Intervista a Danilo Chierchini – Parte 2

Danilo Chierchini sul tatami del Dojo Centrale di Roma (1985)

Danilo Chierchini è il grande vecchio delle Arti Marziali in Italia. Pioniere del Judo in Italia negli anni Cinquanta e campione nazionale a squadre nel 1954, fondatore del primo dojo di Aikido regolare in Italia e firmatario della lettera all’Hombu Dojo che portò Hiroshi Tada in Italia negli anni Sessanta, primo Shodan Aikikai in Italia (in compagnia di altri 18 pionieri) nel 1969, direttore del Dojo Centrale di Roma dal 1970 al 1993, socio fondatore e poi Presidente dell’Aikikai d’Italia per 12 anni, 5° Dan Aikikai nel 1979. Una colonna del Budo nel nostro paese, anche se da anni si è ritirato e da un pezzo non dà notizie di sé. Io l’ho stanato nel suo ritiro toscano, e con l’aiuto di un po’ di Vino Nobile di Montepulciano gli ho sciolto la lingua, ma non aspettatevi la classica intervista sull’Aikido…

di SIMONE CHIERCHINI

Leggi la Prima Parte dell’Intervista

SIMONE
In tutto questo periodo hai mai fatto sport attivo?

DANILO
Mai.

SIMONE
Nel frattempo sei arrivato a Roma. Come se sei capitato a far Judo? Come ti è venuta voglia di fare arti marziali? Cosa ti ha fatto interessare?

DANILO
Di arti marziali non se sapevo niente, come la stragrande maggioranza della gente, all’epoca. Si favoleggiava di colpi mortali, tecniche segrete e roba del genere. C’era persino una pubblicità sui giornali che prometteva “L’inerme Vince” e giù tutti a ridere come pazzi…C’erano anche parecchi ciarlatani in giro che si erano autopromossi cintura nera 30° Dan!

SIMONE
Ci sono ancora… Almeno in questo le cose non sono cambiate.

DANILO
Una sera seguii degli amici in una palestra di Judo. Era il Judo Kodokan Club di Roma. Rimasi a vedere e mi piacque molto, perché in un mondo dominato appunto dai ciarlatani, l’organizzatore di questo circolo, che era ubicato nei pressi di Via Veneto, quindi in una zona di prestigio, il maestro Maurizio Genolini, era un vero e sincero appassionato di Judo. Mi iscrissi e iniziai a praticare con entusiasmo. Dopo due o tre anni per me divenne quasi un problema, perché praticare un’arte marziale agonistica a 20 anni non era semplice: tra virgolette ero già vecchio. Proprio in quel periodo mi capitò di vedere un documentario trasmesso dalla RAI su una strana arte, che si chiamava, appunto, Aikido. Questo documentario era imperniato sulle gesta del Fondatore O’Sensei Ueshiba. Nel documentario veniva spiegato che la sua famiglia aveva ereditato delle tecniche particolari, risalenti addirittura all’epoca dei samurai, trasmesse di padre in figlio e non insegnate a chicchessia. Quello che vidi mi colpì profondamente e stimolò la mia curiosità. Tuttavia non riuscii a trovare nessuno che mi potesse insegnare questa disciplina.

I Campioni a Squadre di Judo del 1954: Otani al centro, D. Chierchini all'estrema destra

SIMONE
Non c’era nesuun a Roma?

DANILO
Non c’era nessuno in Europa, con l’eccezione della Francia. In quello stesso periodo venni a sapere che era arrivato a Roma uno studente giapponese che aveva vinto una borsa di studio come scultore all’Accademia di Belle Arti. Il suo nome era Ken Otani ed era un graduato dilettante di Judo; Genolini immediatamente nominò Otani direttore tecnico del nostro dojo di Judo. Iniziò così un rapporto didattico che durò per parecchi anni, ma la cosa più interessante e piacevole per me fu che sotto la guida di Otani Sensei – nonostante avessi iniziato tardi Judo e non avessi affatto il fisico adatto per la disciplina – dopo 3 anni di allenamento arrivammo a vincere i campionati italiani a squadre. In questa squadra io ero il peso leggero. Era il 1954. Fu una delle migliori soddisfazioni che ebbi dal praticare arti marziali.

SIMONE
Dopo aver praticato per diversi anni al Judo Kodokan Club con Otani, attraverso il lavoro hai l’occasione di aprire il tuo dojo personale di Judo all’interno del Dopolavoro dei Monopoli di Stato di Roma.

DANILO
Negli anni ebbi l’opportunità di avanzare di grado e mi venne voglia di insegnare. Dato che i Monopoli di Stato avevano dei locali chiusi, praticamente abbandonati, di cui ero al corrente, essendo parte dell’Ufficio Manutenzioni, a forza di insistere riuscimmo a convincere la dirigenza a destinarli ad una palestra di arti marziali. Effettuammo i restauri e aprimmo un bel dojo nel cuore di Roma, a Trastevere. Questo dojo, che partì come scuola di Judo, avrebbe più tardi ospitato il primo corso di Aikido tenuto in modo organizzato e continuativo nella storia della disciplina in Italia. Fino ad allora la storia dell’Aikido in Italia si era limitata alla sporadica apparizione di qualche maestro giapponese per dei seminari di un giorno o due in una palestra di altre arti marziali; gli allievi in questi seminari erano judoka e karateka curiosi di provare una nuova disciplina, ma senza programmi di stabilire l’arte e insegnarla regolarmente e coerentemente. Il nostro corso invece era stabile e stabilito con l’idea di diffondere l’Aikido a Roma.

SIMONE
Hai incontrato Haru Onoda, una di questi pionieri pre-Monopoli prima o dopo aver incontrato il tuo primo insegnante di Aikido, Motokage Kawamukai?

DANILO
L’incontro con questi due pionieri fu più o meno contemporaneo, tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964. Kawamukai all’epoca era un ragazzo di 18 anni che già aveva fatto dell’esperienza di insegnamento dell’Aikido negli Stati Uniti. Aveva avuto delle responsabilità nell’avvio dell’Aikido a New York in collaborazione con un italoamericano e un’americana, Oscar Ratti e Adele Westbrook, che sarebbero poi diventati famosissimi per il libro da loro scritto, l’Aikido e la Sfera Dinamica. A un certo punto il loro rapporto andò in crisi e Kawamukai decise di trasferirsi a Roma, ove aveva il contatto di un vecchio appassionato di arti marziali, Tommaso Betti Berutto, l’autore di un manuale sulle arti marziali che all’epoca andava per la maggiore.

