Seminario: Hideo Hirosawa a Roma

Hideo Hirosawa sarà a Rome in aprile a presentare il suo Bannen Aikido

Hideo Hirosawa sarà a Rome in aprile a presentare il suo Bannen Aikido

International Aikido Koshukai
Hideo Hirosawa – Bannen Aikido
Yoshitomo Machida

13-14 Aprile 2013

Roma, Italia
Palestra della Scuola Superiore I.T.I.S A. Einstein, Via Pasquale II, 237

Informazioni: Tel. +39 333 86 95 300, +39 338 200 88 29
Email: eleonora87@hotmail.it

Quota di partecipazione: € 80,00 – Solo Sabato € 50,00 – Special Keiko per insegnanti €20

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Leggi Hirosawa Sensei e l’Aikido di Iwama

Cosa è il Bannen Aikido

IL SEMINARIO ROMANO DEL 2012

Redazione Aikido Italia NetworkBy Redazione

Il Nutriente Latte dell’Aikido

"La vera accezione di Takemusu, uno sgorgare continuo, poieutico, direttamente dall'inconscio.."

“La vera accezione di Takemusu, uno sgorgare continuo, poieutico, direttamente dall’inconscio..”

Morto un papa se ne fa un altro, ma un papa, ci insegna Benedetto XVI, può persino dimettersi. Sebbene malato terminale di cancro e con una fisicità in ballo superiore nella prestazione competente, Osensei non ci ha mai pensato; anche nella sua ultima dimostrazione pubblica, la gente cadeva come birilli in un’atmosfera ovattata, direi magica

di ANGELO ARMANO

Compiacenza e rispetto per il vecchio maestro? Non penso, altrimenti dovremmo coerentemente abbassare di molto il tiro sui significati e il valore dell’Aikido. Comunque sono certo di no e non per fede. Se dovessi definire a quale categoria di yogi io appartenga, non ho esitazione a rispondere: jnani yogi: Yoga della conoscenza e non dei dogmi.
Un po’ tutto il valore e l’unicità dell’Aikido risiede nella parte finale della vita di Morihei Ueshiba, l’incomprensibile unione di prestazioni marziali e saggezza spirituale, dove le une condizionano l’altra e viceversa. Quello che ci ha lasciato detto non ha nulla di marzialmente tecnico, se non un uno per cento, solo allusivo. Il resto sono pressanti, entusiastiche indicazioni spirituali.
Non parla di henka, non parla di ojo waza, e le allusioni simboliche nascono in un perenne qui ed ora, che produce immagini momento per momento, che crea. Questa e non altra è per me la vera accezione di Takemusu, uno sgorgare continuo, poieutico, direttamente dall’inconscio con il quale era felicemente in connubio, senza attingere ad archivi, limitandosi ad alludere -ed alludere
soltanto- alle forme (tra l’altro in perenne evoluzione) che aveva mostrato prima.
Per porgersi in tale maniera Osensei aveva realizzato, come afferma lui stesso, l’unione di conosciuto e Sconosciuto, al quale ultimo si era aperto e pienamente affidato.
E’ del tutto evidente che il tecnicismo marziale è posto sullo sfondo, per far posto ad un senso del Budo rivoluzionario e dirompente, che si nutre, si allatta di altre cose.
Queste cose, generalmente, non sono piaciute ai successori e due sono state le maniere, pur nel formale ossequio, di materializzare quel dissenso: una unofficial, un’altra più esplicitata.
Riguardo a quest’ultima anche Ikeda Masatomi sensei, che ho incontrato nel mio recente viaggio in Giappone (trovandolo così bene da rimanere del tutto perplesso rispetto all’entità vera o presunta di sue vicissitudini di salute, e ai rimedi prescrittigli, vero mistero orientale), mi ha ripetuto letteralmente l’abusata versione che Osensei era un kami, qualcosa di inarrivabile.

