Seminario: Armano/Gandossi a Sesto San Giovanni (MI)

Un incontro dedicato allo studio dell'ultimo O'Sensei

Un incontro dedicato allo studio dell’ultimo O’Sensei

Angelo Armano – Bannen Aikido
Max Gandossi – Tendo Ryu Italia

“Il Bukiwaza di lwama, il contatto energetico dell’Aikido di Hirosawa Sensei, tempi e kokyu nel Tendoryu”

2-3 Novembre 2013

Sesto San Giovanni (MI)
Centro Olistico, Via Marsala 69

Informazioni: +39.346.23.798.21
Email: info@bushidokai.it

Quota di partecipazione: 15 euro

Orari di pratica: sabato ore 15-17.30; domenica ore 10-12.30

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By RedazioneRedazione Aikido Italia Network

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Seminario: Massimiliano Gandossi a Marina di Massa

Massimiliano Gandossi presenterà l'Aikido al Festival dell'Oriente 2011

Massimiliano Gandossi, rappresentante italiano ufficiale del Maestro Kenji Shimizu VIII dan, fondatore del Tendoryu
28-30 Ottobre 2011
Festival dell’Oriente
Marina Di Massa, Italy
Carrara Fiere

Informazioni: info@tendoryu.it
Web: www.tendoryu.it

Lo stage di Aikido organizzato in occasione del Festival dell’Oriente è rivolto sia a praticanti di Aikido che a persone che vogliono avvicinarsi a tale disciplina, e sarà suddiviso in classi a seconda del livello.
Lo stage sarà diretto dal Maestro Massimiliano Gandossi, cintura nera IV dan e rappresentante italiano ufficiale del Maestro Kenji Shimizu VIII dan, fondatore del Tendoryu ed allievo diretto di Morihei Ueshiba, e presenterà lavoro tecnico sulle basi del Tendoryu, lavoro sugli henka waza (varianti delle tecniche fondamentali) e sul randori (esercizio libero con più attaccanti).
Il Maestro Gandossi, allievo del Maestro Shimizu studia e pratica Aikido da 23 anni, si reca costantemente in Giappone ed in altri Paesi per praticare con alcuni tra i più rinomati Maestri di questa disciplina oltre ad aver praticato per anni altre arti marziali giapponesi.

By RedazioneRedazione Aikido Italia Network

Concentrarsi e Percepire, Due Attività Diametralmente Opposte, Almeno Per Gli Esseri Dotati Di Cervello!

Concentrarsi e percepire: passaggio da Kihon/Waza a Takemusu Aiki

Ogni attività umana può essere racchiusa in un’icona mentale che la rappresenta, così formiamo negli anni un repertorio di immagini iconiche delle molteplici attività di cui siamo capaci o che vediamo compiere. Potremmo divertirci formando un gruppo di persone che disegnino l’icona di riferimento di attività comuni per poi paragonare i risultati e vedere quante similitudini troviamo: saremmo sorpresi di come, pur nella differenza di abilità grafica, i disegni si somiglino almeno nell’essenza

