Conversazione Con Morihiro Saito – Parte 2

Saito Sensei: allenamento sotto la neve a Iwama

Grazie alla gentile concessione di Lorenzo Trainelli, abbiamo la possibilità di riprodurre qui su Aikido Italia Network un’intervista/documento a Morihiro Saito sensei, condotta da Trainelli per Aiko nel 1990 in occasione dello stage del maestro a Torino. Qui di seguito la seconda parte di questo importante documento storico

di LORENZO TRAINELLI

Leggi la Prima Parte

AIKO
Nello “Stile di Iwama”, che, dopo la scomparsa del Fondatore, lei conserva nell’Ibaragi Dojo e diffonde nei numerosi viaggi in Europa ed in Nord America, riveste un’importanza centrale il concetto di Riai. Vuole caratterizzarlo sinteticamente?

SAITO
Il Riai nell’Aikido è l’integrazione che sussiste tra Taijutsu (tecniche disarmate) e Bukiwaza (tecniche armate). E’ una composizione armoniosa dei principi e delle ragioni alla base dei movimenti nelle tecniche disarmate, di spada e di bastone. Ogni ragione si lega alle altre. La struttura razionale del Taijutsu va agganciata a quelle dell’Aikiken e dell’Aikijo. L’Aikido è tutte e tre le cose insieme perchè divengano una sola pratica.

AIKO
Lei ritiene, Maestro, che questa integrazione tra le tre tecniche sia giunta quale risultato finale dell’articolatissima esperienza maturata dal Fondatore, oppure sia un’idea originaria cui egli ha poi ispirato lo studio di tante arti marziali e la creazione dell’Aikido?

SAITO
Entrambe le cose. Come ho mostrato durante lo stage, nel libro scritto da O’Sensei più di cinquanta anni fa si vedono già
forme di jo e ken integrate con il Taijutsu. Da quando il Fondatore si ritirò ad Iwama, non dovendo più lavorare, la sua ricerca proseguì in quella direzione. Egli approfondiva il suo studio praticando, ora, sempre e solamente Aikido, fino a completare l’opera e giungere così al risultato che lei intende. O’Sensei diceva talvolta che ciò che aveva studiato e praticato prima non era il vero Aikido, che solo ad Iwama aveva raggiunto il vero Aikido. Naturalmente, per me ed altri suoi allievi è difficile condividere questo pensiero: ciò che
O’Sensei aveva sperimentato in passato era necessario per arrivare all’Aikido di Iwama; così per me come per altri l’intero percorso è stato meraviglioso, dall’inizio alla fine, le vecchie tecniche come le nuove. Questo è il motivo per cui tra i vecchi allievi si trovano dei bravi insegnanti. L’insegnamento di O’Sensei è splendido, dall’inizio alla fine e la sua forma finale e definitiva è lo “Stile di Iwama”. Già prima di Iwama il Fondatore aveva in mente il ken e il jo, ma l’integrazione non era completa, perciò quando insegnava a Tokyo le tecniche disarmate e quelle armate erano separate. Una volta ad Iwama, egli cambiò tante cose, anche riguardo agli angoli di entrata come abbiamo visto ad esempio per lo “shiho nage” e giunse ad unificare le tre tecniche. Perciò i suoi allievi durante la guerra non hanno avuto l’insegnamento della spada e del bastone; il metodo non era ancora compiuto. Ecco perché mi trovo ad essere l’unica persona al mondo ad avere ricevuto l’intero insegnamento. Sono il solo. Non c’è nessun altro.

"Mi trovo ad essere l’unica persona al mondo ad avere ricevuto l’intero insegnamento"

AIKO
L’Ibaragi Dojo di Iwama, eretto da O’Sensei, ed a lei affidato sin dalla scomparsa del Vecchio Maestro, sarà presto smantellato nel corso di una operazione immobiliare. E’ interessato anche il santuario dell’Aiki adiacente al Dojo? Quali provvedimenti ha preso al
riguardo?

SAITO
Il terreno dove sorge il Dojo sarà posto in vendita, ma non quello su cui sorge l’Aiki Jinja. Il nuovo Dojo sarà costruito accanto al santuario. I termini della vendita non sono ancora definiti. Quando i proprietari avranno deciso, si cominceranno i lavori per il
nuovo Dojo (7).

AIKO
Come trova, Maestro, l’atmosfera e la presenza dei praticanti in Italia?

SAITO
Sono molto contento perchè in questo stage di Paolo (Corallini) ho incontrato tante persone provenienti da vari gruppi. Vede, nei primi anni quelli dell’Aikikai d’Italia non partecipavano con mio grande dispiacere. Ultimamente però noto piacevolmente
una maggiore presenza ed apertura.

AIKO
Come giudica la qualità dei praticanti italiani?

SAITO
E’ difficile rispondere. Non si possono fare paragoni con gli aikidoka di altre nazioni. La maggior parte di coloro che praticano Budo (le vie marziali) condividono lo spirito dei samurai, e anche in Italia si trovano praticanti con una sincera passione per l’Aikido. Questo mi riempie di piacere. In Italia Tada Sensei ha svolto un ottimo lavoro. Lo stage è stato molto bello, lo stare insieme a voi mi ha fatto venire voglia di ritornare.

AIKO
Sotto quali aspetti vede la tecnica come strumento di crescita interiore?

SAITO
Nell’Aikido non esiste la competizione ed inoltre è molto razionale. E’ meraviglioso vedere tutti coloro che conducono la loro ricerca sulla strada più dura impegnandosi nell’Aikido. Un aspetto della bellezza dell’Aikido è come la sua teoria si possa applicare alla vita quotidiana e sociale. Questo è il motivo per cui tutti sono felici di fare Aikido. Nelle città giapponesi, nel Dojo di Aikido, dopo la lezione dei bambini, i genitori dimostrano grande riconoscenza e soddisfazione per il lavoro degli insegnanti. Ciò perchè i bambini lì imparano l’educazione e crescono sani e buoni di cuore.

AIKO
A proposito di questa crescita interiore, lei ritiene che il praticante occidentale abbia le stesse potenzialità del giapponese?

In Aikido non c'è differenza fra giapponesi e occidentali

SAITO
Non c’è differenza. Se un maestro dicesse che uno straniero non può arrivare dove può il giapponese, sarebbe un insegnante che non sa insegnare. Le possibilità di capire sono le stesse, tuttavia questo non significa che non esistano differenze tra un popolo e l’altro. A prescindere da queste, in ogni nazione, c’è chi si impegna di più e chi meno, quindi vi sono non giapponesi che lavorano di più di tanti giapponesi. Non è qui la differenza. L’unica cosa che si può dire a riguardo dell’attitudine è che i giapponesi sopportano di più la
sofferenza e la fatica. Noi siamo abituati a non mostrare il dolore, a nascondere una malattia, a continuare senza lasciare trasparire la stanchezza. In voi forse c’è una tendenza a smettere prima, a sopportare meno. Questo atteggiamento dei giapponesi è spesso esagerato e personalmente credo che forzare troppo possa diventare dannoso alla salute. Noi però abbiamo questa tendenza e continuiamo anche se fa male. Vede, anticamente in Giappone questo atteggiamento era considerato una virtù per cui era nobile nascondere al maestro il dolore o una maldisposizione. Era bello. Ad ogni modo, i giovani, anche in Giappone stanno cambiando e forse non vi sono ormai più differenze tra giovani giapponesi e stranieri.