Haru Onoda a Torino (1968)

Betti, contattato da Kawamukai, lo consigliò di mettersi in contatto con me, dato che avevamo uno dei più bei dojo di Roma, e Kawamukai mi telefonò. Era notte fonda e parlava in inglese, che entrambi masticavamo ma non troppo; tuttavia riuscimmo a capirci e organizzammo un appuntamento per i giorni successivi. Quando incontrai Kawamukai, mi trovai davanti ad un ragazzo con una grande forza di volontà e determinazione. Voleva fare Aikido a Roma, e mi offriva su un piatto d’argento l’opportunità di poter fare quella disciplina che avevo visto solo nel documentario RAI, ma che mi aveva veramente affascinato. Nel giro di pochi giorni decidemmo di inserire un corso di Aikido da lui diretto all’interno delle attività del dojo dei Monopoli di Stato in Trastevere, e da lì prese avvio il movimento Aikido in Italia.

SIMONE
Avete mai ospitato anche Haru Onoda presso i Monopoli di Stato? Questa pioniera dell’Aikido in Italia viveva a Roma in quel periodo, dopo esser stata segretaria di O’Sensei.

DANILO
Onoda non faceva lezione, ma veviva spesso a praticare. Era una giovane e gracile signorina che risiedeva a Roma per gli stessi motivi di Ken Otani: studiava all’Accademia di Belle Arti, dopo aver vinto una borsa di studio. Probabilmente anche Onoda avrebbe voluto insegnare, il che la portò in contrasto con Kawamukai, quindi finimmo per non vederla più.
Tra i miei insegnanti, in tanti decenni di pratica, quello che ricordo con più affetto e rispetto rimane Ken Otani, con cui sviluppai una vera amicizia. Otani era un tipo strano, almeno agli occhi dell’italiano medio dell’epoca e gli aneddoti che mi raccontava erano veramente affascinanti. Per dirne una, come tutti gli allievi del suo corso presso la Meiji University di Tokyo, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Otani si arruolò in aviazione, ed era quindi un pilota. Mi raccontava come per loro l’uso del paracadute fosse inconcepibile: la sola idea di andare in battaglia con uno strumento che gli consentisse di buttarsi e abbandonare la lotta, fosse un abominio, un disonore. Ciascuno di loro era pronto a sacrificare la vita per la patria, questo concetto era luogo comune, indiscusso e vissuto tranquillamente. Il loro aereo era dotato di paracadute, ma loro lo tiravano fuori dal suo contenitore e ci si mettevano a sedere sopra a mo’ di cuscino, perché era morbido e comodo… Otani era sulla lista dei piloti destinati alle missioni suicida, e aveva svolto la preparazione per immolarsi come kamikaze. Si salvò per pochi giorni, perché la nazione giapponese crollò prima che arrivasse il suo turno. L’amicizia con Ken Otani fu qualcosa che non dimenticherò mai, come anche la sua umanità e simpatia: mai mi fece pesare il fatto che lui era il maestro e io l’allievo. Fu attraverso Otani che conobbi e arrivai ad apprezzare la mentalità giapponese dell’epoca, che era caratterizzata da certe virtù che per me erano e sono rimaste fondamentali: rispettare la parola data, essere onesti, seguire le regole che ci si è dati… in parole poche l’esatto contrario di quello che si vede nel comportamento degli italiani. Otani è stato il maestro che mi ha aperto la strada verso la comprensione del Bushido attraverso il suo comportamento personale.

SIMONE
Come è successo che tu e Kawamukai scriveste all’Aikikai Hombu Dojo richiedendo un insegnante residente e vi mandarono Hiroshi Tada?

H. Tada e D. Chierchini: Demo Salesiani Roma (1968)

DANILO
Kawamukai all’epoca non aveva né l’età né la scienza per diventare il volano della diffusione dell’Aikido in Italia, e inoltre aveva altri progetti personali in testa oltre alle arti marziali. Fu proprio lui che mi disse che era necessario chiamare un insegnante professionista da Tokyo e si diede da fare attraverso i contatti che aveva con Hirokazu Kobayashi – che nel 1964 avevamo ospitato per un seminario al dojo – per cercar di realizzare questo ambizioso progetto. Caso stranissimo, ci indovinò, perché il maestro Tada desiderava venire a insegnare in occidente, come avevano fatto nello stesso anno Tamura e Yamada; quindi accettò il nostro invito e arrivò in Italia il 26 Ottobre 1964. Chissà perché lo fece? Forse desiderava cambiare vita, confrontarsi e provarsi in un paese completamente diverso dal suo in termini di mentalità ed educazione. La scelta del maestro Tada di venire, il suo atto di coraggio mi ha sempre fatto riflettere. Non c’è dubbio che i giapponesi dell’epoca fossero veramente delle persone da tenere nella più alta considerazione.

SIMONE
Il maestro Tada quindi iniziò a insegnare Aikido in Italia presso il tuo dojo in Trastevere.

DANILO
Si, è così. Io lo andavo a prendere in macchina dall’alloggio che gli avevo trovato e gli facevo un po’ da scorta in giro per Roma. All’epoca ci allenavamo per 2 ore 3 volte a settimana. Utilizzai i miei contatti nella federazione del Judo e organizzammo delle dimostrazioni, tra cui una nel 1965 che entrò negli annali: la dimostrazione presso la Scuola di Pubblica Sicurezza di Nettuno. Portammo i tatami su un piazzale all’interno della caserma e attorno avevamo alcune centinaia di aspiranti poliziotti come spettatori. Tada fece un’impressionante dimostrazione con Kawamukai e me come uke e ottenne un grande successo tra i presenti.

SIMONE
Degli aikidoka del tempo chi ricordi?

