Dei Gonnelloni di Morihei e Altre Quisquillie

“Chi aggredisce in preda all’ira può essere placato con un sorriso. Questa è la vera via dell’Aiki”

C’è una grossa confusione in giro rispetto alla pedagogia di base del rapporto interattivo fra tori e uke nella pratica dell’Aikido. Premettendo che ognuno nel suo dojo insegna e pratica come desidera, troviamo però fuorviante una cosa: l’andare a giustificare le proprie scelte didattiche con le parole del Fondatore e dei suoi discepoli diretti, specialmente quando parrebbe che nessuno di loro le abbia mai dette…

di SIMONE CHIERCHINI

Ho appena riletto un’intervista ad uno degli shihan più famosi della nouvelle vague dell’Aikikai Hombu Dojo, Yoshiaki Yokota, che il maestro ha rilasciato nel corso di un suo recentissimo seminario svoltosi a Roma e organizzato dall’Associazione Aiko. Nell’intervista vi sono numerose cose interessanti e pienamente condivisibili, ma alla fine il mio occhio si è incastrato su un’affermazione che non mi quadra. Leggetela anche voi:

L’Aikido è il Budo dell’amore, non è vero che solo chi proietta è bravo oppure bello, anche chi viene proiettato può essere molto bello ed elegante. Armonia. Per iniziare è importante l’impostazione, la posizione, il movimento, la base della tecnica, ma ancora più importante è far capire cosa c’è dietro questa pratica: pace, amore, armonia che fanno sì che non sembri un combattimento. Infatti l’Aikido non è combattimento ma è Budo. Budo dell’amore. Uke e Tori si aiutano entrambi altrimenti non c’è armonia.” (1)

Questa affermazione mi ha riportato alla memoria più o meno le stesse parole che ho sentito pronunciare tante volte dal vivo da uno dei miei maestri, una persona cui ho voluto molto bene – Yoji Fujimoto sensei – durante i miei cinque anni trascorsi al suo fianco presso l’Aikikai Milano. Il maestro le ha lasciate ai posteri, fissate in una sua videointervista concessa durante il Winter Course 2009 dell’ACSA a Neuchatel (Svizzera). Tra i minuti 1’19 e 2’20 dell’intervista, sollecitato dall’intervistatrice a spiegare quale sia secondo lui l’essenza dell’Aikido, il maestro risponde:

O’Sensei ha lasciato un sistema di Aikido in cui ci sono sempre tori e uke. Questo è un fatto pieno di significato, prima di tutto perché tramite uke ci consente di imparare a fare le tecniche, e poi perché facendo uke bisogna accettare quello che fa chi fa la tecnica. O’Sensei ha lasciato questo sistema di Aikido per togliere del tutto l’egoismo, cosa questa molto difficile: per eliminare l’Io. Secondo me questa è la cosa più importante e più difficile dell’Aikido, togliere l’egoismo; accettare il partner“.

Tutto è questione di obiettivi e ovviamente ognuno è liberissimo di insegnare e praticare nel modo che preferisce. Nel proprio dojo l’insegnante è re, e gli allievi scelgono con altrettanta libertà e responsabilità il proprio maestro, per cui quello che si pratica durante le lezioni e come lo si pratica rimane esclusivamente parte del contratto non scritto fra maestro e allievo. Tuttavia, scegliere di seguire una certa pedagogia e farlo in virtù di un’aderenza ad una certa idea didattica, e poi attribuire quell’idea didattica a terzi è per me fonte di sospetto, specie quando il tutto non è corroborato dalle fonti. E l’attribuzione dell’equazione tori/uke a O’Sensei è quanto meno fuorviante, se non falsa del tutto.

O'Sensei pratica nella natura di Iwama

O’Sensei pratica nella natura di Iwama

Andiamo a leggere le fonti, come si fa in qualsiasi ricerca storica, altrimenti possiamo discutere di tutto e del suo contrario senza neppure sapere di cosa stiamo parlando. Per quanto io mi sia dato da fare, né studiando il materiale cartaceo a mia disposizione, né a seguito di esaustiva ricerca delle informazioni presenti sul web, sono riuscito a trovare una sola citazione che autorizzi a dire che O’Sensei ci ha lasciato un Aikido in cui tori e uke collaborano per combattere l’egoismo, e che l’armonia si raggiunge attraverso l’accettazione da parte di uke di quello che fa tori. Sono ovviamente prontissimo a correggere il tiro e fare ammenda se mi verranno offerte fonti che provano il contrario, ma – allo stato dei fatti – a me pare che non ci sia dubbio alcuno che né Morihei Ueshiba, né i suoi più autorevoli allievi ci abbiano davvero lasciato l’insegnamento scritto secondo il quale l’Aikido è una forma di collaborazione fra tori e uke, nella quale il secondo accetta ciò che fa il primo.

Alcuni significativi esempi del contrario.

“L’Aiki è di per se stesso espressione di verità. E’ la Via per unire gli esseri umani e riconciliare a noi con l’amore coloro che volessero attaccarci. Chi aggredisce in preda all’ira può essere placato con un sorriso. Questa è la vera via dell’Aiki”.
Morihei Ueshiba (2)

L’armonia e la riconciliazione, a sentire il Fondatore, vanno trovate con chi vuole attaccarci, aggredendoci in preda all’ira. A loro si deve rispondere con amore e sorridendo, non sono loro che ci amano e sorridono! Così funziona il mondo delle relazioni umane, la natura, ciò che ci circonda e sperimentiamo quotidianamente. E’ un mondo difficile, ostile, ove se si vuole il sorriso, bisogna conquistarlo sorridendo per primi, sempre che funzioni.

Cosa dice il secondo Doshu, spesso tacciato di avere annacquato le radici dell’Aikido? Più o meno le stesse cose del padre:

“E’ necessario essere forti: qualunque male arrivi, dobbiamo essere sufficientemente forti da spazzarlo via e proteggere la giustizia”.
Kisshomaru Ueshiba (3)

A prescindere da cosa ci succeda, non fa niente quanto male ci arrivi addosso, dobbiamo non solo sopportarlo, ma eliminarlo. Sembra difficile poter imparare a sopportare qualsiasi livello di fastidio, anche il minore, utilizzando una disciplina in cui l’altro ci lascia fare quello che vogliamo, collaborando attivamente con la nostra proposta, sforzandosi anzi di accettarla. In che modo l’Aikido dovrebbe rafforzare il carattere e darci la forza di reggere davanti alle sventure della vita e spazzarle via?

Un altro punto di osservazione:

Io pratico il Soto Zen (…). Il Soto Zen non persegue l’obiettivo del Satori, dell’illuminazione… è semplicemente sedersi (…). Essere chiaro e limpido come uno specchio che riflette tutti gli aspetti del mondo senza cercare di trattenere niente né tentare di vederli differenti da quello che sono. Più lo specchio è puro, meno esiste attaccamento (…). Quando lo specchio non è perfettamente limpido, trasforma il mondo che riflette. Allo stesso modo nel nostro spirito, la minima traccia di Ego si attacca al mondo e cerca di impadronirsene e fissarlo. Io cerco di praticare Aikido senza attaccamento, come uno specchio (…). Naturalmente se esiste uno specchio da pulire, noi dobbiamo praticare l’Aikido in questo senso, aiutandoci l’un l’altro con questo obiettivo.”
Kisaburo Osawa (4)

Quando attacco, come quando ricevo, non collaboro né ostacolo, semplicemente sono: in questo senso in Aikido ci aiutiamo l’uno l’altro con un comune obiettivo, attaccando sinceramente in funzione di uke, e agendo sinceramente in relazione a quell’attacco puro in funzione di tori. Pensare di dover accettare quello che fa un altro e sforzarsi di amalgamarsi sono forme di attaccamento e, aggiungiamo noi, della peggiore specie: quando praticate abbastanza a lungo, causano guasti interiori più gravi di egoismo e individualismo, perché producono fenomeni caratterizzati da palese complesso di inferiorità e sudditanza psicologica. Producono, pertanto, un terreno di coltura fertilissimo per la formazione e lo sviluppo di organizzazioni piramidali, basate sull’acritica accettazione del dettato dell’anziano (che nella pratica ricopre sempre e solo il ruolo di tori).

"Armonizzarsi con chi si sta già sforzando di armonizzarsi con noi, non sembra proprio essere una particolarmente gloriosa conquista"

“Armonizzarsi con chi si sta già sforzando di armonizzarsi con noi, non sembra proprio essere una particolarmente gloriosa conquista”

“Molte scuole di aikido insegnano per prima cosa il kinonagare, o le tecniche praticate con il flusso del ki. In questo tipo di allenamento, le tecniche sono insegnate da una partenza in movimento, evitando del tutto la pratica base in cui si permette all’avversario di afferrarci con forza. Questo tipo di pratica pre-confezionata è accompagnata da successo solo quando entrambi i partner collaborano pienamente. I problemi cominciano a sorgere, tuttavia, quando gli allievi abituati solo a questo tipo di pratica vengono confrontati da qualcuno che si oppone loro con forza e senza collaborare. Allenarsi solo in kinonagare lascia una persona del tutto impreparata davanti alla potenza e alla ferocia di un vero attacco”.
Morihiro Saito (5)

Se questo non fosse un problema – e magari per alcuni non lo è, perché è sufficiente allenarsi sempre e solo in un ambiente in cui tutti seguono lo stesso sistema di Aikido in kinonagare con uke collaborativo – come la mettiamo con il supposto utilizzo della nostra arte per creare armonia? Il buco logico è clamoroso: armonizzarsi con chi si sta già sforzando di armonizzarsi con noi, non sembra proprio essere una particolarmente gloriosa conquista. Se questa è la pietra filosofale dell’Aikido, si capisce benissimo perché nei suoi pochi decenni di esistenza la disciplina ha prodotto tonnellate di piombo e ben poco oro: se l’Aikido è la via dell’armonia, infatti, dovrebbe esserlo insegnando ad armonizzarsi con chi è disarmonico, con quelli a cui dell’armonia non interessa nulla, gente di cui il mondo è pieno. Oppure il messaggio dell’Aikido va interpretato nel senso che dobbiamo diffondere l’Aikido e farlo fare per forza a tutti gli abitanti del mondo, che piaccia loro o meno, per far diventare armonici tutti i “cattivi” grazie alla pratica collaborativa tori/uke? Non credo che il Fondatore si riferisse a questo quando parlava di trasformare il mondo in una grande famiglia… Inoltre, che cosa ce ne facciamo di chi non volesse “convertirsi” e prendere parte a questo mondo di pace universale basato sul fare Aikido? Li sterminiamo perché non sono armonici?

