Tra il Dojo e l’Accademia, l’Idea delle Forme e la Forma delle Idee

L'Accademia di Platone come immaginata da Michelangelo

L’Accademia di Platone come immaginata da Raffaello

There are no ‘styles’ of Aikido.
It is like cheese cake.
You can cut it in wedges or squares
or just dig in with your fork
but it is still cheese cake!

di CARLO CAPRINO

Premessa
Se c’è una cosa che un’Arte ci insegna, è che si cresce non solo grazie alla pratica individuale, ma anche (soprattutto?) confrontandoci con gli altri. Nulla di nuovo sotto il sole, il mio saggio nonno mi ammoniva spesso a frequentare quelli migliori di me ed a “pagargli le spese”, (traduco letteralmente dal dialetto) . Ecco quindi che l’idea di aggiungere i miei proverbiali due centesimi al confronto “filosofico” che vede come partecipanti Angelo Armano sensei (1) e Simone Chierchini sensei (2) mi si è palesata non tanto come un atto di arrogante hybris, quanto come una ottima occasione per pulire il mio specchio (3) e riflettere sugli stimolanti suggerimenti forniti da due insegnanti e praticanti così esperti ed aperti al dialogo.

L’Aiki? Che ci sia ciascun lo dice, cosa sia nessun lo sa
Sulla “vexata quaestio” di cosa sia o non sia “davvero” Aikido, si sono scritte e si scriveranno ancora migliaia di parole. In omaggio alla provenienza orientale dell’Arte sarebbe stato forse più opportuno citare l’aneddoto del Buddha, dei ciechi e dell’elefante, ma siamo occidentali, ed un titolo ispirato ad un nostro poeta in fondo poi tanto male non fa, anche perché – a ben vedere – tra lo stracitato “Facimm’ammuina!” della Marina Borbonica e lo stratagemma cinese del “Fare clamore a Oriente per attaccare a Occidente” ci sono più similitudini che differenze.

Orbene, la citazione all’inizio paragona l’Aikido ad una torta al formaggio: tanto il morbido pezzo scavato al centro che il più duro bordo perimetrale sempre torta sono… per i più amanti delle citazioni colte, valga invece quanto affermava il Fondatore Ueshiba Morihei: “Ogni volta che mi muovo, questo è Aikido”. (4)

Tutto è Aikido, niente è Aikido? In effetti, il rischio c’è e il principio dell’enantiodromia – tanto caro ai taoisti ed agli junghiani (e non solo…) – ci ammonisce che un evento giunto al suo massimo si trasforma inevitabilmente nel suo contrario. Quindi, come se ne esce? Cosa è “tradizionale”? (e diamo per ammesso e non concesso che siamo d’accordo su cosa poi significhi davvero tradizionale…), dove finiscono le similitudini e cominciano le differenze? Dove si può parlare di Do e dove di Jutsu? Domande affascinanti ma che temo non abbiano “una” risposta, ma ne abbiano tante quante sono coloro che si provano ad affrontare la questione.

Forma e Contenuto

Forma e Contenuto

Circoscriviamo il campo d’analisi, riprendendo uno degli spunti di discussione affrontati dai Maestri Armano e Chierchini e rigirando la frittata in maniera provocatoria: Le “forme” servono? La pratica rigidamente didattica è utile? Quando (e se) il praticante può (o deve…) affrontare un percorso di pratica individuale?

Anche qui, facile fare domande, più difficile fornire risposte sia pure mediamente condivise; non avendo chi scrive ne’ l’esperienza ne’ la capacità comunicativa dei due Maestri citati, l’unica cosa fattibile è fornire una opinione che è – etimologicamente e logicamente – opinabile e valida tanto quanto una opposta.

Nella mia idea (più o meno Platonica…) di didattica, una “forma” condivisa è utile e opportuna, almeno all’inizio. Ho cominciato ad imparare a scrivere riempiendo pagine e pagine di quaderni di palline, cerchietti ed asticine, cercando di riprodurre al meglio la forma delle lettere presenti nel mio abbecedario. Avrei scoperto anni dopo che ciascuno, partendo da quelle forme condivise, avrebbe poi sviluppato una sua grafia, a volte al limite dell’incomprensibile, ma così tanto personale da poter essere impiegata perfino per indagare le caratteristiche della personalità.

Oggi pare che questo studio non sia più in voga, che si preferisca lasciar esprimere da subito i piccoli studenti senza imporre loro forme precostituite, non so se sia effettivamente così e – se si – su quali basi sia maturata questa scelta; quel che so è che nella mia piccola esperienza personale e lavorativa partire da una base condivisa aiuta a stabilire almeno un “minimo comune” su cui poi costruire e sviluppare percorsi individuali. Certo, il rischio “Torre di Babele” è sempre in agguato, per quanto l’adagio di Albinoni ed un riff di hard rock siano entrambi “musica”.

Stringiamo ancor più il campo di analisi, poiché ciò che può valere per un ambito non è detto valga anche per altri; i nostri padri latini di fronte ad una situazione da indagare si chiedevano ”Cui prodest?”, ovvero “A chi conviene?”, applichiamo questo quesito e chiediamoci, in sovrappiù, “perché” conviene.

Anche sulle motivazioni che portano un uomo del ventunesimo secolo ad affrontare pratiche distanti centinaia di anni e migliaia di chilometri dalla sua storia culturale (5) tanto si è scritto; diamo per assodato che costui lo fa e usiamo il rasoio di Occam (6) per eliminare le ipotesi – sia pure realistiche – che non servono a quanto scritto. l’Aikido – si è detto – affonda le sue radici nelle tradizioni storiche e spirituali del Giappone ma è anche Arte razionale e “scientifica”, e allora credo che anche all’Aikido possa adattarsi ciò che un acuto studioso scrive:

[…] quale sia l’intento della Scienza e quale l’intento della Tradizione. Se ne individuano due: in un caso conoscere l’universo per trasformarlo ed adattarlo alle esigenze dell’uomo, nell’altro conoscere l’universo, e l’uomo come parte del cosmo, per trasformare l’uomo. (7)

Sempre nello stesso testo, ancora si legge:

Le teorie scientifiche non devono mai diventare “congegni” o feticci da adorare e da utilizzare indiscriminatamente per interpretare la realtà, hanno un loro dominio di applicabilità.

Non so voi, ma a me il pensiero è corso alle “tecniche” codificate che qualcuno crede “universali” ed in grado di “funzionare sempre e comunque”, alle leve, alle proiezioni, ai bloccaggi ed alle percosse considerate come “fini” da raggiungere e non come “mezzi” da utilizzare per com-prendere il principio che le anima. E’ ovviamente innegabile che la didattica debba avere come obbiettivo anche il miglioramento tecnico e l’efficacia del gesto compiuto, ma questi non dovrebbero essere gli unici l’obbiettivi da perseguire, almeno non dopo un po’ di tempo dall’inizio della pratica.

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Che fare allora delle tecniche?