DANILO
Si stava formando il primo gruppo di appassionati, tra cui ricordo Brunello Esposito di Napoli, Nunzio Sabatino di Salerno, Fausto De Compadri, Francesco Lusvardi e Giorgio Veneri a Mantova, Claudio Bosello a Milano, e Claudio Pipitone a Torino. Grazie a questo primo gruppo l’Aikido mosse i primi passi, al punto che si fu in grado di invitare un secondo maestro giapponese per prendersi cura del meridione, Masatomi Ikeda.

SIMONE
Quali ricordi hai della prima sessione per esami Dan Aikikai che si tenne in Italia?

DANILO
Il primo gruppo di aikidoisti italiani a ricevere la certificazione Aikikai Hombu Dojo fu abbastanza numeroso. Gli esami vennero tenuti dal maestro Tada nel corso dell’anno accademico 1968-69 e qualificarono i primi 19 yudansha di Aikido italiani: Bosello Claudio (Milano), Burkhard Bea (Napoli), Chierchini Carla (Roma), Chierchini Danilo (Roma), Cesaratto Gianni (Roma), De Compadri Fausto (Mantova), De Giorgio Sergio (Roma), Della Rocca Vito (Salerno), Esposito Brunello (Napoli), Immormino Ladislao (Torino), Infranzi Attilio (Cava dei Tirreni), Lusvardi Francesco (Mantova), Macaluso Marisa (Mantova), Peduzzi Alessandro (Milano), Pipitone Claudio (Torino), Ravieli Alfredo (Roma), Sabatino Nunzio (Napoli), Sciarelli Guglielmo (Napoli), Veneri Giorgio (Mantova).
All’epoca gli esami erano molto duri, o almeno a noi pareva così. Io personalmente lo ricordo come un massacro, Tada faceva le cose veramente sul serio e non guardava in faccia nessuno.

Il maestro Tada firma degli autografi (Roma, 1968)

SIMONE
Circola una leggenda metropolitana secondo cui in quei primi anni il maestro Tada fosse molto duro nella pratica. Ti risulta?

DANILO
Assolutamente no. Al contrario i duri erano gli italiani, duri come sassi, perché credevano di essere già diventati delle specie di campioni di Aikido… Il maestro Tada era veramente dotato di un’energia notevole e se avesse voluto giocare a fare il cattivo avrebbe potuto spezzare due-tre principianti a sera, ma ovviamente se ne guardava bene, dato che stava con estrema fatica cercando di costruire la sua scuola.

SIMONE
In questa fase iniziale, quando avete ricevuto i primi approcci da parte del CONI al fine di integrare l’Aikido tra le discipline regolate a livello nazionale, formando un’apposita federazione nazionale riconosciuta dallo stato, come mai si è deciso di tenere l’Aikikai d’Italia fuori dal CONI? Questa decisione si rivelò epocale, sul lungo termine, perché lì è il seme di quello che vediamo a tuttora: dopo quasi 50 anni infatti non esiste in Italia un diploma nazionale di Aikido, non esiste una federazione riconosciuta dallo stato, ecc. ecc. Come è successo? Perché?

DANILO
Furono fatti dei tentativi in quella direzione, che portarono anche ad un tavolo di discussione per portare avanti il progetto. Tuttavia ogni tentativo di accordo andava a cozzare sul fatto che la gestione dell’intero movimento sarebbe dovuta passare al CONI attraverso l’allora Federazione Italiana Atletica Pesante, il che per il maestro Tada era semplicemente inconcepibile. L’idea era che la famiglia Ueshiba fosse proprietaria come di una specie di brevetto, di invenzione. Gli shihan inviati a diffondere gli insegnamenti della famiglia Ueshiba non erano disposti ad alcun compromesso. Cose come federazioni, associazioni democratiche, elezioni dei rappresentanti erano – all’epoca – totalmente aliene in relazione alla cultura e al modo di agire dei maestri giapponesi inviati in occidente dall’Hombu Dojo. Zero, neanche a parlarne. Secondo la legge italiana questo stato di cose era precluso. Ci si arenò quindi sull’impossibilità di coniugare il sistema democratico, previsto dalla legge e proposto dal CONI, con il sistema di gestione piramidale tipico delle arti marziali tradizionali. Così si decise di procedere in modo autonomo rispetto al CONI, cercando di tutelare il lavoro del maestro Tada e allo stesso tempo dando alla nostra associazione una forma legale accettabile per l’ordinamento italiano. Questo fu l’immane lavoro di un amico scomparso da tanti anni, l’avvocato Giacomo Paudice, che dedicò anni di sforzi volti a realizzare questo progetto. Con mio modesto contributo escogitammo un escamotage che consisteva nel costituirci come Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese, di cui l’Aikikai d’Italia era una sezione. Come disciplina di tipo culturale ci staccavamo dal CONI e uscivamo dalla loro sfera di influenza, che si limita alle discipline sportive. Infatti nel 1978 ricevemmo il riconoscimento di Ente Morale su proposta del Ministero dei Beni Culturali.

Chierchini e Yoji Fujimoto scherzano in un non-armonioso kokyunage (Roma, 1984)

SIMONE
Già che abbiamo rimestato nei panni sporchi di famiglia, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su un altro punto estremamente controverso della storia dell’Aikido in Italia. Come è successo che tutti gli aikidoka non conformi alla linea Tada sono stati esclusi dall’Aikikai o gli è stato impedito di partecipare con pari dignità alla vita dell’associazione? Questo è un altro dei semi dei problemi che ancora affliggono la nostra disfunzionale comunità, decenni dopo. Come mai questa associazione che riuscì con le proprie forze a formarsi con tutti i crismi, e che godeva del carisma di uno dei più grandi aikidoka mondiali, non è stata poi capace di gestire il movimento Aikido italiano nella sua interezza? Fin dall’inizio la politica dell’Aikikai fu quella di escludere i non-conformi, politica poi espressasi e consolidatasi con la purga periodica di tutti gli elementi di disturbo di questa conformità. Da dove nasce questo atteggiamento?

DANILO
Questo che hai detto non è che mi piace, ma penso sia quasi inevitabile. Dove ci sono i grandi maestri, ci sono i grandi interessi. Anche su piccola scala, il fenomeno si ripete esattamente uguale, con gelosie e invidie tanto più grandi quanto è più piccola la comprensione tecnica e morale della disciplina. Sinceramente come presidente e dirigente dell’Aikikai d’Italia io non sono stato capace di ovviare a tutto quello che è successo, e anche adesso non sono in grado di immaginare come avrei potuto fare per evitarlo. Io ho avuto la disgrazia di fare il presidente dell’Aikikai d’Italia per parecchi anni, e ho perso amici, tempo e denaro dietro a questi problemi. Gestire le assemblee dell’associazione mi ha messo a rischio di infarto in più di un’occasione.