Andiamo avanti con altri spunti di riflessione.

In ogni arte, marziale o culturale, la libera espressione dell’individuo è bloccata dal proprio io. Nella Via della Spada la padronanza da parte dell’allievo della posizione e della forma deve essere così completa da non lasciare aperture (suki) che permettano all’avversario di entrare. Se si crea un’apertura, questa è creata dal proprio ego.  Si diventa vulnerabili quando ci si ferma a pensare alla vittoria, alla sconfitta, alla tattica, quando si tenta di impressionare un avversario o lo si disprezza. Quando la mente si ferma, anche solo per un istante, il corpo si gela ed il movimento libero e fluido diviene impossibile”.
Taitetsu Unno (6)

Come si fa ad arrivare alla perfetta padronanza della forma senza il contraddittorio del padre/uke che mostra dove sono i suki nei movimenti del figlio/tori ? Quando si arriverà mai ad avvicinarsi ad uno stato di controllo delle emozioni e libertà di espressione dell’io se si pratica in un ambiente controllato, con partner cieco e benevolente? Che cosa ne sarà mai di quella supposta fluida imperturbabilità, frutto di una pratica basata su movimenti telecomandati di andata e ritorno, una volta che il partner ci vede bene ma non ci vuole bene? L’Aikido in cui si diventa esperti in una serie di movenze pseudo-marziali, in cui l’avversario ci risponde sempre “Yes, Sir!” qualsiasi cosa facciamo, è la perfetta illusione e crea relative psicosi, delirio di onnipotenza, perdita di senso della realtà e spesso anche atteggiamenti sadici verso l’imbelle compagno di pratica.

Morihei Ueshiba siede al tavolo del desinare con i suoi uchideshi

Morihei Ueshiba siede al tavolo del desinare con i suoi uchideshi

“E’ ovvio che la trasmissione diretta da maestro a discepolo – che è la relazione tradizionale, identica nella sua essenza a quella dei genitori con i propri figli – è la migliore. Nel mondo moderno tale rapporto è disgraziatamente diventato praticamente impossibile. (…) Non si deve dimenticare che il vero insegnamento avviene per trasmissione diretta, e che ci si deve sforzare di non minare questo legame e di rispettarne lo spirito”.
“Bisogna correggere i difetti tecnici e spirituali degli allievi come se fossero vostri figli, come se loro fossero voi stessi, aiutarli ad avanzare nella direzione giusta consacrando corpo e anima”.
Nobuyoshi Tamura (7)

In un’era in cui il rapporto genitori/figli è diventato simile a quello che si instaura fra coetanei, con tutte le devastanti conseguenze del caso, probabilmente è questo il motivo per cui il “padre sul tatami“, cioè uke, sente la necessità di dover vezzeggiare suo figlio, facendogli fare quello che vuole, senza dire NO! quando sbaglia. D’altronde in una società come la nostra, in cui i confini tra il bene e il male, il giusto e lo sbagliato si sono talmente appannati che esiste una visione etica totalmente individuale di cosa sia morale e cosa non lo sia, chi vuole prendersi la responsabilità di educare i propri figli naturali? Figuriamoci poi quelli di tatami… Il postulato di questo atteggiamento, ovviamente, è che nessuno deve poi osare correggere noi, e tanti saluti al percorso ascetico di miglioramento individuale e alla vera ricerca dell’armonia universale, basata sul lavoro interiore di ciascuno. Tutto finisce per diventare totalmente relativo a quello che ci fa comodo, ossia l’antitesi del processo alchemico di purificazione che dovrebbe essere lo scopo dell’Aikido. L’Aikido è alla fine diventato Zumba senza musica e con meccaniche pseudomarziali, solo che la Zumba è più divertente, perché si balla a tempo di musica e ci si muove liberamente, senza qualcuno che rompe le scatole ai praticanti con propositi filosofeggianti di bassa lega: prova è che lo Zumba ha migliaia di praticanti, mentre l’Aikido lo fanno solamente quattro gatti.

Quello che dicono Morihei Ueshiba e i suoi più diretti allievi potrebbe anche non contare assolutamente niente, su questo siamo d’accordo. Ognuno è libero di usare quello che trova nel modo che crede, è il postulato scientifico della sperimentazione e scoperta, utilizzato in prima persona da Morihei Ueshiba medesimo nei confronti di quello che ha imparato nel Daito Ryu e scoperto nella religione Omoto Kyo. Tuttavia, non c’è una citazione del Daito Ryu o diOmoto Kyo, o del nome di Takeda Sokaku, o di Deguchi Onisaburo nei discorsi filosofici o tecnici del Fondatore. Quello che lui dice di fare, lo dice a suo nome, se lo ascrive a suo titolo, senza coprirsi con il nome dei suoi predecessori, anche se sono personaggi di altissima levatura nel loro campo.

Una volta che si decide di fare Aikido allontanandosi dai postulati fondamentali dei suoi creatori – cosa, ripeto, accettabilissima – forse sarebbe più coerente evitare di citarli a vanvera, abitudine diffusissima. La vogliamo piantare di usare il gonnellone della hakama di Morihei per dare manto di ufficialità e prestigio a quello di cui eventualmente dovremmo personalmente menar vanto o assumerci le nostre responsabilità?

Si vuole trasformare l’Aikido in un’arte relazionale, in una psicomotricità psudo-marziale? Benissimo, fate pure, ma lasciate perdere il Fondatore, perché è stato suo figlio Kisshomaru a dire che:

Il Fondatore sulla cima della montagna sacra, Atago san

Il Fondatore sulla cima della montagna sacra, Atago san

“L’Aikido aspira a mantenere l’integrità del Budo e a trasmettere lo spirito delle arti marziali tradizionali, rimanendo fedele al primo principio del Budo, come enunciato dal Maestro Ueshiba: il costante allenamento della mente e del corpo come disciplina di base per coloro che intendono seguire un cammino spirituale. Nella tradizione del Budo, la stretta aderenza agli ideali del Fondatore e l’impegno sulla Via hanno la precedenza su ogni altra considerazione”.

NOTE

(1) Yoshiaki Yokota, in Intervista con con Yokota Yoshiaki Sensei 7th Dan Aikikai, realizzata nel corso del suo seminario romano del 2013 e pubblicata sul sito web dell’Associazione Aiko.
(2) Morihei Ueshiba, in Kisshomaru Ueshiba, Aikido, Edizioni Mediterranee, pag. 15
(3) Kisshomaru Ueshiba, Aikido, Edizioni Mediterranee, pag. 15
(4) Kisaburo Osawa, in Nobuyoshi Tamura, Aikido – Etichetta e Disciplina, Edizioni Mediterranee, pag. 7
(5) Morihiro Saito, in Takemusu Aikido Vol. I, Aiki News, pag. 71
(6) Taitetsu Unno, in Kisshomaru Ueshiba, Lo Spirito dell’Aikido, Edizioni Mediterranee, pag. 10
(7) Nobuyoshi Tamura, Aikido – Etichetta e Disciplina, Edizioni Mediterranee, pag. 24/25 & pag.14
(8) Kisshomaru Ueshiba, in Lo Spirito dell’Aikido, Edizioni Mediterranee, pag 19

Copyright Simone Chierchini ©2013 Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/

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Domande e Risposte Con Ellis Amdur

Ellis Amdur affronta alcuni temi spinosi senza peli sulla lingua

Secondo Ellis Amdur, uno dei maggiori specialisti contemporanei di discipline marziali asiatiche, le arti marziali non sono niente di speciale: sono – nelle sue parole – “un tipo di apprendimento specializzato in grado di arricchire la propria vita. Un hobby, in altre parole”. Tuttavia il particolare contesto in cui si svolge l’Aikido e il pubblico cui si rivolge, spesso ne fanno il ritrovo ideale per carnefici e vittime designate

di PAUL SCHWEER

Ellis Amdur ha studiato le tradizioni marziali asiatiche fin dalla fine del 1960, e ha dedicato tredici anni di studio in Giappone. E’ un riconosciuto esperto nelle tradizioni marziali giapponesi classiche e moderne , ed è autore di tre famosi libri sull’Aikido. Questo suo impegno ha una diretta influenza nei suoi workshop di formazione e consulenza che offre attraverso Edgework. Ellis Amdur è un istruttore qualificato in due koryu (tradizioni marziali classiche giapponesi), Araki-ryu-Torite Kogusoku e Toda-ha Buko-ryu.

SCHWEER:
Nel tuo libro, Dueling With O’sensei: Grappling with the Myth of the Warrior Sage, hai parlato in modo disincantato di quello che può andare storto nelle arti marziali. Come si possono riconoscere ed evitare gli ambienti di allenamento negativi?