AIKO
Lei, Maestro, ritiene che questo atteggiamento interiore sia un requisito fondamentale per un buon apprendimento dell’Arte?

SAITO
Per migliorare la propria tecnica non occorre questa capacità di sopportazione, però se uno deve diventare maestro, allora si vede chi ha sofferto e chi non ha fatto sforzi. Quella resistenza fa crescere la persona. L’attitudine di chi non ha sopportato in questo modo si riconosce, perciò, per quanto non si notino differenze nell’abilità tecnica, si capisce chi potrà diventare un maestro e chi no.

NOTE
(7) L’inaugurazione del nuovo Dojo è prevista per il 25 settembre (1990 Ndr)

Tratto da AIKO – Notiziario LIA e spazio aperto di informazioni e cultura di Aikido – n. 4 – Equinozio d’autunno 1990
Riprodotto con la gentile autorizzazione di Lorenzo Trainelli 

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A Morihiro Saito, “Umilmente… Grazie”

Morihiro Saito Sensei

Un caldo ringraziamento ad una delle figure centrali dell’Aikido moderno, Morihiro Saito Sensei, scritto di cuore da Renato Visentini in occasione della scomparsa del maestro nel 2002, scomparsa il cui decennale ricorrerà il prossimo maggio

di RENATO VISENTINI

Nell’opera di diffusione dell’Aikido, fra i tanti Allievi che Morihei Ueshiba ha inviato nel mondo, Morihiro Saito è stato uno dei pochissimi praticanti che ha scelto di rimanere fedele all’insegnamento tradizionale del Maestro fondatore.
Nell’insegnamento dello stile Iwama, Saito è stato uno dei Padri dell’Aikido puro, non filtrato e rivisitato dalla pratica e dall’esperienza personale, e con questa sua scelta spontanea di rimanere un passo indietro nella personale elaborazione e di rinunciare, quindi, a diventare un capo scuola, ha trasmesso per oltre quarant’anni le basi di quest’arte con rigore, metodo e profonda conoscenza.
Pur legato ad una radice culturale profondamente radicata da secoli in Giappone, Saito ha saputo introdurre nel mondo occidentale un pensiero di incommensurabile spiritualità, traducendolo nella lingua universale dell’esempio concreto, corredato da ampie spiegazioni sempre comprensibili a tutti.
A Saito va indubbiamente riconosciuta la grande capacità di aver codificato l’immenso patrimonio di tecniche e la pratica delle armi, lasciati alla sua custodia da un Morihei Ueshiba giunto al termine di una lunga vita fatta di esperienza e meditazione, in schemi che partono da un fondamento logico, fulcro fra l’attacco e la difesa, che è il desiderio di praticare l’Aikido insieme agli altri. Questo modo di proporre un’arte marziale ha subito trovato terreno fertile nella cultura occidentale per la sua impressionante semplicità nelle tecniche e fascino nella potenza ed efficacia della pratica.
A oltre un mese dalla morte, avvenuta ai primi di maggio (2002, Ndr), l’Aikikai di Tokyo ha voluto consacrare con rito scintoista questo Padre dell’Aikido alla più alta memoria che un grande Maestro possa aspirare per i suoi meriti.
A Morihiro Saito va la nostra riconoscenza per quello che ci ha insegnato e per averci fatto riflettere su tanti particolari, ci piace pensare che ora dall’oceano dell’Aikido un fiume di nome Saito ha preso il suo corso verso l’ignoto, ma dalle sue rive sgorgheranno miriadi di ruscelli che continueranno a diffondere il suo messaggio spirituale.
Morihei Ueshiba disse un giorno a Saito: “io ti darò un arte per metterti al servizio degli altri” e a noi non resta che umilmente dire grazie.

Copyright Renato Visentini ©2002-2011
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta su

http://www.dantai.it/p_Saito.html

Mi Chiamo Fuori…

Mi Chiamo Fuori…

Ci sono dei momenti nella vita in cui si ripensa alle proprie scelte, al lavoro fatto e ai risultati finora conseguiti. Alcuni sono contenti di trovarsi dove sono, altri non si pongono neppure la questione, certi sono scontenti ma cementati sul posto, pochi continuano a muoversi

di SIMONE CHIERCHINI

Tanto la mia uscita dall’Irlanda – sia come paese che come comunità aikidoistica – quanto il mio rientro in Italia nel mese di giugno 2009, sono stati per me eventi dalle profonde ripercussioni culturali e psicologiche.

Lasciando da parte i fatti personali e le turbative socio-generazionali, in Aikido, dopo quasi 15 anni in Irlanda, ho lasciato un paese cui ho dato tanto, ricevendone in cambio con il contagocce, fiero comunque del mio percorso. Una volta tornato a casa, nel Belpaese ho finito per trovarmi del tutto straniero nell’associazione che la mia famiglia ha contribuito a creare, forgiare, sviluppare e dirigere per circa tre decenni.

Quello che oggi è l’Aikikai d’Italia, il modo in cui è gestita, il sistema non-sistema di selezione della classe tecnico-dirigente, il suo metodo di insegnamento (quale?), l’arroganza miope dei vertici vecchi e nuovi, l’atmosfera generale da Ministero Bizantino dell’Aikido mi sono totalmente alieni.
Diversi amici e colleghi tra i più illuminati con cui ho condiviso queste sensazioni mi hanno guardato un po’ sorpresi e mi hanno detto che questa associazione è sempre stata così, che non ci sono stati cambiamenti significativi di alcun tipo nell’ultimo ventennio, se non l’invecchiamento di chi gestisce la struttura, con conseguente irrigidimento (tutt’altro che aikidoistico) dei suddetti e dei loro delegati. Quelle elencate sopra sono le caratteristiche da sempre in essere nella fibra che costituisce questo ente, dicono gli amici, quindi perchè mi scaldo tanto?
Già sento l’eco dei cosiddetti eminenti grigi dell’Aikikai d’Italia, dalle loro stanzette di consiglio, nelle quali hanno sviluppato una disponibilità allo scambio dialettico con chi non è d’accordo con loro inversamente proporzionale alla loro capacità di connettersi con gli insegnanti sul territorio, e riassumibile nel seguente: “Ma che vuole quel rompiscatole di Simone Chierchini? Perchè non se ne è restato in Irlanda? Crede di poter parlare solo perchè si chiama Chierchini? O tace o gli facciamo causa!”. Minaccia, questa, peraltro già pervenutami in passato, per un articolo da niente, con lettera firmata dal Presidente dell’Aikikai d’Italia Franco Zoppi.