No touch nage waza negli ultimi anni della vita del Fondatore

No touch nage waza negli ultimi anni della vita del Fondatore

Il nostro vecchio problema di cattolici: la scissione insanabile tra l’umanità di Cristo e il suo essere Dio, a pretesto di parlare di Lui, di farci belli con Lui, ma di non poter assolutamente seguirlo perché oltreumano.
Scusate se parlo in termini religiosi, ma non sono io ad aver detto che il vecchietto era un kami, in quanto non sono interessato ad alcunché di “meramente” sovrumano, e men che mai di far parte di una ennesima compagine confessionale. Mi interessa e mi appassiona il personaggio Ueshiba, e il suo Aikido, visto che quello degli altri generalmente se ne discosta e non di poco!
La versione unofficial, al contrario, quella propagata attraverso i rumors, le confidenze di qualche eminente shihan, era che facendosi vecchio… cominciava a dar di matto.
Da qui l’organizzazione curiale, che erige statue, divinizza il ricordo, mitizza i contenuti e… cambia la pratica riducendola ad un qualcosa di troppo umano, con tutto il moderno e democratico vociare polemico, dove la naturale soggettività di ognuno di noi con le differenti attitudini, diventano integralismi l’un contro l’altro armati. Tutto o quasi contenuto in un’organizzazione che come una chiesa amministra persino il dissenso, perpetuando se stessa.
Dov’è il bubbone? L’ho detto in altra occasione, provocando un putiferio e lo ribadisco ora, più convinto di prima: nel fare dell’Aikido un mestiere.
Non c’è bisogno di una confessione religiosa organizzata, per mantenere la distinzione tra la dimensione del sacro e del profano. Appartiene al sacro la parola di Ueshiba, il suo porgersi nella maturità e vecchiaia, lo stile della sua pratica, gli effetti che produceva e in particolare l’affermazione: “L’Aikido è la religione della non religione ed io coopero con tutti gli 8 milioni di dei…”.
Essendo affascinato dai valori dell’Aikido, che avverto laicamente sacri, il mio interesse va sempre più verso il Fondatore e il suo Bannen Aikido.

Che cos’è questo Bannen Aikido? L’ennesimo vessillo sotto il quale adunarsi? La più recente compagine politica che presentandosi alle prossime elezioni risolverà bellamente i problemi dell’Italia (pardon, dell’Aikido?). La furbata di quest’avvocato chiacchierone che vuole, come tutti, tirare acqua al suo mulino?
Riguardo a quest’ultimo quesito tengo a ribadire, e in maniera sprezzante, che non abbiamo bisogno di schiere di falliti nel mondo sociale della vita e del lavoro, che vengano a proporsi come maestri di Aikido, finendo per essere maestri di non si sa cosa, a vendere un prodotto non meglio identificato. Non ci sono interessi economici in ballo. La passione, quella si!
Allora Bannen riguardo all’Aikido non è un nome proprio, come i diversi aikido personalistici storicamente accreditati, ma come la grammatica ricorda un aggettivo qualificativo, stando per quello degli ultimi anni del Fondatore. E’ un contenuto -non una bandiera- sul quale interrogarsi, lavorare, coerenti con lo scopo che ci siamo proposti, con il fascino che abbiamo provato e che mai ci ha abbandonato.
Per studiare l’Aikido degli ultimi anni occorre un capovolgimento l’impostazione, che sposti il focus dell’attenzione dalle tecniche e dai loro dettagli, ad un qualcosa che pure tecnico è, di cui non si parla mai sui tatami di Aikido. Ho alluso a questo dato in un mio piccolo saggio pubblicato da Aikido Italia Network ed intitolato: “Zanshin ed Aiki”.
Proprio nella parola Aiki è contenuto il nutriente latte dell’Aikido, quello che come il latte alchemico mette insieme il senex e il puer, il vecchio e il principiante, ricucendo gli opposti.

