Seminario: M. Kawamukai – G. Masetti a Rimini

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Stage Asai Italia in arrivo

Motokage Kawamukai – Guglielmo Masetti

11-12 Giugno 2016
Rimini, Italia

Pattinodromo Viserba Monte (Rimini)

Info: Laura meucci 346/6284501
Email: info@anandacsa.com

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Nippon Seibukan Aikido Italy offre certificazioni di tipo notarile a livello internazionale della qualità dei gradi

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Le Interviste di Ovo San – Elena Gabrielli

gabrielli

Una Sensei! Sissignori, una Donna! Era ora…

Fratelli Aikidoka eccoci ancora qua tra di Noi; oggi il Vostro Ovoreporter vi regala una “ chicca”, nel senso che ha l’onore di ospitare – finalmente direi – una Sensei. Sissignori una Donna, era ora! Signori vi presento Sensei Elena Gabrielli VI dan dell’Associazione Jiku di Roma

di OSVALDO RIGHETTO

Intanto grazie, Sensei Elena, per la Sua gentilissima presenza… Allora ci racconti i suoi inizi, cos’è l’Aikido per Lei.

ELENA
Iniziai a praticare che ero molto giovane presso il dojo dei Monopoli di Stato, storico dojo romano dove tutto ebbe inizio. Il primo contatto con l’Aikido fu del tutto casuale. Venni a conoscenza dell’apertura del corso di Aikido da mio fratello che all’epoca praticava Judo, in quel dojo, con il M° Danilo Chierchini, pioniere del Judo e dell’Aikido italiani e, per molti anni, Presidente dell’Aikikai d’Italia.

Appartengo alla seconda generazione di yudansha italiani, quando arrivai al dojo dei Monopoli, il M° Kawamukai si era già trasferito a Milano e il M° Tada aveva fondato il Dojo Centrale di Via Eleniana.

La mia prima insegnante: la Sig.ra Carla Simoncini, mamma di Simone Chierchini, primo shodan donna italiano. Solo quell’anno (1970/1971) la classe fu femminile e credo di essere, in termini di pratica, l’unica superstite di quel corso.

Ricordo i tatami classici in paglia di riso foderati con la tela bianca, l’emozione di quando ogni mese o due ci si trasferiva al Dojo Centrale per i seminari del giovanissimo M° Fujimoto o per quelli del M° Tada che nel frattempo era tornato in Giappone e, come per me, la Maestra Carla fosse un esempio di bravura, di bellezza e di padronanza tecnica.

Molti i Maestri che incontrai in quel periodo, italiani e giapponesi, ma per me non faceva differenza. Erano tutti molto più grandi di me, distanti, irraggiungibili.

La sensazione che provavo entrando nel Dojo Centrale era un misto di stupore e timore, sia per l’ampiezza del dojo rispetto a quello dei Monopoli, sia per l’aria che si respirava.

Cos’è l’Aikido per me? E’ salire sul tatami ogni volta con il desiderio di praticare. E’ ritrovarmi a volte insegnante, a volte allieva. E’ la relazione con le persone, gli altri praticanti, gli allievi. E’ un percorso per diventare persone migliori.

OVO SAN
1- Ci sono molte donne nell’Aikido, ma poche emergono come ha fatto Lei… è così difficile farsi largo?

ELENA
E’ questione di tempo. Praticando da molto tempo ho avuto modo di conoscere molte persone, di avere tanti allievi, di confrontarmi con gli altri praticanti, di stabilire relazioni.

OVO SAN
2- Che qualità hanno le Signore dell’Aikido, che i Signori aikidoka possono solo immaginare?

ELENA
Un corpo diverso. E’ più naturale per una donna applicare Il principio della non resistenza. Le diversità fisiche rappresentate da minore forza muscolare e massa corporea, che apparentemente potrebbero sembrare uno svantaggio, vengono invece esaltate dal gesto tecnico. L’Aikido è espressione di grazia, elasticità, armonia, caratteristiche sicuramente femminili. Inoltre, la donna non ha quei vincoli culturali che obbligano l’uomo a dimostrare la propria virilità, è quindi libera da questo condizionamento che nella pratica può essere limitante.

OVO SAN
3- Se l’Aikido fosse un fiore, per Sensei Elena sarebbe?

ELENA
La similitudine con le caratteristiche di un fiore è usuale nelle Arti marziali. Basti pensare al Ciliegio, il fiore dei samurai, al Pruno citato nei discorsi di O Sensei, al Fior di Loto simbolo di purezza. Accostare un altro fiore all’Aikido diventa impegnativo. Ma pensando che l’Aikido ha una parte di luce e una d’ombra, l’aspetto yin e quello yang, l’omote e l’ura, mi viene in mente il Girasole, il fiore che segue la luce, sempre rivolto verso il sole.

OVO SAN
4- Durante una tecnica, in quel momento di unione tra cuore e movimento, Lei si sente Agile come una tigre oppure Aggraziata come una farfalla o Leggera come un fiocco di neve?

ELENA
Non ci ho mai pensato. Diciamo agile come una farfalla, leggera come una tigre, aggraziata come un fiocco di neve.