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Potremmo ad esempio facilmente immaginare come il concetto di concentrazione venga rappresentato da una persona che restringe lo sguardo su un determinato punto e tiene stretta la radice del setto nasale con pollice e indice, mentre l’atto di percepire attraverso facoltà cosiddette extrasensoriali o “meditare” sia rappresentato da un volto umano rivolto verso l’alto, magari con occhi chiusi e con i muscoli facciali rilassati, magari seduto e con le braccia aperte o protese in avanti.
Ed è così che effettivamente predisponiamo il nostro corpo, attraverso una precisa “configurazione cerebrale” alle due attività che sono praticamente opposte. Se proviamo questo semplice esercizio, magari alla fine del keiko, ci accorgeremo della netta differenza fisica delle due attività.
Proviamo a sederci uno di fronte all’altro come per il kokyu-ho e dapprima cerchiamo di mettere bene a fuoco un occhio del nostro compagno/a.  In questi casi è molto frequente che i praticanti inizino a ridere, è una cosa assolutamente naturale (la risata è un meccanismo che l’essere umano ha sviluppato per risolvere l’imbarazzo della sovrapposizione territoriale e dei conflitti che ne derivano); basta NON commentare, lasciare che la risata si scarichi e l’imbarazzo si dissolva da solo. Magari poi ritornerà dopo un po’ e allora lo lasceremo scaricare di nuovo senza commentare, altrimenti finiremmo col tornare daccapo.
Stiamo solo mettendo a fuoco l’occhio del partner, e non succede nulla nel resto della mente, magari facciamo qualche pensiero, il resto dei sensi corporei è attivo, anche se passa in secondo piano; a questo punto lasciamo che i muscoli oculari si rilassino e perdiamo la messa a fuoco del punto allargando il campo visivo senza muovere gli occhi e, forse ancor più difficile, senza sbattere le palpebre (o riducendo la frequenza di questa azione il più possibile).
A questo punto abbiamo cambiato la predisposizione  del cervello da concentrazione a percezione, e inizieremo più facilmente a lavorare con l’immaginazione e a percepire sensazioni visive particolari: potremmo vedere il viso del nostro partner cambiare di aspetto, deformarsi, scurirsi nel centro evidenziando dei contorni luminosi (taluni sostengono che questo sia un modo per osservare l’aura energetica). E possiamo continuare così per qualche minuto alternandoci magari ogni tanto col nostro partner in modo da intervallare l’atto di osservare con quello di essere osservati (tori e uke anche in questo piano).
Questa esperienza inserisce un interessante elemento nella pratica aikidoistica, elemento che magari istintivamente già è presente e di cui si può anche solo semplicemente prendere consapevolezza: quando studiamo una tecnica o siamo concentrati su uno o più elementi di essa, predisponiamo il cervello (e di conseguenza il corpo) alla concentrazione, mentre quando ci rilassiamo e perdiamo la messa a fuoco di un singolo punto, aprendo il campo visivo, e rilassando i muscoli facciali predisponiamo noi stessi alla percezione. Si potrebbe dire che il passaggio da kihon/waza a takemusu aiki, che necessita certamente di tempo continuativo di pratica affinchè sia ben evidente, sia però in realtà un cambiamento di atteggiamento, che potrebbe essere sperimentato fin dal primo giorno di pratica, perché dipende dal modo in cui ci si pone verso quello che si sta facendo più che da come lo si sappia fare.
Resta ben inteso che la tecnica permette all’artista di avere strumenti validi per esprimere l’ispirazione, ma l’artista che si esprime non si concentra, si apre, si rilassa, si lascia attraversare da un’energia che in quel momento lo usa come veicolo.

Copyright Massimiliano Gandossi © 2011 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Il website di Massimiliano Gandossi e’ 
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Il “Senso” del Limite

Massimiliano Gandossi

Massimiliano Gandossi Sensei (2011)

Un paio di giorni fa mi è capitato di ascoltare il programma di Fabio Volo alla radio e in quella occasione il celebre dj ha voluto concludere la sua ora di trasmissione lasciando la parola a un Woody Allen di 30 anni prima, con il monologo conclusivo del bellissimo film “Amore e Guerra”.