Che fare allora delle “tecniche”? A che scopo utilizzarle? Ritorniamo al “cui prodest?” di cui sopra, che è sempre utile… a che scopo un body builder solleva ripetutamente chili e chili di peso su manubri o bilancieri? Solo per sperimentare la forza di gravità? Il gesto evidente è solo un “mezzo” per raggiungere un “fine” altro. Così, ancora Alessandro Orlandi ci ricorda che:

Ogni Tradizione prevede delle modalità particolari per trasformare l’uomo e la sua realtà (interna o esterna non importa).

Assodato questo, sfatiamo un altro mito che deluderà non poco i “teorici della pratica” (ci si perdoni l’apparente ossimoro) sempre alla ricerca della ennesima variazione, della ulteriore spigolatura, dell’adattamento aggiuntivo; quelli che la mia compagna definisce come “coloro che ne vogliono sapere una più del libro”, quelli che insomma accumulano ore e ore di filmati, pagine e pagine di manuali, centinaia e centinaia di fotografie e disegni:

La conoscenza e la sapienza non sono allora sinonimi dell’accumulare nozioni e leggi generali per controllare la Natura ed assoggettarla ai propri desideri. Conosce, invece, chi sa trasformare se stesso fino a rendere le leggi che regolano il suo microcosmo interiore identiche a quelle che regolano il macrocosmo. (8)

Il dito, la luna e lo strabismo di Marte

La didattica e le indicazioni degli insegnanti sono la rotta ma non sono la Via, sono utili a non “perderci per strada” ma il cammino tocca percorrerlo a noi. Nella forma, kata, kihon o comunque si vogliano chiamare questi esercizi propedeutici è compresa l’essenza della tecnica, ma questi non sono ancora la tecnica, potremmo definirli come il guscio che protegge il frutto della noce, che può assaporare solo chi quel guscio sia disposto – prima o poi – a romperlo.

Sembra facile? Forse meno di quanto appare, o forse siamo noi razionalisti occidentali che ci complichiamo la vita… Gli orientali usano paragoni più affascinanti per spiegare questi concetti:

“La forma non è distinta dal vuoto, il vuoto non è distinto dalla forma; la forma è proprio tale vuoto, il vuoto è proprio tale forma; se questa è la forma tale è il vuoto, se questo è il vuoto tale è la forma” (9)

E ancor più esplicito è il saggio cinese, quando ci ricorda – come Antoine de Saint Exupery nel suo “Il Piccolo Principe” – che non di rado “l’essenziale è invisibile agli occhi”:

Trenta raggi convergono sul mozzo, ma è il foro centrale che rende utile la ruota… Plasmiamo la creta per formare un recipiente, ma è il vuoto centrale che rende utile un recipiente… Ritagliamo porte e finestre nella pareti di una stanza: sono queste aperture che rendono utile una stanza… Perciò il pieno ha una sua funzione, ma l’utilità essenziale appartiene al vuoto…” (10)

La “forma” è insomma una sorta di contenitore, utilissimo, spesso indispensabile, ma che tale è in funzione di ciò che contiene. Una forma “vuota” serve a poco, così come un liquido preziosissimo è destinato a perdersi se la “forma” che lo contiene non ha caratteristiche adatte allo scopo.

Nell’ambito marziale, le “tecniche” sono – per certi aspetti “simboli” (11) e la didattica che le utilizza un “rito”. Se il rito è “una successione spazio-temporale e dinamica di simboli e azioni simboliche” (12) bisogna porre la giusta attenzione che il rito che dovrebbe vederci attivi protagonisti non si trasformi in vuota cerimonia, di cui siamo passivi spettatori. Il simbolo vale nulla, se non c’è chi lo ri-conosce (ancora Platone…) e non a caso sempre A. Orlandi evidenzia come: “ Il mito consiste invece in un insieme di simboli i quali possono avere differenti gradi di influenza sull’iniziando, a seconda di come vengono ordinati ed interpretati”.

"Vola solo chi osa farlo"

“Vola solo chi osa farlo”

Se così è, allora, ben vengano i Maestri e gli istruttori più esperti che ci indicano la strada, ben vengano coloro che ci ammoniscono a fidarci dell’ortodossia ma ancor più dell’ortoprassi (13), ben vengano coloro che – come Sepulveda – ci ricordano che “Vola solo chi osa farlo” e che un recinto può essere tanto una prigione che ci rinchiude quanto un ostacolo che ci permette di metterci alla prova.

Se l’Arte in genere e l’Aikido in particolare ci apre all’Universo e nel contempo a noi stessi (14), in un percorso tanto “verticale” quanto “orizzontale”, allora forse la conclusione più adatta a queste note è una citazione di Giordano Bruno, che afferma:

Colui che vede in se stesso tutte le cose è al tempo stesso tutte le cose.

Conclusioni

Ennesimo ringraziamento va ad Angelo Armano sensei e Simone Chierchini sensei per avermi maieuticamente aiutato a buttar giù queste righe.

Ulteriore e sentitissimo ringraziamento a Alessandro Orlandi per aver condiviso col sottoscritto la sua ampia e viva sapienza ed avermi fatto dono di due sue illuminanti opere, a cui sono debitore di molti più insegnamenti rispetto a quelli qui citati.

Ultimo ma altrettanto doveroso ringraziamento ai lettori, per la nuova prova di pazienza a cui si sono sottoposti leggendo questo scritto.

NOTE
(1) http://aikidoitalia.com/2013/04/08/a-proposito-delle-idee-di-platone/
(2) 
http://aikidoitalia.com/2013/03/02/le-idee-di-platone-e-il-taisabaki-del-gambero/
(3) 
Gli scritti dei Maestri citati richiamano spesso Platone, filosofo greco il cui nome pare significhi “dalle spalle larghe”, spalle che spero siano tanto robuste da sopportare anche questo ulteriore fardello.
(4) 
Citato in http://www.aikidofaq.com/introduction.html
(5) 
Sempre considerando che – come detto all’inizio di queste righe – spesso vi sono più analogie che differenze tra culture anche apparentemente agli antipodi
(6) 
Il “Rasoio di Occam” è un principio, ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno, che suggerisce l’inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno, quando quelle iniziali siano sufficienti.
(7) 
In “L’Oro di Saturno – Saggi sulla Tradizione Ermetica” di Alessandro Orlandi, Edizioni Mimesis
(8)
In “L’Oro di Saturno – Saggi sulla Tradizione Ermetica”, op. cit.
(9) Il “Sutra del cuore della perfezione della saggezza” o “Sutra del cuore” è un sutra Mahayana del gruppo della Prajñaparamita, molto conosciuto e diffuso nei paesi di tradizione mahayana per la sua brevità e densità di significato. Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Sutra_del_Cuore
(10) Lao Tzu, “Tao Te Ching”, cap. 11
(11) Ed è interessante, al proposito, l’analisi etimologica della parola “simbolo”
(12) In “L’Oro di Saturno – Saggi sulla Tradizione Ermetica”, op. cit.
(13) Parafrasando saggi ammonimenti, si può dire che: “Molti sentieri di montagna portano alla vetta, ma sulla vetta della montagna non c’è più nessun sentiero”
(14) Scrive ancora A. Orlandi nella sua opera sopra citata: “La Tradizione, invece, si pone come obbiettivo la non-separazione tra il mondo e chi lo osserva, vuole trasformare l’osservatore armonizzandolo con la realtà a lui circostante.”