OVO SAN
5- A tutte le ragazze aikidoka, quale consiglio darebbe per vivere in serenità il proprio Do?

ELENA
Non credo che i consigli per le ragazze possano essere diversi da quelli per i ragazzi. Ognuno ha il suo percorso che si andrà costruendo strada facendo. L’importante è praticare con costanza ed impegno, senza fretta, un passo dopo l’altro. Praticare per il piacere di praticare. L’essenziale è il tatami.

#Interviste Ovo San su Aikido Italia Network

Copyright Osvaldo Righetto ©2013 Osvaldo Righetto
Tutti i diritti riservati
Pubblicato per la prima volta su:
http://www.aikidorbassano.it/?q=node/331

Seminario: Motokage Kawamukai a Terracina (LT)

Motokage Kawamukai, il "padre" dell'Aikido in Italia

Motokage Kawamukai 6° Dan
1°  Stage Internazionale Open Aikido ASI

Domenica 10 Giugno 2012

Terracina (LT)
Palasport PalaCarucci, V.le Europa

Info: Cell +39 348.0336728 Tel.\fax: +39 0773.723141
Skype address carminecaiazzo3
Email sia-terracina@iperadsl.it

Programma degli Allenamenti: Ore 9:00 – 10:00 Arrivo e registrazione atleti, Ore 10:00 – 12:30 Stage tecnico, Ore 12:30 – 14:30 Pausa Pranzo, Ore 14:30 – 16:00 Esami per passaggio di grado (riservato ai praticanti di Aikido affiliati ASI)

Quota di Partecipazione: €30

Pre-iscrizione obbligatoria: Moduli

By RedazioneRedazione Aikido Italia Network

Intervista a Danilo Chierchini – Parte 2

Danilo Chierchini sul tatami del Dojo Centrale di Roma (1985)

Danilo Chierchini è il grande vecchio delle Arti Marziali in Italia. Pioniere del Judo in Italia negli anni Cinquanta e campione nazionale a squadre nel 1954, fondatore del primo dojo di Aikido regolare in Italia e firmatario della lettera all’Hombu Dojo che portò Hiroshi Tada in Italia negli anni Sessanta, primo Shodan Aikikai in Italia (in compagnia di altri 18 pionieri) nel 1969, direttore del Dojo Centrale di Roma dal 1970 al 1993, socio fondatore e poi Presidente dell’Aikikai d’Italia per 12 anni, 5° Dan Aikikai nel 1979. Una colonna del Budo nel nostro paese, anche se da anni si è ritirato e da un pezzo non dà notizie di sé. Io l’ho stanato nel suo ritiro toscano, e con l’aiuto di un po’ di Vino Nobile di Montepulciano gli ho sciolto la lingua, ma non aspettatevi la classica intervista sull’Aikido…

di SIMONE CHIERCHINI

Leggi la Prima Parte dell’Intervista

SIMONE
In tutto questo periodo hai mai fatto sport attivo?

DANILO
Mai.

SIMONE
Nel frattempo sei arrivato a Roma. Come se sei capitato a far Judo? Come ti è venuta voglia di fare arti marziali? Cosa ti ha fatto interessare?

DANILO
Di arti marziali non se sapevo niente, come la stragrande maggioranza della gente, all’epoca. Si favoleggiava di colpi mortali, tecniche segrete e roba del genere. C’era persino una pubblicità sui giornali che prometteva “L’inerme Vince” e giù tutti a ridere come pazzi…C’erano anche parecchi ciarlatani in giro che si erano autopromossi cintura nera 30° Dan!

SIMONE
Ci sono ancora… Almeno in questo le cose non sono cambiate.

DANILO
Una sera seguii degli amici in una palestra di Judo. Era il Judo Kodokan Club di Roma. Rimasi a vedere e mi piacque molto, perché in un mondo dominato appunto dai ciarlatani, l’organizzatore di questo circolo, che era ubicato nei pressi di Via Veneto, quindi in una zona di prestigio, il maestro Maurizio Genolini, era un vero e sincero appassionato di Judo. Mi iscrissi e iniziai a praticare con entusiasmo. Dopo due o tre anni per me divenne quasi un problema, perché praticare un’arte marziale agonistica a 20 anni non era semplice: tra virgolette ero già vecchio. Proprio in quel periodo mi capitò di vedere un documentario trasmesso dalla RAI su una strana arte, che si chiamava, appunto, Aikido. Questo documentario era imperniato sulle gesta del Fondatore O’Sensei Ueshiba. Nel documentario veniva spiegato che la sua famiglia aveva ereditato delle tecniche particolari, risalenti addirittura all’epoca dei samurai, trasmesse di padre in figlio e non insegnate a chicchessia. Quello che vidi mi colpì profondamente e stimolò la mia curiosità. Tuttavia non riuscii a trovare nessuno che mi potesse insegnare questa disciplina.

I Campioni a Squadre di Judo del 1954: Otani al centro, D. Chierchini all'estrema destra

SIMONE
Non c’era nesuun a Roma?

