Keep Calm and Love Aikido!

Se non vi piace iscrivetevi alla bocciofila...

E se non vi piace iscrivetevi alla bocciofila…

Altro giro, stessa storia, sempre la stessa: quella di marzialisti assortiti che non hanno nulla di meglio da fare, se non passare il tempo a criticare ogni aspetto dell’Aikido

di SIMONE CHIERCHINI

Classicissimo e supercliccato esempio di quanto sopra: l’Aikido non varrebbe niente perché non sarebbe efficace. Signori belli, ma lo volete capire o no che l’Aikido è un Do, e non si prefigge esclusivamente di essere efficace? Gli aikidoka provano a offrire un servizio diverso – magari anche di un qualche valore – oppure non ci riescono, ma almeno ci provano: quello di insegnare che la migliore difesa personale è l’educazione, propria, dei propri figli, della propria microcomunità, e via salendo.

L’idea stessa di difesa personale è ciò che c’è di più anti-aikido in assoluto. Il jutsu nell’Aikido è sotteso alla pratica e serve per non renderla incoerente e imbelle, MA NON DEVE EMERGERE! Se le radici della pianta emergono, essa muore, e così l’Aikido, che diventa qualcos’altro, ma non è più Aikido.

Questo, ripeto, non significa che l’Aikido debba essere un balletto per gente che non ha voglia di faticare, o il rifugio di chi vuole fare il cattivo senza pagare pegno. Per essere davvero un Do, una disciplina deve passare per il Jutsu. Se un Do è in un’ultima analisi una disciplina di tipo spirituale, questo è possibile esclusivamente se ha chiaramente il Jutsu a costituirne le solide fondamenta. Senza Jutsu non si arriva alla rottura dell’Io, all’autonegazione necessaria in ogni processo di crescita, non si scappa. Quindi se certe fondamenta marziali non ci sono, non si sta praticando un Do, e come Jutsu quello che si sta facendo non vale niente: porta solo a pericolose illusioni in entrambi i settori.

D’altra parte, se si vogliono usare le tecniche di Aikido mostrandone le radici, non è Aikido che si vuole fare, e allora perché non andare a praticare una delle discipline del Jujutsu, ove questo è fatto in modo coerente e strutturato e con lo scopo dichiarato della difesa personale? Però sarebbe meglio chiarirsi che chi risponde all’offesa con l’offesa, chi sceglie l’occhio per occhio, dente per dente, poi non dovrebbe venirci a raccontare di essere in un processo di crescita umana.

*inizio scherzo*

A chi poi semplicemente piace fare a mazzate e non è soddisfatto dell’utilizzo dell’Aikido in risse, ammucchiate e sessioni da pub, consigliamo di apprendere dal seguente video, cortesia di youtube:


*fine scherzo*

Aikidoka, vogliamo stare bene con chi ci sta attorno? Sorridiamo di più e proviamo a fare qualcosa di decente, nel nostro piccolo. Chi si culla nell’illusione di diventare più forte, più letale, più efficace, più più più…. semplicemente fa il gioco di chi in queste cose ci sguazza! A navigare nel letame ci si sporca il grembiulino!

Copyright Simone Chierchini ©2015 Simone Chierchini
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A Che Cosa Serve l’Aikido Oggi

barbiere

Perché praticare Arti Marziali oggi?

Da quando faccio arti marziali continuo a sentire le stesse discussioni sulle loro finalità ultime, e le diatribe più aspre avvengono sempre sul soggetto Aikido. Vediamo di dare qualche indicazione sul tema, riflettendo ed elaborando un paio di illustri e ben centrati pareri 

di SIMONE CHIERCHINI

È più forte una tigre o un leone, mi chiedeva oggi mia figlia? Le ho risposto che ognuno si fa i fatti suoi… Ci sono karateka tosti e aikidoka tosti, karateka di marmo e aikidoka ballerini. Fermarsi a fare classifiche sulle arti marziali è un esercizio puerile, perché è questione di autista, non di macchina! Se il vino che si trova nella propria cantina è imbevibile, è insensato prendersela con l’uva…