“State tranquilli: non voglio piu’ niente”

State tranquilli: non voglio più niente. Non è mia intenzione, né aspirazione, far perdere iscritti all’Aikikai d’Italia, “ledendone il buon nome”.
Da quando ho fondato questo blog mi sono sforzato al meglio delle mie capacità di seguire una linea omnicomprensiva, al di sopra delle barricate, seguendo un’ispirazione di stampo giornalistico anglo-sassone, parlando e facendo parlare tutti di tutto, in tono pacato, armonioso, e spero competente. Ho lasciato ai siti istituzionali delle varie associazioni la propaganda sulla bontà vera o presunta delle loro scelte tecnico-didattiche. Ho volutamente evitato che Aikido Italia Network si trasformasse nell’ennesimo blog in cui il saccente di turno parla sempre male di tutti, mentre ciascuno insulta tutti quelli che non la pensano come lui; questo anche a costo di bandire taluni dalle discussioni, a prescindere dal grado, facendomi così le ennesime inimicizie.

Dubito che qualcuno mi potrà dare del fazioso, e in ogni caso io so di non esserlo e tanto mi basta.

Tornando a quel che si diceva sopra, la mia posizione è la seguente: le associazioni sono, per legge, comunioni di persone che hanno deciso di riunirsi per un fine comune. Se la gente continua a restare dentro all’Aikikai d’Italia, se essa è ancora di gran lunga la maggiore associazione di Aikido in Italia, significa che i suoi insegnanti aderenti sono felici di come vanno le cose al suo interno, e io faccio a tutti loro i miei migliori auguri per un prospero futuro nell’Aikido.
Purtroppo per me, invece, i miei di occhi sono cambiati. Da buon allievo che ha bene o male lavorato per oltre 40 anni sui tatami del Budo, la mia vista si è sviluppata, e il mio olfatto pure, e al mio ritorno dalla verde Irlanda ho sentito una clamorosa puzza di bruciato. Sono sicuro di non essere l’unico, fra gli insegnanti, ma magari la genetica mi ha dotato di un cuore più grande, non facendomi capire cosa significhi aver paura; inoltre l’omertà nella mia personale religione è peccato mortale.

E come giornalista dell’Aikido, e uomo cui non è mai dispiaciuto di essere non allineato, per amore di informazione devo farvi partecipi di alcuni fatti.

L’Aikikai d’Italia fin dalla sua fondazione – parlo con cognizione di fatto, dato che uno con il mio cognome fra i soci fondatori c’era – è nata non per diffondere e sviluppare l’Aikido in Italia, ma per salvaguardare il lavoro di una sola persona, per difendere la sua particolarissima visione dell’Aikido, che non ha MAI avuto nulla a che fare con quella dell’Aikikai Hombu Dojo in generale, né tanto meno con quella della scuola di Iwama.

Pensate che sono un eretico o che semplicemente sono impazzito?

Liberissimi di pensarlo; se vi disturba quello che dico smettete di leggere. Ricordatevi pero’ che sapere è potere, quindi, come ho fatto io, potete informarvi. Ci sono i documenti, le testimonianze scritte e le persone cui domandare. Chiedete. Allora vedrete chi è il pazzo…

Maestro e Allievo a Iwama

In Italia noi abbiamo fatto DA SEMPRE un Aikido che è frutto degli studi e delle interpretazioni personalissime di un super Shihan, ma pur sempre le sue, ripeto, lontane, assai lontane da quello che il Fondatore ha insegnato ogni giorno a Iwama per 26 anni a chi ha voluto esserci, per scelta, rimanendo accanto al proprio maestro, ogni giorno.

Morihei Ueshiba viveva a Iwama e lì insegnava. A Tokyo ci andava se e quando poteva e di certo non vi ha mai insegnato quotidianamente dopo la fine della seconda guerra mondiale. Chiunque dica di essere un allievo diretto del Fondatore e abbia iniziato dopo il termine del conflitto non può negare che l’unico vero allievo diretto di O’Sensei, l’unico che abbia praticato con lui ogni giorno per 26 anni, zappando inoltre i suoi cavoli nell’orto e ritrovandogli gli occhiali quando li perdeva in giro per il podere è Morihiro Saito Sensei.

Questo è un fatto storico innegabile.

Gli altri “allievi diretti” hanno visto il Fondatore se, quanto e quando hanno voluto, preferendo rimanere nella capitale a “gestire” l’enorme patrimonio marziale che continuava a scaturire quasi inesauribile da Morihei Ueshiba, riciclando i suoi insegnamenti a loro uso e consumo.

Gli scatti d’ira di O’Sensei all’Hombu Dojo sono rimasti leggendari; perché si arrabbiava così tanto? L’aria della capitale gli faceva salire la pressione sanguigna? O forse il maestro non era particolarmente contento di vedere cosa venisse insegnato a casa sua in sua assenza?

Comunque sia, il risultato di questa dicotomia fra ciò che veniva insegnato dal Fondatore a Iwama e quello che di ciò ne veniva fatto a Tokyo, è stato che oggi, in giro per il mondo, pochi fanno l’Aikido del Fondatore.

Infatti gli shihan successivamente delegati alla diffusione dell’Aikido da parte dell’Hombu Dojo – peraltro degli eroici missionari che hanno portato il verbo aikidoistico in giro per il mondo quando non interessava ancora a nessuno – hanno fatto il loro mestiere a metà, e non perché non volessero fare del loro meglio, ma perché non erano ferrati o non hanno voluto utilizzare per motivi politici il metodo che O’Sensei insegnava quotidianamente nel dopo guerra. Il sistema di base per l’apprendimento dell’Aikido esisteva ed esiste, è lì, bello strutturato, a disposizione di chi vuole usarlo: è il sistema di Iwama, e lo ha progettato con cura maniacale Saito Sensei a casa e nel dojo del Fondatore, sotto il suo sguardo e con la sua approvazione. Ma nelle associazioni nazionali di derivazione Aikikai Hombu Dojo – come anche all’Hombu Dojo – non si insegna e non si è mai voluto insegnare. Il perchè chiedetelo a loro.

Cosa si insegna al suo posto? Una vaporosa marmellata di seconda o terza mano di quello che lo shihan nazionale di riferimento ha ritenuto opportuno (o è stato capace di) insegnare. Ognuno poi nel suo dojo fa più o meno come gli pare, quando gli pare e se gli pare. Che io sappia questa è l’unica arte marziale, o arte, in cui gli insegnanti non sanno esattamente cosa insegnare, né quando.