Copyright Carlo Caprino ©2013Carlo Caprino
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A Proposito delle Idee di Platone…

Idee

“L’Aikido è partire dalla forma per far sparir la forma”

Circa un mese fa AIN ha pubblicato l’editoriale di Simone Chierchini Le “Idee” di Platone e il Taisabaki del Gambero, cui oggi fa seguito (come ormai da tradizione) il puntuale contrappunto di Angelo Armano sul medesimo tema, ma anche assai oltre…

di ANGELO ARMANO

Caro Simone,

possiamo anche abolirlo questo titolo, perché a molti “duri e puri” viene il disgusto di questi temi in ambito marziale. Non è il mio caso, che ad essere duro e puro ambirei non poco…
Così raccogliendo finalmente l’invito da te fattomi, provo a fornirti un contrappunto a quel tuo articolo, la cui metafora è un corretto paragone filosofico, nell’ambito del pensiero di Platone.
Platone non è un invito a nozze (generalmente scanso i matrimoni…), ma qualcosa in più: uno degli assi portanti, probabilmente la pietra angolare del mio edificio interiore nel quale nutro amore (fileo) per Sofia (la saggezza); femmina e pure intensa!
Non è un amore pensato, fatto di erudizione, ma sofferto, vibrante e palpitante alla stessa maniera di quando, senza appellarmi alla tradizione, voglio risolvere qui ed ora un problema sul tatami. Provando, rischiando, senza sapere prima come va a finire.
Naturalmente per lungo tempo, tanto lungo, troppo…ho anch’io affidato tutto il mio Aikido alle soluzioni precostituite, fidando che da loro -e solo da loro- avrei conseguito l’obbiettivo.
Oggi non mi regolo più così.
Allora potresti dire tu, e qualcun’ altro che si sia degnato di leggere le mie riflessioni nel tempo, Angelo Armano si contraddice, ripudia molte delle sue posizioni anche recenti e pure una sana filologia.
Per nulla!
La mia posizione attuale è proprio il frutto di una filologia coraggiosa, spregiudicata, tutta tesa a “guardare in trasparenza” le forme a cui disciplinatamente mi sono sottoposto e continuerò a sottopormi, ma con un essenziale capovolgimento di impostazione. Le forme sono uno specchio in cui riconoscere e affinare la mia interiorità, olisticamente ad un esercizio del corpo.
Ma il prius è l’interiorità, è l’Anima di chi pratica; non lo dico da psicologo, ma da marzialista.
Se non fosse apparso l’uomo chi avrebbe mai detto che quadrato, triangolo e cerchio sono forme sacre? E chi avrebbe mai parlato di idee (la cui radice etimologica è idein, infinito del verbo orao che in greco significa vedere, da cui il senso di immagini interne, con le quali lavorare)?

Platone nella famosa immagine michelangiolesca della cappella Sistina

Platone nella famosa immagine di Raffaello Sanzio

Ma ancor più sono e mi sento discepolo di Platone, nell’accettare pienamente l’identità del buono con il bello! E nella scelta delle forme, attraverso le quali procedere nella conoscenza dell’Aikido, e in qualsiasi altra forma di amore-conoscenza, io andrò sempre dove mi porta il cuore, dove sentirò il buono che mi piace, e il bello del buono. Sempre rispettoso dell’autorevolezza di chi si propone, mai del mero ipse dixit.
La parola estetica viene da aisthesis che implica quell’oh! di stupore, quel respiro spontaneamente trattenuto di fronte alla bellezza. Quel vissuto può arrivare -nientemeno!- ad essere il punto d’arrivo dello Yoga, il famoso sat chit ananda (essere, conoscenza, beatitudine), che alcune pratiche di quella disciplina provano a farci assaggiare, attraverso l’attenzione per il respiro e le sue pause, provocate o meno. Anche per una disciplina ascetica come lo Yoga, quella bellezza è un faro.
La dottrina dell’Anima, i cui valori sono: bellezza, saggezza e verità, è un altro caposaldo della filosofia di Platone, e nell’essere marziali, nel fare Aikido in particolare, l’ultima cosa che possiamo fare è metterla da parte. Osensei non ce lo consente:
“Il budo è una strada divina… la base del vero, del buono e del bello. Riflette l’assoluto e illimitato lavoro interiore dell’Universo”. Più filosofico, più psicologico, più platonico di così, O Sensei non potrebbe essere! Confermandoti caro Simone, che sei nel giusto da aikidoista, a rivolgerti a Platone.
E’ l’anima che gusta delle idee originarie, degli archetipi per dirla con Jung che altrettanto platonico era. Le belle forme, le belle idee, le belle “tecniche”, possono compensare le brutture riequilibrandoci, divenendo persino terapeutiche, e sebbene possiamo essere tentati di collocare l’Iperuraneo in qualche sfera celeste, è solo attraverso l’interiorità che possiamo averne percezione. E’ dentro di noi che acconsentiamo al bello, riconosciamo il bello. Quindi anche le forme dell’Aikido, quelle che per alcuni sono le forme sacre, la Bibbia, solo attraverso l’interiorità possono venire fecondamente intese.

In quel libro che con tanto affetto tu hai recensito intervistandomi, a pag. 19, io metto vicine due espressioni di Morihei Ueshiba; la prima, la più tradizionale, denuncia già la visione evolutiva e non fissa o “fissata”, di quello che noi addetti ai lavori chiamiamo kata. Non è quella forma, e solo quella a dispetto di un’altra, che ci evolve.
“Anche se il nostro cammino è completamente diverso dall’arte dei guerrieri del passato, non è necessario abbandonare totalmente le antiche tradizioni. Assumiamo le venerabili tradizioni marziali nell’Aikido vestendole di abiti nuovi e prendiamo a fondamento gli stili classici, per cercare nuove e migliori forme”.
Siccome sulle parole si può arzigogolare sofisticamente (e avrebbe pure una sua dignità, fatto da un Gorgia), prima di imbarcarci su una polemica nominalistica, prendiamo subito in esame l’altra espressione e compariamola:
“L’Aikido non ha forme predeterminate perché è lo studio dello spirito”.
Come la mettiamo?

Soprattutto perché non è un’espressione isolata, in quanto Ueshiba Morihei Okina (il vecchio Osensei) rincara la dose:
“L’Aikido è partire dalla forma per far sparire la forma”.
Se aggiungessimo una colonna sonora un po’ solenne, il discorso dovrebbe finire qua.

“Il segreto dell'aiki, è di sovrastare mentalmente l'opponente in un battito di ciglia, e di vincere senza combattere”

“Il segreto dell’aiki, è di sovrastare mentalmente l’opponente in un battito di ciglia, e di vincere senza combattere”

Poiché amo O Sensei, ma come ho detto sopra non mi faccio soggiogare dall’ipse dixit, proseguiamo nella disamina dell’argomento.
“Il segreto dell’aiki, è di sovrastare mentalmente l’opponente in un battito di ciglia, e di vincere senza combattere”.