SIMONE
E’ pertanto esatto dire che man mano la gestione dell’Aikido, la politica dell’Aikido ti hanno ucciso il gusto di praticare Aikido?

DANILO
Forse. Voglio però mettere in chiaro che a me di fare il presidente, di gestire, delle scartoffie non me n’è mai importato assolutamente nulla. Chi mi conosce sa che sono schivo e odio stare in prima fila. Tuttavia, con modestia, in un certo momento storico della comunità aikidoistica italiana, io ero uno dei pochi ad avere le qualità umane e culturali per reggere il peso della gestione e questo peso mi fu affibbiato da altri, a cominciare dai miei maestri. Così è andata a finire che quotidianamente mi sono dovuto occupare della burocrazia necessaria per mandare avanti un’associazione con alcune migliaia di iscritti in un paese come l’Italia. Lo ho fatto per anni, trascurando la mia famiglia, e senza ricevere troppi ringraziamenti, né dai colleghi, né dai maestri. Addirittura ho dovuto sentire gente parlarmi alle spalle, suggerendo l’idea che io traessi vantaggi economici dalla gestione dell’Ente, quando in più di un’occasione ho tappato i buchi con il mio conto in banca. Poi un giorno ne ho avuto abbastanza, e ho tagliato tanto con la politica dell’Aikido, che con l’Aikido.

SIMONE
Dopo 25 anni senza arti marziali, giunto a 82 anni di età, stai meglio o stai peggio?

DANILO
Penso che ci sia un periodo per ogni cosa. Vi è un periodo in cui certe cose si fanno e si prova gusto a farle, e periodi – con il passare degli anni – che questa prospettiva cambia. Gli obiettivi cambiano, le percezioni cambiano. A me le chiacchiere non sono mai piaciute. Da judoka ho fatto l’agonista, non lo storico del Judo. Nell’Aikido ho fatto parte della generazione dei pionieri, con tutto l’entusiasmo e l’energia che ciò ha comportato. Sono rimasto nell’Aikido per quasi 30 anni, ed è normale che la mia visione sia cambiata. Un giorno, quando mi sono accorto che quello che facevo non mi piaceva più, ho semplicemente detto basta. La mia più grande soddisfazione rimane il fatto che ancora oggi, ovunque vada, incontro ex-allievi che mi manifestano il loro affetto e la loro riconoscenza per quello che abbiamo condiviso. Sono orgoglioso della mia reputazione nell’ambiente, come nelle altre cose della mia vita. La reputazione è una cosa che noi lustriamo quotidianamente con le nostre azioni; dopo di che possiamo tranquillamente tirare dritto per la nostra strada, ignorando gli squittii dei ratti che infestano ogni aspetto delle cose umane.

SIMONE
Saliresti ancora sul tatami?

DANILO
Mai.

SIMONE
Mai dire mai?

DANILO
Se salissi sul tatami oggi, lo farei solo per dire o ascoltare un sacco di chiacchiere. Invece sul tatami ci si dovrebbe andare come Ken Otani mi raccontava facessero i vecchi giapponesi: arrivavano, buttavano i vestiti in terra in un angolo, indossavano il keikogi, saltavano sul tatami, facevano un inchino al primo che capitava, si davano una scarica di botte, si rivestivano e se ne andavano. Io la vedo così, il resto sono tutte chiacchiere.

Copyright Simone Chierchini ©2011-2012Simone Chierchini
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Le Persone Che Hanno Contribuito A Creare l’Aikikai d’Italia

Tai no Henko: Hiroshi Tada e Danilo Chierchini, Roma 1968

Questo articolo, scritto dal Direttore Didattico dell’Aikikai d’Italia Tada Hiroshi fu pubblicato per la prima volta sulla rivista Aikido Tankyu N. 5 il 20 gennaio 1993 con il titolo Italia Aikikai-wo tsukutta hitobito. In esso Tada Sensei rende tributo alle persone che lo hanno assistito nella fondazione e consolidamento della sua creatura/associazione dai faticosi inizi ai successi degli anni novanta

di TADA HIROSHI

Quando sento parlare di diffusione dell’Aikido all’estero, nella mia mente si affollano i ricordi della festa di commiato in cui O’Sensei sedeva attorniato dai suoi migliori allievi che si apprestavano a partire per l’estero: il Sig. Mochizuki, il Sig. Tohei, il Sig. Abe, il suono del gong e il fischio della sirena che annunciavano la partenza della nave dalla banchina del porto di Yokohama.
A queste memorie si sovrappone il ricordo del giorno in cui, agli inizi degli anni ’30, mio padre parti’ per andare in Occidente a bordo della Tatsutamaru. Fu in quell’occasione che, mentre mi sforzavo affannosamente di colpire la nave con delle stelle filanti (malgrado i miei slanci non riuscissero minimamente nel loro scopo), ebbi la vaga sensazione che anch’io un giorno sarei andato all’estero. Questo mio sogno si venne a realizzare ne1 1964.
A quel tempo tutti coloro che si recavano all’estero per diffondere professionalmente l’aikido, erano tenuti a rispettare tre regole:
1) partire da soli;
2) comprare un biglietto di sola andata;
3) non portare con se’ soldi, nè farseli spedire o guadagnarseli lavorando.
Osservando alla lettera queste tre regole, lasciai la mia casa di Jiyugaoka con 250 dollari in tasca poco prima che finissero le Olimpiadi di Tokyo.
Partii senza avere programmi ben precisi, la mia idea era, in linea di massima, di andare in ltalia e poi passare per l’America prima di tornare in Giappone.
Il primo giapponese che fece conoscere l’esistenza dell’Aikido in ltalia fu il Sig. Abe Tadashi, che svolgeva la propria attività aikidoistica in Francia, cui fecero seguito la scultrice, Sig.na Onoda Haru, e il Sig. Kawamukai che si recò a Roma per turismo.
Quando arrivai a Roma, il 26 ottobre del 1964 conobbi il Sig. Danilo Chierchini, allora responsabile del club-dopolavoro del Monopolio di Stato dei Tabacchi situato a Trastevere, e iniziai gli allenamenti nel suo Dojo. Un paio di settimane dopo, tenni una dimostrazione presso la Scuola di Pubblica Sicurezza di Nettuno e un corso speciale di Aikido, che durò due mesi, promosso dal Ministero degli lnterni. Fu cosi che la mia attivita aikidôistica in Europa ebbe il suo inizio.
A quei tempi viveva a Roma il prof. Mergé, che aveva frequentato lo ”Ueshiba Dojo” nel periodo in cui aveva lavorato presso l’Ambasciata ltaliana di Tokyo durante la guerra. Alcuni fra i suoi allievi dell’Ismeo di Roma, che avevano sentito parlare del Maestro Ueshiba Morihei dal professore, vennero subito ad iscriversi.

