A Morihiro Saito, “Umilmente… Grazie”

Morihiro Saito Sensei

Un caldo ringraziamento ad una delle figure centrali dell’Aikido moderno, Morihiro Saito Sensei, scritto di cuore da Renato Visentini in occasione della scomparsa del maestro nel 2002, scomparsa il cui decennale ricorrerà il prossimo maggio

di RENATO VISENTINI

Nell’opera di diffusione dell’Aikido, fra i tanti Allievi che Morihei Ueshiba ha inviato nel mondo, Morihiro Saito è stato uno dei pochissimi praticanti che ha scelto di rimanere fedele all’insegnamento tradizionale del Maestro fondatore.
Nell’insegnamento dello stile Iwama, Saito è stato uno dei Padri dell’Aikido puro, non filtrato e rivisitato dalla pratica e dall’esperienza personale, e con questa sua scelta spontanea di rimanere un passo indietro nella personale elaborazione e di rinunciare, quindi, a diventare un capo scuola, ha trasmesso per oltre quarant’anni le basi di quest’arte con rigore, metodo e profonda conoscenza.
Pur legato ad una radice culturale profondamente radicata da secoli in Giappone, Saito ha saputo introdurre nel mondo occidentale un pensiero di incommensurabile spiritualità, traducendolo nella lingua universale dell’esempio concreto, corredato da ampie spiegazioni sempre comprensibili a tutti.
A Saito va indubbiamente riconosciuta la grande capacità di aver codificato l’immenso patrimonio di tecniche e la pratica delle armi, lasciati alla sua custodia da un Morihei Ueshiba giunto al termine di una lunga vita fatta di esperienza e meditazione, in schemi che partono da un fondamento logico, fulcro fra l’attacco e la difesa, che è il desiderio di praticare l’Aikido insieme agli altri. Questo modo di proporre un’arte marziale ha subito trovato terreno fertile nella cultura occidentale per la sua impressionante semplicità nelle tecniche e fascino nella potenza ed efficacia della pratica.
A oltre un mese dalla morte, avvenuta ai primi di maggio (2002, Ndr), l’Aikikai di Tokyo ha voluto consacrare con rito scintoista questo Padre dell’Aikido alla più alta memoria che un grande Maestro possa aspirare per i suoi meriti.
A Morihiro Saito va la nostra riconoscenza per quello che ci ha insegnato e per averci fatto riflettere su tanti particolari, ci piace pensare che ora dall’oceano dell’Aikido un fiume di nome Saito ha preso il suo corso verso l’ignoto, ma dalle sue rive sgorgheranno miriadi di ruscelli che continueranno a diffondere il suo messaggio spirituale.
Morihei Ueshiba disse un giorno a Saito: “io ti darò un arte per metterti al servizio degli altri” e a noi non resta che umilmente dire grazie.

Copyright Renato Visentini ©2002-2011
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta su

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Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 3

Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 1

Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 2

Alcuni anni prima di morire Saito Sensei mi disse che lui era convinto che io fossi una persona che per lui aveva fatto cose che nessun altro aveva fatto mai: io mi ero preso cura di lui e della sua famiglia.
Quindi decise di farmi un regalo speciale; io lo venni a sapere da un suo allievo che lo accompagnò diverse volte in Europa, Nakamura san, un carissimo amico, che mi disse: “Guarda, Saito Sensei ti sta facendo fare una katana forgiata seguendo le antiche usanze da uno degli ultimi tre katana makers che lavorano secondo il metodo tradizionale giapponese. Questa e’ una cosa unica Paolo ed e’ dimostrazione di enorme affetto.”
Arrivò il giorno che eravamo a Roma e durante un seminario Nakamura mi chiamò e chiese di recarmi nella stanza del Sensei, perché il dono era pronto e me lo voleva consegnare.
Emozionatissimo entrai nella sua stanza, presente Nakamura, feci il saluto e lui mi offri’  la spada, dicendo che era un dono dal cuore; io rimasi pietrificato e contemporaneamente mi commossi. Poi la aprì e mi spiegò come esaminarla, sbloccando l’habaki, poi estraendo il primo palmo di lama, poi tutta la spada, quindi esaminando il filo.
Dopo mi spiegò la storia della spada, mi disse da chi era stata forgiata e mi mostrò i documenti relativi. Per portare la spada in Italia era stata necessaria una pratica burocratica lunga oltre 5 mesi, perché dopo la seconda guerra mondiale, quando gli americani vincitori avevano spogliato il paese di molti tesori, il governo giapponese stabilì regole severissime che vietavano l’esportazione di katana originali. Saito Sensei dovette fare appello a tutte le sue conoscenze e pagare una notevole somma di denaro per riuscire a portare il mio dono all’estero.
Dopo mi fece vedere che aveva fatto rivestire la tsuka di pelle, anziché di seta, perché voleva che io la usassi per far vedere il suburi. Purtroppo questa e’ l’unica cosa in cui io non gli ho ubbidito, e qui Francesco mi guarda con rimpianto, perché all’idea di portare questa spada in giro per seminari, con il rischio che venga danneggiata o rubata, mi viene un mezzo attacco di cuore.
Una cosa che io non notai subito, e che lui da gran signore non mi fece notare, era l’importanza del mon inciso sulla tsuba della katana, il mon della famiglia Saito.
Lui non ne fece cenno, mi disse solamente come sguainarla, come pulirla, come riallacciarla una volta riposta. Me lo fece vedere una volta, poi disse: “Dozo!” e mi invitò a ripetere quello che avevo visto.

Io ci provai, ma ovviamente ero così emozionato che mi intrecciai subito come Fantozzi e lui si mise a ridere con la sua caratteristica potente risata.
A cose fatte, Nakamura san mi disse del simbolo della famiglia Saito sulla tsuba, quindi io corremmo in camera sua a vederlo; qui lui mi spiegò che questa era un cosa unica. Mi disse poi che il Fondatore aveva donato due spade a Saito Sensei, una katana e un wakizashi, mentre l’unica volta che Saito Sensei lo aveva fatto era per me.
Il fatto di aver messo il suo mon sulla tsuba significava nella cultura giapponese di avere una fiducia tale da affidare la propria vita, il proprio nome, al destinatario del dono.
L’ultima volta che vidi Saito Sensei vivo era un mese prima della sua morte. Era già oramai paralizzato dal collo in giù e stava in casa su letto elettrico con telecomando per farlo muovere ed evitare le piaghe da decubito.
Eravamo io e Ulf Evenas; lui ci aspettava, aveva addirittura fatto preparare la camera da letto di O’Sensei per noi due con futon e stufetta a kerosene. Ci ricevette nella sua stanza nella penombra, perché anche la luce gli dava fastidio.
Mi raccomandò di andare d’accordo con i suoi altri allievi, di rimanere vicino al Doshu, di cercare di essere un aiuto per l’Aikikai. Ci spiegò che in passato lui aveva avuto momenti anche molto difficili nei suoi rapporti con l’Aikikai, ma che in memoria di Morihei Ueshiba, il suo maestro, era sempre rimasto fedele alla dinastia Ueshiba e sempre lo sarebbe stato.
Mi chiese quindi di rimanere vicino al Doshu, di stare in armonia con lui e dare il mio aiuto al’Aikikai, di preservare l’insegnamento tradizionale di O’Sensei come lui aveva fatto tutta la vita e anche di emanare lo spirito di una vera famiglia.
Queste cose le chiese a me ed Ulf e io le presi come dei dogmi, come i veri comandamenti, tre invece di dieci.
Fra gli altri ricordi pieni di affetto, adesso voglio mostrarti la valigetta con il suo keikogi, hakama, cintura e altre cose che Saito Sensei lasciava qui nel mio dojo per quando viaggiava in Europa.
Sapendo che era l’ultima volta che lo vedevo vivo, gliela riportai in Giappone, ma lui disse che dovevo tenerla io.
Inoltre si fece portare due bokken identici, uno per me e uno per Ulf Evenas e disse che gli dispiaceva di non poterceli dare direttamente con le sue mani – lui, che era stato il simbolo del movimento perfetto era completamente paralizzato – e ci disse: “Fate si che questo si muova sempre come se lo usassi io.”
Fra tutti i simboli presenti nel mio dojo, questo e’ un simbolo importantissimo. La valigetta di Saito Sensei e’ adesso una reliquia; ha viaggiato per tantissimi anni in giro per l‘Europa e per il mondo, e io dietro come un cagnolino.
L’hakama e’ ancora come lui la piegò l’ultima volta e cosi’ rimarrà’ ad aeternum, l’hakama di un mito.
L’ultima reliquia che andiamo a vedere e’ una sorta di Graal.
E’ un jo che fu portato a me in dono da Saito Sensei nel 1986: questo e’ uno dei jo personali di Morihei Ueshiba, che era nella rastrelliera a est guardando il kamiza nel dojo di Iwama.
Questa rastrelliera oggi e’ stata rimossa, ma all’epoca c’erano ancora diversi jo che O’Sensei usava quotidianamente.
Saito Sensei in segno di affetto volle onorarmi di questo regalo; anche in questo caso mi disse di usarlo regolarmente per praticare, ma io ho paura a portarlo in giro, nel caso che venisse rubato, quindi lo uso solo qui nel mio Dojo.
Dopo che mi e’stato donato questo jo lo hanno toccato veramente in pochi, oltre a me e Francesco, ma sono felice che tu lo abbia fra le mani, come segno dell’istintivo affetto che nutro per te.
Quando impugno questo jo e’ un po’ come avere in mano una bacchetta magica: se uno non lo e’, ci diventa bravo, si muove da sé, come nell’apprendista stregone…

Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 1

Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 2

Testo di Simone ChierchiniSimone Chierchini
Foto di Simone Chierchini e Francesco Corallini
Copyright Simone Chierchini, Paolo Corallini & Francesco Corallini©2011
Per le norme relative alla riproduzione consultare
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Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 2

Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 1

Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 3

Su questo muro sono esposti tre kakemono originali scritti da Saito Sensei: essi rappresentano tre periodi della pedagogia e anche del modo di pensare del maestro. Nel primo c’e’ scritto Iwama Takemusu Aiki Morihiro, nel secondo Iwama Ryu; esso risale al periodo in cui dietro spinta mia e di Stanley Pranin, che chiedemmo a Saito Sensei per quale motivo chiamasse la scuola Iwama-style, un nome di città giapponese e una parola inglese, decise di usare la denominazione Iwama Ryu. Successivamente però si rese conto che nel nome Iwama Ryu non compariva piu’ il nome Aikido; siccome quello che lui insegnava a Iwama era il metodo del Fondatore, era necessario che la parola Aikido comparisse nel nome della scuola, quindi passò a chiamarla Iwama Ryu Aiki.

Di seguito abbiamo quelli che per me sono i 10 comandamenti. Quando Saito Sensei venne in questo Dojo con Shibata Kinichi, un suo allievo di Sendai, e girammo i due video numerati 28A e 28B di Aiki-jo e Aiki-ken che sono a tuttora venduti da Aikido Journal di Stanley Pranin, lui volle della carta di riso e scrisse di suo pugno la suddivisione del San ju ichi no kumijo in settori cosi’ come viene insegnata, e anche del kata 13 Ju san no jo.
Di fianco abbiamo uno scroll che mi e’ stato regalato da Saito Sensei e proviene dal Tempio di Atago, che e’ la montagna sacra che sovrasta Iwama, dove il Fondatore si recava la mattina a pregare e spesso anche a praticare.
Saito Sensei lo accompagnava e si occupava della sua sicurezza, specialmente nell’ascesa verso il tempio, che va effettuata via 300 stretti e alti gradini; nei filmati degli ultimi anni si vede Saito Sensei che spinge O’Sensei da dietro per assicurarsi che non cadesse.
Nel rotolo figura il dio Tarobo Tengu, il dio guerriero cui e’ dedicato il Tempio di Iwama, che guarda caso e’ stato consacrato al dio della guerra e delle arti marziali: O’Sensei andava chiedere la sua protezione e guida per il suo insegnamento.
Poi c’e’ un oggetto molto importante, che non e’ originale ma riproduce esattamente la calligrafia di O’Sensei Aik Ki O Kami, il Grande Dio dell’Aiki, una immagine molto cara al Fondatore, dove e’ bello notare che il kanji O e’ raffigurato come l’uomo di Leonardo, un uomo che sta con i piedi per terra ma tende verso l’alto, verso il divino, quindi una persona che diventa venerabile, sacra, perché appunta non e’ paga della sua dimensione materiale, ma tende alla divinità.
Il kanji per Kami ha in sé anche il cerchio con la croce all’interno, che simboleggia la dimensione divina, la divinità, la rettitudine la giustizia che sono elementi propri degli dei. Tra l’altro formano anche una perfetta croce celtica.
