Le “Idee” di Platone e il Taisabaki del Gambero

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Quali modelli seguire nella pratica e nell’insegnamento dell’Aikido?

Sono debitore a Maurizio Valle dello spunto che vi riporto qui di seguito, integralmente, tratto da una discussione sulla pagina Facebook di Aikido Italia Network. A me ha aiutato a chiarire un paio di cose importanti rispetto alla MIA pratica. Vi riporto le mie riflessioni conseguenti come ulteriore stimolo, non perché voglia fare da portabandiera di un particolare gruppo, stile o insegnante di Aikido, ma allo scopo di contribuire alla comprensione di una delle questioni più dibattute e controverse della storia della nostra disciplina

 di SIMONE CHIERCHINI

Circa una settimana fa, nel corso di una discussione sul nostro gruppo di FB, l’amico Maurizio Valle è intervenuto con queste parole:

Cito, non alla lettera, Christian Tissier: “Si pratica un movimento, una tecnica, avendo una immagine ideale, un’ideale a cui tendere; tanto più mi ci avvicino, senza comunque mai arrivare alla perfezione, eliminando tutti i movimenti parassiti e le rigidità consce e inconsce, tanto più la tecnica sarà efficace ed elegante”. In tutte le motricità umane – gli sport, le danze, i mestieri – assistiamo, nei campioni, nei maestri artigiani, negli artisti, a questo fenomeno.
E di solito richiede dedizione assoluta e ripetizioni infinite delle pratiche in questione, fattori questi necessari ma non sufficienti.

Questa frase di Maurizio mi ha dato molto da riflettere. Forse per me è stato uno di quei testi che abbiamo bisogno di leggere, e che a volte ci capitano davanti agli occhi proprio quando ne abbiamo più bisogno, perché ci servono a far chiarezza rispetto a qualcosa che abbiamo già dentro di noi, ma che non riesce a trovare la via per esprimersi compiutamente a livello conscio.

Se ciò che Maurizio – e quindi Christian Tissier – sostiene è vero, cioè che in qualsiasi pratica umana per riuscire bisognerebbe tendere ad elevarsi, alla ricerca di una irraggiungibile perfezione, attraverso una continua tensione verso un modello ideale (e io penso che sia vero), allora qual’è il modello che io come responsabile aikidoka e insegnante impegnato di questa disciplina devo propormi di seguire?

Platone

Platone sensei…

Come primo passo, facciamo un breve ripasso di filosofia classica: secondo la teoria platonica, l’idea non va intesa come “concetto”: essa è un modello, ossia una “forma” e con essa Platone indica la forma comune di tutti i concetti relativi. Quando parla di idea, quindi, il maestro greco fa riferimento a un elemento unificatorio presente in natura, che esiste di per sé e al quale tutte le variegate manifestazioni di esso nel mondo materiale fanno capo: essa è la forma pura, unica, divina, che accomuna tutte le altre e le rende possibili. Le forme ideali, secondo Platone, esistono in un mondo separato e a sé stante, l’iperuranio, da cui esse “sgorgano” senza interruzione di continuità, come da una “sorgente”, per dissetare la sete di conoscenza dell’umanità (quante suggestioni per il praticante di Takemusu Aikido…). Nell’iperuranio esiste l’idea di cavallo, da cui poi scaturiscono tutti i singoli cavalli del mondo, individuali e particolari.

In termini di arti marziali, il primo riferimento a un possibile modello ideale che mi viene subito in mente è quello delle koryu, le “antiche scuole o tradizioni” giapponesi, che risalgono al periodo antecedente l’era Meiji (e cioè prima della fine del XIX secolo). In queste scuole, certamente popolate da esseri umani e non dal Demiurgo, il gesto è stato perfezionato e idealizzato da generazioni e generazioni di praticanti, durante un paziente lavoro spesso anche plurisecolare, che ha progressivamente consegnato agli aderenti della scuola un modello di pratica da seguire strettamente, rispettandone alla lettera i dettami tecnici. Se voglio studiare in quella scuola, ho un programma di “forme ideali”, da cui non sono tenuto a staccarmi fino a quando qualcuno più avanti di me (il sensei, cioè colui che è nato prima, e quindi ci cammina davanti) mi dirà che sono arrivato. Per questo spesso non è sufficiente un’intera vita di studio.

L’Aikido, tuttavia, è un Budo di completa rottura con le tradizioni marziali precedenti. Anche se è imbevuto da capo a piedi della cultura di cui si alimentano anche le koryu, i modelli ideali dell’Aikido e le sue forme non possono essere che i suoi, unici e particolari. Le idee dell’Aikido sono indiscutibilmente quelle del suo Fondatore, come hanno preso forma nel corso di una ricerca interiore e marziale durata un quarantennio presso il suo ritiro di Iwama, e come ci sono state tramandate da chi gli è rimasto accanto fedelmente per tutta la vita. Il valore della presenza e della testimonianza di Morihiro Saito (Mori-hiro, “il protettore”, così non casualmente ribattezzato dal Fondatore, che gli conferì anche il titolo di “Custode dell’Aiki Jinja”, cioè del Tempio dell’Aiki, eretto da O’Sensei stesso) non può essere comparato con quello di nessun altro degli altri pur colossali allievi di Morihei Ueshiba. Negarlo significa offendere la logica e io, nonostante la mia formazione mi porterebbe a sostenere altro, non ho intenzione di farlo.