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Riascoltare quelle parole , oltre a farmi sbellicare dalle risate, mi ha condotto ad alcune riflessioni che riguardano anche la pratica aikidoistica. Woody Allen, ormai ridotto ad uno spirito dopo essere stato giustiziato per un delitto non commesso e accompagnato da una grottesca morte incappucciata con la immancabile falce nelle mani,  dice nel monologo “E quindi sono arrivato alla fine, ma alla fine che cosa mi è servita questa vita? Cosa ho capito? Ho capito che gli esseri umani sono divisi in due tra mente e corpo, la mente aspira a grandi ideali e principi filosofici ma poi è il corpo che si diverte” (ahah aha ahah, parte la prima grassa risata); in fondo non è proprio il principio di unificazione di mente e  corpo che rende il keiko un’esperienza così piena, così distensiva nei confronti di se stessi e degli altri?
Inizio a pensare ai nostri limiti di esseri umani, al rapporto così (umoristicamente in alcuni giorni, drammaticamente in altri) complicato con le nostre pulsioni, alle spaccature interne e alle sintesi comportamentali che vi apportiamo come risultato di un lungo processo che rimane quasi sempre invisibile agli altri, ridotti a conoscenti della ormai nota punta dell’Iceberg.
Sviluppiamo, maturando e anche grazie alle limature altrui ai nostri danni, il cosiddetto senso del limite.
Ma se cambiassimo per un istante l’accezione che diamo a questa espressione dando maggiore enfasi alla prima parola, SENSO del limite, inteso come comprensione del senso profondo che hanno i nostri limiti per la realizzazione della nostra esistenza, come cambierebbe la vita?
Se ci pensiamo bene noi riceviamo una costante spinta interna ed esterna al superamento dei limiti, alle volte di limiti stereotipati e nemmeno nostri (prendere coscienza dei propri limiti comporta un lavoro di ascolto interiore che il più delle volte non abbiamo nemmeno il tempo di affrontare), ma cosa ci fa stare meglio davvero? Cosa permette al nostro potenziale di esprimersi con pienezza,  conoscere il proprio limite e all’interno di esso esprimersi al meglio o tentare in continuazione di superarlo?
Mi viene in mente il caro Maestro Fujimoto che durante uno stage a Corsico mostrò gyakuhanmi katatedori Ikkyo e poi con un’inflessione ironicamente scocciata disse “ancooora ikkyooooo” – risata – e poi spiegò che già parecchi anni prima c’erano persone che si lamentavano a lezione e durante gli stage quando il Maestro che teneva lezione mostrava ikkyo, che barba sempre la stessa storia, sempre questa tecnica facile e di base, vogliamo di più vogliamo movimenti strabilianti e spettacolari… Ma a pensarci bene se uno è veramente appassionato di Aikido e della sua pratica, cosa può esserci di più bello per lui/lei che fare un’ora di ikkyo?!
Il senso del limite…
Continua Allen ” la morte non deve essere presa in modo così drammatico, in fondo dovrebbe essere vista come un modo drastico di ridurre le proprie spese” (buuhahahahah); “la morte non è poi la cosa peggiore che possa succederci, chiunque di voi abbia passato una serata con un assicuratore sa di cosa sto parlando” (…); e poi conclude ” non è importante la quantità di atti sessuali che facciamo nell’arco di una vita ma la loro qualità…. certo se la quantità è inferiore a una ogni 6 o 7 mesi, una guardatina me la farei dare!!!”
Che poi equivale , mio modesto parere, a dire che non ha senso avere paura di morire , la morte non esiste (se esiste qualcosa dopo) e se esiste noi non ce ne accorgeremo, invece la vita esiste e il rischio che corriamo è di non viverla, non averne l’audacia, la voglia, il coraggio, essere spilorci nel tirare sul prezzo delle esperienze, non riconoscere il senso dei nostri limiti passando la vita a rincorrere la chimera di una certa caduta grande o di un modo sempre diverso, sempre nuovo di fare la tecnica, come gli ignavi correvano dietro alla bandiera senza arrivare a nulla, perché arrivare vuol dire arrivare al limite e dire “si, ci sto questo è il mio limite a al suo interno costruisco, godo, vivo!”

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Ukemi Sviluppa il Femminile

Jun Nomoto Sensei in Irlanda (2002)

Jun Nomoto Sensei in Irlanda (2002)

In un immenso teatro in cui ci si contende la scena del primo attore con le prodezze nel ruolo di tori, mi permetto di lanciare un acuto stonato fuori coro e affermare a gran voce che la pratica dell’aikido è tutto ciò che si fa sul talami, sia come tori che come uke. Anzi rilancio ulteriormente, il bello del praticare aikido sta proprio nell’equilibrio dei due ruoli all’interno della pratica di ognuno di noi, praticanti e insegnanti