AMDUR:
Nell’ambiente del dojo non ci dovrebbe essere assolutamente alcuna abrogazione di qualsiasi diritto legale o umano, e un insegnante che fa del male deliberatamente ad uno studente sta commettendo un’aggressione, anzi, peggio, un’aggressione con percosse. Si tratta di un crimine, puro e semplice.
Un compagno praticante di arti marziali che cerca deliberatamente di farvi del male sta commettendo un crimine, punto e basta.
Un insegnante che cerca di portarsi a letto tua moglie, tuo marito o tua figlia/o, è, nella migliore delle ipotesi, uno squallido essere umano. Ogni tentativo di presentare questo fatto all’interno di un’ottica di insegnamento è una fesseria.
Come si fa a sapere se un ambiente è potenzialmente portatore di abuso?
Mi rendo conto che questo può essere difficile, soprattutto in un ambiente ove si pratica duramente. Il vostro insegnante vi colpisce: era un abuso o un avvertimento circa un apertura? Tuttavia:
1. Leggete The Gift of Fear, di Gavin De Becker – se avete l’impressione che qualcosa sia sbagliata, è sbagliata.

Se avete l'impressione che ci sia qualcosa che non va nel vostro dojo, non va!

2. Chiedete a voi stessi che cosa vi siete proposti di imparare: in che modo un braccio rotto o un matrimonio fallito vi faranno avanzare lungo il vostro percorso? Come può del sesso estratto con coercizione condurre a più integrità? Questo è importante, perché lo si potrebbe vedere come uno “scambio” per ottenere da parte dell’insegnante maggiori conoscenze sul tatami. La questione non deve, e non dovrebbe mai essere, di sola acquisizione di potere; è il raggiungimento dell’integrità personale. Una persona che scambia il proprio senso di orgoglio, autostima e dignità per la possibilità di tirare un colpo di spada migliore, non ha guadagnato assolutamente nulla.
3. Non deificate l’insegnante o l’arte: quello che pensate sia così esclusivamente speciale, si trova in realtà ovunque. Ci sono un tanti posti dove si può imparare ottimamente le arti marziali. Magari non il particolare sistema o ryu che voi avete iniziato, ma almeno uno in cui non dovrete andare a lezione provando un senso di nausea da adrenalina, tremando di paura, o dovendo poi avere a che fare con postumi da rabbia.
4. Usate il buon senso, le attività ordinarie come pietra di paragone. Le lezioni di musica. Una sessione di fitness. Un ordinario apprendimento di qualsiasi tipo. Se non è necessario compiere atti sessuali per imparare a suonare Bach o giocare a pallavolo, perché si dovrebbe in karate o aikido? Se è offensivo quando un vicino di casa ci prova con vostra moglie ad una festa, perché non dovrebbe esserlo in un dojo? Se vi viene offerto un rapporto con qualcuno che mantiene una distanza gerarchica basata su potere, status, controllo o possesso di conoscenze che non potranno diventare vostre se non vi sottomettete, e se si è attratti da questo, sarete sempre e invariabilmente in errore, perché è una forma di scambio mercantile, altrimenti noto come prostituire se stessi: quindi, un compromesso di integrità. Chiedetevi perché scegliereste una perdita di dignità o integrità per niente.
5. Scopo limitato: con l’eccezione di quelli che sono in un vero ambiente militare – dove si sta cercando di prendere esseri umani civilizzati e infondergli la capacità di uccidere su ordine come parte di un gruppo – nell’allenamento non vi è necessità di alcuna rottura della personalità. Sfida ai preconcetti e alle limitazioni? Sì. Fare tabula rasa? No.
Quello che sto cercando di dire è che le arti marziali non sono niente di speciale. Sono un tipo di apprendimento specializzato in grado di arricchire la propria vita. Un hobby, in altre parole. Così come non si dovrebbe essere violati fisicamente se si collezionano francobolli, lo stesso vale per un dojo. E’ ovvio che possono capitare infortuni. Tuttavia, se sto imparando a sciare, e il mio istruttore deliberatamente cerca di mandarmi giù da un pendio al di là delle mie capacità, questo è criminale. Se lui (o lei) è più preoccupato a cercare di portrmi a letto che a insegnarmi quello per cui lo pago, quella persona è una fogna umana.

SCHWEER:
Il consiglio di fidarsi delle proprie paure, nel contesto del considerare come si possa riconoscere e sfuggire ad un ambiente di allenamento violento, sembra agrodolce. Non è giusto dire che è la ricerca di una maggiore confidenza, o persino di una capacità di agire su sé stessi a portare molti alla dojo?
Inoltre mi chiedo se le arti marziali sono, come sembrerebbe ricavarsi dalla vostra opinione, semplicemente un altro hobby. E’ vero, la maggior parte delle persone non sembra perdersi nella magia e nei misteri del fiteness serale. Ma poi, di nuovo, il mondo dello sport non è certamente privo di comportamenti basati su sfruttamento e abuso. Quello che continua a infastidirmi però, la differenza che mi colpisce, è quella fra le aspettative dei praticanti. Le persone che vengono a fare Aikido sono predisposte e pronte, a cause delle loro motivazioni, ad essere sfruttate?
La gente studia Bach per fini personali oggi? La filatelia è una ricerca spirituale? La via della neve, lo sci, è un percorso o una destinazione? Probabilmente no. Ma in alcuni casi, probabilmente, sì. E mi aspetto che quei pochi si trovino ad affrontare le stesse cadute nei trabocchetti, a dover a volte inghiottire le stesse sensazioni di quelli che sono innamorati dell’amabile Aikido.

Aiki-torta: terreno fertile per mistificazioni e illusioni

AMDUR:
La maggior parte delle tradizioni spirituali sono, in qualche modo, d’evasione, nel senso che la paura è considerata come una nociva illusione che va cancellata dalla serenità. Secondo il mio non-illuminato parere, siamo nati come esseri umani, e quindi nulla di umano deve essere cancellato da noi. Tutto ciò che è umano porta conoscenza/informazione. Il problema è come agire su questa conoscenza. Pertanto, la paura, per quanto orribilmente ci si possa sentire, è un insegnante. Vecchio proverbio spagnolo: L’unica differenza tra un uomo coraggioso e un codardo è la direzione in cui stanno correndo. Quindi: si spera, attraverso l’allenamento, di imparare a padroneggiare la paura che impedisce di agire; si spera, attraverso l’allenamento di poter usare la paura come insegnante.
Il mio uso della parola “hobby”, non è paternalistico o sminuente. Si tratta di un tentativo di riportare le cose a una giusta proporzione. Vi sono attività basate sulla sopravvivenza (agricoltura), in opposizione ad attività che arricchiscono (giardinaggio). Quando abbiamo realizzato la sopravvivenza, abbiamo il lusso di prosperare ed arricchire noi stessi come esseri umani. Io me la prendo con la pretenziosità che molti (e tra questi anche io, in passato) hanno mostrato, strombazzando in giro sulla “via” marziale. Ingigantimento, deificazione, mistificazione – tutto ciò crea un terreno fertile su cui abuso e illusioni crescono a perfezione.
Può succedere che delle aspettative benigne possano mettere una persona in pericolo? Assolutamente! L’Aikido – pace, amore, unità, musubi, insieme alla mistica dei samurai – attraggono persone con particolari speranze, paure e sogni… e, sì, li rendono particolarmente vulnerabili allo sfruttamento.

SCHWEER:
Cos’altro si vede in coloro che sono attratti dall’Aikido?

AMDUR:
L’Aikido sembra attirarre un gran numero di persone che stanno cercando di vedere qualcos’altro “attraverso” la violenza. Sì, ci sono tante persone che sono dei veri e propri combattenti che non vogliono più esserlo, ci sono altri che vogliono far finta di essere combattenti e utilizzano l’Aikido come il luogo per giocare con le loro fantasie, ci sono molti Aiki-babbei che credono ai miracoli, e migliaia di comuni esseri umani che amano l’arte – ogni concepibile variazione del carattere umano – ma nel nucleo, credo che ci sia qualcosa nei movimenti dell’Aikido, nel modo in cui è strutturata la pratica reciproca con il suo scambio tra uke e tori, che colpisce profondamente molte persone in modo misterioso. E’ un paradosso! Tecnicamente, l’Aikido è abbastanza limitato – e questo è intenzionale – il che costringe le persone a usare modelli di movimento. Questo, per definizione, lo rende un’arte, e le abilità vengono create all’interno di una struttura. Vi è anche una sfida psicologica nel fatto che si sta lavorando al fine della risoluzione dei conflitti, mentre si pratica proiettando gente a terra, o bloccando persone in posizioni dolorose.
Credo che l’Aikido offra a tanta gente la possibilità di sperimentare qualcosa di pulito e puro – una pratica di relazione che contiene tutti gli opposti: insicurezza/confidenza, aggressività/pace, avere/dare, e metaforicamente, almeno, taglia una linea proprio attraverso le opposizioni. Non sto dicendo che la gente possa sempre farlo, e neppure nella maggioranza dei casi. Penso a Yasunori Kuwamori o a Shirata Rinjiro, e mi rendo conto che l’Aikido può essere un veicolo a tal fine. Non per l’illuminazione. Semplicemente una linea chiara attraverso la vita.

Sullo stesso tema:
http://aikidoitalia.com/2011/10/06/violenza-e-narcisismo-sul-tatami/
http://aikidoitalia.com/2011/09/15/la-contraddizione-e-lincoerenza-dellaikido/
http://aikidoitalia.com/2011/09/17/aikido-e-infortuni/

Copyright Ellis Amdur
Traduzione dall’inglese di Simone Chierchini© 2012
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita

Fonte: http://www.shindai.com/articles/amdur

Cos’è Uke e Cos’è Tori?