DANILO
Non c’era nessuno in Europa, con l’eccezione della Francia. In quello stesso periodo venni a sapere che era arrivato a Roma uno studente giapponese che aveva vinto una borsa di studio come scultore all’Accademia di Belle Arti. Il suo nome era Ken Otani ed era un graduato dilettante di Judo; Genolini immediatamente nominò Otani direttore tecnico del nostro dojo di Judo. Iniziò così un rapporto didattico che durò per parecchi anni, ma la cosa più interessante e piacevole per me fu che sotto la guida di Otani Sensei – nonostante avessi iniziato tardi Judo e non avessi affatto il fisico adatto per la disciplina – dopo 3 anni di allenamento arrivammo a vincere i campionati italiani a squadre. In questa squadra io ero il peso leggero. Era il 1954. Fu una delle migliori soddisfazioni che ebbi dal praticare arti marziali.

SIMONE
Dopo aver praticato per diversi anni al Judo Kodokan Club con Otani, attraverso il lavoro hai l’occasione di aprire il tuo dojo personale di Judo all’interno del Dopolavoro dei Monopoli di Stato di Roma.

DANILO
Negli anni ebbi l’opportunità di avanzare di grado e mi venne voglia di insegnare. Dato che i Monopoli di Stato avevano dei locali chiusi, praticamente abbandonati, di cui ero al corrente, essendo parte dell’Ufficio Manutenzioni, a forza di insistere riuscimmo a convincere la dirigenza a destinarli ad una palestra di arti marziali. Effettuammo i restauri e aprimmo un bel dojo nel cuore di Roma, a Trastevere. Questo dojo, che partì come scuola di Judo, avrebbe più tardi ospitato il primo corso di Aikido tenuto in modo organizzato e continuativo nella storia della disciplina in Italia. Fino ad allora la storia dell’Aikido in Italia si era limitata alla sporadica apparizione di qualche maestro giapponese per dei seminari di un giorno o due in una palestra di altre arti marziali; gli allievi in questi seminari erano judoka e karateka curiosi di provare una nuova disciplina, ma senza programmi di stabilire l’arte e insegnarla regolarmente e coerentemente. Il nostro corso invece era stabile e stabilito con l’idea di diffondere l’Aikido a Roma.

SIMONE
Hai incontrato Haru Onoda, una di questi pionieri pre-Monopoli prima o dopo aver incontrato il tuo primo insegnante di Aikido, Motokage Kawamukai?

DANILO
L’incontro con questi due pionieri fu più o meno contemporaneo, tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964. Kawamukai all’epoca era un ragazzo di 18 anni che già aveva fatto dell’esperienza di insegnamento dell’Aikido negli Stati Uniti. Aveva avuto delle responsabilità nell’avvio dell’Aikido a New York in collaborazione con un italoamericano e un’americana, Oscar Ratti e Adele Westbrook, che sarebbero poi diventati famosissimi per il libro da loro scritto, l’Aikido e la Sfera Dinamica. A un certo punto il loro rapporto andò in crisi e Kawamukai decise di trasferirsi a Roma, ove aveva il contatto di un vecchio appassionato di arti marziali, Tommaso Betti Berutto, l’autore di un manuale sulle arti marziali che all’epoca andava per la maggiore.

Haru Onoda a Torino (1968)

Betti, contattato da Kawamukai, lo consigliò di mettersi in contatto con me, dato che avevamo uno dei più bei dojo di Roma, e Kawamukai mi telefonò. Era notte fonda e parlava in inglese, che entrambi masticavamo ma non troppo; tuttavia riuscimmo a capirci e organizzammo un appuntamento per i giorni successivi. Quando incontrai Kawamukai, mi trovai davanti ad un ragazzo con una grande forza di volontà e determinazione. Voleva fare Aikido a Roma, e mi offriva su un piatto d’argento l’opportunità di poter fare quella disciplina che avevo visto solo nel documentario RAI, ma che mi aveva veramente affascinato. Nel giro di pochi giorni decidemmo di inserire un corso di Aikido da lui diretto all’interno delle attività del dojo dei Monopoli di Stato in Trastevere, e da lì prese avvio il movimento Aikido in Italia.

SIMONE
Avete mai ospitato anche Haru Onoda presso i Monopoli di Stato? Questa pioniera dell’Aikido in Italia viveva a Roma in quel periodo, dopo esser stata segretaria di O’Sensei.