Hideo Hirosawa con gli anziani coniugi Ueshiba

Hideo Hirosawa con gli anziani coniugi Ueshiba

E’ un’operazione da aikidoisti maturi, ma che non vediamo intrapresa neanche dai maestri, per lo meno dalla stragrande maggioranza degli stessi. Se ne hanno un barlume di conoscenza, se la tengono per se, come “arma segreta” per perpetuare se stessi, allo stesso modo dell’organizzazione…
Questo latte è un obbiettivo a cui alludere costantemente, anche quando il viatico degli studenti, quelli giovani, debba essere prevalentemente una buona impostazione e una buona tecnica.
Altrimenti l’Aikido, quello vero, quello per il quale abbiamo cominciato e siamo durati, nonostante tutto, non apparirà mai all’orizzonte.
Con la meschina contentezza di tanti che praticano da decenni, allineati a perpetuare il sistema, paghi di ufficiali silenzi e polemicucce di bottega, normalmente alle spalle…Per salvare la pagnotta.
Voglio concludere con Swami Vivekananda, principale allievo di Ramakrishna, dal cui nome stesso capiamo che “discriminava” bene. In una lettera a Mahendra Nath Gupta, che si era posto l’immane compito di trascrivere quanto il comune maestro Ramakrishna aveva proferito a voce, congratulandosi per la pubblicazione, diceva:
“Molte grazie per la vostra pubblicazione…adeguata o no che veda lo splendore della luce del giorno. Avrete molte benedizioni su di voi e molte più maledizioni – ma questa è sempre la via del mondo!”.

Copyright Angelo Armano© 2012
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore è proibita

Fotografia: Hideo Hirosawa a Roma

Hideo Hirosawa a Roma, Febbraio 2012

Hideo Hirosawa Iwama Ryu 7th Dan, Aikikai 7th Dan
International Koshukai

25-26 Febbraio 2012
Roma, Italia

Patrocinio: Provincia di Roma, CSEN & Aikido Italia Network
Organizzazione: Angelo Armano & Fabio Mongardini

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Hideo Hirosawa, Sensei Illuminato o Fenomeno da Baraccone?

Hideo Hirosawa dimostra durante l'All Japan Aikido Demonstration

L’idea che ho del lavoro del cronista è quella che occorra fornire il resoconto più obbiettivo degli avvenimenti, in modo da consentire ad ognuno di apprendere e valutare secondo la propria inclinazione. So già che nel parlare del maestro Hirosawa, non mi sarà possibile, in quanto il mio sentire aleggerà inevitabilmente tra le cose che dico. Rinunciando consapevolmente ad una obbiettività dal sapore di positivismo scientifico, pur sforzandomi di attenermi ai fatti, quel che posso fare meglio è di serbarmi fedele a me stesso

di ANGELO ARMANO

La mia arte del resoconto potrà piacere o non piacere, ma sarò più che contento se indurrà a soffermarsi e a riflettere. Osimo, bella città delle Marche, nota per un famoso trattato internazionale, questa volta sede del seminar di Hideo Hirosawa, 7° dan da vent’anni, con mezzo secolo di pratica aikidoistica, nell’occasione di una prima volta all’estero nonchè di una “prima” di insegnamento pubblico di certi contenuti. Un nome citato tante volte, con rispetto e gratitudine: quello del maestro Hiroshi Tada, anche da parte di Hirosawa sensei. Avendo appreso in Giappone dell’invito fatto da Paolo Corallini a questo allievo diretto del Fondatore, lo ha voluto incontrare e, dopo avergli parlato, ha accolto con gentilezza la sua venuta in Italia. Dal suo ruolo di icona irripetibile dell’aikido mondiale, Tada shihan ha reso un servigio alla memoria del suo Maestro e all’arte a cui ha dedicato la vita, favorendo un inizio di divulgazione di certe peculiarità della pratica di Osensei anziano, espresse proprio quando lui era impegnato all’estero a tempo pieno, a costruire l’Aikikai d’Italia. Anche io voglio esprimergli la mia sentita personale gratitudine, in quanto i contenuti che ho avuto la fortuna di contattare, mi sono stati in qualche misura intellegibili proprio grazie agli insegnamenti ricevuti da Tada shihan.
Lo scopo che l’Aikido si propone, ha un disperato bisogno della cooperazione di “color che sanno”….e non aggiungo altro.
Hideo Hirosawa è stato per oltre dodici anni allievo diretto di Osensei, di cui molti come uchideshi nel dojo di Ibaragi. Alla morte di Ueshiba è rimasto in Iwama come un praticante qualsiasi, sotto la guida di Saito sensei (suo cognato); attualmente, tra i sempai che insegnano a Ibaragi, tiene il corso della Domenica, che è il più seguito. Fin dall’inizio ha concepito un amore assoluto per la pratica aikidoistica, a tal punto ideale da non volerla condizionare ad una capacità di guadagno; così si è scelto un lavoro, apparentemente uno qualsiasi, che non confliggesse col suo desiderio di ricerca in aikido.
Ho avuto la fortuna per tre giorni non solo di seguire i corsi, ma anche di alloggiare dove stava il maestro, di condividere con lui i pasti e il tempo libero. Ho trovato un uomo affabile e generoso, inesauribile nel comunicare e nel dare, senza riserve; lui stesso si descrive come mosso da un daimon, come se Morihei Ueshiba stesso lo stimolasse a rendere palesi certi contenuti.