Potrebbe apparire tranquillamente anche questa una espressione del Fondatore, ma non lo è!
Se maestro è colui che ci insegna o ci ha insegnato qualcosa, allora è il maestro di Ueshiba che parla. E ho scelto un “carattere” diverso proprio a voler rappresentare plasticamente, esteticamente la diversità di personalità, tra Sokaku Takeda e Morihei Ueshiba, pur in accezioni talmente simili…da sembrare identiche.
Non è questa la sede in cui mi dilungherò nei dettagli delle fondamentali differenze, soprattutto dal punto di vista dell’interiorità, tra Aikido e Aikijujitsu. Il terreno comune però è tanto evidente, quanto generalmente disatteso nella pratica dell’Aikido!

Di quali forme ci serviamo per strutturare il corpo, è un problema relativo, come dice il demone (alias Issai Chozanshi) nella sua “diceria sulle arti marziali”. E’ fondamentalmente una questione di scelta, di gusto, di estetica.
Quello di cui non si può fare a meno assolutamente è il lavorio interiore.
Andiamo allora al santuario delle forme, alla didattica del grandissimo Saito Morihiro.
Pensiamo per un attimo ad alcune delle caratteristiche del kihon: uke mi prende forte (alcuni dicono al 70%) ed io, utilizzando angoli e leve riesco a fare la tecnica, la forma prefissata.
E’ uno schema che ha una sua utilità, ma domandiamoci a cosa serve per davvero.
A mio giudizio, serve a rassicurare il principiante che non è dogmatico essere sovrastati da chi ha più forza di noi, e che abbiamo delle risorse anche se siamo spaventati. Soddisfatto questo livello e servendocene pure per esercitare il corpo, per confrontarci con degli stilemi, siamo lontanissimi da una benché minima possibilità di applicazione reale.
Se, al solo scopo di fare un esempio, tori si sposta con un movimento angolare rispetto ad uke che lo fronteggia, per quale motivo chi mi fronteggia non può spostarsi a sua volta, proprio per continuare a fronteggiarmi?
E siamo daccapo!
Problematiche di questo tipo sono all’origine della proliferazione delle tecniche, dei loro dettagli e dei diversi livelli elementali (terra, acqua fuoco, aria…) in un discorso che si frantuma sempre più, all’inseguimento della conoscenza perfetta che, esclusivamente per questa via, non arriverà mai. Su questo stesso livello, i diversi ryu del jujitsu potenzialmente pari sono.
E’ ovvio anche per me, che continuo a studiare le forme e i loro dettagli, in proporzione diretta all’incidenza della corporeità nella mia pratica di Aikido, che però, guarda caso, …è lo studio dello spirito.

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“Quanto più progredisci, meno tecniche ci sono. La Grande Via non ha percorso.”

“Parola del Signore!” come enfaticamente ripete una persona a me cara, alias Paolo Corallini shihan. Non a caso lui che la sa lunga, ripete anche: “Aikido ga goriteki desu” (L’Aikido è razionale.), aggiungendo poi a voce più bassa “Quello visibile…”.

Allora se è lo stesso Saito sensei, riportato da Paolo, a dire senza mezzi termini:
“Se il peso di uke non va a finire completamente sulle punte dei piedi o sui talloni le tecniche di Aikido sono inapplicabili.”, come facciamo a portare questo peso nei punti indicati?
Tirando o spingendo?
E uke che fa, sta fermo? Non reagisce? Ci compiace?
Se ci fermiamo alle forme, siamo daccapo un’altra volta! Nel mondo delle idee, non quelle platoniche, ma nelle più mentalistiche astrazioni…

Cos’è che fa saltare a piè pari questa aporia, ponendoci in un livello completamente diverso (e pur mai definitivo di possibilità), rendendo plausibile sia lo studio dello spirito, sia l’ennesima espressione di Morihei Ueshiba:
“Quanto più progredisci, meno tecniche ci sono. La Grande Via non ha percorso.”?
Quella dannata parolina (non il mero flatus vocis, ma tutto il suo back ground) che al pari del kihon, deve essere da subito e contemporaneamente alle forme, oggetto di riflessione e di pratica:
AIKI.

Copyright Angelo Armano© 2013 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore è proibita

Le “Idee” di Platone e il Taisabaki del Gambero

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Quali modelli seguire nella pratica e nell’insegnamento dell’Aikido?

Sono debitore a Maurizio Valle dello spunto che vi riporto qui di seguito, integralmente, tratto da una discussione sulla pagina Facebook di Aikido Italia Network. A me ha aiutato a chiarire un paio di cose importanti rispetto alla MIA pratica. Vi riporto le mie riflessioni conseguenti come ulteriore stimolo, non perché voglia fare da portabandiera di un particolare gruppo, stile o insegnante di Aikido, ma allo scopo di contribuire alla comprensione di una delle questioni più dibattute e controverse della storia della nostra disciplina

 di SIMONE CHIERCHINI

Circa una settimana fa, nel corso di una discussione sul nostro gruppo di FB, l’amico Maurizio Valle è intervenuto con queste parole:

Cito, non alla lettera, Christian Tissier: “Si pratica un movimento, una tecnica, avendo una immagine ideale, un’ideale a cui tendere; tanto più mi ci avvicino, senza comunque mai arrivare alla perfezione, eliminando tutti i movimenti parassiti e le rigidità consce e inconsce, tanto più la tecnica sarà efficace ed elegante”. In tutte le motricità umane – gli sport, le danze, i mestieri – assistiamo, nei campioni, nei maestri artigiani, negli artisti, a questo fenomeno.
E di solito richiede dedizione assoluta e ripetizioni infinite delle pratiche in questione, fattori questi necessari ma non sufficienti.

Questa frase di Maurizio mi ha dato molto da riflettere. Forse per me è stato uno di quei testi che abbiamo bisogno di leggere, e che a volte ci capitano davanti agli occhi proprio quando ne abbiamo più bisogno, perché ci servono a far chiarezza rispetto a qualcosa che abbiamo già dentro di noi, ma che non riesce a trovare la via per esprimersi compiutamente a livello conscio.

Se ciò che Maurizio – e quindi Christian Tissier – sostiene è vero, cioè che in qualsiasi pratica umana per riuscire bisognerebbe tendere ad elevarsi, alla ricerca di una irraggiungibile perfezione, attraverso una continua tensione verso un modello ideale (e io penso che sia vero), allora qual’è il modello che io come responsabile aikidoka e insegnante impegnato di questa disciplina devo propormi di seguire?