DANILO
Onoda non faceva lezione, ma veviva spesso a praticare. Era una giovane e gracile signorina che risiedeva a Roma per gli stessi motivi di Ken Otani: studiava all’Accademia di Belle Arti, dopo aver vinto una borsa di studio. Probabilmente anche Onoda avrebbe voluto insegnare, il che la portò in contrasto con Kawamukai, quindi finimmo per non vederla più.
Tra i miei insegnanti, in tanti decenni di pratica, quello che ricordo con più affetto e rispetto rimane Ken Otani, con cui sviluppai una vera amicizia. Otani era un tipo strano, almeno agli occhi dell’italiano medio dell’epoca e gli aneddoti che mi raccontava erano veramente affascinanti. Per dirne una, come tutti gli allievi del suo corso presso la Meiji University di Tokyo, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Otani si arruolò in aviazione, ed era quindi un pilota. Mi raccontava come per loro l’uso del paracadute fosse inconcepibile: la sola idea di andare in battaglia con uno strumento che gli consentisse di buttarsi e abbandonare la lotta, fosse un abominio, un disonore. Ciascuno di loro era pronto a sacrificare la vita per la patria, questo concetto era luogo comune, indiscusso e vissuto tranquillamente. Il loro aereo era dotato di paracadute, ma loro lo tiravano fuori dal suo contenitore e ci si mettevano a sedere sopra a mo’ di cuscino, perché era morbido e comodo… Otani era sulla lista dei piloti destinati alle missioni suicida, e aveva svolto la preparazione per immolarsi come kamikaze. Si salvò per pochi giorni, perché la nazione giapponese crollò prima che arrivasse il suo turno. L’amicizia con Ken Otani fu qualcosa che non dimenticherò mai, come anche la sua umanità e simpatia: mai mi fece pesare il fatto che lui era il maestro e io l’allievo. Fu attraverso Otani che conobbi e arrivai ad apprezzare la mentalità giapponese dell’epoca, che era caratterizzata da certe virtù che per me erano e sono rimaste fondamentali: rispettare la parola data, essere onesti, seguire le regole che ci si è dati… in parole poche l’esatto contrario di quello che si vede nel comportamento degli italiani. Otani è stato il maestro che mi ha aperto la strada verso la comprensione del Bushido attraverso il suo comportamento personale.

SIMONE
Come è successo che tu e Kawamukai scriveste all’Aikikai Hombu Dojo richiedendo un insegnante residente e vi mandarono Hiroshi Tada?

H. Tada e D. Chierchini: Demo Salesiani Roma (1968)

DANILO
Kawamukai all’epoca non aveva né l’età né la scienza per diventare il volano della diffusione dell’Aikido in Italia, e inoltre aveva altri progetti personali in testa oltre alle arti marziali. Fu proprio lui che mi disse che era necessario chiamare un insegnante professionista da Tokyo e si diede da fare attraverso i contatti che aveva con Hirokazu Kobayashi – che nel 1964 avevamo ospitato per un seminario al dojo – per cercar di realizzare questo ambizioso progetto. Caso stranissimo, ci indovinò, perché il maestro Tada desiderava venire a insegnare in occidente, come avevano fatto nello stesso anno Tamura e Yamada; quindi accettò il nostro invito e arrivò in Italia il 26 Ottobre 1964. Chissà perché lo fece? Forse desiderava cambiare vita, confrontarsi e provarsi in un paese completamente diverso dal suo in termini di mentalità ed educazione. La scelta del maestro Tada di venire, il suo atto di coraggio mi ha sempre fatto riflettere. Non c’è dubbio che i giapponesi dell’epoca fossero veramente delle persone da tenere nella più alta considerazione.

SIMONE
Il maestro Tada quindi iniziò a insegnare Aikido in Italia presso il tuo dojo in Trastevere.

DANILO
Si, è così. Io lo andavo a prendere in macchina dall’alloggio che gli avevo trovato e gli facevo un po’ da scorta in giro per Roma. All’epoca ci allenavamo per 2 ore 3 volte a settimana. Utilizzai i miei contatti nella federazione del Judo e organizzammo delle dimostrazioni, tra cui una nel 1965 che entrò negli annali: la dimostrazione presso la Scuola di Pubblica Sicurezza di Nettuno. Portammo i tatami su un piazzale all’interno della caserma e attorno avevamo alcune centinaia di aspiranti poliziotti come spettatori. Tada fece un’impressionante dimostrazione con Kawamukai e me come uke e ottenne un grande successo tra i presenti.

SIMONE
Degli aikidoka del tempo chi ricordi?

DANILO
Si stava formando il primo gruppo di appassionati, tra cui ricordo Brunello Esposito di Napoli, Nunzio Sabatino di Salerno, Fausto De Compadri, Francesco Lusvardi e Giorgio Veneri a Mantova, Claudio Bosello a Milano, e Claudio Pipitone a Torino. Grazie a questo primo gruppo l’Aikido mosse i primi passi, al punto che si fu in grado di invitare un secondo maestro giapponese per prendersi cura del meridione, Masatomi Ikeda.

SIMONE
Quali ricordi hai della prima sessione per esami Dan Aikikai che si tenne in Italia?

DANILO
Il primo gruppo di aikidoisti italiani a ricevere la certificazione Aikikai Hombu Dojo fu abbastanza numeroso. Gli esami vennero tenuti dal maestro Tada nel corso dell’anno accademico 1968-69 e qualificarono i primi 19 yudansha di Aikido italiani: Bosello Claudio (Milano), Burkhard Bea (Napoli), Chierchini Carla (Roma), Chierchini Danilo (Roma), Cesaratto Gianni (Roma), De Compadri Fausto (Mantova), De Giorgio Sergio (Roma), Della Rocca Vito (Salerno), Esposito Brunello (Napoli), Immormino Ladislao (Torino), Infranzi Attilio (Cava dei Tirreni), Lusvardi Francesco (Mantova), Macaluso Marisa (Mantova), Peduzzi Alessandro (Milano), Pipitone Claudio (Torino), Ravieli Alfredo (Roma), Sabatino Nunzio (Napoli), Sciarelli Guglielmo (Napoli), Veneri Giorgio (Mantova).
All’epoca gli esami erano molto duri, o almeno a noi pareva così. Io personalmente lo ricordo come un massacro, Tada faceva le cose veramente sul serio e non guardava in faccia nessuno.