Hideo Hirosawa presso il tempio Hattori Jingu

Hirosawa giovane, nel dojo di Ibaragi, è fin dall’inizio attratto da quegli aspetti immateriali dell’aikido di O’Sensei, da quelle “stranezze” apparentemente inspiegabili, che hanno contribuito a farne un personaggio mitico e hanno attratto tanta gente, curiosa e forse avida di
quei poteri, per il proprio successo personale. Quando Morihei consentiva domande, Hideo Hirosawa nel chiedere era candido e diretto come il suo Maestro, che sulle prime “lo mandava a quel paese” (per metterlo alla prova), ma poi, vista la perseveranza gli diceva: “Vai a preparare il te” e lo istruiva dopo l’allenamento, gettando i semi di una pratica, a cui il nostro è stato ed è tuttora sempre fedele.
Immagino, per chi non ha visto, una irrompente curiosità di conoscere in che cosa consista questa “pratica speciale”. Il modo in cui Hirosawa ce ne ha resi partecipi, la sua comunicazione aperta, enfatizza il “niente di speciale”, anche se abbiamo assistito (per desiderio del maestro, anche quelli non ammessi sul tatami allo special keiko, hanno potuto vedere) a cose che ci hanno disorientato.
Una per tutte: venti cinture nere vengono invitate a formare una catena, tenendosi saldamente per mano; il maestro si avvicina al primo e con un movimento da destra a sinistra, tocca -tocca!- con un dito il primo della fila a livello dell’hara, squilibrandolo dolcemente e facendolo cadere. Con un esilarante effetto domino la caduta si comunica dal primo all’ultimo e fin qui apparentemente niente di trascendentale, tranne un’accelerazione della dinamica (mentre il maestro continua ad espirare), per cui se il primo cade dolcemente, gli ultimi letteralmente schizzano a terra, cadendo a destra e a sinistra.
Fenomeno da baraccone? Houdini del tatami? No, non mi pare proprio. Questo e molto altro sono la conseguenza di principi additati da O’Sensei e nominalisticamente riferiti anche da altri maestri, ma di cui Hirosawa sensei s’è addossato il rischioso compito di confrontarsi divulgando, senza paura di esporsi, anche allo scetticismo e al ridicolo. Questi effetti non sono possibili se dapprima non si coltiva un’attitudine interiore, proprio in base a quei principi. Innanzitutto quella “forza” non è tua, tu sei solo un tramite e per poter esserne il tramite, occorre non porsi in competizione con gli altri, non appropriarsi.
Ciò non può non apparire paradossale, in quanto ammessa (e non concessa!) la nostra buona fede, apparentemente è proprio l’altro che ci attacca. Se non mi difendo “io”, chi viene a farlo? Qui l’affermazione di O’Sensei (mai incontrato da nessuno di noi) di identificarsi con l’Universo, si collocherebbe su uno sfondo puramente mistico, se qualcuno come Hirosawa non provasse a riportare il tutto su un concretissimo tatami.
Masakatsu, Agatsu e Katsu-ayabi (la vera vittoria qui ed ora su noi stessi), come su quel rotolo dipinto da O’Sensei in persona, che fa bella mostra in originale nel dojo personale di Paolo Corallini, può fungere da chiave di lettura. Più ancora della materialità dell’attacco, è pericolosa la nostra reazione interna ad esso, l’effetto sul nostro “spirito”, sulla nostra intenzionalità, sul “cuore” di noi. L’attentato vero alla nostra incolumità, consegue all’effetto sconvolgente dentro noi stessi, che spaccando la nostra originaria integrità, ci pone nelle mani della negatività (la fissione di un solo atomo provoca la reazione a catena, con liberazione di energia devastante, dai prolungati effetti inquinanti) e dalla cattiveria mia o altrui, può scaturire solo altra cattiveria, creando faide senza fine. Hirosawa dice esplicitamente che bisogna unire le due energie separate dal contrasto (come nella fusione atomica che avviene nelle stelle, dove l’energia si libera vitalmente benefica, senza effetti collaterali, anche se come in aikido, alla giusta distanza). Nell’alternativa tra il simbolico (dal greco, sun-ballein, metto insieme) e il diabolico (dalla stessa lingua, diaballein, spacco, separo), come usciamo dal puro verbalismo ed agiamo in concreto?