cammino iniziatico

Aikido come cammino iniziatico

Tornando ai modelli da seguire, alle idee dell’Aikido, se ho scelto (come dovrei, altrimenti dovrei cambiargli nome) di usare lo studio dell’Aikido come cammino iniziatico, come metafora del percorso dal buio alla luce, attraverso la continua e insoddisfacibile ricerca della perfezione nel gesto, questo processo non può che fare riferimento ai modelli mostrati da chi quel gesto lo ha creato. Dal punto di vista pratico, io ho conseguentemente scelto di far riferimento alla scuola che è più vicina alla fonte, piuttosto che ad altri pur validi interpreti, perché essi per me stanno alle idee platoniche come il forte ulivo che ho nel mio campo sta all’idea di ulivo che è nell’iperuranio. Sono interpretazioni particolari, a volte anche valide, ma non sono l’idea, il modello. Se mi si consente di usare una metafora di natura religiosa, perché pregare il creatore attraverso i santi, visto che ho la possibilità di parlarci direttamente? I Mussulmani credono nelle parole di Allah, comunicate all’uomo attraverso il suo profeta, Mohammed, e mantenute immutate, non tradotte, non interpretate, per quattordici secoli. Spiegare loro cosa significa Aikido tradizionale è cosa che non richiede alcun sforzo.

Chi sono io per questionare le “idee” della mia scuola? Anche se tutte le mie cellule italiche impazziscono dal desiderio di fare altrimenti, devo rispettare il mio posto nel sistema, che è tutto meno che quello di nuovo profeta. Per me questo è Masakatsu Agatsu, dare libero sfogo alla mia presunta “libertà” è invece alimentare il mio Ego. La mia libertà consiste nell’aver fatto per un ventennio “tutte le mie cose” come insegnante e praticante, salvo poi realizzare che erano tutte fesserie o scopiazzature, o fesserie scopiazzate: ubi maior minor cessat, che tradotto non proprio letteralmente, significa “dove vi è chi ne sa di più, è meglio che chi ne sa di meno impari a star zitto”.

Tutto ciò che ho finora argomentato è un ragionamento che segue una sua logica interna, ma è comunque del tutto soggettivo. Lo propongo, ripeto, come pungolo per la riflessione comune, non per attrarre iscritti verso questo o quel gruppo. Ognuno è libero di cestinarlo, se crede. Tuttavia, chi rifiuta di farsi le domande, non avrà mai risposte, anche quando queste siano opposte rispetto alle mie.

Se è vero che ogni modello che ha lo scopo di insegnare ad altri, esplica appieno la sua funzione solo quando chi lo applica abbia anche la forza morale per romperlo – a cammino intrapreso, davanti alla luce del sapere e della conoscenza – avere o non avere forza morale non è una questione di tecnica e non può essere insegnato da nessuna scuola; è semplicemente il risultato, non garantito, del processo, cui pochissimi hanno la fortuna di arrivare: il risveglio, appunto, che aspetta gli iniziati.

Quanti sono quelli che davvero vedono la luce, attraverso l’Aikido o qualunque arte a scelta? Non molti, mi pare, considerando lo stato del pianeta, della nostra nazione, delle nostre città, dei nostri condomini; anche nel mondo dell’Aikido non mi pare che ci siano legioni di iniziati, mentre  i dojo sono pieni di individualisti che utilizzano l’arte per soddisfare la propria personale agenda – sia essa di tipo egotico e/o finanziario – o come passatempo ludico, tralasciando del tutto l’aspetto del lavoro interiore.

Mi ricordo che quando ero a scuola, dicevo che la matematica faceva schifo, perché equazioni e differenziali per me erano troppo difficili e proprio non riuscivo a raccapezzarmici. Quindi smisi di occuparmene, dedicandomi ad altre cose, che invece trovavo più facili, e così persi una grossa battaglia contro il mio lato oscuro e rimasi un ignorante al di fuori della matematica elementare. Molti conclamano di essere alla ricerca del “loro” Aikido, essendo ampiamente all’oscuro sia delle “idee” del suo Fondatore e della scuola che più da vicino cerca di tramandarle, sia degli interpreti indiretti cui dicono di rifarsi, in nome di una libertà che quasi sempre non è altro se non la scusa che l’uomo moderno ha trovato per non far mai niente fino in fondo, perché per fare qualcosa seriamente ci vuole una profondità morale e una forza d’animo che stanno diventando sempre più rare al giorno d’oggi.

Tutti per uno, uno per tutti

Tutti per uno, uno per tutti

Il nostro mondo oggi, ci spinge a nutrire un individualismo sempre più esasperato, a rigettare e distruggere qualsiasi altro modello se non quello giustificato dalla sola personale accettazione. L’unica regola è diventata l’Io, se piace, si può fare, altrimenti è sciocco, fastidioso, superato, liberticida. Perché l’individualismo sia il modello socio-economico dominante del mondo moderno, quali siano le sue cataclismatiche conseguenze, a chi fa comodo distruggere ogni forma di comunità assieme a ogni tipo di ordine naturale delle cose, solleticando l’egoismo di ognuno, non è un discorso che vogliamo affrontare oggi. Solo una parola di cautela, da parte di chi nell’individualismo si dibatte e ci litiga quotidianamente per tenerlo a bada: l’arroganza di sentirsi arrivati, di voler rompere i modelli, in nome di una presunta libertà personale, per me sono come il taisabaki del gambero lungo il cammino iniziatico.

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