Pasquale Aiello e Stefano Serpieri, Roma 2002

Grazie all’aiuto di uno di questi allievi, il Sig. Stefano Serpieri, fu in seguito possibile spostare la sede del Dojo in un edificio di proprietà del demanio. Quest’edificio, circondato sui quattri lati dai resti delle mura dell’antico acquedotto romano, dal Museo Militare e dagli uffici dell’Acquedotto, la sera rimaneva completamente immerso nel silenzio. L’attuale Scuola Centrale dell’Aikikai d’Italia continua ad essere situata ancora oggi nello stesso edificio (da diversi anni il dojo e’ chiuso, essendo i locali tornati al demanio, NdR).
In quel periodo io alloggiavo in una stanza adiacente al tatami situata sotto una scala che gli allievi chiamavano “la grotta del Maestro”.
L’anno seguente mi venne richiesto di iniziare dei corsi a Napoli e a Salerno, decisi cosi di chiamare dal Giappone il Sig. Ikeda Masatomi (attualmente 7° Dan – Direttore didattico dell’Aikikai de11a Svizzera) (ritiratosi dall’insegnamento da diversi anni a causa di una grave malattia, NdR) del Dojo di Jiyugaoka. Un anno dopo il Sig. Nemoto Toshio, laureatosi presso l’ universita di Waseda, che venne in ltalia al ritorno da un soggiorno di studi in America, accettò l’incarico di seguire la diffusione dell’aikido a Torino, nel nord ltalia, dove ha vissuto per alcuni anni (attualmente il Sig. Nemoto svolge l’attività di amministratore presso la societa giapponese Akai Denki. In quel periodo, il Sig. Brunello Esposito, il Sig. Pasquale Aiello e il Sig. Auro Fabbretti, che attualmente posseggono il grado di 5° Dan, iniziarono a praticare.
Nel 1968 tenni il primo raduno Internazionale di Aikido al Lido di Venezia. Tale raduno, durante il quale condussi per la prima volta gli esami di grado Dan, si rivelò un grande successo ma, allo stesso tempo, un notevole disastro sotto l’aspetto economico, a tal punto che non fu possibile neppure coprire le spese di trasporto per ritornare a Roma e a Torino.
Dal terzo anno in poi, dell’organizzazione di questo raduno estivo si venne ad interessare il Sig. Giorgio Veneri di Mantova, che ha continuato fino ad oggi ad essere il responsabile di tale manifestazione, attualmente svolta ogni estate a Coverciano.
Pur avendo sempre cercato di fare del mio meglio, dedicandomi con tutte le mie forze all’attivita di diffusione dell’Aikido, occorsero ben sei anni prima che l’Aikikai d’Italia assumesse una struttura stabile e che riuscissi ad acquistare un biglietto aereo per tornare in Giappone.
Ciò accadde perché si decise di non appoggiarsi alla federazione del Judo, né ad altre organizzazioni sportive per la diffusione dell’Aikido.
Se l’Aikido si fosse diffuso attraverso queste organizzazioni, probabilmente si sarebbe potuto incrementare di molto il numero degli iscritti, ma ciò avrebbe senz’altro comportato la creazione di un’associazione dalle caratteristiche completamente differenti rispetto a quella attuale.
Quegli anni furono per me brevi ma allo stesso tempo lunghissimi. Nel frattempo erano scomparsi il Maestro Ueshiba Morihei e l’altro Maestro che aveva fortemente influenzato la mia formazione, Nakamura Tempu.
Anche mio nonno, al quale ero estremamente legato, scomparve durante lo stesso periodo. In seguito a questa triste circostanza, nel momento stesso in cui arrivai all’aeroporto di Haneda venni assalito da una grandissima emozione. Dopo essere tornato a casa, mi recai subito a visitare la tomba di O’Sensei a Tanabe per annunciare al Maestro il mio ritorno in patria.

Roma, 1975: Yoji Fujimoto, Kano Yamanaka, Hiroshi Tada, Hideki Hosokawa

Nel corso dello stesso anno tornai un’altra volta in ltalia ma, in seguito al mio matrimonio con la violinista Yamakawa Kumi, laureatasi presso l’Universita di Belle Arti di Tokyo (Tokyo Geijutu Daigaku), matrimonio celebrato nel dojo di Roma, e in previsione della nascita di nostro figlio, che desideravamo crescesse in Giappone, decisi di fissare stabilmente la mia residenza a Tokyo. Da allora ho iniziato a trascorrere complessivamente sei mesi all’anno in Europa e, superando tutte le difficoltà che ciò comporta, ho scelto di vivere fino ad oggi un’esistenza scissa a meta fra il Giappone e l’Italia.
In seguito, il Sig. Fujimoto Yoji, laureatosi presso l’Università Nihon Taiikudaigaku, e il Sig. Hosokawa Hideki, del dojo di Jiyugaoka, si recarono rispettivamente a Milano e a Roma, dove, per più di vent’anni, con grande perseveranza hanno dedicato tutta la loro vita, insieme ai loro familiari, alla pratica dell’Aikido. Ad entrambi vorrei esprimere la mia riconoscenza per aver sostenuto l’Aikikai d’Italia nel corso di tutti questi anni. Successivamente il Sig. Yamanaka Kano, il Sig. Nomoto Jun e il Sig. Imazaki Masatoshi hanno soggiornato in ltalia in veste di istruttori in periodi diversi.
In seguito decisi di fare dell’Aikikai d’Italia un’associazione che, similmente all’Aikikai giapponese, avesse personalità giuridica e fosse ufficialmente riconosciuta dallo Stato; a tal fine donai quindi il mio dojo di Roma all’Aikikai d’Italia e iniziai ad interessarmi attivamente affinché tale dojo ottenesse il riconoscimento ufficiale in quanto Scuola centrale. Con la preziosa collaborazione di alcune cinture nere, ma soprattutto grazie agli sforzi durati un decennio dello scomparso avvocato Giacomo Paudice di Roma, l’Aikikai d’Italia, in quanto Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese ottenne la qualifica di Ente Morale, con il decreto del presidente della Repubblica italiana n. 526, l’8 luglio del 1978.
Attualmente all’Aikikai d’Italia sono affiliati dojo situati in 80 citta italiane, con un numero di circa 4000 iscritti, senza includere le svariate migliaia di persone che hanno praticato nel passato. Il grande impegno con cui queste decine di migliaia di persone si sono allenate nel corso di tutti questi anni, è stato e continuerà in futuro ad essere di forte incoraggiamento per la pratica dell’Aikido.