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Ammetto senza vergogna che in alcune forme personalmente prediligo la parte di uke, intesa come quell’insieme di movimenti sensati di attacco, assorbimento di una tecnica e conseguente autotutela sapientemente miscelata col piacere di lasciarsi andare e lasciarsi, ad un certo punto, anche guidare.
Spero di poter dire, senza far torto al pensiero femminista del quale ho pieno rispetto, che questo è una qualità naturalmente femminile, che chiaramente è presente anche negli uomini e che ha ragione di essere sviluppata.
Naturalmente se siamo affetti da machismo storceremo il naso all’idea di sviluppare la nostra componente femminile , purtuttavia ne avremmo un notevole giovamento in termini di sensibilità applicata alle relazioni interpersonali.
In natura la femmina ha il grande potere di trasformare con la sua forza accogliente e armoniosa di trasformare qualcosa di fondamentalmente “aggressivo” come la spinta riproduttiva maschile in una magia come la vita (basta guardare un qualunque documentario per constatarlo). Questa natura risiede ancora in noi individui della società moderna che ci siamo un po’ allontanati da essa, e si esprime sia in modo positivo, con un’oscillazione alternante di azioni e reazioni con le quali il maschile e il femminile (indipendentemente dal fatto che chi lo esprime sia uomo o donna) si intreccia armonizzandosi, sia in senso negativo creando una forte sensazione di inadeguatezza e difficoltà di relazione.
E’ il caso , per fare uno dei tanti esempi possibili, della coppia che non riesce ad avere figli, situazione nella quale spesso alberga, almeno in una delle sfere di interazione, una certa “sovrapposizione di ruoli” che rende ormonalmente neutri i partner, oppure delle donne che per non “piegarsi” alle richieste della loro natura sviluppano atteggiamenti smisuratamente aggressivi e isterici o degli uomini che non avendo occasione o coraggio di il maschile in sé diventano depressi (ormonalmente neutri).
Durante il keiko si sperimenta il risultato positivo di una oscillazione armonica tra l’aggressione e l’ armonizzazione con essa e il conseguente sviluppo di un energia di insieme che nutre e permea entrambi i praticanti. Inoltre ci si passa in continuazione il testimone dello sviluppo di questa energia a beneficio reciproco. Uke attacca iniziando a mettere carburante nel motore, tori, armonizzandosi con l’attacco riceve il “timone” e muove l’energia sviluppandola nel senso del movimento intrapreso poi la “scarica” nella tecnica e a questo punto il testimone ritorna ad uke che subisce la tecnica attivamente armonizzando i propri movimenti di caduta o discesa con quelli della tecnica (anche sensatamente per evitare danni al corpo) e si rialza immediatamente per mettere dell’altro carburante quando ancora quello messo in precedenza non ha finito di bruciare. Così i due praticanti entrano in risonanza e dalle due onde si sviluppa una nuova onda di coppia che ha il doppio dell’energia.
In tutto questo trovo che uke abbia l’incredibile e importantissima responsabilità di essere colui che inietta sempre più carburante, con generosità, sentendo crescere il ki tecnica dopo tecnica e sviluppando una capacità di “accettazione” attiva e di abilità al cedere nell’ultima parte della forma che ai miei occhi è espressione di grande femminilità, una femminilità di cui ogni uomo potrebbe fare sfoggio con grande orgoglio e che crea i presupposti esperienziali per prendere confidenza con nuove modalità di gestione delle relazioni e anche dei diverbi che ne nascono di tanto in tanto.
Quante volte capita che da delle stupidaggini si creino delle discussioni enormi o delle fratture nei rapporti semplicemente per l’escalation di aggressività che scaturisce dal non saper “cedere” dal non saper fare tenkan di fronte ad una spinta ma reagire spingendo più forte!
Diverse volte mi è capitato di sentire esprimere critiche forti su un certo modo di fare aikido morbido accomunandolo in modo appunto dispregiativo alla danza, mi chiedo a questo punto se l’insofferenza nasca dal fatto che la danza viene vista come qualcosa da mollaccioni (raccomanderei di notare i fisici dei ballerini prima di esprimere un giudizio del genere..) oppure dal fatto che nella danza tutto viene concesso nei limiti di uno schema predefinito e concordato nel rapporto tra i due partner mentre nelle arti marziali questo schema iniziale da (o dovrebbe dare) la capacità di controllare anche attacchi al di fuori di esso e quindi permettere di essere controllanti e dominanti rispetto ad un potenziale aggressore. Mi risulta inevitabile chiedermi se sia così importante ai fini veri della pratica aikidoistica l’identificazione di questo confine e se non sia invece una insofferenza del tutto mascolina (e non solo maschile) all’abbandono, all’idea di essere guidati, un ‘insofferenza alla perdita del “potere”. Credo che sia più importante meditarci sopra nel proprio intimo piuttosto che cercare di dare una risposta a questo quesito.