Angelo Armano in compagnia di Hideo Hirosawa

Dice Hirosawa che il ritmo della vita, di tutto l’Universo (e dello Psichismo che lo sottende) è come un grande respiro e per identificarci col Principio, quando qualcuno ci attacca, dobbiamo connetterci a lui, inspirandolo dal suo centro, poi con l’espirazione lo “conduciamo” in modo che, mandandolo a vuoto, lui si sorprenda del benessere che prova, nel fallire l’intenzione aggressiva. Un effetto “disarmante” nel profondo, come profondamente disarmante è la personalità di Hirosawa, dall’umile, ma inscalfibile sorriso, mentre chiede a chi è stato “condotto” (e non

proiettato), che sensazioni prova. Occorre forza d’animo per non negare l’aggressione altrui, ancora più forza per non lasciarsi contagiare dallo spirito di reazione, evocando così il nostro nemico interiore. Per tutta la vita siamo messi alla prova, sempre dobbiamo perfezionare la nostra chiarezza ed umiltà, più e più volte saremo chiamati a rimetterci in discussione, a trovare nuovi equilibri, a infrangere con dolore il vecchio contenitore emotivo, per crearne uno più ampio, capace di contenere insieme gli opposti in conflitto.
Al sorriso dell’ultimo O’Sensei è il costante riferimento di Hirosawa, nel sottolineare il piacere con cui praticare, un ki gioioso, come un vento che impregni il luogo della via, mutando gli stati d’animo. Così se al conflitto contrappongo la relazione, la negatività può esaurirsi e se noi ridiamo, allora ri-diamo all’aggressore la sua energia, processata dal ki dell’Universo, essendoci affidati al Se.
Riconnettendomi all’Universo, materiale e psichico, agisco l’effetto simbolico e sono tutt’uno con i fini dell’Universo, che è senza tempo; è il lavorio incessante giorno dopo giorno, il keiko quotidiano, l’analisi interminabile, l’ubermensch.
Stiamo inevitabilmente librando verso livelli eterei, che coinvolgono la vita e la morte, argomenti guarda caso tutt’altro che estranei all’essenza delle arti marziali e ai significati fondamentali dell’essere umano.
L’essere stato per ben tre volte tra la vita e la morte, ha conferito ad Hirosawa una luminosa e salda chiarezza in merito, che lui traduce in maniera amorosamente semplice. Il nostro corpo è solo un vestito, ma lo spirito, che è Uno, non ha fine; tremendamente persuasivo nel riferirlo, da quelle “regioni” da lui visitate con insolito anticipo.
Altro momento significativo della pratica, la sottolineatura della funzione dello sguardo: metsuke. Ritmo del respiro, visualizzazione del centro dell’attaccante, che viene inspirato nel nostro centro e condotto mediante l’espirazione, amplificata dalla direzione dello sguardo; ci è stato fatto l’esempio di ikkyo, attuando il quale, O’Sensei entrava guardando in alto (e non solo perché era bassino).
Questi principi sostanzialmente semplici, necessitano di una notevole consuetudine con gli aspetti interiori; pensate solo che lo sguardo sul reale esterno, deve accompagnarsi a quello interiorizzato della visualizzazione, con la necessaria attitudine distintiva tra le due funzioni, mentre non guasto la spontaneità del respiro profondo, mantenendomi centrato, sereno, alla giusta distanza, nel momento giusto…