Vedi Foto Cronaca Tada Sensei a Roma 1968, Demo Salesiani
Leggi Descrizione dei Tempi Eroici dell’Aikido a Roma Parte 1 e Parte 2

Traduzione dal giapponese di Daniela Marasco
Tratto dal sito http://www.asahi-net.or.jp/~yp7h-td/creait.htm

Mi Chiamo Fuori…

Mi Chiamo Fuori…

Ci sono dei momenti nella vita in cui si ripensa alle proprie scelte, al lavoro fatto e ai risultati finora conseguiti. Alcuni sono contenti di trovarsi dove sono, altri non si pongono neppure la questione, certi sono scontenti ma cementati sul posto, pochi continuano a muoversi

di SIMONE CHIERCHINI

Tanto la mia uscita dall’Irlanda – sia come paese che come comunità aikidoistica – quanto il mio rientro in Italia nel mese di giugno 2009, sono stati per me eventi dalle profonde ripercussioni culturali e psicologiche.

Lasciando da parte i fatti personali e le turbative socio-generazionali, in Aikido, dopo quasi 15 anni in Irlanda, ho lasciato un paese cui ho dato tanto, ricevendone in cambio con il contagocce, fiero comunque del mio percorso. Una volta tornato a casa, nel Belpaese ho finito per trovarmi del tutto straniero nell’associazione che la mia famiglia ha contribuito a creare, forgiare, sviluppare e dirigere per circa tre decenni.

Quello che oggi è l’Aikikai d’Italia, il modo in cui è gestita, il sistema non-sistema di selezione della classe tecnico-dirigente, il suo metodo di insegnamento (quale?), l’arroganza miope dei vertici vecchi e nuovi, l’atmosfera generale da Ministero Bizantino dell’Aikido mi sono totalmente alieni.
Diversi amici e colleghi tra i più illuminati con cui ho condiviso queste sensazioni mi hanno guardato un po’ sorpresi e mi hanno detto che questa associazione è sempre stata così, che non ci sono stati cambiamenti significativi di alcun tipo nell’ultimo ventennio, se non l’invecchiamento di chi gestisce la struttura, con conseguente irrigidimento (tutt’altro che aikidoistico) dei suddetti e dei loro delegati. Quelle elencate sopra sono le caratteristiche da sempre in essere nella fibra che costituisce questo ente, dicono gli amici, quindi perchè mi scaldo tanto?
Già sento l’eco dei cosiddetti eminenti grigi dell’Aikikai d’Italia, dalle loro stanzette di consiglio, nelle quali hanno sviluppato una disponibilità allo scambio dialettico con chi non è d’accordo con loro inversamente proporzionale alla loro capacità di connettersi con gli insegnanti sul territorio, e riassumibile nel seguente: “Ma che vuole quel rompiscatole di Simone Chierchini? Perchè non se ne è restato in Irlanda? Crede di poter parlare solo perchè si chiama Chierchini? O tace o gli facciamo causa!”. Minaccia, questa, peraltro già pervenutami in passato, per un articolo da niente, con lettera firmata dal Presidente dell’Aikikai d’Italia Franco Zoppi.

“State tranquilli: non voglio piu’ niente”

State tranquilli: non voglio più niente. Non è mia intenzione, né aspirazione, far perdere iscritti all’Aikikai d’Italia, “ledendone il buon nome”.
Da quando ho fondato questo blog mi sono sforzato al meglio delle mie capacità di seguire una linea omnicomprensiva, al di sopra delle barricate, seguendo un’ispirazione di stampo giornalistico anglo-sassone, parlando e facendo parlare tutti di tutto, in tono pacato, armonioso, e spero competente. Ho lasciato ai siti istituzionali delle varie associazioni la propaganda sulla bontà vera o presunta delle loro scelte tecnico-didattiche. Ho volutamente evitato che Aikido Italia Network si trasformasse nell’ennesimo blog in cui il saccente di turno parla sempre male di tutti, mentre ciascuno insulta tutti quelli che non la pensano come lui; questo anche a costo di bandire taluni dalle discussioni, a prescindere dal grado, facendomi così le ennesime inimicizie.

Dubito che qualcuno mi potrà dare del fazioso, e in ogni caso io so di non esserlo e tanto mi basta.

Tornando a quel che si diceva sopra, la mia posizione è la seguente: le associazioni sono, per legge, comunioni di persone che hanno deciso di riunirsi per un fine comune. Se la gente continua a restare dentro all’Aikikai d’Italia, se essa è ancora di gran lunga la maggiore associazione di Aikido in Italia, significa che i suoi insegnanti aderenti sono felici di come vanno le cose al suo interno, e io faccio a tutti loro i miei migliori auguri per un prospero futuro nell’Aikido.
Purtroppo per me, invece, i miei di occhi sono cambiati. Da buon allievo che ha bene o male lavorato per oltre 40 anni sui tatami del Budo, la mia vista si è sviluppata, e il mio olfatto pure, e al mio ritorno dalla verde Irlanda ho sentito una clamorosa puzza di bruciato. Sono sicuro di non essere l’unico, fra gli insegnanti, ma magari la genetica mi ha dotato di un cuore più grande, non facendomi capire cosa significhi aver paura; inoltre l’omertà nella mia personale religione è peccato mortale.