Nelle lezioni di Aikido, anche di insegnanti titolati, si vede spesso l’equivalente di una mistura mal calibrata di un po’ di algebra, un tantino di Shakespeare e poi qualche esercizio per imparare a tracciare le lettere dell’alfabeto, a seconda di come l’insegnante si alza alla mattina. Sarebbe come se ogni maestro di scuola si arrogasse l’arbitrio di decidere se, come, cosa e quando insegnare ai poveri allievi. Per fortuna per questo esistono i programmi ministeriali.

Iwama Ryu Bukiwaza Mokuroku: il catalogo-certificazione delle armi dell’Aikido secondo Iwama

Nelle arti marziali giapponesi classiche esiste un programma di allenamento preciso e rigido e a nessuno verrebbe mai in mente di insegnare fuori dallo schema dato dalla scuola. Seguendo lo schema dato, generazioni di praticanti hanno avuto la possibilità di toccare i vertici dello scibile di quel campo, aggiungendo all’impasto il loro impegno indefesso e continuo, speso nella convinzione della bontà della tradizione della scuola medesima. Nel Katori Shinto Ryu lo fanno da diversi secoli, tanto per fare un esempio. Anche a Iwama il Fondatore seguiva un suo personale schema didattico, rimanendo, almeno in questo, nel solco delle arti marziali classiche giapponesi.

A questo punto, a chi è curioso di natura raccomandiamo di dare un’occhiata al programma di una qualsiasi associazione che segua la linea di Saito Sensei per rendersi conto che, in termini di didattica, dalle nostre parti qualcosa è sempre stato assolutamente fuori posto.

Se poi si va a praticare assieme agli allievi di linea Saito, dato che non mordono e sono spesso nostri vicini di casa, amano l’Aikido come noi, e sono serissimi nella loro pratica (e inoltre tengono spesso seminari di altissimo livello dalle Alpi alla Sicilia), è anche possibile provare con mano la loro marzialità, il loro rispetto assoluto per la tradizione dell’arte, la loro precisione tecnica, la loro minuta cura dei dettagli, la loro conoscenza esatta di cosa viene prima e di cosa viene dopo, cosa è base e cosa è avanzato, e cosa è un non-necessario vaniloquio egocentrico dello shihan di turno.

Essi non trascorrono anni agitando in aria un jo nel pedissequo scimmiottamento dei movimenti “creati” dal capo, ma seguono un programma tecnico di armi sapientemente strutturato, che va da zero a un milione, contando ogni numero in mezzo e conoscendone l’esatto significato. E, guarda un po’, si tratta dell’Aikijo e Aikiken (Buki waza) derivato dal Fondatore dell’Aikido, Morihei Ueshiba, del cui nome ci riempiamo spesso a vanvera la bocca.

Io quanto racconto sopra l’ho fatto, e dopo un anno di risciacquar i panni in quel di Iwama, ho deciso che questo è l’Aikido che oggi voglio fare e che avrei sempre voluto fare. Mi ci sono voluti 39 anni di Aikikai per scoprire che esiste un sistema, elaborato dal più diretto, autentico e fedele allievo del Fondatore Morirei Ueshiba, sotto la supervisione del Fondatore stesso, per imparare, sviluppare, comprendere e insegnare l’Aikido originale, ossia quello di chi l’ha concepito, e non quello rielaborato da qualche shihan che vide O’Sensei alla domenica per 3-4 anni.

Peggio per me. Potevo informarmi meglio.

Certo, la mia associazione madre non mi ha mai aiutato, dato che come a me, ha da sempre precluso a tutti i suoi iscritti la possibilità di praticare sotto Morihiro Saito Sensei o chiunque altro della sua linea, all’interno dell’Aikikai d’Italia.

Come? Aprite le orecchie, perché vi riferisco un altro fatto storico innegabile.

Mio padre, Danilo Chierchini, era presidente dell’Aikikai d’Italia quando nel 1984 Paolo Corallini venne a offrirgli su un piatto d’argento l’organizzazione del primo seminario italiano di Morihiro Saito, aggiungendo, come piccolo cadeaux, che lui si sarebbe sobbarcato le intere spese! Il presidente dell’Aikikai d’Italia, Danilo Chierchini, il cui reale potere decisionale era zero, dopo aver sentito chi stava nella stanza dei bottoni, tornò indietro e disse a Paolo Corallini “No, grazie. Non è possibile”.

Da lì partì un muro di ostilità verso tutto quello che proveniva da Iwama via Osimo, un’ostilità che perdura con la stessa pervicacia a tutt’oggi: un maestro, a me altrimenti carissimo, incise su marmo il punto di vista dell’Aikikai d’Italia in proposito, scrivendo sulla rivista Aikido, all’epoca diretta dal sottoscritto, che Saito veniva in Italia a “pascolare nei prati altrui”.

Masakatsu Agatsu, la vera vittoria e’ quella su sé stessi

Anche se la storia ha poi vendicato Paolo Corallini, facendone il primo e unico – per ora – italiano ad aver ricevuto il 7° Dan Aikikai dal Doshu dell’Aikido Moriteru Ueshiba (nonostante le potentissime obiezioni di quella stessa persona che siede nella stanza dei bottoni di cui sopra), 27 anni dopo, all’interno della comunità aikidoistica dell’Aikikai d’Italia i più neppure sanno che cosa sia Iwama, dove sia e cosa rappresenti il suo patrimonio per l’Aikido. Non parliamone poi di lavorare assieme, andando ad apprendere alla sorgente.

Colpa loro, anche se potentemente aiutati nell’errore.

E’ sempre stato così, a tutti i livelli, con una durezza che è il contrario del messaggio dell’Aikido: direttamente o indirettamente questa associazione si è sempre liberata di chiunque non abbia voluto seguire le orme del capo e dei suoi amici. Le associazioni “concorrenti” sono dirette nella maggior parte dei casi da fuoriusciti dell’Aikikai d’Italia, colpevoli di non pensarla sempre e solo come volevano i suddetti, e ingenui abbastanza da pensare che la dialettica assembleare potesse cambiare le cose. Alla fine si sono giustamente scocciati e se ne sono andati, quando non li hanno cacciati prima. Quanti presidenti dell’Aikikai d’Italia, a parte il corrente, sono ancora all’interno dell’associazione? Risposta: zero.

Chi è rimasto, e parlo di quelli che hanno diretto l’associazione sul campo, hanno ufficialmente e politicamente professato lealtà al superiore, salvo poi – a parte rarissime eccezioni – insegnare tutto meno quello che lui proponeva come “sistema”.

Vista dall’esterno, con un occhio mediamente esperto, la situazione didattica dell’Aikikai d’Italia è un marasma assoluto in cui ognuno fa quello che gli pare e i più si barcamenano assecondando i capetti di turno.