Questo genere di riflessioni – che abbonda a ripetizione sui social network e in pizzeria – sottende tuttavia una questione ben più profonda, una questione che investe proprio gli scopi ultimi delle arti marziali nel nostro mondo odierno, Aikido in primis: a che cosa serve l’Aikido oggi? Perché sembrerebbe assai palese che se non si ha chiaro a cosa serve una cosa, lo studiarla e svilupparla in modo coerente è alquanto complicato e frustrante, se non impossibile. Se devo andare in mare prenderò una barca, se devo scalare una montagna mi procurerò scarponi, funi e rampini; però se mi calassi in mare aperto carico del peso dell’attrezzatura da arrampicata, sarei certo di affogare, e poi contro chi dovrei inveire, contro gli scarponi? E allora, a che cosa serve l’Aikido oggi?

Per formulare una risposta sensata, cerchiamo ispirazione nelle parole dei saggi che ci hanno preceduto, cominciando con quelle di Kenji Tomiki, rispettato allievo anteguerra di Morihei Ueshiba. Sentiamo cosa dice sul soggetto Tomiki in un’intervista concessa nel 1982 ad Aikido Journal di Stanley Pranin:

“Durante il periodo Edo, le stringenti necessità del precedente Periodo degli Stati Guerrieri lasciarono spazio ad un’era in cui la maggior parte della gente trascorreva il proprio tempo sedendo in seiza sui tatami o bevendo tè verde. Stando seduti in quel modo, alcuni iniziarono a chiedersi che cosa avrebbero fatto se gli fosse successo qualcosa di inatteso. Divenne pertanto necessario sviluppare modi di difendersi per esempio utilizzando il lancio di aghi, o servendosi di metodi per evitare i colpi inferti con una spada corta. In situazioni che si sviluppavano in spazi ristretti, ciò di cui c’era bisogno era quello che noi oggi conosciamo come suwariwaza (tecniche a sedere). In generale, si dice che più di un terzo delle tecniche sviluppate durante quel lungo periodo che va dal 1603 al 1868 erano a sedere. E’ verissimo, la necessità è la madre dell’invenzione.
Successivamente, con il periodo Meiji, il bisogno del bujutsu (arti marziali) semplicemente scomparve, e i waza (tecniche) divennero traballanti. Questo fatto era naturale e c’era da aspettarselo, dal momento che non vi era più necessità di combattere in guerra. Ovviamente non ci sono guerre neppure adesso, e non ne avremo alcuna neppure in futuro. Per queste ragioni non è più necessario avere il budo. “E allora perché incoraggiarne la pratica?” ci si potrebbe chiedere. La risposta a quella domanda ci può essere fornita dalla psicologia educativa. La maggior parte della gente oggi non ha quasi bisogno di camminare, e meno ancora di correre. Si è deboli nell’arrampicarsi in montagna, scarsi a nuotare. La situazione attuale è pessima. La gente avanza solo a livello mentale. E’ però necessario avere un eguale sviluppo tanto a livello intellettuale quanto a livello fisico e spirituale.
Il cuore o spirito umano (kokoro) è un qualcosa che diventa sempre più debole se non ha nulla da fare, necessita di qualche tipo di stimolo. Bisogna avere vigore fisico e un forte desiderio di vivere, e qui è dove l’educazione entra in gioco. Ciò che è sempre stato proposto alla gente di tutto il mondo come metodo educativo per sviluppare tanto il vigore fisico che spirituale attraverso la forza dell’armonia è sempre stato il combattimento”. (1)

Tre importanti punti da non lasciarsi sfuggire:
“La necessità è la madre dell’invenzione”.
“Con il periodo Meiji, il bisogno del bujutsu (arti marziali) semplicemente scomparve, e i waza (tecniche) divennero traballanti”.
“Il cuore o spirito umano (kokoro) è un qualcosa che diventa sempre più debole se non ha nulla da fare, necessita di qualche tipo di stimolo”

Tradotto, per me, questo significa che ha uno scopo, una funzione e una validità solo quello che è necessario. Significa che bisogna rispettare le leggi della natura. Significa che quello che non serve diviene “traballante”, cioè manca di fondamenta, ed è destinato a cadere e finire in rovina.