E come giornalista dell’Aikido, e uomo cui non è mai dispiaciuto di essere non allineato, per amore di informazione devo farvi partecipi di alcuni fatti.

L’Aikikai d’Italia fin dalla sua fondazione – parlo con cognizione di fatto, dato che uno con il mio cognome fra i soci fondatori c’era – è nata non per diffondere e sviluppare l’Aikido in Italia, ma per salvaguardare il lavoro di una sola persona, per difendere la sua particolarissima visione dell’Aikido, che non ha MAI avuto nulla a che fare con quella dell’Aikikai Hombu Dojo in generale, né tanto meno con quella della scuola di Iwama.

Pensate che sono un eretico o che semplicemente sono impazzito?

Liberissimi di pensarlo; se vi disturba quello che dico smettete di leggere. Ricordatevi pero’ che sapere è potere, quindi, come ho fatto io, potete informarvi. Ci sono i documenti, le testimonianze scritte e le persone cui domandare. Chiedete. Allora vedrete chi è il pazzo…

Maestro e Allievo a Iwama

In Italia noi abbiamo fatto DA SEMPRE un Aikido che è frutto degli studi e delle interpretazioni personalissime di un super Shihan, ma pur sempre le sue, ripeto, lontane, assai lontane da quello che il Fondatore ha insegnato ogni giorno a Iwama per 26 anni a chi ha voluto esserci, per scelta, rimanendo accanto al proprio maestro, ogni giorno.

Morihei Ueshiba viveva a Iwama e lì insegnava. A Tokyo ci andava se e quando poteva e di certo non vi ha mai insegnato quotidianamente dopo la fine della seconda guerra mondiale. Chiunque dica di essere un allievo diretto del Fondatore e abbia iniziato dopo il termine del conflitto non può negare che l’unico vero allievo diretto di O’Sensei, l’unico che abbia praticato con lui ogni giorno per 26 anni, zappando inoltre i suoi cavoli nell’orto e ritrovandogli gli occhiali quando li perdeva in giro per il podere è Morihiro Saito Sensei.

Questo è un fatto storico innegabile.

Gli altri “allievi diretti” hanno visto il Fondatore se, quanto e quando hanno voluto, preferendo rimanere nella capitale a “gestire” l’enorme patrimonio marziale che continuava a scaturire quasi inesauribile da Morihei Ueshiba, riciclando i suoi insegnamenti a loro uso e consumo.

Gli scatti d’ira di O’Sensei all’Hombu Dojo sono rimasti leggendari; perché si arrabbiava così tanto? L’aria della capitale gli faceva salire la pressione sanguigna? O forse il maestro non era particolarmente contento di vedere cosa venisse insegnato a casa sua in sua assenza?

Comunque sia, il risultato di questa dicotomia fra ciò che veniva insegnato dal Fondatore a Iwama e quello che di ciò ne veniva fatto a Tokyo, è stato che oggi, in giro per il mondo, pochi fanno l’Aikido del Fondatore.

Infatti gli shihan successivamente delegati alla diffusione dell’Aikido da parte dell’Hombu Dojo – peraltro degli eroici missionari che hanno portato il verbo aikidoistico in giro per il mondo quando non interessava ancora a nessuno – hanno fatto il loro mestiere a metà, e non perché non volessero fare del loro meglio, ma perché non erano ferrati o non hanno voluto utilizzare per motivi politici il metodo che O’Sensei insegnava quotidianamente nel dopo guerra. Il sistema di base per l’apprendimento dell’Aikido esisteva ed esiste, è lì, bello strutturato, a disposizione di chi vuole usarlo: è il sistema di Iwama, e lo ha progettato con cura maniacale Saito Sensei a casa e nel dojo del Fondatore, sotto il suo sguardo e con la sua approvazione. Ma nelle associazioni nazionali di derivazione Aikikai Hombu Dojo – come anche all’Hombu Dojo – non si insegna e non si è mai voluto insegnare. Il perchè chiedetelo a loro.

Cosa si insegna al suo posto? Una vaporosa marmellata di seconda o terza mano di quello che lo shihan nazionale di riferimento ha ritenuto opportuno (o è stato capace di) insegnare. Ognuno poi nel suo dojo fa più o meno come gli pare, quando gli pare e se gli pare. Che io sappia questa è l’unica arte marziale, o arte, in cui gli insegnanti non sanno esattamente cosa insegnare, né quando.

Nelle lezioni di Aikido, anche di insegnanti titolati, si vede spesso l’equivalente di una mistura mal calibrata di un po’ di algebra, un tantino di Shakespeare e poi qualche esercizio per imparare a tracciare le lettere dell’alfabeto, a seconda di come l’insegnante si alza alla mattina. Sarebbe come se ogni maestro di scuola si arrogasse l’arbitrio di decidere se, come, cosa e quando insegnare ai poveri allievi. Per fortuna per questo esistono i programmi ministeriali.

Iwama Ryu Bukiwaza Mokuroku: il catalogo-certificazione delle armi dell’Aikido secondo Iwama

Nelle arti marziali giapponesi classiche esiste un programma di allenamento preciso e rigido e a nessuno verrebbe mai in mente di insegnare fuori dallo schema dato dalla scuola. Seguendo lo schema dato, generazioni di praticanti hanno avuto la possibilità di toccare i vertici dello scibile di quel campo, aggiungendo all’impasto il loro impegno indefesso e continuo, speso nella convinzione della bontà della tradizione della scuola medesima. Nel Katori Shinto Ryu lo fanno da diversi secoli, tanto per fare un esempio. Anche a Iwama il Fondatore seguiva un suo personale schema didattico, rimanendo, almeno in questo, nel solco delle arti marziali classiche giapponesi.

A questo punto, a chi è curioso di natura raccomandiamo di dare un’occhiata al programma di una qualsiasi associazione che segua la linea di Saito Sensei per rendersi conto che, in termini di didattica, dalle nostre parti qualcosa è sempre stato assolutamente fuori posto.