Il maestro Tada firma degli autografi (Roma, 1968)

SIMONE
Circola una leggenda metropolitana secondo cui in quei primi anni il maestro Tada fosse molto duro nella pratica. Ti risulta?

DANILO
Assolutamente no. Al contrario i duri erano gli italiani, duri come sassi, perché credevano di essere già diventati delle specie di campioni di Aikido… Il maestro Tada era veramente dotato di un’energia notevole e se avesse voluto giocare a fare il cattivo avrebbe potuto spezzare due-tre principianti a sera, ma ovviamente se ne guardava bene, dato che stava con estrema fatica cercando di costruire la sua scuola.

SIMONE
In questa fase iniziale, quando avete ricevuto i primi approcci da parte del CONI al fine di integrare l’Aikido tra le discipline regolate a livello nazionale, formando un’apposita federazione nazionale riconosciuta dallo stato, come mai si è deciso di tenere l’Aikikai d’Italia fuori dal CONI? Questa decisione si rivelò epocale, sul lungo termine, perché lì è il seme di quello che vediamo a tuttora: dopo quasi 50 anni infatti non esiste in Italia un diploma nazionale di Aikido, non esiste una federazione riconosciuta dallo stato, ecc. ecc. Come è successo? Perché?

DANILO
Furono fatti dei tentativi in quella direzione, che portarono anche ad un tavolo di discussione per portare avanti il progetto. Tuttavia ogni tentativo di accordo andava a cozzare sul fatto che la gestione dell’intero movimento sarebbe dovuta passare al CONI attraverso l’allora Federazione Italiana Atletica Pesante, il che per il maestro Tada era semplicemente inconcepibile. L’idea era che la famiglia Ueshiba fosse proprietaria come di una specie di brevetto, di invenzione. Gli shihan inviati a diffondere gli insegnamenti della famiglia Ueshiba non erano disposti ad alcun compromesso. Cose come federazioni, associazioni democratiche, elezioni dei rappresentanti erano – all’epoca – totalmente aliene in relazione alla cultura e al modo di agire dei maestri giapponesi inviati in occidente dall’Hombu Dojo. Zero, neanche a parlarne. Secondo la legge italiana questo stato di cose era precluso. Ci si arenò quindi sull’impossibilità di coniugare il sistema democratico, previsto dalla legge e proposto dal CONI, con il sistema di gestione piramidale tipico delle arti marziali tradizionali. Così si decise di procedere in modo autonomo rispetto al CONI, cercando di tutelare il lavoro del maestro Tada e allo stesso tempo dando alla nostra associazione una forma legale accettabile per l’ordinamento italiano. Questo fu l’immane lavoro di un amico scomparso da tanti anni, l’avvocato Giacomo Paudice, che dedicò anni di sforzi volti a realizzare questo progetto. Con mio modesto contributo escogitammo un escamotage che consisteva nel costituirci come Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese, di cui l’Aikikai d’Italia era una sezione. Come disciplina di tipo culturale ci staccavamo dal CONI e uscivamo dalla loro sfera di influenza, che si limita alle discipline sportive. Infatti nel 1978 ricevemmo il riconoscimento di Ente Morale su proposta del Ministero dei Beni Culturali.

Chierchini e Yoji Fujimoto scherzano in un non-armonioso kokyunage (Roma, 1984)

SIMONE
Già che abbiamo rimestato nei panni sporchi di famiglia, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su un altro punto estremamente controverso della storia dell’Aikido in Italia. Come è successo che tutti gli aikidoka non conformi alla linea Tada sono stati esclusi dall’Aikikai o gli è stato impedito di partecipare con pari dignità alla vita dell’associazione? Questo è un altro dei semi dei problemi che ancora affliggono la nostra disfunzionale comunità, decenni dopo. Come mai questa associazione che riuscì con le proprie forze a formarsi con tutti i crismi, e che godeva del carisma di uno dei più grandi aikidoka mondiali, non è stata poi capace di gestire il movimento Aikido italiano nella sua interezza? Fin dall’inizio la politica dell’Aikikai fu quella di escludere i non-conformi, politica poi espressasi e consolidatasi con la purga periodica di tutti gli elementi di disturbo di questa conformità. Da dove nasce questo atteggiamento?

DANILO
Questo che hai detto non è che mi piace, ma penso sia quasi inevitabile. Dove ci sono i grandi maestri, ci sono i grandi interessi. Anche su piccola scala, il fenomeno si ripete esattamente uguale, con gelosie e invidie tanto più grandi quanto è più piccola la comprensione tecnica e morale della disciplina. Sinceramente come presidente e dirigente dell’Aikikai d’Italia io non sono stato capace di ovviare a tutto quello che è successo, e anche adesso non sono in grado di immaginare come avrei potuto fare per evitarlo. Io ho avuto la disgrazia di fare il presidente dell’Aikikai d’Italia per parecchi anni, e ho perso amici, tempo e denaro dietro a questi problemi. Gestire le assemblee dell’associazione mi ha messo a rischio di infarto in più di un’occasione.