Hirosawa in visita a Pompei nel 2007

Un io che voglia rincorrere tutte queste cose, si troverà inevitabilmente con la lingua da fuori, confuso tra mani e piedi. C’è qualcosa di superiore a cui dobbiamo consentire di interagire con noi, verso il quale dobbiamo disporci capienti, mobilitando la nostra attenzione, lasciandoci stupire e trasformare da tutto ciò. Significa finalmente prenderci cura di noi stessi, in una maniera per cui ci ritroviamo religiosi, magari professandoci atei. La religiosità del gesto vede un perfetto unisono tra il Fondatore e il suo ultimo uchi deshi, influenzato pure da quelle esperienze di cui ho accennato sopra. Passare da un’educazione religiosa all’insegna della trascendenza assoluta, ad un’arte che prega col corpo non disgiunto dall’anima, è per me, occidentale di una seppur ripudiata matrice cattolica, una scoperta sconvolgente.
L’unione dei (non più) opposti corpo e anima, allude ad altre unioni che l’attitudine simbolica è chiamata a celebrare, come quella tra maschile e femminile. L’enfasi data da Hirosawa sul condurre, piuttosto che proiettare e quell’attitudine alla “capienza” cui facevo riferimento sopra, chiama il brutale guerriero ad illuminarsi di una modalità tipicamente femminile, facente parte di quello che ordinariamente “le donne non dicono”.
Appartiene al femminile quella capacità subliminale di condurre forze brute ed unidirezionali, di ammansirle e persino di irretirle. Trovo infatti anche un aspetto seduttivo, in certe dinamiche di Hirosawa, quando l’attaccante, senza essere toccato, si trova inspiegabilmente a cambiare direzione.
Divertente un aneddoto riportato da Hirosawa sulla moglie del Fondatore, che, come sovente accade, aveva un’influenza enorme. Se si era nelle grazie di Hatsu san, allora anche un’ eventuale antipatia del Fondatore veniva superata, mentre era impossibile che accadesse il contrario. Ovviamente se dal mio punto di vista maschile, comprendo la necessità di integrare il principio femminile, gettando uno sguardo sul mondo di oggi, non mi appare superfluo sollecitare l’universo femminile a fare altrettanto col principio maschile e con la stessa umiltà. Solo se i due principi si riconoscono a vicenda (la necessità di “respirare” l’aggressore) può avvenire l’integrazione, come diceva O’Sensei illustrando il tai sabaki di certe tecniche ed invitando l’esecutore a mettersi -anche psicologicamente- al posto dell’altro!
Da anziano O’Sensei sottolineava spesso che il pronunciato ai, di aikido, vuol dire anche amore, sottolinenando maggiormente questo aspetto, in una modalità che sfrutta il gioco di parole, non estranea ad altri illuminati giapponesi (V. Yamaoka Tesshu) e tranquillamente riecheggiata dalla psicologia occidentale (Freud, Lacan….). Vedendo Hirosawa in azione, non ho esitazioni ad affermare che la pratica vera dell’aikido (come la tradizione spirituale di buddismo tantrico, a cui O’Sensei per tutta la vita si ispirò) è fare l’amore! Ad evitare equivoci inopportuni, l’accezione di fare l’amore , non è certo equiparata al Kama sutra. La lingua greca ci fa riconoscere svariate forme di amore, come ad esempio:
Eros = amore tra gli esseri umani;
Filia = amicizia;
Adelfia = fratellanza;
Agape = consustanziarsi mangiando lo stesso cibo;
Porneia = le concretezze dell’amore fisico.
L’aikido, in particolare, insegna a fare armonia coi gesti della violenza, distillando amore come riconciliazione.
Un amore esultante, con l’anima e col corpo, grato a Dio, che è anche preghiera.
Di questa pratica amorosa, Hirosawa ci rammenta che uno solo è stato il Fondatore e che, ispirandoci a Lui, uniti nella figura del Doshu Moriteru, dobbiamo lavorare concordi a non dissipare quel tesoro prezioso, ognuno dalla sua individualità, a contribuire alla realizzazione dell’aikido.

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Seminario Hirosawa Roma Febbraio 2012 

Copyright Angelo Armano© 2011-2012
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita

Pubblicato per la prima volta nel mese di Febbraio 2011 su
http://aikido.kitai.it/hideo-hirosawa/

Seminario: Hideo Hirosawa a Roma

Hideo Hirosawa nel dojo del Fondatore

Takemusu Aikido International Seminar
Hideo Hirosawa VII Dan Aikikai
Katsuo Maejima V Dan Aikikai

25-26 Febbraio 2012
Roma, Italia
Palestra della scuola superiore I.T.I.S A.  Einstein, Via Pasquale II, 237