Io non ci sarò. Mi chiamo fuori.
Sarò impegnato a studiare, e studierò, per una volta, il sistema di Aikido più vicino possibile a quello di chi l’Aikido l’ha creato. Per farlo, le circostanze mi obbligano a iscrivermi ad un’associazione diversa da quella cui quasi geneticamente mi sento legato. Pazienza. I miei amici e colleghi rimarranno tali, degli altri non mi curo.

Per rispetto alla mia coerenza intellettuale e morale, anche se dirigo e ho diretto uno stage o due in giro fin dal 1992, mi ritirerò dall’insegnamento dell’Aikido al di fuori del mio dojo di Vasto, prendendomi un anno sabbatico, perché andare a insegnare quello che uno sta imparando non è moralmente corretto, oltre che professionalmente disonesto, anche se è una tra le pratiche più diffuse tra i cosiddetti professionisti dell’Aikido di ogni grado e latitudine.

Questo è il motivo per cui io faccio Aikido, imparare e cercar di migliorare umanamente. Arroccarsi sui propri passati errori non è Aikido, ma piuttosto la sua negazione.

Copyright Simone Chierchini © 2011Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
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Buki Waza: l’Importanza delle Armi in Aikido

Buki-Waza di Iwama: il tassello mancante

In questo suo intervento Marco Rubatto affronta un importante aspetto della pedagogia dell’Aikido, ossia il Buki-Waza, lo studio delle armi. In questo campo si è assistito ad un tentativo da parte dei vari Shihan di fornire agli allievi la loro particolare visione dei fatti, quando la pratica del Buki-Waza non è addirittura del tutto trascurata. Quali sono le motivazioni storiche di questo? Non esiste un sistema coerente, basato sulla pedagogia del Fondatore, e a tutt’oggi espresso dalle scuole che si rifanno al’Aikido di Iwama?

di MARCO RUBATTO

È nota ad ogni praticante la presenza dello studio e dell’utilizzo delle armi in Aikido.
Tuttavia differenti scuole utilizzano altrettanto diversi metodi e strategie per integrare il loro utilizzo con quello delle pratiche a mani nude. In alcune scuole invece si è persa l’usanza di inserire esercizi di Jo e Ken nel normale allenamento.Questo ha spesso reso necessario che gli allievi di queste scuole, giunti ad un certo livello di maturazione nella pratica dell’Arte, operino una vera e propria ricerca personale, per andare ad attingere da altre scuole tradizionali l’importante frammento mancante: il Buki Waza.
Seguendo una consapevolezza di tipo storico, è noto come il Fondatore praticasse quotidianamente l’allenamento con le armi tradizionali dell’Aikido, il Jo (il bastone di legno), il Ken/Bokken (la spada di legno)… un tempo anche il Juken (la baionetta di legno), Yari/Naginata (lance di legno terminanti con lame), Nuhoko (lancia corta di legno), Tanto/Tanken (pugnale di legno), Tessen (il ventaglio di legno o metallo).
È però importante chiedersi se, come taluni affermano, l’importanza di queste pratiche sia realmente ancora attuale – tanto da mantenerla viva nei programmi tecnici – o risulti invece ormai anacronistica ed appartenente solo ad un retaggio post-feudale giapponese – facendo quindi optare per il loro accantonamento.
Ricordiamo innanzi tutto la storia.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, O’ Sensei si ritirò nella cittadina di Iwama, nel 1941, all’età di 58 anni. Qui visse per i successivi 28 anni, fino al momento della sua scomparsa, nel 1969. In questa terra semplice, inospitale e ricca di natura, si dedicò all’allenamento, allo studio e sviluppo dell’Aikido ed all’agricoltura. Il lasso di tempo in esame è stato fondamentale per la sua possibilità di apprendere il modo migliore di abbinare l’allenamento delle armi a quello a mani nude. A partire dalle sue consapevolezze precedenti nello studio della scherma e nelle forme di Jujutsu che incontrò, egli sintetizzò l’Aiki Ken e l’Aiki Jo quale parte inscindibile del forse più famoso e consueto Tai Jutsu… il repertorio delle tecniche a mani nude cioè.

Il Fondatore a Iwama

Sfortunatamente però questo fu per il suo Paese un periodo particolarmente critico, in cui la sconfitta nella guerra portò spesso difficoltà economiche consistenti, specie alle classi sociali più modeste.
O’ Sensei, soprattutto nei primi anni di ritiro ad Iwama, viaggiò molto per visitare di frequente l’Hombu Dojo Aikikai di Tokyo, che al tempo era stato affidato alla direzione del figlio Kissumaru Ueshiba Sensei e di Koichi Tohei Sensei (quest’ultimo fino al 1971, ma ufficialmente fino al 1974). Fu cura del Fondatore stesso non differenziare gli allenamenti di Iwama da quelli di Tokyo (perché avrebbe dovuto?!) durante il suo patrocinio diretto.
Era invece molto più ostico per gli allievi trasferirsi ad Iwama per ricevere gli insegnamenti direttamente da O’ Sensei, benché qualcuno talvolta ci riuscisse per brevi periodi, a causa della non eccessiva disponibilità di danaro del tempo.
Con l’avanzare dell’età, fu sempre più difficile per Morihei Ueshiba visitare regolarmente l’Hombu Dojo: da settimanali, le sue lezioni a Tokyo divennero mensili, solitamente tenute di domenica.
A nostro avviso (e non solo nostro…) questo fu forse l’inizio della divisione sulle consapevolezze dell’allenamento con le armi in Aikido. O’ Sensei continuava a sviluppare il metodo ad Iwama, mentre la sua comunità di Aikidoka cresceva soprattutto a Tokyo, luogo sempre meno vissuto dal Fondatore (e per giunta frequentato solitamente solo nei week end, momento in cui anche i giapponesi – anche se meno di noi – amano riposarsi!)
Morihiro Saito Sensei iniziò la sua pratica dell’Aikido nel 1946 sotto la direzione del Fondatore ad Iwama e rimase suo fedele allievo fino al momento della morte di quest’ultimo. Egli risiedeva proprio ad Iwama, nella prefettura di Ibaraki, e narrò che in alcuni momenti particolarmente difficoltosi durante e dopo il termine del Conflitto Mondiale, egli rimase addirittura solo con O’ Sensei durante alcuni allenamenti quotidiani (soprattutto al mattino, momento in cui, ancora oggi, viene focalizzata l’attenzione sull’utilizzo delle armi).
Lo studio dell’integrazione fra Buki Waza e Tai Jutsu intanto procedeva, talvolta in carenza di insegnanti da formare in questo specifico percorso, poiché erano pochi ed infrequenti gli allievi che potevano seguire Morihei Ueshiba in questo suo personale sviluppo.
Quando anche la vecchiaia di O’ Sensei ulteriormente ostacolò il suoi frequenti spostamenti a Tokyo, egli demandò questo compito a Morihiro Saito Sensei, che raggiungeva il Dojo Aikikai di Shinjuku ogni domenica, ed aveva il compito di insegnare l’utilizzo delle armi nell’ultimo quarto d’ora delle sue lezioni. Va ricordato che Saito Sensei era un ferroviere, che quindi non doveva affrontare eccessivi costi per il trasferimento in treno da Iwama a Tokyo.
Il problema tuttavia si creò ugualmente poiché a fronte di un lavoro continuativo e soprattutto quotidiano di interazione fra Tai Jutsu e Buki Waza, a Tokyo questi poteva essere esperito solo per pochi minuti alla settimana. Gli importanti Sensei che impartivano lezioni negli altri giorni, del resto, meritoriamente scelsero di non entrare eccessivamente nel merito di ciò che non conoscevano neppure loro in modo approfondito.
Questo fu sufficiente per aumentare il divario fra l’Aikido di Iwama e il resto dell’Aikido praticato in quegli anni in merito alle consapevolezze sulle armi.