SIMONE
E’ pertanto esatto dire che man mano la gestione dell’Aikido, la politica dell’Aikido ti hanno ucciso il gusto di praticare Aikido?

DANILO
Forse. Voglio però mettere in chiaro che a me di fare il presidente, di gestire, delle scartoffie non me n’è mai importato assolutamente nulla. Chi mi conosce sa che sono schivo e odio stare in prima fila. Tuttavia, con modestia, in un certo momento storico della comunità aikidoistica italiana, io ero uno dei pochi ad avere le qualità umane e culturali per reggere il peso della gestione e questo peso mi fu affibbiato da altri, a cominciare dai miei maestri. Così è andata a finire che quotidianamente mi sono dovuto occupare della burocrazia necessaria per mandare avanti un’associazione con alcune migliaia di iscritti in un paese come l’Italia. Lo ho fatto per anni, trascurando la mia famiglia, e senza ricevere troppi ringraziamenti, né dai colleghi, né dai maestri. Addirittura ho dovuto sentire gente parlarmi alle spalle, suggerendo l’idea che io traessi vantaggi economici dalla gestione dell’Ente, quando in più di un’occasione ho tappato i buchi con il mio conto in banca. Poi un giorno ne ho avuto abbastanza, e ho tagliato tanto con la politica dell’Aikido, che con l’Aikido.

SIMONE
Dopo 25 anni senza arti marziali, giunto a 82 anni di età, stai meglio o stai peggio?

DANILO
Penso che ci sia un periodo per ogni cosa. Vi è un periodo in cui certe cose si fanno e si prova gusto a farle, e periodi – con il passare degli anni – che questa prospettiva cambia. Gli obiettivi cambiano, le percezioni cambiano. A me le chiacchiere non sono mai piaciute. Da judoka ho fatto l’agonista, non lo storico del Judo. Nell’Aikido ho fatto parte della generazione dei pionieri, con tutto l’entusiasmo e l’energia che ciò ha comportato. Sono rimasto nell’Aikido per quasi 30 anni, ed è normale che la mia visione sia cambiata. Un giorno, quando mi sono accorto che quello che facevo non mi piaceva più, ho semplicemente detto basta. La mia più grande soddisfazione rimane il fatto che ancora oggi, ovunque vada, incontro ex-allievi che mi manifestano il loro affetto e la loro riconoscenza per quello che abbiamo condiviso. Sono orgoglioso della mia reputazione nell’ambiente, come nelle altre cose della mia vita. La reputazione è una cosa che noi lustriamo quotidianamente con le nostre azioni; dopo di che possiamo tranquillamente tirare dritto per la nostra strada, ignorando gli squittii dei ratti che infestano ogni aspetto delle cose umane.

SIMONE
Saliresti ancora sul tatami?

DANILO
Mai.

SIMONE
Mai dire mai?

DANILO
Se salissi sul tatami oggi, lo farei solo per dire o ascoltare un sacco di chiacchiere. Invece sul tatami ci si dovrebbe andare come Ken Otani mi raccontava facessero i vecchi giapponesi: arrivavano, buttavano i vestiti in terra in un angolo, indossavano il keikogi, saltavano sul tatami, facevano un inchino al primo che capitava, si davano una scarica di botte, si rivestivano e se ne andavano. Io la vedo così, il resto sono tutte chiacchiere.

Copyright Simone Chierchini ©2011-2012Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
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Intervista a Motokage Kawamukai – Parte 2

Motokage Kawamukai Sensei

Motokage Kawamukai Sensei a Coriano (2011)

Nella seconda parte dell’intervista al “padre” dell’Aikido italiano si affrontano temi spinosi come la frammentazione dell’Aikido italiano e le sue cause, ma anche tematiche extra-tatami, come l’economia italiana, il dramma dello tsunami giapponese e il dilemma nucleare

di SIMONE CHIERCHINI

Leggi la Prima Parte dell’intervista

CHIERCHINI

Lei Maestro ha scelto di non insegnare professionalmente: questa sua scelta le ha mai causato dei rimpianti o e’ ancora contento di averla fatta?

KAWAMUKAI
Non c’e’ mai stata neppure una scelta, perche’ questa avrebbe comportato avere dei dubbi. Le mie idee erano chiare gia’ dal principio, per me non si e’ trattato di decidere se imboccare la via del professionismo nell’Aikido o meno: il mio proposito era ben definito da subito. Lo stare li’ a pensare “se avessi fatto questo” o “se avessi deciso questo” non fanno parte del mio modo di essere.

CHIERCHINI
In Italia al momento ci sono tre gruppi principali, l’Aikikai d’Italia, il Takemusu Aiki del Maestro Corallini e l’Ado-UISP di area Tissier Sensei; tuttavia al di fuori di essi esiste una miriade di gruppi minori, a dimostrazione di una scarsa armonizzazione all’interno della comunita’ aikidoistica italiana. Questo di per se’ e’ non un piccolo fallimento per l’Aikido italiano. Come mai questa frammentazione Maestro? Come e’ successo, da dove ha origine il fenomeno?