Platone

Platone sensei…

Come primo passo, facciamo un breve ripasso di filosofia classica: secondo la teoria platonica, l’idea non va intesa come “concetto”: essa è un modello, ossia una “forma” e con essa Platone indica la forma comune di tutti i concetti relativi. Quando parla di idea, quindi, il maestro greco fa riferimento a un elemento unificatorio presente in natura, che esiste di per sé e al quale tutte le variegate manifestazioni di esso nel mondo materiale fanno capo: essa è la forma pura, unica, divina, che accomuna tutte le altre e le rende possibili. Le forme ideali, secondo Platone, esistono in un mondo separato e a sé stante, l’iperuranio, da cui esse “sgorgano” senza interruzione di continuità, come da una “sorgente”, per dissetare la sete di conoscenza dell’umanità (quante suggestioni per il praticante di Takemusu Aikido…). Nell’iperuranio esiste l’idea di cavallo, da cui poi scaturiscono tutti i singoli cavalli del mondo, individuali e particolari.

In termini di arti marziali, il primo riferimento a un possibile modello ideale che mi viene subito in mente è quello delle koryu, le “antiche scuole o tradizioni” giapponesi, che risalgono al periodo antecedente l’era Meiji (e cioè prima della fine del XIX secolo). In queste scuole, certamente popolate da esseri umani e non dal Demiurgo, il gesto è stato perfezionato e idealizzato da generazioni e generazioni di praticanti, durante un paziente lavoro spesso anche plurisecolare, che ha progressivamente consegnato agli aderenti della scuola un modello di pratica da seguire strettamente, rispettandone alla lettera i dettami tecnici. Se voglio studiare in quella scuola, ho un programma di “forme ideali”, da cui non sono tenuto a staccarmi fino a quando qualcuno più avanti di me (il sensei, cioè colui che è nato prima, e quindi ci cammina davanti) mi dirà che sono arrivato. Per questo spesso non è sufficiente un’intera vita di studio.

L’Aikido, tuttavia, è un Budo di completa rottura con le tradizioni marziali precedenti. Anche se è imbevuto da capo a piedi della cultura di cui si alimentano anche le koryu, i modelli ideali dell’Aikido e le sue forme non possono essere che i suoi, unici e particolari. Le idee dell’Aikido sono indiscutibilmente quelle del suo Fondatore, come hanno preso forma nel corso di una ricerca interiore e marziale durata un quarantennio presso il suo ritiro di Iwama, e come ci sono state tramandate da chi gli è rimasto accanto fedelmente per tutta la vita. Il valore della presenza e della testimonianza di Morihiro Saito (Mori-hiro, “il protettore”, così non casualmente ribattezzato dal Fondatore, che gli conferì anche il titolo di “Custode dell’Aiki Jinja”, cioè del Tempio dell’Aiki, eretto da O’Sensei stesso) non può essere comparato con quello di nessun altro degli altri pur colossali allievi di Morihei Ueshiba. Negarlo significa offendere la logica e io, nonostante la mia formazione mi porterebbe a sostenere altro, non ho intenzione di farlo.

cammino iniziatico

Aikido come cammino iniziatico

Tornando ai modelli da seguire, alle idee dell’Aikido, se ho scelto (come dovrei, altrimenti dovrei cambiargli nome) di usare lo studio dell’Aikido come cammino iniziatico, come metafora del percorso dal buio alla luce, attraverso la continua e insoddisfacibile ricerca della perfezione nel gesto, questo processo non può che fare riferimento ai modelli mostrati da chi quel gesto lo ha creato. Dal punto di vista pratico, io ho conseguentemente scelto di far riferimento alla scuola che è più vicina alla fonte, piuttosto che ad altri pur validi interpreti, perché essi per me stanno alle idee platoniche come il forte ulivo che ho nel mio campo sta all’idea di ulivo che è nell’iperuranio. Sono interpretazioni particolari, a volte anche valide, ma non sono l’idea, il modello. Se mi si consente di usare una metafora di natura religiosa, perché pregare il creatore attraverso i santi, visto che ho la possibilità di parlarci direttamente? I Mussulmani credono nelle parole di Allah, comunicate all’uomo attraverso il suo profeta, Mohammed, e mantenute immutate, non tradotte, non interpretate, per quattordici secoli. Spiegare loro cosa significa Aikido tradizionale è cosa che non richiede alcun sforzo.

Chi sono io per questionare le “idee” della mia scuola? Anche se tutte le mie cellule italiche impazziscono dal desiderio di fare altrimenti, devo rispettare il mio posto nel sistema, che è tutto meno che quello di nuovo profeta. Per me questo è Masakatsu Agatsu, dare libero sfogo alla mia presunta “libertà” è invece alimentare il mio Ego. La mia libertà consiste nell’aver fatto per un ventennio “tutte le mie cose” come insegnante e praticante, salvo poi realizzare che erano tutte fesserie o scopiazzature, o fesserie scopiazzate: ubi maior minor cessat, che tradotto non proprio letteralmente, significa “dove vi è chi ne sa di più, è meglio che chi ne sa di meno impari a star zitto”.

Tutto ciò che ho finora argomentato è un ragionamento che segue una sua logica interna, ma è comunque del tutto soggettivo. Lo propongo, ripeto, come pungolo per la riflessione comune, non per attrarre iscritti verso questo o quel gruppo. Ognuno è libero di cestinarlo, se crede. Tuttavia, chi rifiuta di farsi le domande, non avrà mai risposte, anche quando queste siano opposte rispetto alle mie.

Se è vero che ogni modello che ha lo scopo di insegnare ad altri, esplica appieno la sua funzione solo quando chi lo applica abbia anche la forza morale per romperlo – a cammino intrapreso, davanti alla luce del sapere e della conoscenza – avere o non avere forza morale non è una questione di tecnica e non può essere insegnato da nessuna scuola; è semplicemente il risultato, non garantito, del processo, cui pochissimi hanno la fortuna di arrivare: il risveglio, appunto, che aspetta gli iniziati.

Quanti sono quelli che davvero vedono la luce, attraverso l’Aikido o qualunque arte a scelta? Non molti, mi pare, considerando lo stato del pianeta, della nostra nazione, delle nostre città, dei nostri condomini; anche nel mondo dell’Aikido non mi pare che ci siano legioni di iniziati, mentre  i dojo sono pieni di individualisti che utilizzano l’arte per soddisfare la propria personale agenda – sia essa di tipo egotico e/o finanziario – o come passatempo ludico, tralasciando del tutto l’aspetto del lavoro interiore.

Mi ricordo che quando ero a scuola, dicevo che la matematica faceva schifo, perché equazioni e differenziali per me erano troppo difficili e proprio non riuscivo a raccapezzarmici. Quindi smisi di occuparmene, dedicandomi ad altre cose, che invece trovavo più facili, e così persi una grossa battaglia contro il mio lato oscuro e rimasi un ignorante al di fuori della matematica elementare. Molti conclamano di essere alla ricerca del “loro” Aikido, essendo ampiamente all’oscuro sia delle “idee” del suo Fondatore e della scuola che più da vicino cerca di tramandarle, sia degli interpreti indiretti cui dicono di rifarsi, in nome di una libertà che quasi sempre non è altro se non la scusa che l’uomo moderno ha trovato per non far mai niente fino in fondo, perché per fare qualcosa seriamente ci vuole una profondità morale e una forza d’animo che stanno diventando sempre più rare al giorno d’oggi.