Sono moltissime le foto di archivio in cui O'Sensei è impegnato nel Buki-waza

Attualmente l’Aikikai Hombu Dojo ha ufficialmente estromesso le armi dal programma ufficiale di apprendimento, fatta eccezione per il Buki Dori, ossia gli esercizi nei quali l’attaccante (con Tanto, Jo o Ken) viene disarmato da tori durante l’azione. Nessuna traccia è rimasta presso il Dojo a cui tutto il mondo tende a riferirsi di suburi, kata, awase e kumi utilizzati giornalmente del Fondatore.
Tuttavia coloro che veramente si sono mostrati – e che si mostrano – interessati allo studio dell’Aikido nella sua completezza percepirono/percepiscono come la pratica delle armi sia pressoché fondamentale per sviluppare rapidamente ed in modo integrato elementi come la corretta sensazione del timing, il concetto di Ma-Ai (“giusta distanza”), la corretta posizione delle anche e di conseguenza il corretto hanmi, elementi che poi vengono utilizzati anche durante la pratica del Tai Jutsu.
Non pare quindi che l’allenamento con Jo e ken sia oggi anacronistico, benché nessuno di noi usi girare per le città armato come un Samurai: sono altri i valori aggiunti di questo tipo di pratica, molto distanti dalle esigenze di difesa personale del Giappone di due secoli fa. Molti allievi ed insegnanti si sono quindi lanciati ad una vera e propria ricerca e riscoperta di quanto la didattica ricevuta non era riuscita a trasmettere (lo ribadiamo, per ragioni storiche e non per vera e propria scelta svalutativa di queste pratiche).
Nel frattempo però il Giappone si era economicamente sviluppato, e come ancora oggi mostra, spesso a discapito di un vero apprezzamento e patrocinio della sua stessa antica e preziosa tradizione. Non vi erano più molti Ryu tradizionali ai quali attingere gli stessi elementi posseduti dal Fondatore per incominciare nuovamente l’opera di integrazione: spesso si è quindi optato per utilizzare fonti diverse, storicamente non connesse direttamente all’Aikido, ma che comunque consentissero di crearsi una forma qualitativa di consapevolezza sulle armi (soprattutto Bokken e Jo) che mancava nella propria esperienza. Jodo, Kendo, Iaido, le antiche Kashima Shinto Ryu e Katori Shinto Ryu… sono alcuni esempi delle discipline che si è tentato di connettere sperimentalmente con l’Aikido, con il pro di favorire nuovamente l’integrazione di questi con il Buki Waza.
A nostro dire è realmente meritoria l’opera di chi ha fatto questo tipo di ricerca, poiché non dissimile da quella fatta dal Fondatore stesso prima di loro. Ciò che si è venuto a creare con gli anni è una moltitudine di stili diversi anche per la pratica delle armi in seno all’Aikido, poiché funzione di quali di queste forme di Ken Jutsu e Kobudo il caposcuola ha utilizzato nella sua stessa opera di integrazione.
Ma noi non consideriamo la varietà come un problema.. anzi, come una ulteriore possibilità di arricchimento. Certo, così facendo queste scuole hanno influito sulla pratica del Tai Jutsu proprio come avvenne per O’ Sensei, facendo emergere numerosi principi, anche a volte in apparenza contrastanti fra loro… rivolgendo l’attenzione a molte scuole attuali. Chi ha abbinato lo studio del Kendo e Iaido, ad esempio, all’Aikido solitamente presenta una guardia più frontale di quanto sia consentita nell’Aiki Ken, ma poiché il suo studio è scaturito da elementi differenti.

Il Fondatore con Morihiro Saito nel dojo di Iwama

Per dovere storico va semplicemente ricordato che spesso quindi le pratiche del Buki Waza non si possono solitamente dire “quelle del Fondatore”, poiché derivate per analoga ricerca, ma passando per altre strade, specificando come ciò non ne riduca assolutamente il valore.
Fortunatamente Morihiro Saito Sensei fu il Maestro che cercò, per sua natura e per tutta la vita, di mantenere il più possibile inalterato l’insegnamento tecnico di O’ Sensei, quindi un enorme bagaglio tecnico di Buki Waza ci giunge “congelato” ed ottimamente conservato attraverso l’Iwama Ryu, forse ad oggi la scuola in cui l’operazione di integrazione fra Tai Jutsu e Buki Waza ha radici più profonde, in quanto semplicemente coincidenti con quelle scoperte dal Fondatore stesso ad Iwama, nel periodo storico in cui fu più ostico formare gli Insegnanti in tale settore.
L’Iwama Ryu è anche la scuola di riferimento dalla quale io provengo, e benché sia risaputo non è nostro interesse mettere in risalto uno stile piuttosto che un altro, ci è sembrato importante condividere con chi ha piacere una esigua parte di quel bagaglio tecnico di base legato al Buki Waza… a partire da un ventoso pomeriggio torinese qualsiasi e dalla richiesta di un paio di nostri allievi, che reclamavano una fonte video sulla quale ripassare mnemonicamente gli esercizi previsti per i loro esami.
È così che un sabato, dopo una lunga ed estenuante lezione al parco, uno di loro, munito di telecamera ha filmato il programma di base di Buki Waza per poterlo ripassare fra le mura di casa sua. Con qualche aggiustamento sull’audio, irrimediabilmente guastato da vento e da uno sfasamento di ricodifica video operato da YouTube per ragioni inspiegabili, abbiamo montato 7 filmati divisi in categorie (suburi di Ken e Jo, kata di Jo, kumi Tachi e kumi Jo) e quindi li abbiamo pubblicati, in modo da poter fornire, in poco più di 27 minuti, l’intero prezioso bagaglio tecnico della scuola di Iwama.
Nessun video è stato pensato come “didattico” (leggi “NON VOGLIAMO INSEGNARE NIENTE A NESSUNO!”) e ciascuno contiene certamente un sacco di imprecisioni di tipo tecnico (compreso qualche balzo dovuto ai buchi inaspettati sul terreno!)… sia per via della stanchezza che avevamo nel girarlo (dopo circa 2 ore di lezione), sia per il nostro livello tecnico fortunatamente ancora sempre da forgiare per poter essere migliorato.
Nessun video è stato realizzato quindi come “preciso”… lo diciamo perché i puristi troveranno sicuramente una punta del Ken troppo alta, un’anca troppo poco ruotata… ma con il solo fine di essere “riassuntivo” di un programma tecnico da apprendere con cura a lezione e da poter ripassare mnemonicamente tramite un video in modo rapido a casa, mentre questo apprendimento si radica fisicamente nel Dojo.
È poi molto diversa la cura che si impiega nell’eseguire qualsiasi pratica settimanalmente o quasi quotidianamente… in questo caso si tende a badare all’essenza più che alla forma, benché questa non sia una scusante per fare male le cose.
Ci auguriamo tuttavia che il nostro lavoro possa risultare di utilità anche ad altri studenti di Aikido con esigenze analoghe a quelli nel nostro Dojo.
I video sono disponibili qui:
http://www.youtube.com/p/25300D0806C0BBC5&hl=it&fs=1