"1+1=3……uke + tori = NOI"

Cos’è Uke e cos’è Tori? Siamo abituati a considerare questi ruoli come due persone che si confrontano su un piano di dialettica fisica. Si potrebbe ampliare un po’ di più questa idea considerandoli piuttosto come se fossero dei modi di pensare 

di SERGIO CAVAGLIANO

Infatti, se proviamo a non considerare cosa dovrebbero rappresentare, Uke e Tori potrebbero essere luoghi, oggetti, azioni, emozioni, situazioni, ecc. insomma tutto ciò con cui noi possiamo interagire.
In un’altra interpretazione dell’Aikido, Uke non è solo colui che attacca mentre Tori si difende, perché altrimenti i fondamenti dell’amore, dell’unione e dell’armonia indicati dal Fondatore Ueshiba verrebbero meno. Uke non è solo l’antagonista che lavora con Tori, ma tutto ciò che sta dentro e fuori l’idea di Tori. Dentro si deve fare i conti con i pensieri, le idee, la respirazione, le possibilità motorie; mentre fuori si deve interagire con gli altri, gli spazi, le distanze e il tempo.
A cosa servono queste due figure? Uno esiste in funzione dell’altro. Non c’è Aikido senza uno dei due. Sono entrambi un completamento e allo stesso tempo una provocazione.
Entrambi possono occupare degli spazi ma entrambi devono sempre considerare l’altro. Insieme servono per verificare la propria armonia, quella dell’altro e l’armonia globale.
1+1=3……uke + tori = NOI
Uno degli errori più comuni è quello di considerare i ruoli come qualche cosa di separato che cerca di prevaricare sull’altro. In realtà basterebbe cambiare l’ottica per rendere la pratica e gli stessi praticanti, più in armonia, eleganti ed efficaci.
Si potrebbe considerare ad esempio che lo scopo è di unire due energie in una nuova forma, un terzo soggetto che ingloba entrambi, un territorio neutrale nel quale non esistono né vincitori né vinti, dove non c’è più il desiderio di essere migliore del prossimo, dove esistono accettazione e condivisione.
Perché non si pratica l’Aikido da soli? L’essere umano si evolve perché messo a confronto con altre realtà. Da soli non c’è miglioramento perché non si conoscono i propri confini e non si è stimolati ad ampliarli. Per potersi permettere il lusso dell’assenza dell’altro si dovrebbe avere la capacità di vivere l’altro nonostante la sua assenza. Proviamo a fare Uke senza Tori e viceversa, solo allora avremo un’idea più chiara dell’importanza del lavoro condiviso.

"E' meraviglioso sentire due corpi che si fondono in un ritmo"

Una delle difficoltà che si presentano nella pratica è quella di mantenere i ruoli Uke-Tori. Questa difficoltà è una naturale conseguenza che emerge nel momento in cui si scambia i lavoro con il compagno. Fino a quando si devono studiare determinate dinamiche ed entrambi ne sono consapevoli, non ci sono problemi. Le cose cambiano non appena la relazione diventa confronto: il quel momento anche se le personalità non sono annullate, si creano nuove e continue alternanze nelle quali i ruoli si fondono; in altre parole, da dialoghi accademici precostituiti dove entrambi conoscono cosa accadrà, si passa all’arte di interpretare e veicolare gli argomenti. E’ il “Jazz del Movimento” in cui si smette di pensare e di leggere uno spartito e si comincia a vivere la musica, l’armonia delle note che i corpi trasmettono; è lì che si vive l’AI, che si apprezza il vigore del KI e il DO diventa esperienza personale e comunione con il prossimo. E’ una sensazione meravigliosa sentire due o più corpi che si fondono in un ritmo, coinvolti in un unico armonioso movimento nello spazio che li veicola in eleganti forme a spirale su più livelli. Non c’è violenza, nessuna leva, nessuna prevaricazione, solo armonia e serenità di pensiero.
Perché il saluto con i compagni di pratica è così importante? Perché non si può non essere grati a chi, con fiducia, dona tutto sé stesso affinché si possa imparare e crescere insieme. Nessuna etichetta, nessun dovere ma solo un naturale e umano gesto di rispetto e gratitudine. Anche questo semplice gesto evidenzia la profonda umanità che si vive nella pratica dell’Aikido. Ricordatevelo quando vi inchinate!

Su Sergio Cavagliano: http://sentieridelse.blogspot.com/

Copyright Sergio Cavagliano ©2011-12
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita

Aikido: “l’Arte d’Interpretare il Gesto”.

"Uke si pone come Guida, Garante nella pratica dell'Aikido"

Abbiamo ricevuto questo interessante contributo sulla centralità della figura di Uke nell’Aikido, e lo condividiamo con voi con molto piacere, anche perché questo articolo affronta una tematica già trattata su AIkido Italian Network, ma da un punto di vista diverso

di MAURIZIO SABOT 

Uke [受け] è la contrazione di ukeru [受ける] (accettare). Ma cosa vuol dire “accettare” in ukeru?
Ancora una volta la chiave interpretativa per noi (praticanti) stà nel concetto di masakatsu agatsu [正勝 吾勝], “vincere senza nemico”, “vincere su di Sé”, “vincere il proprio Ego”.
Quindi lo Shisei (la disposizione) di Uke si pone come Guida, Garante, Figura centrale nella pratica dell’Aikido (si può azzardare un ruolo, dal punto di vista didattico, ancora più importante di quello di Tori, che è apparentemente centrale e attivo in ogni prassi marziale) ed è proprio quello su cui vorremmo soffermarci a riflettere.
Innanzi tutto Guida perché è grazie alla sua accettazione (messa in armonia) con Tori (allineamento, compassione, adattamento) che Tori impara la “tecnica”, si motiva nella pratica, comunica a sé l’entusiasmo e la giusta disposizione d’animo e comunicandolo a sé lo trasmette indietro ad Uke e al gruppo in generale (interconnessione) della scuola in cui si allena.
Uke come Guida deve sapersi adattare al livello di Tori, al suo stato fisico attuale (salute, malattia, problemi fisici cronici). Uke non può prescindere dalla condizione di Tori, dalla sua anzianità di pratica. Senza incorrere nel rischio di demotivare, avvilire e persino ferire (anche gravemente) il compagno di “studio”. E cosa sarebbe se non una violazione del principio di masakatsu agatsu un attacco portato con violenza o volontà di mettere in difficoltà il proprio Tori?! Oppure restare rigidi come dei legni o cedevoli come un nastro di seta?
Quindi Uke deve anche essere Garante di Tori, della sua incolumità. Ma come si concilia questo ruolo di Garante con l’aspetto marziale dell’Aikido?
La risposta è nel concetto di Controllo. Un buon Uke ha assimilato il controllo della propria tecnica e cioè la capacità di modulare l’intensità dell’attacco in modo che non sia “irreale”, “fasullo” o privo di energia (questo sarebbe disonesto verso Tori, sarebbe un mentire…). Il controllo è una delle capacità più importanti nel Budo (Aikido). Dove per esempio senza controllo non saremmo in grado di bloccare un attacco inutile verso qualcuno che colpisce male e alla distanza sbagliata, volgendoci repentinamente (magari) verso un avversario il cui attacco è più pressante e pericoloso. Oppure più banalmente il controllo è ciò che ci tiene vincolati armonicamente al nostro centro e quindi forti consentendoci di non “esagerare” una tecnica perdendo per esempio stabilità. Il senso di Controllo è quello di Maai [間合い] la giusta “distanza”. Tutti sappiamo che nelle arti marziali “offensive” il colpo più efficace è quello che attraversa Uke. Che entra nel suo centro per andare OLTRE. In Aikido invece c’è Maai il controllo.

"Uke è un soggetto vivo, attivo, stimolante e stimolato"

Ancora una volta tutto questo non vuol dire essere “molli”, “falsi” o accondiscendenti o peggio ancora mezzi addormentati…
Cosa che vale anche per Tori (che non accetta passivamente). Uke così come Tori ha l’obbligo marziale di essere Zanshin [残心], vigile e presente. Per non infliggere o subire traumi o ferite di sorta.
Quindi Uke è un soggetto vivo, attivo, stimolante e stimolato (nella sua lotta contro il sé) che, sinceramente, sa motivare, controllare e garantire la crescita di Tori e la sua stessa. Sente, accetta gli errori dell’altro come parte di sé. E’ capace di  guidarlo ad una crescita spontanea, non avvilente, proficua per entrambi. Uke controlla il proprio Ego, la propria narcisistica inclinazione alla violenza e Tori impara attraverso la tecnica ad “armonizzare il conflitto”: Takemusu [武産].
Il valore del Giusto Ritmo in tutto questo è centrale. Che senso avrebbe attaccare in velocità o con intenti aggressivi un principiante, un allievo anziano o malato, o qualsivoglia compagno di allenamento? E’ questo che conduce ad una efficacia in uno scontro “reale”?
No! Perché lo SCONTRO REALE non deve esistere e nemmeno esiste.
Così come l’efficacia nello Scontro non è un reale problema ma una chimera logico-concettuale.
Questo avviene per effetto di diversi fattori tra cui lo stato fisico/mentale/emotivo di attaccante e vittima; il numero degli attaccanti e il luogo dell’attacco; la tipologia di allenamento di entrambi, il livello di esperienza e maturazione ecc.
Ma più importante ancora: il tempo (epoca storica in cui si verifica l’aggressione) e il contesto sociologico.
I concetti di “Scontro” e di “Efficacia” sono perciò illogici e antistorici dal nostro punto di vista (Aikido).
E’ proprio la NEGAZIONE dello SCONTRO (a livello di prassi e di teoria) che costituisce l’essenza e l’unicità non distruttiva dell’Aikido facendone qualcosa di unico nel suo genere: facendone Arte.
Questo “negare” (più corretto ancora armonizzare-accettando) è l’origine del gesto artistico in generale.
A livello cosmico invece è il motore propulsivo della creazione (si pensi alla “cosmogonia” dove il vissuto scaturisce dallo scambio continuo di forma e non-forma, Yin/Yang, la notte che diventa giorno, il buio che diventa luce originando la visione). L’essenza del reale come puro cambiamento di forma.
La visione dell’Aikido come Arte (Via), però, è giustificabile solo alla luce della problematica di riattivazione e interpretazione delle fonti pragmatiche.
Quando si traduce o studia un testo antico si esaminano delle “parole”. Dobbiamo immaginare la parola come una fonte attraverso cui il dire si manifesta a noi. Il dire è l’universo stesso (il generale) che ci parla attraverso un particolare, come se in quel momento applicassimo la lente della nostra attenzione su un dettaglio soltanto. Ma se la pressione è forte, da un piccolo foro, può scaturire una forza enorme. Questo avviene per molte parole (o concetti) chiave, che usiamo per comprendere il mondo o che usavamo in passato. Ma la parola è costituita da una parte rappresentativa (un segno, una immagine) e da una parte emotiva (intenzione, lo stato emozionale di chi l’ha scritta nel momento in cui l’ha scritta).