Tutti per uno, uno per tutti

Tutti per uno, uno per tutti

Il nostro mondo oggi, ci spinge a nutrire un individualismo sempre più esasperato, a rigettare e distruggere qualsiasi altro modello se non quello giustificato dalla sola personale accettazione. L’unica regola è diventata l’Io, se piace, si può fare, altrimenti è sciocco, fastidioso, superato, liberticida. Perché l’individualismo sia il modello socio-economico dominante del mondo moderno, quali siano le sue cataclismatiche conseguenze, a chi fa comodo distruggere ogni forma di comunità assieme a ogni tipo di ordine naturale delle cose, solleticando l’egoismo di ognuno, non è un discorso che vogliamo affrontare oggi. Solo una parola di cautela, da parte di chi nell’individualismo si dibatte e ci litiga quotidianamente per tenerlo a bada: l’arroganza di sentirsi arrivati, di voler rompere i modelli, in nome di una presunta libertà personale, per me sono come il taisabaki del gambero lungo il cammino iniziatico.

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Il Posto dell’Aikido Nell’Era dello Zumba e dell’MMA

Liscia, gassata o ferrarelle?

I padri dell’Aikido sono scomparsi o stanno scomparendo e tocca ai figli prendersi la responsabilità di collocare la nostra arte in un mondo profondamente cambiato. Dove va l’Aikido nel XXI secolo? Qual’è il suo posto nell’era dello zumba e dell’MMA? Che cosa dobbiamo farcene della meravigliosa eredità che ci hanno lasciato i nostri padri adottivi da tatami? Sarà il caso che la nuova generazione di insegnanti di livello inizi a chiederselo, perché il futuro è adesso

di SIMONE CHIERCHINI

Man mano, con lo scorrere inesorabile del tempo, ci si allontana sempre più dalle fonti dirette dell’insegnamento originale dell’Aikido, al punto che sul web è stata usata l’azzeccata espressione di Aikido 2.0 in riferimento alla fase che ci si apre davanti. E’ specialmente in questi momenti di passaggio che diventa fondamentale capire cosa si sta facendo, con la speranza di imboccare la strada più giusta e consona ai nuovi tempi che avanzano.

Nei momenti di incertezza e instabilità, storicamente si è sempre manifestata la tendenza all’irrigidimento, sia esso fisico, psicologico e/o sociale, seguito dal consolatorio accostamento a forme culturali viste come più tradizionali, o più “potenti”, o rassicuranti; per spiegare questa tendenza è sufficiente la psicologia da bar e non staremo a perderci tempo.

In Aikido il quadro di cui sopra si traduce spesso nel ritorno ad un tipo di visione del Budo quasi pre-aikidoistico: siccome i tempi attuali hanno prodotto un tipo di pratica da tatami che si discosta di poco dallo Zumba praticato in contemporanea nella sala accanto, per reazione l’Aikido deve tornare ad essere un metodo da combattimento. In questo modo posso discostarmi dai ballerini in hakama, e allo stesso tempo fare concorrenza agli energumeni dell’MMA.

La diatriba sull’efficiacia dell’Aikido è vecchia quanto l’Aikido stesso, ma è in queste fasi di confusione che rifà capolino con forza un’ideologia che vorrebbe riportare la nostra disciplina a quello che era prima del Fondatore, cioè un mero mezzo per contraccare e ferire, negando in un colpo solo il geniale contributo di Morihei Ueshiba e il lavoro di tre generazioni di insegnanti che sono riusciti a trasformare una serie di violente tecniche marziali medievali in un metodo volto alla conoscenza personale e al miglioramento dell’essere umano.

Il revisionismo storico è un male inevitabile, e ogni tanto riemerge, soprattutto quando le cose non vanno bene, ma è bene ripetere a chiare lettere che l’Aikido di Ueshiba non è difesa personale. L’Aikido di Ueshiba utilizza le tecniche un tempo usate esclusivamente per la difesa personale per FINI ALTRI. Si può non essere d’accordo con questo postulato, ma allora bisogna avere il coraggio di chiamare quello che si fà con un nome diverso, perché Aikido non è. Se si vuole riscrivere la storia, la genesi e la filosofia dell’Aikido si è liberi di farlo, ma non si può poi pretendere che chi legge dopo averlo studiato per decenni non si metta a ridere quando si leggono certe castronerie.

Moltissimi sono ossessionati dall’idea di difesa personale. Gli stili marziali che vanno per la maggiore sono sempre e invariabilmente quelli che picchiano più duro (o fanno finta di picchiare più duro), e anche tra gli aikidoisti il morbo dell’efficacia è una preoccupazione che sembra ledere la tranquillità di tanti colleghi di ogni età e grado. Personalmente penso che in una società civile e organizzata la migliore forma di difesa personale dovrebbe prevedere due mosse pulite pulite: educazione di qualità, e certezza assoluta della punizione… due cose che la società occidentale contemporanea non ritiene di dover impegnarsi nel fare. Tuttavia, il fatto che il sistema sociale attorno a noi non funziona, non può giustificare il ritorno all’età della pietra: noi marzialisti abbiamo il dovere di dissociarci con forza da ogni espressione di violenza fuori dai parametri della minima forza.

E qui entriamo più nel vivo di cosa stiamo parlando. Difendersi è un diritto, difendersi da chi ci attacca con violenza animale come degli animali, significa semplicemente essere della medesima sostanza. Non c’è differenza fra il porco e il cotechino… In un mondo che si fa sempre più confuso e contraddittorio, l’aikidoka non può permettersi di alimentare le fiamme con la benzina. Quando la mano ci stringe il polso, non irrigidirsi; quando lo tsuki ci sfiora il viso, non reagire rompendo il naso dell’attaccante; quando un uomo si comporta come un animale, non reagire diventando un animale di misura superiore. Questo è Aikido. Non trasformarsi nel male che si riceve, ma neutralizzarlo e ridirigerlo, possibilmente verso la ricomposizione.

“Non reagire diventando un animale di misura superiore” è un’affermazione ben diversa da “non reagire, diventando un animale di misura superiore”. La virgola fa una differenza enorme. Qui non si sostiene che l’aikidoka debba trasformarsi in un gandhiano non violento – anche se da buoni cristiani bisognerebbe porgere l’altra guancia. Il messaggio dell’Aikido non è quello pur onorevole della resistenza passiva. Il nostro è un approccio attivo, ma la linea su cui ci muoviamo è sottile: bisogna fare attenzione a non precipitare nuovamente nel medioevo della risoluzione dei contrasti: lui mi ha fatto male, io lo rompo; perché a livello sociale questo contiene il germe della disintegrazione della comunità di cui tutti ci diciamo inorriditi. Ho idea che i linciatori di oggi appartengano alla categoria dei linciati di domani, visto il livello morale di ciò che a sentir loro sono pronti a fare.