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Una Risposta a “Gioie e Dolori dell’Asobi nell’Aikido”

Masimilianiano Gandossi dice la sua sull'Asobi

Il post di Simone Chierchini Gioie e Dolori dell’Asobi nell’Aikido ha stimolato questa interessante risposta da parte del Maestro Massimiliano Gandossi, che vi proponiamo integralmente

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Ciao Simone,
ho letto attentamente il tuo post e vorrei fare un commento.
Insegno yoga, aikido e iaido e ci tengo ad avere un approccio rilassato alle persone, mi piace che il clima sia disteso ed amichevole e devo dire che quello che osservo, proprio perchè tendenzialmente lo iaido e lo yoga si praticano individualmente mentre l’aikido almeno in due (la maggior parte del tempo in due) il clima di quest’ultimo è più ludico o permeato di divertimento e di interazione. Intendiamoci, credo che si divertano molto anche nelle altre due discipline (io moltissimo) ma c’è certamente un altro grado di interazione.
Purtroppo è un dato di fatto che quando la personalità esce un po’ troppo dai margini inizia a mostrare le proprie spigolature, pertanto è da notare come le persone che si incontrano da estranee al dojo e poi da amici vanno a bere la birra, quando invece di concentrarsi durante la pratica si distraggono o si lasciano andare a commenti o ironia chiaramente riducono l’effetto armonizzante e realmente distensivo della pratica aikidoistica.
Ciononostante ritengo che l’approccio austero sia inadatto alla nostra cultura perché sostanzialmente male interpretato sia da insegnanti (che troppo spesso lo usano come amplificatore dell’ego) che da allievi (in una parola esaltati) che diventano spesso degli isterici della perfezione o dei maniaci di un clima che non riesce a tradursi in una reale distensione del loro animo e in una gentilezza nei modi che invece è la prerogativa immancabile di un BUON rappresentante della Cultura Nipponica.
Questo ho sentito sulla mia pelle la prima volta che ho messo piede in Giappone, che per anni ho scimmiottato qualcosa che non capivo, e che non potevo capire perchè i miei modelli di riferimento avevano adottato dei comportamenti vuoti, usati come involucri efficaci di esemplificazione di una cultura pseudomilitarista che doveva servire ad insegnare disciplina e autocontrollo.
Ritengo che dalla comprensione dei limiti della propria libertà nasca un rispetto e una autodisciplina che non ha necessità di modalità dure, credo nella gentilezza come risultato finale dell’aikido (rendere persone migliori) e credo che tutti i praticanti di arti marziali si avvicinino ad esse perchè hanno qualcosa di irrisolto con la violenza e questo deve essere una priorità di chi insegna, permettere loro di fare la pace con se stessi con gli altri, la pace con la vita e la morte, la pace con i limiti imposti dalla natura e dalle circostanze.
I praticanti di budo europei sono troppo spesso persone che si svalutano in continuazione perchè non hanno capito il vero significato di umiltà perchè leccano il culo allo shihan di turno finchè ne hanno un tornaconto ma non sanno “amare il Maestro” perchè putrtoppo non è nella nostra cultura questo modello di riferimento, noi pensiamo di crescere quando mandiamo a quel paese il papà e diciamo “adesso decido io per la mia vita”, poi sappiamo di essere cresciuti quando ritorniamo a volgere uno sguardo di amore verso nostro padre e gli diciamo “grazie”.

Leggi “Gioie e Dolori dell’Asobi nell’Aikido

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