Se poi si va a praticare assieme agli allievi di linea Saito, dato che non mordono e sono spesso nostri vicini di casa, amano l’Aikido come noi, e sono serissimi nella loro pratica (e inoltre tengono spesso seminari di altissimo livello dalle Alpi alla Sicilia), è anche possibile provare con mano la loro marzialità, il loro rispetto assoluto per la tradizione dell’arte, la loro precisione tecnica, la loro minuta cura dei dettagli, la loro conoscenza esatta di cosa viene prima e di cosa viene dopo, cosa è base e cosa è avanzato, e cosa è un non-necessario vaniloquio egocentrico dello shihan di turno.

Essi non trascorrono anni agitando in aria un jo nel pedissequo scimmiottamento dei movimenti “creati” dal capo, ma seguono un programma tecnico di armi sapientemente strutturato, che va da zero a un milione, contando ogni numero in mezzo e conoscendone l’esatto significato. E, guarda un po’, si tratta dell’Aikijo e Aikiken (Buki waza) derivato dal Fondatore dell’Aikido, Morihei Ueshiba, del cui nome ci riempiamo spesso a vanvera la bocca.

Io quanto racconto sopra l’ho fatto, e dopo un anno di risciacquar i panni in quel di Iwama, ho deciso che questo è l’Aikido che oggi voglio fare e che avrei sempre voluto fare. Mi ci sono voluti 39 anni di Aikikai per scoprire che esiste un sistema, elaborato dal più diretto, autentico e fedele allievo del Fondatore Morirei Ueshiba, sotto la supervisione del Fondatore stesso, per imparare, sviluppare, comprendere e insegnare l’Aikido originale, ossia quello di chi l’ha concepito, e non quello rielaborato da qualche shihan che vide O’Sensei alla domenica per 3-4 anni.

Peggio per me. Potevo informarmi meglio.

Certo, la mia associazione madre non mi ha mai aiutato, dato che come a me, ha da sempre precluso a tutti i suoi iscritti la possibilità di praticare sotto Morihiro Saito Sensei o chiunque altro della sua linea, all’interno dell’Aikikai d’Italia.

Come? Aprite le orecchie, perché vi riferisco un altro fatto storico innegabile.

Mio padre, Danilo Chierchini, era presidente dell’Aikikai d’Italia quando nel 1984 Paolo Corallini venne a offrirgli su un piatto d’argento l’organizzazione del primo seminario italiano di Morihiro Saito, aggiungendo, come piccolo cadeaux, che lui si sarebbe sobbarcato le intere spese! Il presidente dell’Aikikai d’Italia, Danilo Chierchini, il cui reale potere decisionale era zero, dopo aver sentito chi stava nella stanza dei bottoni, tornò indietro e disse a Paolo Corallini “No, grazie. Non è possibile”.

Da lì partì un muro di ostilità verso tutto quello che proveniva da Iwama via Osimo, un’ostilità che perdura con la stessa pervicacia a tutt’oggi: un maestro, a me altrimenti carissimo, incise su marmo il punto di vista dell’Aikikai d’Italia in proposito, scrivendo sulla rivista Aikido, all’epoca diretta dal sottoscritto, che Saito veniva in Italia a “pascolare nei prati altrui”.

Masakatsu Agatsu, la vera vittoria e’ quella su sé stessi

Anche se la storia ha poi vendicato Paolo Corallini, facendone il primo e unico – per ora – italiano ad aver ricevuto il 7° Dan Aikikai dal Doshu dell’Aikido Moriteru Ueshiba (nonostante le potentissime obiezioni di quella stessa persona che siede nella stanza dei bottoni di cui sopra), 27 anni dopo, all’interno della comunità aikidoistica dell’Aikikai d’Italia i più neppure sanno che cosa sia Iwama, dove sia e cosa rappresenti il suo patrimonio per l’Aikido. Non parliamone poi di lavorare assieme, andando ad apprendere alla sorgente.

Colpa loro, anche se potentemente aiutati nell’errore.

E’ sempre stato così, a tutti i livelli, con una durezza che è il contrario del messaggio dell’Aikido: direttamente o indirettamente questa associazione si è sempre liberata di chiunque non abbia voluto seguire le orme del capo e dei suoi amici. Le associazioni “concorrenti” sono dirette nella maggior parte dei casi da fuoriusciti dell’Aikikai d’Italia, colpevoli di non pensarla sempre e solo come volevano i suddetti, e ingenui abbastanza da pensare che la dialettica assembleare potesse cambiare le cose. Alla fine si sono giustamente scocciati e se ne sono andati, quando non li hanno cacciati prima. Quanti presidenti dell’Aikikai d’Italia, a parte il corrente, sono ancora all’interno dell’associazione? Risposta: zero.

Chi è rimasto, e parlo di quelli che hanno diretto l’associazione sul campo, hanno ufficialmente e politicamente professato lealtà al superiore, salvo poi – a parte rarissime eccezioni – insegnare tutto meno quello che lui proponeva come “sistema”.

Vista dall’esterno, con un occhio mediamente esperto, la situazione didattica dell’Aikikai d’Italia è un marasma assoluto in cui ognuno fa quello che gli pare e i più si barcamenano assecondando i capetti di turno.

Io non ci sarò. Mi chiamo fuori.
Sarò impegnato a studiare, e studierò, per una volta, il sistema di Aikido più vicino possibile a quello di chi l’Aikido l’ha creato. Per farlo, le circostanze mi obbligano a iscrivermi ad un’associazione diversa da quella cui quasi geneticamente mi sento legato. Pazienza. I miei amici e colleghi rimarranno tali, degli altri non mi curo.

Per rispetto alla mia coerenza intellettuale e morale, anche se dirigo e ho diretto uno stage o due in giro fin dal 1992, mi ritirerò dall’insegnamento dell’Aikido al di fuori del mio dojo di Vasto, prendendomi un anno sabbatico, perché andare a insegnare quello che uno sta imparando non è moralmente corretto, oltre che professionalmente disonesto, anche se è una tra le pratiche più diffuse tra i cosiddetti professionisti dell’Aikido di ogni grado e latitudine.

Questo è il motivo per cui io faccio Aikido, imparare e cercar di migliorare umanamente. Arroccarsi sui propri passati errori non è Aikido, ma piuttosto la sua negazione.

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