Ci vuole corrispondenza tra azione e reazione, tutto qui. L’aikidoka deve evitare il tocco di Medusa, che ci trasforma esattamente in quello che ci fa paura e orrore. Se un violento aggressore finisce pestato a sangue e ridotto come una poltiglia morente, dov’è la giustizia? E’ questo il modello di comportamento che vogliamo proporre nella comunità che lasceremo ai nostri figli? No, grazie. Il violento, l’aggressore è lui, non io. L’aikidoka deve metterlo in condizioni di non nuocere e impacchettarlo, consegnandolo poi alle autorità che lo devono punire secondo le leggi che la comunità si è data. Il colpevole deve pagare il suo debito PER INTERO, SENZA SCONTI, ma sempre al fine di ritornare in società.

Solleticare gli istinti di vendetta non è Aikido. L’aikidoka non si vendica mutilando. Grazie all’Aikido di Ueshiba siamo marzialisti evoluti, e non è che sia cosa facile. E’ certo più semplice lasciarsi prendere dal primo istinto che ci assale davanti all’orrore dell’aggressione fisica o psicologica. Il facile è pestare un aggressore a sangue o il litigare a morte con tutti quelli con cui siamo in disaccordo. Ma chi siamo noi per autonominarci carnefici? Quale potere in terra ci dà il diritto di ergerci a giudici? Siamo senza peccato? Io no, e quindi faccio un passo indietro.

L’aikidoka maturo studia tecniche di guerra per usarle, ma usarle non vuol dire uccidere. Conoscendole, in caso di aggressione dovrebbe sapere come usarle quanto serve, non un grammo di forza in più. D’altronde per me è inaccettabile che si usino gesti di chiara origine marziale con una competenza marziale da ballerina classica. Se mi dedicassi al tiro al bersaglio e colpissi tutto meno che il bersaglio, sarebbe lecito che mi venissero dei sospetti sulle mie capacità. Se tiro a bersaglio, voglio fare centro, altrimenti che tiro a fare? Poi quando esco dal poligono di tiro non sparo a nessuno, ma questa è la mia scelta, fatta sul fondamento di ciò che ho in potenza, non perché non ne sono capace. Il pacifismo, l’armonizzarsi, per me è una scelta cosciente fatta da chi può disarmonizzare, fare male, uccidere, ma ha la forza morale, derivata dal training, di scegliere di non farlo. Questo è il Masakatsu agatsu di casa mia. Il pacifico perché è debole non è pacifico, ma inerme, e nel suo essere pacifico e armonico non c’è nulla di morale: dategli gli strumenti e vedrete se è pacifico o no…

Il problema dell’efficacia è semplicemente un non-problema. L’uomo non può diventare invulnerabile, e già pensare a difendersi rende di per sé deboli. Che l’attacco sia vero o “di dojo”, la risposta non può essere comunque relativa. La risposta è sempre e solo assoluta, e questo è quello che insegnano i grandi maestri. Altrimenti in caso di attacco reale, se la risposta è relativa o uno uccide perché è troppo eccitato, o se la fa sotto perché ha troppa paura.

Io non faccio a botte da una vita, ma ci sono stato in mezzo, e non mi sono piaciuto per niente. Per questo studio il controllo: il punto sta solo nella misura della reazione. A mente fredda ho deciso di non reagire barbaramente e studio le tecniche necessarie a farlo. La pratica controllata di ogni giorno è orientata a questo fine, altrimenti perché non ci distruggiamo le giunture ad ogni tecnica che applichiamo? A che cosa serve studiare il controllo, se poi quando c’è la situazione reale si reagisce in modo non controllato? Che sia facile, o che ci si riesca per davvero è un altro discorso.

L’Aikido nell’era dello Zumba e dell’MMA deve servire a trasformare l’odio in convivenza civile. Chi vuole fare difesa personale pura e semplice si rivolga altrove, dato che ci sono discipline che sono un milione di volte più veloci dell’Aikido nel fornire strumenti di azione/reazione. L’Aikido è nato sulle ceneri di un mondo violento e ne usa le tecniche per scopi morali e di miglioramento personale e sociale.

D’altronde, non fa compito dell’insegnante di Aikido nè fare del male agli altri e neppure fargli il lavaggio del cervello per sentirsi dare ragione alla fine. Noi possiamo fornire informazioni, argomenti logici, motivazioni e buon esempio in prima persona. Dopo di che sta a chi ci segue farne l’uso che crede. Noi offriamo gli strumenti che usiamo, sono poi gli altri che devono decidere se usarli. Se non vogliono, per me va bene lo stesso, ma non devo poi per questo cambiare la mia vita trasformandomi in loro…

Copyright Simone Chierchini ©2012Simone Chierchini
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Masakatsu Agatsu Katsuhayabi: la Corretta Vittoria nell’Aikido

O'Sensei

O'Sensei

Nell’Aikido il successo nell’azione di disimpegno dal combattimento é indicato come il traguardo della corretta vittoria (dal Fondatore chiamata 正勝 masakatsu), per raggiungere la quale occorre allenare non solo il corpo ma soprattutto lo spirito per conquistare la padronanza di sé stessi (dal Fondatore chiamata 吾勝 agatsu, cioè vittoria su di sé stessi) al fine di conseguire la capacità interiore della rinuncia al confronto, privilegiando sempre ed in ogni caso la strada del superamento del conflitto attraverso il disimpegno dall’antagonismo e dal combattimento.