KAWAMUKAI
Questo e’ dovuto alla politica del Maestro Tada. Tada Sensei non ha voluto accettare all’interno dell’Aikikai d’Italia chi non volesse seguire la sua via; altrimenti avremmo potuto ospitare tutti all’interno della casa madre. Gia’ in partenza il suo atteggiamento fu quello del samurai, rigido: anche se mi rimane un allievo solo, io continuero’ deciso per la mia strada. Questa decisione, questo atteggiamento furono fortemente rafforzati dal contatto e dallo scambio con Ken Otani Sensei, il maestro storico del Judo italiano e con l’avvocato Giacomo Paudice, aikidoista della prima era che lo aiuto’ enormemente nello stabilire l’Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese – Aikikai d’Italia. L’input che gli arrivo’ da essi fu che entrare a far parte di una federazione all’interno del CONI fosse da evitare a tutti i costi. Il Maestro Tada si abituo’ a vedere il CONI e le sue emanazioni come il fumo negli occhi, al punto che non accetto’ mai neppure di avere un colloquio esplorativo con i dirigenti del loro settore arti marziali, che erano invece interessatissimi all’Aikido.
Un giorno ero a pranzo al ristorante giapponese con Tamura Sensei e Tada Sensei; io proposi a Tada Sensei di prendermi l’incarico di lavorare con il CONI per raggruppare tutti quelli che erano rimasti fuori dall’Aikikai d’Italia. Una volta che il progetto avesse preso piede, avevo suggerito che il nuovo gruppo venisse assorbito dall’Aikikai d’Italia, o che si organizzasse una confederazione per la gestione del movimento in Italia.
Fu come se il cibo gli fosse andato di traverso. Fatto sta che non so neppure se avesse capito bene quello che gli proponevo, ma Tada Sensei si alzo’, saluto’ e se ando’. Da allora non l’ho piu’ visto ne’ sentito.

CHIERCHINI
Risultato: 47 anni dopo in Italia non esiste una federazione nazionale di Aikido riconosciuta dallo stato, non esiste certificazione legale nazionale per gli insegnanti, come ad esempio in Francia. La politica dell’esclusivita’ dell’Aikikai d’Italia e’ miseramente fallita.

KAWAMUKAI
All’epoca non e’ che avessi molta confidenza con il Maestro Tada, ma io pensavo che la mia proposta fosse basata su criteri giusti e ragionevoli, e che avesse ottime possibilita’ di successo. Io non so cosa avesse capito, ma non chiese spiegazioni, semplicemente ando’ via. Piu’ avanti ho iniziato a sentir circolare delle voci secondo cui io sarei stato un cattivo soggetto, un arrivista, un arrampicatore. Comunque parecchi aikidoka italiani, ad esempio Giorgio Veneri, Francesco Lusvardi, Franz De Compadri continuarono a praticare regolarmente con me; io andavo a insegnare a Mantova il sabato e la domenica e loro si appassionarono alla disciplina, diventandone dei praticanti molto seri. Avevano cercato di far venire Tada Sensei, ma per parecchio tempo non ci fu verso, dato che all’epoca il Maestro Tada non era molto aperto, comunicativo. Poi il tempo e’ passato, le cose sono cambiate e anche i rapporti. I mantovani si accostarono a Tada Sensei e io finii anche nella loro lista dei cattivi. Quando gli proponevo di incontrarci e fare una bella sudata assieme da qualche parte, come ai vecchi tempi, mi rispondevano “vedremo… se sara’ possibile… forse…”. Fra noi era cresciuta una distanza, in parte dovuta alla loro crescita e ai cambiamenti che ognuno fa nella vita, ma anche ad altri fattori esterni.
Oggi tutti questi raggruppamenti minori di Aikido che ci sono in Italia, che l’Aikikai d’Italia non ha saputo ne’ voluto filtrare, non hanno colpe, non sono la causa della frammentazione del movimento. I loro allievi credono all’Aikido come tutti gli altri, e non gli si puo’ attribuire a colpa il fatto di non essere iscritti all’Aikikai d’Italia.

CHIERCHINI
I principianti sono interessati solo all’Aikido, non alle federazioni, alle sigle.

KAWAMUKAI
Certamente! Gli allievi vogliono solo fare Aikido, non sono affatto interessati alla politica dell’Aikido, e quando ne sentono parlare non capiscono il perche’ delle discordie.La gente vuole fare Aikido perche’ ne ha bisogno, e se qualcuno sente questo bisogno, dargli una mano penso che sia una cosa molto umana; e’ un po’ come essere fermati da qualcuno per strada che ci chiede delle direzioni: e’ una cosa gentile indicare la via a chi lo chiede.

CHIERCHINI
Kawamukai Sensei, lei ha vissuto per 47 anni in Italia. Possiamo quindi dire che lei e’ anche un po’ italiano?