Il Fondatore fa da Uke a Fujita Masatake

La stessa cosa avviene per un gesto in generale. In esso (quando ne parliamo, quando lo rendiamo un concetto o lo fissiamo nella parola scritta/orale) c’è implicitamente contenuta una situazione emotiva, una sensazione, una precisa intenzionalità.
Ancora più complessa è l’essenza del gesto artistico. Dove abbiamo mescolate parole, emozioni, vissuti, fisiologia, posturalità etc. in un solo Segno, che oltre l’immagine della fonte, diviene addirittura una cascata colossale di significati.
Per questo spesso nel tradurre, nel trasmettere e nell’interpretare ci si trova di fronte ad un problema banale ma cruciale: l’autore è morto. Questo comporta una disseminazione del suo “sapere”, e della sua prassi.
Un’arte si impara prima di tutto dal gesto e non dalla sola parola. Si sappia e si tenga presente che nella comprensione di qualsiasi sapere pratico, tramandato in lingue complesse come quelle ideografiche (polisemantiche) o come per esempio la filosofia greca, noi possiamo avere solo punti di vista e prospettive, mai e ribadisco mai DOGMI (anni di teoria ermeneutica ne comprovano la correttezza).
I Kanji [漢字] sono un esempio molto significativo di come la parola possa essere uno scrigno che racchiude in sé la complessità di un universo intero, di uno spazio e di un tempo magari perduti.
Quindi affermare che il VERO Aikido o l’AIKIDO efficace è questo o quello è un mero affannarsi ad acchiappare lucciole e fate pei boschi. Ci saranno (e aggiungo per fortuna) sempre tecniche più evolute, più mature e interpretazioni più creative di quelle che siamo in grado di dare oggi! E ci saranno sempre MOLTE interpretazioni (perché questo meccanismo è connaturato alla struttura “storica”, “temporale” del gesto stesso).
Inoltre questo comporta necessariamente che affermazioni come: “la tecnica si fa così/cosà perché Ueshiba dice che…”, siano insensate. Cristallizzarsi su una definizione che abbiamo appreso da una traduzione di uno scritto in una lingua non nostra, da un filmato doppiato o peggio da un sentito dire nel dojo “xyz” non ha alcun senso e anzi è estremamente pericoloso perché blocca, ferma, rallenta la nostra possibilità di crescita e apprendimento (che è essenzialmente adattiva).
Dobbiamo quindi rinunciare all’idea di “riattivare” la comprensione e quindi il valore di quegli insegnamenti?
Al contrario. Perché è proprio la comprensione dell’Aikido nella sua essenza che ci fornisce lo strumento per comprendere quella pratica (o la pratica marziale in generale). Possiamo azzardare l’affermazione che O’ Sensei abbia lasciato un’Arte (Do) per sviluppare attraverso la negazione dell’Io (che è armonizzazione) degli strumenti per interpretare il Gesto Marziale. Quindi un vero e proprio “sistema”  per la comprensione di tutto l’insieme (Budo) delle tecniche offensive e difensive delle arti marziali, che essendo legate a dei gesti non possono essere interpretate e comprese se non con “strumenti” di questo tipo (affini al gesto stesso).
Quindi un’Arte che è nello stesso tempo una chiave ermeneutico interpretativa della prassi, del gesto, e nello specifico del gesto marziale in generale.

Una vera e propria rivoluzione copernicana. A mio parere. Che sposta l’attenzione delle arti marziali dal soggetto (Tori) al mondo (Uke) che lo circonda e avvolge. Non è più importante chi esegue la tecnica soltanto, ma il fulcro (il perno), diviene la relazione con il suo “cosmo”. Questa “relazione” è Uke. Aikido diventa così (all’interno di questa chiave ermeneutica) una forma d’arte relazionale che non può esistere senza l’elemento Altro (senza alterità), un’arte globale e partecipativa che assume i connotati di un vero e proprio organismo vivente.
Si pensi a come Aikido non sia praticabile da soli.
In quest’ottica ha senso per Uke assumere Kamae (kamaeru si traduce con creare, fabbricare, essere vigili, presenti, in latino diremmo carpe diem (“essere nell’attimo”, non cogliere come di solito si traduce). L’ideogramma di Kamae è unione della chiave “legno” con l’ideogramma del “perno”. Insieme rappresentano il simbolo della carpenteria. L’asse sul suo perno è in equilibrio perfetto, ruota, esercita forza, crea una leva! Così il Kamae di Uke completa Tori dandogli quell’equilibrio e quella forza inimmaginabile che il suo Ego da solo non può fornirgli. E cioè Shisei la forma della forza (Sugata (shi) esprime forma, figura, nel senso della completezza, e Ikioi (sei) esprime la forza, il vigore fisico-spirituale nel senso dell’armonia che controlla).
Aikido è Arte Marziale. Appunto “Arte” prima ancora che “Marziale”. E’ quel “vuoto” ermeneutico che genera interpretazioni vive e per ciò stesso slegate dal flusso del Tempo (per questo perdura dove altre arti diventano “obsolete” o semplicemente inadatte ai tempi). Per questo l’Aikido ricerca il Vuoto per poi completarlo!
Questo significa Arte: qualcosa di creativo, vivente, in continua evoluzione. Dove non c’è spazio per dogmi, chiusure mentali, gradi, attestati, egocentrismo, spettacolarismi, divise differenti, esami scolastici, ma solo ricerca continua, instancabile confronto, studio, semplicità, attenzione e crescita senza fine, come si deve a tutto ciò che vive.

Altri Interventi sull’argomento su Aikido Italia Network:
Il Ruolo dell’Uke nell’Aikido Parte Uno & Due,  di Daniel Leclerc
Il Compagno di Allenamento, di Marco Marini
Ukemi Sviluppa il Femminile, di Max Gandossi

Copyright © Maurizio Sabot 2012
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Il Ruolo Dell’Uke nell’Aikido – Parte 2

"La presa non è un attacco in sé, ma un simulacro di attacco"

Presentiamo oggi la seconda parte dell’intervento di Daniel Leclerc sul ruolo dell’Uke in Aikido, un tema a noi caro qui su Aikido Italia Network, e che abbiamo già affrontato in passato da angolature diverse grazie ai contributi di Marco Marini e Max Gandossi

di DANIEL LECLERC

Leggi la Parte 1

"La caduta, in Aikido, è tutto salvo una sconfitta"