di CLAUDIO PIPITONE

In questo modo l’Aikido persegue un tipo di difesa che vanifichi l’attacco dell’avversario controllando perfettamente la sua azione fin dal suo insorgere (condizione che il Fondatore definiva 勝早日 katsuhayabi), senza giungere a produrgli dei danni e delle offese: l’aikidoista si pone cioè nella condizione di salvaguardare la propria incolumità concedendo nel contempo all’avversario l’opportunità di convincersi a desistere dai suoi propositi offensivi, prima che l’aikidoista debba ricorrere, per legittima difesa, ad azioni coercitive nei confronti dell’avversario nel caso questi perseverasse nei suoi propositi offensivi reiterando il suo attacco.
La corretta vittoria indicata dal Fondatore e perseguita dall’Aikido (正勝 吾勝 masakatsu agatsu) si consegue dunque quando si è riusciti innanzi tutto ad evitare di ricevere un danno a seguito di un attacco offensivo, ma questo risultato da solo non è sufficiente se contemporaneamente non si riesce a rimuovere all’origine ed esattamente nell’istante e nella circostanza della sua insorgenza (勝早日 katsuhayabi) [1] anche la minaccia da cui il danno potenziale poteva giungere.
Per ottenere ciò all’aikidoista non è sufficiente evitare le possibili conseguenze negative che possono derivargli dagli attacchi di potenziali avversari; è anche indispensabile che ai potenziali avversari si renda possibile la convivenza civile e la conciliazione con l’aikidoista stesso, utilizzando quindi un’azione difensiva nei confronti dell’avversario che non gli infligga già fin dall’inizio dei danni irreparabili, poiché questi giungerebbero a bloccare un possibile eventuale positivo mutamento delle relazioni dell’avversario nei confronti dell’aikidoista, in direzione meno conflittuale.
L’Aikido, offre infatti la possibilità di scegliere un’azione di difesa estremamente efficace ma non offensiva e qualora questa scelta sia sufficiente a consentire di ottenere il perfetto controllo dell’avversario (勝早日 katsuhayabi) e quindi la positiva risoluzione del conflitto, ciò avviene senza obbligare l’aikidoista a ricorrere all’offesa per realizzare la propria difesa.
Il bagaglio tecnico dell’Aikido, estremamente ampio e flessibile, consente di scegliere una condotta d’intervento sull’azione avversaria anche solamente per stornarne gli effetti potenzialmente dannosi; in secondo luogo consente l’eventuale recupero dell’avversario nei confronti delle sue relazioni con l’aikidoista in quanto l’avversario, non essendo riuscito nel suo iniziale intento offensivo e non avendo ancora subìto nel contempo dei danni dall’azione difensiva dell’aikidoista, è ancora in tempo a scegliere non solo di desistere dal suo manifestato atteggiamento offensivo nel timore di dover soccombere qualora insistesse nel suo proposito, ma può ancora anche scegliere di lasciarsi di buon grado condurre dall’aikidoista verso il concepimento di un bene comune superiore a quello del conflitto da lui originato ed eventualmente, memore del rispetto ricevuto, lasciarsi condurre verso la realizzazione di una socializzazione ed una pacificazione che lui prima non concepiva.
È questo il modo in cui, entro certi limiti, l’Aikido può consentire di rispettare l’integrità dell’avversario offrendo nel contempo all’aikidoista la possibilità di sottrarsi agli effetti dannosi dell’attacco di cui è fatto oggetto: il bagaglio tecnico dell’Aikido è talmente ampio e diversificato da consentire all’occorrenza di portare anche efficaci azioni coercitive sull’avversario e la sua integrità, in questo caso, potrà essere condizionata dalla possibilità da parte dell’aikidoista di mantenere comunque prioritariamente la propria incolumità, in accordanza con il principio fondamentale della salvaguardia del diritto alla legittima difesa in funzione dell’imperativo naturale dettato dalla legge dell’istinto di sopravvivenza.
L’aspirazione a realizzare queste condizioni rendendo possibile porre in atto la propria difesa senza dover obbligatoriamente ricorrere all’offesa, è il traguardo spirituale ed il valore etico e morale che l’Aikido propone alla società civile. 

Note [1]

Condizione analoga a quella realizzata nel Buddhismo Zen ed indicata come: “qui ed ora”

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L’Aikido e la Risoluzione dei Conflitti

Simone Chierchini Sensei in Bogotà, Colombia (2010)

Simone Chierchini Sensei in Bogotà, Colombia (2010)

Nell’Aikido trova piena applicazione il tipico concetto orientale del principio di non resistenza nella sua più alta espressione, il quale esprime esattamente il concetto opposto del noto principio occidentale frangar, non flectar. È importante però evidenziare come il concetto di non resistenza non significhi restare imbelli nei confronti di un ipotetico avversario; significa invece che la scelta fondamentale e prioritaria fra tutte le opzioni possibili volte alla risoluzione di un conflitto, consiste innanzi tutto nella ricerca della massima conservazione della propria integrità fisica, la quale è possibile solamente quando ci si faccia scivolare di dosso il peso del conflitto senza subire le conseguenze che derivano dalla contrapposizione forza contro forza.

di CLAUDIO PIPITONE

Il tipico esempio orientale del ramo del salice che flettendosi sotto il peso della neve abbondante se la fa scivolare di dosso lasciando che cada a terra per effetto della stessa azione del suo peso ed in questo modo si mantiene ben integro e vegeto, simboleggia giustamente il principio di non resistenza, al contrario del ramo della quercia che invece, non potendo sopportare lo stesso carico di neve e non volendosi piegare, si spezza e muore.

Il principio di non resistenza, non rende dunque imbelli o non porta ad accettare supinamente gli eventi ed il compimento dei fatti, bensì educa e favorisce lo svilupparsi della capacità di sottrarsi agli eventuali effetti negativi delle azioni altrui, lasciando che queste ultime si esauriscano naturalmente senza che, per questo, ne derivi un danno per l’aikidoka. Solo in questo modo si può giungere alla condizione di rendere vana la voglia e la volontà aggressiva di un eventuale avversario e rimuovere quindi all’origine il presupposto del suo attacco (condizione chiamata dal fondatore: shin bu); infatti quand’anche, rimanendo nella logica occidentale del frangar, non flectar, si riuscisse a sconfiggere l’avversario, poiché anche costui è in tale logica ed avendo di conseguenza subìto sicuramente dei danni, avrà ancora di più la voglia e la volontà di rifarsi, alla prima occasione. In tal modo la difesa è solamente provvisoria ed apparente e si rimane esposti facilmente all’evenienza di essere nuovamente attaccati dall’avversario, che quindi continuerà a costituire una continua e costante minaccia.
La finalità dell’Aikido non è dunque rivolta al combattimento né alla difesa personale, pur utilizzando per la sua pratica uno strumento tecnico che deriva dall’arte militare dei samurai giapponesi; l’Aikido mira infatti alla corretta vittoria (dal fondatore chiamata: masakatsu) che consiste nella conquista della padronanza di sé stessi (dal fondatore chiamata: agatsu, cioè la vittoria su di sé stessi), resa possibile soltanto da una profonda conoscenza della propria natura interiore. Con questo il fondatore dell’Aikido voleva affermare che se vuoi cambiare il mondo occorre cambiare sé stessi e ciò significa che se si vuole veramente acquisire quella capacità che il fondatore dell’Aikido definiva katsuhayabi, cioè di padroneggiare l’attacco proveniente da un potenziale avversario esattamente nell’istante e nella circostanza della sua insorgenza,[1] occorre aver preventivamente acquisito la capacità di padroneggiare pienamente se stessi.
Questo è l’ambizioso traguardo spirituale, morale e sociale dell’Aikido, che chiede all’aikidoka di essere sempre prioritariamente disposto a rinunciare alla finalità di ricercare la sconfitta di colui che si è posto nel ruolo di avversario, al contrario delle usuali discipline di combattimento che invece accettano di lasciarsi coinvolgere nell’antagonismo ed in tale ruolo si prefiggono lo scopo prioritario della risoluzione del conflitto attraverso il combattimento, cercando a tutti i costi di infliggere dei danni all’avversario anche a costo di ricevere anch’essi danni notevoli, pur di essere riusciti a portare comunque i propri attacchi all’avversario.
Questa concezione della risoluzione del conflitto che il fondatore dell’Aikido definiva shin bu, cioè corretta vittoria intesa come katsuhayabi, vale a dire superamento del conflitto qui ed ora, esattamente nella circostanza e nell’istante del suo insorgere, senza antagonismo e senza combattimento, costituisce un irrinunciabile valore etico e morale di cui l’Aikido è portatore nel mondo.

[1] Condizione analoga a quella realizzata nel Buddhismo Zen ed indicata come: qui ed ora

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