Pur non credendo che quello di Iwama sia per forza il miglior modo di maneggiare le armi, ne ricordiamo la profondità, la chiarezza e precisione didattica e quindi continuiamo ad adottarlo nei nostri programmi… ma ciò che più ora ci preme è esortare qualsiasi Aikidoka all’ascolto a costruire una sua personale consapevolezza matura sull’utilizzo delle armi, tanto da creare con il tempo una completa integrazione con il resto della pratica… se vogliamo, addirittura una totale in-distinzione fra le cose che in Aikido si possono vivere, così da non rilegare più il Buki Waza ad un innaturale area marginale, o ancor peggio, solo per esperti.

Copyright Marco Rubatto ©2009-2011
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta 29/09/2009 su
http://aikime.blogspot.com/2009/09/buki-waza-limportanza-delle-armi-in.html

Dante/Iwama Ryu + Calvino/Hombu Dojo = Quadratura del Cerchio

Cerchio, Triangolo, Quadrato

Cerchio, Triangolo, Quadrato

Nel momento in cui il recente articolo di Fabio Branno Ikkyo, Nikkyo e Quaqquaraquà ha creato un diluvio di commenti contrastanti, una semplice addizione sembrerebbe la cura per tutti i mali… è sempre stata lì, ma nessuno ne ha mai voluto usufruire. Noi di Aikido Italia Network camminiamo su questa strada, con la ridotta forza delle nostre corte gambe, ma con tenacia infaticabile

di SIMONE CHIERCHINI

E’ più importante la forma o il contenuto? Diatriba filosofoca questa lunga tre millenni, ma che può’ e deve essere spazzata via con un semplice ragionamento: non c’è forma senza contenuto, e questo non lo hanno deciso gli amanti dell’innovazione, ma madrenatura; d’altronde un contenuto privo di forma, essendo per definizione “informe”, non può essere definito e parlare del nulla è, come minimo, una perdita di tempo.
Tuttavia, la filosofia classica greca ci insegna anche un paio di altri importanti punti che dobbiamo prendere in considerazione se si vuole insegnare qualsiasi soggetto in modo appropriato e rispettando le necessarie concatenazioni logiche. Ogni insegnante – compresi quelli di Aikido – dovrebbe ricordare che la forma viene prima del contenuto (materia) sia dal punto di vista cronologico che ontologico: in relazione alla materia, cioè, la forma esiste precedentemente sia nel tempo che nell’essere, dato che la forma è la causa efficiente della materia, ossia le consente di esistere; inoltre la forma è la causa finale della materia, cioè esprime in concreto, visibilmente, quel fine che dà significato all’esistenza della materia in questione.
Anche a sentire Aristotele, la priorità della forma – come definita sopra – seguirebbe le leggi della logica, in quanto:

“Di ogni cosa si può parlare in quanto ha una forma e non per il suo aspetto materiale in quanto tale”.
Aristotele, Metafisica VII, 1035a

Una volta accertato che non si può insegnare nulla prescindendo dalla forma, in relazione all’Aikido bisognerebbe prima stabilire quale sia la forma da insegnare, quindi come evitare un pluridecennale infognarsi in un tecnicismo senza contenuto.
La soluzione sembrerebbe esser stata sempre lì, a portata di tutti, ma per motivi che ci sfuggono la semplice intuizione che vi proponiamo, e che si manifesta nell’addizione del titolo, non è mai stata praticata con sufficiente convinzione; essa costituisce uno degli elementi fondanti della neonata Aikido Italia Network, e si esprime principalmente nella volontà di fare due cose:
1. Accettare l’idea che in Aikido, come ad esempio nella letteratura italiana, la forma classica esiste e non è in discussione, quindi non è una prerogativa del maestro (quale che sia il suo livello) di fare sempre e solo quello che gli pare: questa forma classica è rappresentata dal variegato mondo dell’Iwama Ryu/Takemusu Aiki. Il contributo di Morihiro Saito Sensei nel sistemare gli insegnamenti del Fondatore, tramandandoli nel futuro, ha lo stesso spessore culturale che nella nostra letteratura hanno Dante-Petrarca-Boccaccio. Chi insegna Aikido dovrebbe capire che ha la responsabilità morale di dedicarsi con impegno maniacale per conoscere alla perfezione personalmente e poi proporre agli allievi lo spirito e la forma dell’Aikido di Iwama.
2. Essendo l’Aikido un organismo vivente, bisogna stare al passo dei tempi, evitando di affossarsi in uno sterile tecnicismo di maniera con l’utilizzo della “letteratura moderna”, Aikikai Hombu-Dojo style, ossia l’Aikido dei vari top Shihan, per fini morali-psicologici-spirituali, così trascendendo tutti i canoni.
Il percorso di cui sopra però funziona solamente se si rispetta un’idea fondante delle arti del Budo tradizionale, cioè che ogni giorno bisogna tornare a Dante (e questo, come si diceva sopra, è Iwama, non la personale visione di un qualche Shihan) e fare estrema attenzione a non riempire la propria testa e quella dei kohai di rigurgiti allucinatori, frutto del proprio vaneggiamento o di quello del proprio insegnante di riferimento, e non di studio logico e coerente in relazione alle premesse dei classici.
Oggi è arrivata l’ora di superare le divisioni fra Tokyo e Iwama, di fare da ponte, creando una nuova mentalità di studio dell’Aikido che poi porti a un nuovo tipo di scuola di Aikido in Italia, ove tradizione e innovazione, forma e contenuto trovino la loro naturale espressione.