Ora, constatiamo che l’apprendistato del ruolo dell’Uke si limita, sovente, alla sola caduta, al solo Ukemi, cioè: «come cadere senza farsi male», e si riduce alla caduta in avanti, indietro, e a volte laterale. Ciò equivale a ridurre l’apprendistato della scrittura a: «come tenere la penna», o l’apprendistato del nuoto a: «come non bere nuotando». Non che sia inutile, è ugualmente indispensabile, però insufficiente per scrivere o nuotare. I numerosi libri di Aikido trattano delle cadute in modo fin troppo laconico e, per la maggior parte, ignorano totalmente il ruolo dell’uke.
Per queste ragioni, ci avvaliamo dell’approccio eloquente ed espressivo alla caduta di Franck Noël , nel suo libro: «Aikido : frammenti di un dialogo a due incognite»:
“La caduta, in Aikido, è tutto salvo una sconfitta. Riveste una dimensione utilitaria, simbolica, magica, eroica, ritmica ed estetica allo stesso tempo. In quanto esplorazione sistematica di tutti i modi di contatto possibili col suolo, acquisisce forme diverse : capriole, scivoloni, rimbalzi, addirittura appiattimenti… Il suolo, che non pensavamo che a calpestare senza rimorso né tanto meno piacere, si pone improvvisamente come il partner di lunghe conversazioni, come l’interlocutore di negoziati stringati, difficili, nei quali bisogna confrontare tutti i punti di vista, considerare le esigenze e fare delle concessioni”.
Perciò, incoraggiamo il praticante a cadere fino a quando il suo corpo glielo permetta e a non interrompere questo doloroso – ma talmente istruttivo – negoziato con l’elemento «terra».
Però, il concetto di Uke va oltre l’apprendistato alla caduta che è, per Uke come per Tori, solo una parte del movimento, la sua fine, la sua conclusione, la sua apoteosi, come l’orgasmo lo è del coito. E sono tutti d’accordo del resto nel pensare che ne costituisca il momento migliore: per Tori la soddisfazione del risultato ottenuto, per Uke quella di essersi rialzato e per i due quella di potere ricominciare. Ma bisogna anche dire, che questo momento così esaltante dipenderà dalla «messa a punto, in qualche modo dai «preliminari» e, per quanto riguarda Uke, dalla sua capacita di tenere, perché molti restano «ejaculatori precoci».
In Aikido, non può esserci caduta senza attacco e questo ci riporta al ruolo di Uke. Ahimè, molto spesso, per paura o per ignoranza, l’attacco è raramente quello che dovrebbe essere e il praticante si ritrova goffo nel suo attacco come un bambino sul campo di calcio quando riceve il pallone che non ha chiamato: se ne disfa.
In Aikido, la presa è il modo educativo a disposizione del praticante per permettergli di imparare e capire fisicamente, intellettualmente ed emozionalmente i principi che sottendono la pratica e che costituiscono, per essere esatti, una delle specificità di questa arte marziale.
Fisicamente perchè tiene o è tenuto – secondo che sia Uke o Tori; intelletualmente perché deve riconoscere e ordinare, tramite questa presa, leggi e principi da utilizzare per disfarsene o mantenerla ; ed emozionalmente/emotivamente perchè rappresenta, simbolicamente, un attacco destinato ad abbatterlo. È a questo livello che si incontra la principale ambiguità della pratica
dell’Aikido. Infatti, la presa non è un attacco in sé, ma un simulacro di attacco. Marzialmente, potrebbe piuttosto avvicinarsi ad una minaccia dissuasiva, eventualmente ad un tentativo di controllo, o essere il preludio di un attacco più definitivo, come un atemi, un pugno o altro.
Tuttavia, un attacco, qualunque esso sia: presa, pugno, calcio, colpo di bastone, coltellata, freccia, pallottola, missile, è sempre costuito da una direzione, da una dinamica – forza, velocità o energia, secondo la concezione che ne abbiamo – e da una distanza. Nella terminologia marziale, questo concetto è chiamato Ma-Ai: lo spazio-tempo. Che si lanci un missile o che sferriamo un calcio, l’obiettivo da ragguingere necessita la compresenza di questi tre fattori. Il risultato, certo, dipenderà dalla potenza dell’arma usata: più sarà distruttiva, più i suoi effetti saranno difficilmente controllabili. Spesso, i mezzi utilizzati sono sproporzionati rispetto all’obiettivo da colpire. Questo constatazione si può applicare all’ultima guerra in Irak, che ha fatto l’impressione «di un elefante che schiaccia un top », come ad un taglio di spada o ad una presa al polso.

"C’è un abisso tra un attacco sul tatami ed un attacco «reale»"

Dunque sembra indispensabile, per tentare di capire il ruolo dell’Uke a questo punto, non considerare la presa come un attacco nel senso reale della parola, ma piuttosto come lo schizzo è al pittore, il disegno all’architetto, la trama al tessitore. È lo schema, l’imbastitura, l’abbozzo, con il quale l’artigiano praticante potrà, con l’aiuto degli arnesi che l’Aikido mette a sua disposizione, lavorare e dare forma al movimento, migliorarlo, adattarlo di continuo. Più l’abbozzo sarà grossolano, più arduo sarà il compito del Tori per giungere al prodotto finito. Al contrario, più l’abbozzo gli si avvicinerà, più il lavoro del Tori sarà facilitato, migliore e più
veloce la sua comprensione del movimento esatto e della sua esecuzione. Comunque, la didattica dell’Aikido comprende nel suo repertorio degli attacchi che tentano di avvicinarsi, quanto possibile, alla realtà, cioè : shomen, yokomen, tsuki e gli attacchi con le armi, per esempio. Ma anche qui, c’è un abisso tra un attacco sul tatami ed un attacco «reale», cioè un attacco che minaccia realmente la nostra vita e che lascia intravvedere la sua possibile fine. Nessuno si augura, del resto, di vivere una tale esperienza, a meno di avere tendenze suicide.
Sarebbe ridicolo credere il contrario, sia a livello di Uke che di Tori. Nessuno viene al Dojo per uccidere chicchessia, anche se la pratica impone di crederci. Non dispiaccia ai nostalgici, non si accetta alcuna perdita in un dojo, come poteva invece essere nei Ryu in un’epoca in cui si imparava il mestiere delle armi. In caso contrario, il responsabile sarebbe accusato di omicidio volontario o involontario e citato in giudizio. Potrà sempre perorare che pratica le arti marziali e convincere i giurati che questo studio comporta dei rischi!
Per chiudere questo capitolo sull’attacco nell’Aikido, quello che non è ma che rappresenta, ci rifacciamo ancora a Franck Noël:
“L’attacco è uno degli elementi del dialogo attraverso il quale l’Aikido impegna i suoi adepti a comunicare; dovrebbero elaborarlo mentre lo usano. Come nella buona retorica, le domande sollecitano risposte, ma queste elementi di risposte inducono le domande a precisarsi. Pertinenza delle une e adeguamento delle altre usciranno rinforzate da questo scambio”.
Prima di esaminare qualche suggerimento utile e pratico per migliorare la nostra comprensione del ruolo dell’Uke, è utile ricordare alcuni dei concetti fin qui sviluppati:
– Da quando ha adottato la posizione verticale durante la sua evoluzione, l’uomo non è predisposto a fare l’apprendistato della caduta a causa di fattori psicofisiologici che le sono cosciamente o incosciamente correlati, sopratutto la perdita dell’equilibrio.
–  L’apprendistato alla caduta permette di entrare in contatto con le paure viscerali legate alla nostra natura e di modellare il corpo necessario alla realizzazione delle tecniche dell’Aikido.
– La caduta, anche « padroneggiata », rimane dolorosa ed estenuante.
–  Uke non si limita al solo Ukemi. Sta alla ricerca dell’equilibrio come la tecnica di Tori a quella dello squilibrio.
– La presa non è un attacco in senso reale. È il suo abbozzo.
– È lo strumento educativo a disposizione del praticante (Uke e Tori) per permettergli di imparare e capire fisicamente, intellettualmente ed emozionalmente i principi che sottendono la pratica.
– Nell’ambiente del Dojo, un attacco non è portato con lo scopo di attentare alla vita di Tori o di nuocergli, anche se la pratica impone di crederci.
La questione rimane dunque di sapere come Uke deve comportarsi per giocare il suo ruolo.
Non converrebbe forse, dapprima, precisare quale è questo ruolo ?

"Uke deve comportarsi come un padre col suo bambino"

Per diversi motivi, Uke deve comportarsi come un padre col suo bambino. Per questa ragione, questo ruolo dovrebbe essere sostenuto da un praticante avanzato, cioè giunto a maturità. È un fatto assodato nei Budo classici che usano le armi. Infatti, non manipoliamo un’arma, neppure in legno, come una presa o una mano.
Nella maggior parte delle tradizioni orientali, la vita umana si svolge per periodi di 7 anni. Un detto giapponese consiglia : «Fino ai 7 anni, servi il tuo bambino come un principe, dopo servitene come di uno schiavo».
Quelli che hanno la fortuna di avere educato i loro bambini capiranno facilmente di cosa si tratta.
Durante il difficile passaggio dalla posizione seduta alla posizione verticale, il bambino ha bisogno dei suoi genitori. È loro compito assisterlo durante questo apprendistato. In un primo tempo, lo aiutano a reggersi in piedi tendendogli le braccia accoglienti per incitarlo ad alzarsi e rassicurarlo, cercano di ridurre al massimo le sue cadute o almeno badano che non si faccia male o «tropp » male, poiché sanno che le cadute e le botte hanno un valore educativo. Poi, quando riesce febbrilmente a tenersi in piedi, aggrappandosi a loro o ai mobili, lo aiutano pazientemente a fare i suoi primi passi prestandogli le loro dita, si armonizzano al suo ritmo, ricalcano i suoi
passi, in una parola dedicano il tempo necessario perché questa esperienza unica si svolga nelle migliori condizioni possibili. Poi, quando si avventura ed abbandona questa protezione rassicurante lasciando una mano e poi l’altra, per lanciarsi solo sulle due gambe con passi titubanti ed instabili, lo accompagnano, pronti a intervenire al minimo squilibrio, a sosternerlo in caso di incertezza e non smettono di incoraggiarlo con parole confortanti. Finalmente, cammina.
Poi, corre, salta gradini, uno, poi due. Dopo vengono pattini a rotelle, la bicicletta, il calcio e tante altre cose che i genitori si entusiasmeranno a mostrargli, e questo durante sette anni.
Ma cosa sono, esattamente, 7 anni della vita di un Aikidoka? Su questo punto ugualmente sussiste una certa ambiguità. Sette anni in ragione di due corsi di due ore per settimana sono una cosa, sette anni in ragione di un corso di due ore al giorno una altra cosa. Nel primo caso, costituiscono 1450 ore, nel secondo più di 5000, cioè 3 volte di più. In materia di aeronautica, per esempio, sono solo considerate le ore di volo per determinare le attitudini di un pilota. In Aikido, questa imprecisione è all’origine di molti fraintendimenti sulla qualità, sulle capacità e sul valore degli uni e degli altri. In generale, i praticanti parlano più volontieri del numero dei loro anni di pratica e sono discreti sulle loro ore di volo.
Ma possiamo normalizzare questa situazione ? La formula migliore consisterebbe nel rifarsi alla pratica degli Uchi-deshi di O’Sensei. Quando il Maestro Tamura è arrivato in Francia, aveva 12 anni di anzianità…, ma quante ore di pratica?
La sola ragione per la quale mettiamo in evidenza questa ambiguità è di permettere al praticante di realizzare che i 7 primi anni della vita di un Aikidoka si devono misurare in ore più che in anni di pratica e così capire che la prima infanzia può durare molto più tempo per la maggior parte dei praticanti. In altre parole, Uke dovrà conservare verso loro le stesse attenzioni che un padre ha per il suo bambino. Nella scala di misura proposta sopra, la fine del primo periodo di 7 anni potrebbe corrispondere al grado di Yondan che conferma la fine dell’apprendistato della tecnica. Il praticante arrivato a questo stadio ne ha fatto il giro – in lungo, in largo e attraverso -, conosce tutte le sue specificità, come il pianista conosce il tecnicismo delle dieci dita e della pedaliera del suo pianoforte.