In questa vetrinetta conservo i Mokuroku delle armi: questi sono dei veri tesori perché praticamente non si usano più; Saito Sensei per un certo periodo volle perpetuare la tradizione antica di dare ad alcuni allievi i gradi con il Mokuroku, ossia un rotolo, in opposizione al certificato moderno su carta. In questo scroll, conservato all’interno di una scatola in legno leggero, sul cui dorso era scritto Ai Ki Ken Jo Mokuroku e il grado, veniva vergato a mano dal maestro il programma per cui veniva rilasciato il grado di armi secondo la pedagogia di Iwama.
Saito Sensei non ne fece molti, perché venne criticato dai soliti ignoti, persone con un’invidia ed un ego spaventoso che misero in giro la voce che lui dava in giro questi rotoli per guadagno personale, senza capire invece il significato storico e emotivo, spirituale che essi hanno, ben diverso da un pezzo di carta.
Saito Sensei ci metteva oltre due ore per ognuno e ci lavorava in piena notte, perché aveva bisogno di farlo senza il rumore del passaggio delle macchine.
Secondo la tradizione imprimeva con inchiostro l’impronta del suo pollice di modo che metà venisse stampata sullo scroll e l’altra sul libro mastro che rimaneva a Iwama.
Il rotolo va letto da destra a sinistra e contiene la descrizione di tutte le tecniche per le quali il candidato era stato esaminato e in base all’abilita’ dimostrata gli veniva conferito un determinato Mokuroku.
In tutto il mondo non fummo in molti a riceverli, perche’ Saito Sensei, dopo aver sentito le critiche che gli venivano mosse, si offese e non ne fece piu’.

Fine della Seconda Parte

Testo di Simone ChierchiniSimone Chierchini
Foto di Simone Chierchini e Francesco Corallini
Copyright Simone Chierchini, Paolo Corallini & Francesco Corallini©2011
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Corallini e Van Meerendonk Shihan in Osimo

Paolo N. Corallini SHIHAN – AIKIKAI 7 ° DAN
Mark Van Meerendonk – AIKIKAI 6 ° DAN

9th•10th APRILE 2011 – OSIMO (AN) • ITALY

Paolo Nicola Corallini Shihan – 7° Dan Aikikai
Paolo N. Corallini is the President of Takemusu Aikido Association Italy (T.A.A.I.). He started Aikido in April 1969. In the 1970s he followed closely Nobuyoshi Tamura Sensei in France. In 1984, wishing to meet Morihiro Saito Sensei and visit the dojo where the Founder created, Corallini went to Iwama. From then on he decided to
devotedly follow Saito Sensei. Since that time he has been to Japan as uchi deshi 25 times to train with his Sensei. In March 1993 Saito Sensei awarded Paolo Corallini 6th dan and the Shihan title in Iwama. He subsequently received 6th dan Aikikai. On January 9th 2011 Paolo N. Corallini Shihan was awarded 7th dan Aikikai directly by Moriteru Ueshiba, Aikido Doshu.

Mark Van Meerendonk – 6° Dan Aikikai
He started Aikido in 1976 Budokan , Frankfurt under Volker Stanzel who is now the ambassador of the Federal Republik of Germany in Japan. Volker knew Morihiro Saito Sensei  and introduced Mark to him. In 1981 Mark departed to Japan and stayed in Iwama as uchideshi for 15 months. In 1983 -1984 again Mark stayed and trained in Iwama, this time as Sotodeshi. After returning back to Germany Mark started to teach traditional Aikido in Frankfurt. Today he runs his Dojo in Schwickartshausen, Germany. Saito Morihiro visited the Dojo on a yearly base since 1987 and conducted remarkable seminars. Mark regularly conducts monthly seminar and Uchideshi or Gasshuku Trainings.

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