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Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 3

Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 1

Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 2

Alcuni anni prima di morire Saito Sensei mi disse che lui era convinto che io fossi una persona che per lui aveva fatto cose che nessun altro aveva fatto mai: io mi ero preso cura di lui e della sua famiglia.
Quindi decise di farmi un regalo speciale; io lo venni a sapere da un suo allievo che lo accompagnò diverse volte in Europa, Nakamura san, un carissimo amico, che mi disse: “Guarda, Saito Sensei ti sta facendo fare una katana forgiata seguendo le antiche usanze da uno degli ultimi tre katana makers che lavorano secondo il metodo tradizionale giapponese. Questa e’ una cosa unica Paolo ed e’ dimostrazione di enorme affetto.”
Arrivò il giorno che eravamo a Roma e durante un seminario Nakamura mi chiamò e chiese di recarmi nella stanza del Sensei, perché il dono era pronto e me lo voleva consegnare.
Emozionatissimo entrai nella sua stanza, presente Nakamura, feci il saluto e lui mi offri’  la spada, dicendo che era un dono dal cuore; io rimasi pietrificato e contemporaneamente mi commossi. Poi la aprì e mi spiegò come esaminarla, sbloccando l’habaki, poi estraendo il primo palmo di lama, poi tutta la spada, quindi esaminando il filo.
Dopo mi spiegò la storia della spada, mi disse da chi era stata forgiata e mi mostrò i documenti relativi. Per portare la spada in Italia era stata necessaria una pratica burocratica lunga oltre 5 mesi, perché dopo la seconda guerra mondiale, quando gli americani vincitori avevano spogliato il paese di molti tesori, il governo giapponese stabilì regole severissime che vietavano l’esportazione di katana originali. Saito Sensei dovette fare appello a tutte le sue conoscenze e pagare una notevole somma di denaro per riuscire a portare il mio dono all’estero.
Dopo mi fece vedere che aveva fatto rivestire la tsuka di pelle, anziché di seta, perché voleva che io la usassi per far vedere il suburi. Purtroppo questa e’ l’unica cosa in cui io non gli ho ubbidito, e qui Francesco mi guarda con rimpianto, perché all’idea di portare questa spada in giro per seminari, con il rischio che venga danneggiata o rubata, mi viene un mezzo attacco di cuore.
Una cosa che io non notai subito, e che lui da gran signore non mi fece notare, era l’importanza del mon inciso sulla tsuba della katana, il mon della famiglia Saito.
Lui non ne fece cenno, mi disse solamente come sguainarla, come pulirla, come riallacciarla una volta riposta. Me lo fece vedere una volta, poi disse: “Dozo!” e mi invitò a ripetere quello che avevo visto.

Io ci provai, ma ovviamente ero così emozionato che mi intrecciai subito come Fantozzi e lui si mise a ridere con la sua caratteristica potente risata.
A cose fatte, Nakamura san mi disse del simbolo della famiglia Saito sulla tsuba, quindi io corremmo in camera sua a vederlo; qui lui mi spiegò che questa era un cosa unica. Mi disse poi che il Fondatore aveva donato due spade a Saito Sensei, una katana e un wakizashi, mentre l’unica volta che Saito Sensei lo aveva fatto era per me.
Il fatto di aver messo il suo mon sulla tsuba significava nella cultura giapponese di avere una fiducia tale da affidare la propria vita, il proprio nome, al destinatario del dono.
L’ultima volta che vidi Saito Sensei vivo era un mese prima della sua morte. Era già oramai paralizzato dal collo in giù e stava in casa su letto elettrico con telecomando per farlo muovere ed evitare le piaghe da decubito.
Eravamo io e Ulf Evenas; lui ci aspettava, aveva addirittura fatto preparare la camera da letto di O’Sensei per noi due con futon e stufetta a kerosene. Ci ricevette nella sua stanza nella penombra, perché anche la luce gli dava fastidio.
Mi raccomandò di andare d’accordo con i suoi altri allievi, di rimanere vicino al Doshu, di cercare di essere un aiuto per l’Aikikai. Ci spiegò che in passato lui aveva avuto momenti anche molto difficili nei suoi rapporti con l’Aikikai, ma che in memoria di Morihei Ueshiba, il suo maestro, era sempre rimasto fedele alla dinastia Ueshiba e sempre lo sarebbe stato.
Mi chiese quindi di rimanere vicino al Doshu, di stare in armonia con lui e dare il mio aiuto al’Aikikai, di preservare l’insegnamento tradizionale di O’Sensei come lui aveva fatto tutta la vita e anche di emanare lo spirito di una vera famiglia.
Queste cose le chiese a me ed Ulf e io le presi come dei dogmi, come i veri comandamenti, tre invece di dieci.
Fra gli altri ricordi pieni di affetto, adesso voglio mostrarti la valigetta con il suo keikogi, hakama, cintura e altre cose che Saito Sensei lasciava qui nel mio dojo per quando viaggiava in Europa.
Sapendo che era l’ultima volta che lo vedevo vivo, gliela riportai in Giappone, ma lui disse che dovevo tenerla io.
Inoltre si fece portare due bokken identici, uno per me e uno per Ulf Evenas e disse che gli dispiaceva di non poterceli dare direttamente con le sue mani – lui, che era stato il simbolo del movimento perfetto era completamente paralizzato – e ci disse: “Fate si che questo si muova sempre come se lo usassi io.”
Fra tutti i simboli presenti nel mio dojo, questo e’ un simbolo importantissimo. La valigetta di Saito Sensei e’ adesso una reliquia; ha viaggiato per tantissimi anni in giro per l‘Europa e per il mondo, e io dietro come un cagnolino.
L’hakama e’ ancora come lui la piegò l’ultima volta e cosi’ rimarrà’ ad aeternum, l’hakama di un mito.
L’ultima reliquia che andiamo a vedere e’ una sorta di Graal.
E’ un jo che fu portato a me in dono da Saito Sensei nel 1986: questo e’ uno dei jo personali di Morihei Ueshiba, che era nella rastrelliera a est guardando il kamiza nel dojo di Iwama.
Questa rastrelliera oggi e’ stata rimossa, ma all’epoca c’erano ancora diversi jo che O’Sensei usava quotidianamente.
Saito Sensei in segno di affetto volle onorarmi di questo regalo; anche in questo caso mi disse di usarlo regolarmente per praticare, ma io ho paura a portarlo in giro, nel caso che venisse rubato, quindi lo uso solo qui nel mio Dojo.
Dopo che mi e’stato donato questo jo lo hanno toccato veramente in pochi, oltre a me e Francesco, ma sono felice che tu lo abbia fra le mani, come segno dell’istintivo affetto che nutro per te.
Quando impugno questo jo e’ un po’ come avere in mano una bacchetta magica: se uno non lo e’, ci diventa bravo, si muove da sé, come nell’apprendista stregone…

Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 1

Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 2

Testo di Simone ChierchiniSimone Chierchini
Foto di Simone Chierchini e Francesco Corallini
Copyright Simone Chierchini, Paolo Corallini & Francesco Corallini©2011
Per le norme relative alla riproduzione consultare
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