"Perché tenere duro o forte, quando il partner non sa ancora camminare solo?"

È capace di suonare senza difficoltà i grandi pezzi del repertorio.
Può ormai cominciare ad interpretare la musica, ma non possiede ancora la SUA musica.
Ma allora, perché tenere duro o forte, perché testare quando il partner non sa ancora camminare solo? Che penseremmo di un padre che, non rispettando i tempi del suo bambino, invece di sosternerlo gli afferrasse la mano, imponendogli il suo ritmo, i suoi passi, e che lo rimproverasse se non segue ?
Riprendendo il parallelo tra il praticante di Aikido e il bambino durante i primi 7 anni di vita, potremmo considerare che lo stare in piedi corrisponde all’apprendistato dell’Ukemi ed il camminare a quello della tecnica, per Tori come per Uke poiché, come abbiamo visto, questi due aspetti sono indissociabili dalla pratica.
Un’altra incomprensione del ruolo dell’Uke sta nel fatto che, nella maggior parte dei casi, Uke non sa camminare più di Tori, o appena meglio, o addirittura meno. Al contrario e paradossalmente, perché sta a lui attaccare, può falsare il gioco non offrendo a Tori la presa di cui ha bisogno per capire e realizzare la tecnica.
Abbiamo troppo dissertato a proposito della «compiacenza» dell’Uke. Tanti, troppi, considerano che non vi sia motivo di cadere se il movimento eseguito non li costringe, non li trascina. Sono quelli che potremmo chiamare assolutisti, i «Cristo, poiché sei Cristo, scendi dunque dalla croce!», o in altre parole: «Poiché devi farmi cadere, provami che ne sei capace!». Volendo ben guardare, ai fini della dimostrazione, che questo modo di fare sia dettato da considerazioni di ordine pedagogico, può sembrare utopistico da parte di un praticante che non sa ancora camminare, o quasi, che realizzi un movimento imparabile, o vinca i 100 metri ai giochi olimpici! Non è meno presuntuoso esigere che Tori cammini quando si tiene appena in piedi. Di solito, questa attitudine è dettata per la preoccupazione di risparmiarsi perché, come abbiamo visto, la caduta, anche «padroneggiata», rimane faticosa e dolorosa. Così, col pretesto di non essere compiacenti con Tori, si finisce per essere compiacenti con se stessi. La maggior parte delle volte, si tratta più di una manifestazione dell’ego che di una vera vocazione pedagogica, nel senso che ostacolare la realizzazione della tecnica permette di rassicurarsi sulla propria incapacità a realizzarle essi stessi. Pensano: «Non riesco a fare la tecnica, ma non ci riesce neanche lui !… e non faccio niente per permettergli di riuscirci». Questo comportamento, un po’ sterile, avvelena letteralmente la pratica sui tatami. In effetti, è molto simile ad un’ingerenza del ruolo di Uke su quello di Tori; è esigere che lui faccia correttamente la sua parte di lavoro per accettare di fare la propria. Ora, entra nel ruolo e nella funzione dell’Uke di fare il primo passo creando le condizioni favorevoli, proponendo l’abbozzo il più affinato.
Infatti, per aiutare un bambino a camminare, non gli facciamo attraversare un campo minato, non seminiamo di ostacoli il suo percorso, non mettiamo ai suoi piedi scarpe di piombo. Al contrario, liberiamo il terreno, allontaniamo gli ostacoli e gli infiliamo scarpe adatte alla marcia. Inoltre, si privano essi stessi della parte della pratica di cui il loro corpo ha bisogno per formarsi: rifiutare
di cadere è una caduta persa definitivamente: «Val più la pratica che la grammatica». Da qui, sta all’Uke fare coscienziosamente il suo lavoro e al Tori il suo, indipendentemente ma insieme. Il concetto è chiamato Awase.
Ma guardando le cose in faccia, questa ultima proposta può sembrare profondamente egoista. In effetti, lo è. «Conosci te stesso e conoscerai gli altri » potrebbe dunque tradursi, nel linguaggio dell’Aikido: «Conosci la caduta e conoscerai il movimento». Dunque importa poco per Uke, in un certo senso, che Tori arrivi o no a realizzare la tecnica giusta, purché il suo embrione di movimento gli permetta di cadere e di insegnare al suo corpo le legge dell’equilibrio e dello squilibrio.
I praticanti che hanno già una certa esperienza sanno quanto è difficile realizzare una tecnica su un principiante che ha solo qualche ore di pratica. Ed è ugualmente difficile ma istruttivo arrivare a cadere, cioè a fare che la tecnica si avvicini il più possibile a quella che dovrebbe essere, con qualcuno che non possiede ancora le chiavi che gli permettano di realizzarla correttamente.
Ma tutte queste digressioni non ci dicono quello che dovrebbe essere una presa. Tuttavia le idee sviluppate qui sopra hanno permesso di capire meglio quale deve essere il ruolo dell’Uke. Una presa dove essere dura, molle, potente, forte, solida, morbida, rapida, energica, passiva, dinamica? In effetti, il problema non è là. Se l’insegnante domanda un lavoro in Kotai, sarà potente e solida. Se lo domanda in Jutai, sarà morbida et dinamica. In ogni caso durante tutti i tentativi del Tori di realizzare la tecnica, Uke deve, quando è possibile (nessuno è «tenuto» a fare l’impossibile) e nel limite della biomeccanica, mantenere la sua presa e non ostacolare il
movimento, anche se non è «giusto», per lasciarla solo quando è trascinato nelle sua caduta e poi rialzarsi. Se Tori lavora con le braccia, Uke riproduce il movimento con le sue. Se il primo spinge, l’altro si sposta indietro; se tira, si sposta in avanti, etc… Uke deve, in altre parole, divenire lo specchio di Tori, divenire quello che la foto è per il negativo: il suo rivelatore.
Idealmente, deve riprodurre il risultato e gli effetti reali del movimento di Tori, un po’ come lo sketch dei due pagliacci con lo specchio rotto. È così che Tori perverrà a vedere e capire quello che fa e che Uke svilupperà la flessibilità del corpo e dello spirito indispensabile alla comprensione dei principi dell’Aikido.
Questi pochi suggerimenti non hanno la pretesa di esaurire l’argomento, né di portare soluzioni miracolose. Il ruolo di Uke si sperimenta e si affina sul tatami prima di tutto. Il nostro desiderio è dare un contributo, un nuovo punto di vista a quest’altro aspetto della pratica, troppo spesso discreditato. Questo articolo è un tentativo di impegnare i praticanti a comunicare ed elaborare
insieme questo dialogo a due incognite: FARE DI DUE : UNO.
Per arrivarci, è indispensabile conoscere e possedere entrambe i ruoli.
Per concludere, ricorderemo che Uke deriva dal verbo Ukeru che significa: Ricevere.
Però, per ricevere, bisogna dare. Uke, attraverso la sua presa, il suo attacco, deve fare il dono della sua energia, del suo corpo, della sua comprensione, della sua disponibilità, della sua esperienza (anche se minima), della sua sensibilità e mette simbolicamente la sua vita nelle mani di Tori per permettergli di realizzare Aiki, l’Unità. Ma il praticante non potrà sperare di raggiungere il Tao se non accetta di esplorare questi due elementi della pratica, Tori e Uke, che costituiscono la tecnica dell’Aikido.

Leggi la Parte 1

Tutti gli Interventi di Daniel Leclerc

Copyright Daniel Leclerc©2010-2011
Pubblicato per la prima volta su
http://idam.altervista.org/articoli.php

Il Compagno d’Allenamento

"Uke è soggetto attivo nell’allenamento dell’altro"

Nell’Aikido, ma possiamo estendere l’osservazione anche a altre Arti Marziali e Sport da Combattimento – apprendiamo la maggior parte delle cose grazie alla pratica con un compagno di allenamento, un training partner. È un ruolo sostanzialmente comprensibile da tutti già ad una prima lettura, eppure è importante e fondamentale per i progressi d’ognuno di noi. Infatti, nonostante la semplicità apparente, tale ruolo è ben più complicato e pieno di valori di quanto possa sembrare

di MARCO MARINI

Il primo fraintendimento è nei termini. In Aikido il training partner viene chiamato Uke, parola giapponese tradotta in tanti modi e con le più svariate interpretazioni, lasciata per il suo valore tradizionale, ma causa di interpretazione talora bizzarre. Spesso, infatti, il termine uke viene tradotto e inteso come colui che ‘riceve’ (soggetto passivo), o anche come ‘colui che sa cadere’, ma anche come ‘colui che non dà fastidio e subisce’. Ma nessuna di queste interpretazioni tiene conto del fatto che uke è soggetto attivo nell’allenamento dell’altro.
Saper cadere e cadere non fa parte del ruolo di uke. Cadere è una conseguenza non scontata e soprattutto attiene alla salvaguardia personale del praticante: non è, quindi, prerogativa di questo ruolo.
Andiamo a vedere, invece, quale sono (o dovrebbero essere, almeno secondo me) le caratteristiche di un buon compagno di allenamento nella pratica ‘normale’ in una palestra.
A mio avviso, per ottemperare alla sua funzione di allenatore l’uke dovrebbe seguire alcuni principi generali:

  • cercare di comprendere le direttive e gli obiettivi che l’insegnante intende in quel momento raggiungere;
  • essere sempre soggetto attivo e ‘vivo’;
  • saper motivare, stimolare;
  • curare la salvaguardia fisica come prerequisito di ogni sua azione;
  • variare e adattare il suo lavoro (forza, velocità, reattività) al partner e all’obiettivo da raggiungere.

