà strada, quando in questo dramma appaiono nuovi personaggi. Sono i soldati dell’esercito colombiano, con il loro lucido Kalashnikov in una mano e una barella nell’altra. Il primo portatore e’ già arrivato a Ciudad Perdida, poi i soldati ci hanno raggiunto, mentre noi a mala pena abbiamo coperto metà del cammino rimanente.

Una massacrante odissea in salita

Jin viene messa giù, allungata, legata e sollevata dai soldati sopra alla loro testa, e in questo modo la corsa verso l’alto può riprendere a un ritmo ancora più veloce. Il bestiale sforzo compiuto fino a questo punto però non è nulla in confronto alla salita dei 1300 sgangherati gradini di pietra che portano alla Città Perduta. Li facciamo tre alla volta, rischiando di perdere l’equilibrio e precipitare 100 metri verso il basso, ma la sfortuna si e’ già data da fare una volta oggi, quindi si prosegue in salita verso la cima senza incidenti seri. Senza incidenti seri, si, ma in uno stato quasi disumano: qualcuno si e’ dovuto caricare due zaini, altri portano scatole di provviste più grandi di loro, io seguo il più vicino possibile  Castro e gli altri che portano Jin, dato che voglio documentare tutto con la mia macchina fotografica.
Con questi 1300 scalini di pietra grezza copriamo un dislivello di 500 metri di altitudine verso la sommità del colle, i portatori con Jin sulla barella, e io continuo a chiedermi come possano farlo, quando io a malapena riesco a portare su me stesso, quasi calpestando la mia lingua. Mi ferisco entrambi gli stinchi, raschiando contro le rocce taglienti di cui e’ pieno il percorso, mentre rischio ciò che non si dovrebbe rischiare per stare al passo con il ritmo dei colombiani. Il mio ginocchietto scassato e il suo nuovo legamento crociato reggono, e io invio un silenzioso ringraziamento al mio chirurgo a Roma. Diverse volte penso che sarò io a morire, non Jin, dato che il cuore sta minacciando di esplodere in qualsiasi momento. Desidero che i Tayrona avessero costruito la loro capitale ai piedi di questa collina, accanto al fiume, ma tanto so che devo comunque tenere il passo, perché  i soldati non parlano una parola d’inglese e mi chiedono di comunicare con la chica cinese. Vogliono sapere come si sente, vogliono che la tenga sveglia, che sia consapevole che c’e’ gente che si sta occupando di lei, che tutto andrà per il meglio.
Finalmente arriviamo in cima, un altopiano coperto di giungla ma con terrazze ripulite dalla vegetazione e lastricate in pietra. In queste radure un tempo sorgevano le abitazioni in legno dei Tayrona, quella più ampia destinata ad ospitare l’alloggio del capo. Qui è dove l’elicottero atterrerà, ma atterrerà veramente?
Purtroppo oggi la fortuna ci ha definitivamente abbandonato, come si scoprirà in seguito.

Fine della Quinta Parte

(Continua)

PARTE 1
PARTE 2
PARTE 3
PARTE 4
PARTE 6
PARTE 7
PARTE 8

 

Copyright Simone Chierchini ©2011Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/