Le arti marziali intese come pura arte di combattimento, cioé destinata al solo scopo di combattere, sono archeologia da diverse decadi. Chi si trastulla in pensieri di natura belluina indossando keikogi lavati con il detersivo che dà il bianco che più bianco non si può, vive in una patetica illusione – tristemente coltivata con altri illusi cui piacciono i giochi violenti. Alla fine di ogni “guerra” da tatami o cage, questi puponi non cresciuti si fanno una bella doccettina calda, al ritmo di Beyoncé dalla sala zumba accanto, per poi reidratarsi con l’apposita bevanda isotonica dalla macchinetta a gettoni vicino all’avvenente receptionist. Ma quale guerra d’Egitto, in guerra si scanna e si crepa!!!

Costoro, inoltre, sono pronti a turlupinare per soldi chi gli si accosta, spargendo nozioni sul terrore che appesterebbe le nostre strade, sulla necessità assoluta di difendersi da orde di assalitori che ci starebbero aspettando dietro ad ogni angolo… scemenze totali! Mai nella sua storia il nostro mondo è stato più sicuro che negli ultimi 70 anni. La Legge c’è, e la Polizia pure – anche se potrebbero fare meglio. Nessuno osi dire che oggi si vive esposti a maggiori rischi rispetto ad uno qualunque dei secoli passati, ma stiamo scherzando? Questa gente l’ha studiata un po’ di storia? Seminare paura e insicurezza è indegno di chi si dice un marzialista e vive i valori e l’onore di praticare arti marziali. Le possibilità statistiche di essere attaccati sono minuscole, vicino allo zero assoluto. Trascorrere un paio di decenni a imparare come difendersi seguendo un’ottica di questo tipo dimostra solamente la presenza di seri problemi psicologici nei soggetti interessati.

La verità pura e semplice, quindi, è che oggi non si può studiare nulla di efficace, perché sono assenti le condizioni per utilizzarlo e perché è tempo perso. Non serve a niente! A meno che non si voglia davvero sapere cosa significano sudore, sangue, interiora e cervella sparse in giro. I puponi belluini di cui sopra possono andare a giocare alla guerra in Medio Oriente, se davvero vogliono. Ci sono diversi movimenti integralisti che cercano volontari…

Nel mondo di oggi il conflitto che affrontiamo non è un conflitto armato, ma è uno scontro permanente, pervadente e sottile, integrato nella nostra società, e inscindibile da essa: è il conflitto delle relazioni interpersonali. Siamo sempre di più, e sempre più collegati, connessi, ciascuno sempre più tutti i giorni tutto il giorno sui calli degli altri. Ne consegue che qualsiasi allenamento che abbia una funzione e che sia necessario, e quindi rispondente alla leggi di natura, deve oggi indirizzarsi a fornire strumenti per combattere le battaglie delle relazioni interpersonali del guerriero disarmato moderno.

Personalmente io ho scelto di praticare e insegnare Aikido, tanti anni fa, per vivere da guerriero, non per fare la guerra, per citare le parole del maestro francese di Aikido Stephane Benedetti:

“Vivere da guerriero, non fare la guerra! (…) Io non sono violentemente pacifista, ma non amo la guerra. Sono d’accordo con Sun Tzu «Il migliore generale non ha bisogno di fare la guerra (…). Allora : vivere da guerriero? Per cominciare, un guerriero non è necessariamente un militare o un soldato. Non si tratta neanche di mascherarsi da samurai o di dormire con la spada al fianco… Per me, che non essendo la reincarnazione di Morihei Ueshiba, non posso parlare a suo nome, si tratta di una via, di un processo di evoluzione dell’uomo verso uno stadio più elevato dell’essere. La via del guerriero è una via pericolosa, non perché si rischi di morire falciato da una raffica di proiettili in un gesto eroico immortalato dai fotografi ma, semplicemente, perché le sconfitte spirituali sono numerose e il ciglio della strada costellato di rinunciatari…” (2)

Siccome parto da questo tipo di consapevolezza, e poiché ho chiaro lo scopo di quello che faccio e del perché lo propongo ai miei allievi, a me le tecniche del mio Aikido piacciono, così come il lavoro ad esse sotteso. Le delusioni personali, lo stato della nazione aikidoistica, le cavolate degli altri non spostano di una virgola il mio pensiero: l’Aikido è meraviglioso, le sue tecniche efficaci e coerenti con i suoi fini – benché migliorabili ed espandibili per i nostri nuovi bisogni, come tutto ciò che è vivo e in divenire – la sua collocazione nel mondo del Budo chiara e definita.