Di seguito un po’ di pensieri sparsi…

Saper essere attivi

significa concedere aperture, ma richiuderle se non vengono colte;
significa non ostacolare, ma nemmeno crollare a peso morto sulla tecnica;

"Darsi al massimo, sempre rispetto al livello dell’altro"

significa reagire se qualcosa è scorretto o si vede una perdita d’equilibrio;
significa reagire sulla linea che lo consentirebbe non per ribaltare una situazione, ma per stimolare la reattività del compagno;
significa comprendere il livello del compagno e cosa può essergli utile al suo livello. È  inutile pretendere da un principiante la conoscenza, che so, del radicamento;
significa anche NON permettergli di ridere tenendolo sotto pressione, ma sorridendo noi stessi, cioè non deve aver paura, ma ‘sentire’ la pressione e l’invito a dare il massimo;

Saper motivare

significa, secondo il proprio livello naturalmente, lasciare nell’altro una sensazione positiva e comunque la sensazione di non aver ‘perso tempo’;
porsi sempre nella condizione di permettere all’altro lo studio;
essere altruista;
cercare di capire le lacune e fargliele sentire/trovare;
dare l’esempio;
accettare gli errori dell’altro;
non correggere se non esplicitamente richiesto perché se gli suggerisco lui non impara, meglio cambiare apertura e fargli riuscire la tecnica (o quel che gli riesce) spontaneamente;
stimolare facendo ‘sentire’ cosa non va, se si tratta di lotta un ribaltamento, una contro tecnica accennata, un colpo (leggero) sul lato lasciato scoperto, p.e., e seguitare a reagire evitando di finalizzare per due o tre volte poi finalizzare se proprio non comprende. L’importante è stimolare senza distruggere il suo amor proprio;
non fare facce strane;
emanare gioia, accettazione e volontà di pratica;
accettare cattivo odore, saliva e sangue;
darsi completamente e al massimo, sempre rispetto al livello dell’altro, cioè di quello che pensiamo possa reggere fisicamente;

Salvaguardia fisica

si tratta di tenere bene a mente che ogni incidente porta uno stop o una riduzione nell’allenamento (personale o del compagno), quindi non correre rischi inutili;
un buon compagno d’allenamento si adatta in base all’esperienza, alla tipologia corporea, all’età del suo partner;
un buon training partner si accerta (o cerca di capire) se il compagno ha qualche infortunio. Sostanzialmente, devi avere la certezza di poterti allenare, sia quando sei in forma che quando sei infortunato, perché sai che il tuo partner si allenerà ‘intorno’ ai tuoi infortuni;
un partner che ha paura di farsi male sarà rigido e timoroso (l’incidente è dietro l’angolo);
un partner morbido e reattivo, che ha fiducia, ci offrirà infinite occasioni di crescita;

"Un buon compagno d’allenamento deve lasciare l’ego da parte"

bisogna fare attenzione alla routine, che abbassa le difese e favorisce l’incidente, quindi bisogna sempre tenere il partner sulla corda cambiando ritmo e velocità, ma anche uscendo talvolta dai canoni stabiliti (senza malizia);
tenere sempre presente che l’allenamento finisce quando si è sotto la doccia. La maggior parte degli incidenti avvengono quando si abbassa la tensione, quando ormai pensiamo che manchi poco alla fine della lezione;
avere grande considerazione del partner, che ci sia simpatico o meno: ognuno è li per la nostra crescita;
sentire le sue rigidità significa comprendere come non fargli male, ma anche come non cozzare contro un muro;
osservare sempre tutto intorno a noi e non concentrarci solo sulla tecnica da eseguire o sulla caduta da fare;
Dare il massimo della nostra forza, non in assoluto, ma in base a quello che riteniamo l’altro possa ricevere/contrastare;
anche se colpiamo/muoviamo piano e lentamente, la nostra mente deve porsi come se lo stessimo facendo con la massima determinazione;
abituarci a praticare con tutti, preferendo anzi quelli che ci mettono in difficoltà, con i quali non ci sentiamo in sintonia: essi rappresentano il miglior allenamento;
lo spirito generale deve essere quello che: se succede qualcosa… è sempre colpa mia;
un buon compagno d’allenamento deve lasciare l’ego da parte, in quel momento è solo uno strumento di formazione di qualcun altro (anche se in realtà si sta formando anche lui);

Il ritmo e il saperlo variare per non favorire il rilassamento

questo lo reputo molto importante, ed in parte l’ho toccato  precedentemente.

Nell’allenamento in palestra spesso ci troviamo con compagni conosciuti (quindi sappiamo grosso modo come reagiscono e si muovono). Come spesso pratichiamo tecniche o sequenze in qualche modo stabilite.
Variare ritmo, velocità, inserire qualche cambiamento, seppur rimanendo nella sequenza stabilita, favorisce l’attenzione e l’allenamento.
La routine, seppur necessaria all’inizio per apprendere la coreografia di un movimento, è deleteria per l’allenamento vero dello stesso (il problema dei kata)
Naturalmente non ce l’ho con i kata come metodologia d’allenamento, ma con il modo in cui molti interpretano ed eseguono gli stessi senza tenere in conto questo parametro e gli altri che ho citato.

La giusta forza

"Mai dare l’impressione che sia troppo facile"

anche questa già accennata…
Una delle cose meno semplici da capire.
Da tenere presente è l’obiettivo: far lavorare il compagno perché migliori il più veloce possibile.
In generale:
poca, se deve apprendere un movimento (è inutile mettere in difficoltà una persona quando ancora non sa cosa fare);
sempre più per allenarlo (mai dargli l’impressione che sia troppo facile);
massima per consolidarlo (deve comprendere quanto sia difficile applicare quello che pensa di sapere).
Bisogna anche tener presente l’aspetto psicologico. Se sentiamo che quel quantitativo di forza, che noi reputiamo corretto, crea disagio o stimola malamente, dobbiamo modificare, ridurre la stessa.
Per il principio che l’altro deve migliorare ‘con noi’ e non ‘nonostante noi’.
Alla fine di un vero allenamento, tutti si dovrebbero sentire bene, stanchi, distrutti, ma con la voglia di ricominciare.

I giusti stimoli

Altra cosa importante e difficile, ancorché trasversale alle considerazioni precedenti.
Non esiste una regola, anzi spesso gli stimoli da dare sono completamente antitetici a seconda dei soggetti o delle situazioni.
Sempre presupponendo il nostro ruolo di partner e cioè di “allenatore” momentaneo del compagno.
Solo l’esperienza e l’attenzione ci possono aiutare, ma di fondo dovremmo ricercare sempre il suo miglioramento.
Sbagliare fa parte del suo e del nostro addestramento, non deve rappresentare un problema.
Fregarsene è un problema (in teoria, in pratica nella squadra c’è bisogno anche del grosso egocentrico/killer che pensa solo a se stesso).
Quindi fare sempre attenzione a quel che ci ritorna, alle sensazioni che l’altro ci rimanda, con quelle possiamo facilmente comprendere come stimolarlo e quando.
p.e. se accelera i movimenti oltre quello che è in grado di controllare, probabilmente siamo stati noi ad aver velocizzato troppo il nostro attacco, o se si irrigidisce siamo noi che lo stiamo mettendo troppo in difficoltà, o ancora se si ammorbidisce troppo è perché noi siamo troppo accondiscendenti.

Favorire lo spirito di gruppo/squadra

Cosa c’entra con l’essere un buon partner?
C’entra se si considera il gruppo importante per la nostra crescita. Un gruppo/team/squadra ben affiatato, rappresenta una fonte di stimolo incredibile per ognuno dei componenti .
Quindi non aiutare un compagno, non coinvolgerlo in uno spirito comune di crescita reca danno a tutti, toglie delle opportunità a tutto il gruppo. Sul momento può sembrare noiosa la pratica con un principiante, ma non sappiamo se quel principiante, di li ad un anno, ci potrà offrire delle ottime occasioni d’allenamento, di stimolo.

Favorire uno spirito agonistico (crescita individuale) a discapito del gruppo, secondo me, reca danno anche a chi lo fa, a chi pensa solo a sé stesso. Quindi darsi, per una parte dell’allenamento, a partner diversi e magari meno stimolanti (apparentemente) porterà comunque frutti positivi, se visti in ottica ‘crescita del gruppo’.

La “guida”

Certo il ruolo principale, affinché tutte le cose dette avvengano, è rivestito dall’insegnante. È lui il principale ‘motore’, l’esempio da seguire.
Nondimeno ognuno, per il proprio livello, è una ‘guida’ quando si allena con un compagno.
Creare un clima di crescita generale è responsabilità di tutti.

Ho voluto condividere con voi solo la mia esperienza di praticante, non certo fornire un decalogo da seguire.
Sarei felice se altri di voi condividessero con me le proprie sensazioni e/o idee.

Copyright by Marco Marini ©2011
Pubblicato la prima volta su
http://www.aikido2000.it/Articoli/il-compagno-dallenamento.html