KAWAMUKAI
No, no, io sono piu’ italiano che giapponese! In passato c’e’ stato anche chi ha scritto che le mie opinioni per essere un giapponese a volte sono strane e che ho mangiato spaghetti per troppi anni…

CHIERCHINI
Cambiamo mondo, ci sono altre cose importanti nella vita oltre all’Aikido: cosa ne pensa della situazione in Italia negli ultimi tempi? Lei e’ un uomo del business; come vede questo periodo?

KAWAMUKAI
Per me sta andando benissimo, io mi occupo di lenti a contatto e il mio business e’ florido. L’Italia non e’ mai stata una potenza economica, ma tutto funziona comunque. Ci sono tanti piccoli gruppi, aziende di piccola e media dimensione, artigiani che hanno conoscenze e capacita’ enormi e contribuiscono al mondo dell’industria in misura notevole. Questo in Giappone non esiste; in Giappone ci sono solo grandi compagnie basate sull’uso e lo sviluppo di altissima tecnologia, ma queste sono sempre in bilico. Appena sviluppano qualcosa di nuovo e lo mettono sul mercato, questo viene copiato dai vicini e sono di nuovo al punto di partenza. Invece Armani e’ Armani, non si puo’ copiare e come lui tanti altri, piccoli e grandi che portano il nome dell’Italia nel mondo, creando denaro e interesse per il paese, la sua storia, le sue bellezze paesaggistiche e architettoniche, la sua gastronomia.

CHIERCHINI
Un’altra cosa che vorrei chiederle non e’ piacevole: 11 marzo 2011, terremoto, tsunami e crisi atomica, un triplo disastro. Quando lei maestro accende la televisione e vede quello che e’ successo in Giappone, cosa pensa, quali sono i suoi sentimenti?

KAWAMUKAI
Dio mio…
Terremoto e Tsunami sono fenomeni naturali; il Giappone e’ zona sismica, quindi si sapeva che il rischio era alto. In quella zona del Giappone questi fenomeni naturali devastanti si sono ripetuti nei secoli. L’entita’ delle devastazioni di uno tsunami e’ pero’ oggi amplificata potenzialmente, perche’ quelle zone sono adesso molto ma molto piu’ densamente popolate del passato; quindi le vittime e i danni prodotti dallo tsunami del 2011 sono enormemente superiori a quelli degli tsunami precedenti. Inoltre rispetto al passato adesso abbiamo mezzi di informazione efficientissimi che diffondono e amplificano gli eventi in tempo reale, dando a tutto un potente fattore emozionale. Comunque sia, questi sono fenomeni naturali, non possiamo odiare la natura per essi, si sa che esistono e che capiteranno ancora. E’ capitato a marzo, purtroppo, e ce la possiamo prendere solo con la sfortuna.
Invece per quel che rigurda la crisi atomica, non possiamo incolpare la natura, ma le nostre scelte. Le opinioni al riguardo sono contrastanti. C’e’ chi in Giappone, come anche in Italia, e’ del tutto contro il nucleare. Tuttavia tutti indistintamente vogliono godere delle comodita’ derivanti da una societa’ dominata dall’energia elettrica. In Italia l’energia viene importata dalla Francia, che e’ atomizzata, quindi la scelta anti-nucleare italiana cosi’ conta e vale poco. Se c’e’ una crisi atomica li’, noi che siamo i loro vicini di casa saremo i primi a pagarne comunque le conseguenze. Nell’86 gli italiani hanno detto no al nucleare, recentemente il governo ha provato a reintrodurlo, e presto ci sara’ un altro referendum per bloccarlo.
A prescindere dalle posizioni, l’atomo e’ al momento il modo piu’ economico di produrre energia e non si fermera’.

CHIERCHINI
Forse sarebbe ora di puntare con decisione sulle nuove tecnologie per la produzione di energia pulita, specie in un paese come il nostro, che gode di sole e vento per buona parte dell’anno e che ha in comune con il Giappone il fatto di essere zona sismica ad altissimo rischio.

KAWAMUKAI
Questo e’ verissimo, ma bisogna capire che il mondo e’ regolato da processi di natura economica: queste tecnologie vanno ancora sviluppate e perfezionate, mentre il mondo dell’economia ha bisogno di sempre piu’ energia e ne ha bisogno adesso. Sono loro che comandano e dicono che non c’e’ tempo per aspettare altri sistemi; e la risposta del mondo dell’economia al bisogno di piu’ energia e’ la costruzione di nuove centrali atomiche: al momento ne vengono costruite una sessantina in varie parti del mondo, specialmente nelle zone di recente sviluppo. Come fa l’occidente a dire a loro di non costruire, se loro sono i primi ad averne a centinaia?

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Foto-Cronache: M. Kawamukai Sensei a Coriano 2011

Kawamukai Sensei

Motokage Kawamukai Sensei

Motokage Kawamukai Sensei
6 Dan Aikikai
Stage Nazionale ASAI a Coriano, Rimini
16-17 Aprile 2011

Fotoalbum di 36 foto
Foto di Tatyana Kowalskaya

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Intervista a Motokage Kawamukai Sensei

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By RedazioneRedazione Aikido Italia Network