Che nel mondo dell’Aikido possa esistere anche un caos pazzesco di metodi e di idee – e che questo sia utile a chi vuole costruirsi un impero e gestire persone e capitali – non mi interessa più di tanto. L’unica cosa da fare è avere chiari i propri fini, e impegnarsi per il loro raggiungimento, a prescindere da cosa fanno gli altri.

Perché al mondo ci sono i poveri e gli oppressi? Perché chi governa è sempre un traditore e un assassino? Perché il progresso scientifico è sempre e solo distorto ai fini dell’aggressione o del consumo? Io posso solo fare del mio meglio nel mio dojo/famiglia allargata, come hanno da sempre fatto gli uomini di buona volontà. Dedichiamoci a vivere le buone cose che predichiamo; a criticare tutto e tutti sono capaci tutti. A costruire decisamente no.  Come ve la cavate nel conflitto vero che ci circonda ovunque tutti i sacrosanti giorni dell’anno? Perché se siete capaci di mettere KO Mohammed Ali non me ne cale un fico, mentre se riuscite a gestire armonicamente la vostra microcomunità, allora il vostro allenamento in Aikido ha uno senso e avete tutto il mio rispetto.

Note:
(1) http://members.aikidojournal.com/public/interview-with-kenji-tomiki-2/

(2) http://aikidoitalia.com/2011/09/23/laikido-e-unarte-marziale/

La foto di inizio post – la migliore foto profilo di Facebook della storia – viene pubblicata per gentile concessione di Antonio Vassallo

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I Fondamenti: Nella Danza dell’Universo

Il non-fine della pratica: apprendere, migliorare, amare sé e il mondo

Aikido Italia Network propone la seconda parte della dissertazione del Maestro Renato Visentini sui valori più profondi dell’Aikido. Come sabbia in un setaccio, filtrare le passioni e imparare a sentire la vita per quello che è, semplicemente. Non solo per principianti! Buona lettura

di RENATO VISENTINI

L’Aikido che si vede praticare sul tatami è soltanto un aspetto esteriore e rappresenta la minima parte di quest’Arte, una specie di immagine riflessa della sua reale portata. Quest’immagine può essere definita un insieme di tecniche, che il Maestro Morihei Ueshiba, a partire dagli anni intorno al 1930, ha elaborato dalla sua profonda conoscenza delle antiche Arti Marziali Giapponesi. Nonostante la pratica possa avvenire in alcuni stili principalmente con il solo uso del corpo, senza le armi tradizionali, in realtà l’uso della spada (ken), del bastone (jo) e del coltello (tanto) è altrettanto importante.
Le tecniche, anche se effettuate senza l’uso di armi, rispecchiano minuziosamente l’atteggiamento del corpo tramandato dalle antiche scuole di scherma e un occhio esperto può facilmente riconoscere l’impostazione delle mani, dei piedi e la postura eretta del busto.
Il Praticante, quando non usa la spada, dovrebbe eseguire le tecniche come se fra le mani ne avesse realmente una con cui colpire, in senso figurato, il proprio avversario.
Da un certo grado di preparazione in avanti, in Aikido diventa una regola fondamentale di postura eseguire le tecniche, quando si è a mani nude, come se si avesse in mano una spada e, viceversa, pensare di non avere una spada fra le mani quando la si sta realmente usando, in modo da non essere mai vincolati fisicamente ad una spada.
Con questo principio fondamentale si impara a mantenere il corpo in armonia (Ai), nella postura corretta (Hito Emi), alla giusta distanza dall’avversario (Mai Ai) e soprattutto a non restare inutilmente aggrappati alla spada o a qualsiasi altra arma, per lasciar fluire naturalmente la propria energia.
L’uso delle armi permette inoltre di realizzare che non si deve dipendere mentalmente da una spada o da un bastone.
Si potrà anche osservare che alcune forme di attacco presenti in Aikido sono molto simili a quelle praticate nel Kendo, e il modo di assorbire la forza dell’avversario a proprio vantaggio in tutte le tecniche di Aikido ha qualcosa della sottile cedevolezza, ovvero la caratteristica non resistenza, tipica del Judo.
E’ bene ricordare che queste similitudini sono soltanto apparenti, perchè non è possibile spiegare l’Aikido in termini di Kendo e Judo. L’Aikido è un mondo a se stante, pervaso da uno spirito illuminato di arte e filosofia che va ricercato nella sua vera radice. L’essenza della tecnica pura è l’uso corretto della spada, del bastone e del coltello: la Via (Do) che propone l’Aikido inizia a manifestarsi con l’acquisizione di una profonda conoscenza di base nell’uso delle armi, cosa che nel Judo non avviene, per poi praticare anche con il corpo soltanto, forma di pratica che nel Kendo non esiste.
Con questa conoscenza, il Praticante è mentalmente e fisicamente preparato a sostenere l’attacco di uno o più avversari, con spirito sincero, privo di competizione e alla ricerca di un’armonia che, dal proprio centro vitale, abbraccia l’Universo.
In questa ricerca di armonia, il Praticante, preparato a ricevere un attacco, ha imparato a convogliare il proprio flusso di energia con quello dell’avversario e, in base al grado di esperienza raggiunto, potrà scegliere una tecnica da portare a termine nel modo che riterrà più opportuno.

Lo scopo della tecnica è creare unione con l’avversario, non ucciderlo

In Aikido già solo evitare un attacco, spostando il corpo, è una tecnica, per cui l’avversario potrà essere reso inoffensivo a vari livelli, dal più indolore all’immobilizzazione definitiva in leva. Nelle altre arti marziali, specialmente nel Karate, la tecnica ha come scopo l’eliminazione fisica dell’avversario: in Aikido ciò non è necessario perché lo scopo della tecnica è creare unione con l’avversario e non ucciderlo.
Nell’Aikido non si può instaurare nessuna forma di competizione, né tanto meno può esistere il classico duello in cui viene raccolta né gettata la sfida a combattere con le armi, con conseguenze che potrebbero rivelarsi poi estremamente pericolose.
In un’altra ottica, l’istituzione di gare comporterebbe l’individuazione di un insieme di regole che porterebbe inevitabilmente a limitare lo studio della pratica delle tecniche, ponendo dei grossi ostacoli nella comprensione del più profondo significato dell’Aikido.
Stabilito, quindi, che in Aikido non può trovare spazio la violenza insita nella sfida, lontano dalla febbre della competizione, i progressi che il Praticante ottiene lungo la Via della conoscenza arricchiscono la sua vita di una gioia interiore e di un sentimento di fratellanza nei confronti dei propri simili perchè si smorza ogni giorno il richiamo del giudice, dell’arbitro e dello sfidante che ha già innati dentro di sè.
Questo avviene soltanto se la pratica è effettuata costantemente, e con la predisposizione dello spirito a ripetere costantemente le tecniche per scoprire il loro vero significato.
Lo sviluppo della mente e del proprio centro vitale è legato all’azione continua e alla sensazione che i movimenti sono regolati da un’armonia universale, attraverso la pratica delle tecniche si percepisce che l’Aikido è una cosa viva, fluida, piena di energia positiva da riversare in qualsiasi situazione.
Il punto di partenza di importanza fondamentale è l’ambiente del dojo in cui ci si predispone ad una corretta pratica. A differenza di altre arti marziali, che hanno sfrondato di molto le tradizioni, l’Aikido ha la ritualità tipica delle antiche scuole dei Samurai. Il rispetto profondo dell’ambiente in cui si pratica e la gestualità marziale affondano le loro origini nella raffinata tradizione delle antiche famiglie nobili giapponesi e nella spiritualità tipica della cultura orientale. La ritualità è l’immagine del pensiero della filosofia Zen e rappresenta la metafora del raggiungimento di un fine.
Il significato di questa metafora non coincide assolutamente con il fine né tantomeno con il raggiungimento di quest’ultimo. Bisogna ricordare che l’assenza di uno scopo è proprio quanto si propongono sia la filosofia Zen sia l’essenza più intima delle arti marziali.
Non vi è scopo nell’Aikido. La pratica è fine a se stessa, nel significato di apprendere, migliorare e amare sé e il mondo: non si deve restare fermi con la mente al momento in cui si apprende una tecnica, in quanto questa è soltanto uno strumento di conoscenza.

Il momento Aiki, unico e irripetibile

La tecnica nell’Aikido nasce e muore nell’istante in cui è effettuata, bisogna essere consapevoli che si tratta di un contatto unico, irripetibile, che si manifesta soltanto nell’istante in cui il Praticante incontra l’avversario. Nella pratica si ripeteranno migliaia di volte le tecniche, ma nessuna sarà uguale ad un’altra perchè ogni momento è di per sè unico.
Il concetto sarebbe molto più chiaro se stessimo combattendo veramente per salvare la nostra vita, in un duello vero la tecnica deve essere necessariamente efficace e definitiva perchè l’avversario potrebbe non concederci una seconda possibilità per sopravvivere.
In termini Zen, la tecnica nell’Aikido esiste solo qui e ora e mai più e in nessun altro luogo potrà essere ripetuta in modo perfettamente identico.
Nel dojo, la ripetizione continua delle tecniche sprigiona un’energia inesauribile e accresce un silenzio interiore, arricchisce di forza vitale e rinnova un continuo desiderio di proseguire sulla Via.
Sebbene Ueshiba ci abbia tramandato un numero apparentemente limitato di tecniche, la ricchezza di sfumature che ogni Praticante può portare estende il panorama delle varianti praticamente all’infinito.
Mi piace pensare, per analogia alla vastità di questo panorama, che la pratica continua sia simile alla sabbia che passa attraverso un setaccio dalle maglie finissime attraverso il quale, lentamente, la parte più fine si separa dai componenti più grossolani. Così la pratica costante allontana la parte più materiale dei nostri sensi, lasciando filtrare l’aspetto più spirituale della nostra essenza.
Volendo fare un accostamento alla nostra cultura occidentale, la ripetizione continua degli stessi movimenti conduce all’armonia pura equivalente alla distillazione alchemica dell’acqua. Nella tradizione esoterica, infatti, domina l’immagine dell’alchimista che, figurativamente, distillando nel suo alambicco mille volte la stessa goccia d’acqua, in realtà distilla la propria anima verso il sublime e verso la conoscenza perfetta dell’equilibrio che esiste fra sé e l’universo.
Quindi, in questa effettiva ricerca interiore, le tecniche di immobilizzazione e di proiezione dell’avversario sul tatami sono in realtà rivolte alla conquista di una conoscenza delle proprie passioni. Vinta la passione, essa cessa di tormentare l’anima in cui si dibatte e lascia affiorare un nuovo modo di concepire l’arte marziale, sublimando così un nuovo Aikido personale. Possiamo riconoscere questo lavoro interiore attraverso lo stile personale che contraddistingue i grandi Maestri.
Per ribadire questo concetto, Suzuki, nella sua opera “Saggi sul Buddhismo Zen”, descrive con bellissime parole l’estinguersi del desiderio di competizione dicendo che l’anima si acquieta quando “ il forte vento del desiderio cessa di alimentare la fiamma delle nostre passioni”.
Come è già stato detto, nell’Aikido non esiste competizione agonistica, non può esistere perché non c’è un antagonista contro cui lottare. Dove non c’è nemico non c’è disputa, non vi sono né vinti né vincitori.
Ritengo che sia molto importante trarre profonda soddisfazione dalla pratica delle tecniche più che dalla loro pura applicazione fisica. I movimenti delle tecniche hanno la stessa delicatezza con cui si spostano dolcemente le nuvole nel cielo e la loro ripetizione ricorda l’incessante ricomporsi delle dune con la sabbia nel deserto. Come il vento è la forza che fa spostare le nuvole nel cielo e la sabbia nel deserto così la nostra volontà è il mezzo con cui spostiamo la nostra attenzione verso un mondo ricco di spiritualità.
Solo una mente pura può cogliere, nella danza dell’Universo, l’armonia perfetta creata dal movimento.

Copyright Renato Visentini © 2011
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