Patrocinio: Provincia di Roma, CSEN & Aikido Italia Network
Organizzazione: Angelo Armano & Fabio Mongardini

Informazioni: Tel. +39 333 86 95 300,  +39 338 200 88 29
Email: eleonora87@hotmail.it

Quota di partecipazione: € 80,00 – Solo Sabato € 50,00

Hideo Hirosawa è nato a Iwama, nella Prefettura di Ibaragi, il 14 Maggio 1937. Ha iniziato la pratica di Aikido nel Febbraio 1958, sotto la guida del Fondatore, O’Sensei Morihei Ueshiba per 12 anni. Dopo la morte del Fondatore, nel 1969, ha continuato a praticare nel Dojo di Ibaragi sotto la guida di Morihiro Saito Sensei fino alla sua morte nel 2002. Al momento insegna nel Ryugasaki Dojo.
Hirosawa Sensei, Aikikai Shihan, è uno dei più esperti istruttori di Aikido viventi; oltre alla sua straordinaria maestria tecnica, è uno dei pochi allievi che ricevettero direttamente dal Fondatore importanti insegnamenti sull’Arte del Respiro e sugli aspetti spirituali dell’Aikido. Quest’evento è una opportunità unica per apprendere tecniche di Aikido Tradizionale e il lato spirituale di questa nobile arte.

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Leggi Hirosawa Sensei e l’Aikido di Iwama

By RedazioneRedazione Aikido Italia Network

Hirosawa Sensei e l’Aikido di Iwama

Hirosawa in compagnia del Fondatore e della moglie Hatsu

Fra meno di tre mesi avremo la possibilità di praticare con Hideo Hirosawa, che verrà in Italia per tenere un seminario a Roma il 25 e 26 Febbraio prossimi. Sarà una imperdibile occasione per lavorare da vicino con un diretto allievo di O’Sensei il cui approccio all’Aikido ha da tempo trasceso la mera pratica tecnica dell’arte, per ricercare le sue radici filosofiche e psicologiche più profonde

di AMIR REZA NAJJARI GARCIA

Hideo Hirosawa è stato l’ultimo allievo del fondatore dell’aikidō. Nacque nel mese di maggio del 1937 a Kawauchi-cho Inashiki-gun (prefettura di Ibaraki), secondogenito di Tatsu Hirosawa.
La famiglia Hirosawa ha trasmesso di generazione in generazione la scuola Sekiguchi ryū, famosa per aver servito varie famiglie di samurai durante la restaurazione Meiji ed aver creato una nuova era in Giappone. Di fatto, Hirosawa sensei possiede il diploma (Menkyo) di questa scuola in un emakimono (manoscritto in forma di rotolo cartaceo), ricevuto direttamente da suo nonno, Ennosuke Hirosawa, e dal suo bisnonno, Shoshin Hirosawa.
Hirosawa sensei si è diplomato nel dipartimento di agricoltura della Scuola Superiore di Sahara Daiichi, e fu allora, durante questi anni di studio, che apprese karate e kendō.
Dopo il diploma entrò nel dōjō di Ryugasaki ed iniziò a ricevere lezioni dal maestro Morihiro Saitō fino ad ottenere il grado di primo dan all’età di vent’anni. A quel tempo, il maestro Morihiro Saitō era già il responsabile del dōjō di Iwama dove risiedeva il fondatore dell’aikidō, Morihei Ueshiba.
Compiuti i ventidue anni di età, il maestro Morihiro Saitō lo presentò al fondatore, Morihei Ueshiba (O-Sensei) che lo accolse nella sua casa come uchideshi (“allievo interno”) per un periodo di due anni e successivamente per altri quattro anni come sotodeshi (“allievo esterno”), fino alla morte di O-Sensei.
Dall’aprile del 1969, data in cui muore il fondatore Morihei Ueshiba, Hirosawa sensei continua la sua pratica con il maestro Morihiro Saitō nel  dōjō di Iwama, nella prefettura di Ibaraki, fino a divenire shihan del  dōjō, dove in numerose occasioni sostituiva lo stesso Saitō sensei come dōjō-chō quando questi doveva assentarsi durante i suoi viaggi.

Un ritratto di Hirosawa

Nel 2001 Saitō sensei muore ed Hirosawa continua per alcuni anni il suo allenamento (come già faceva) e ritiro spirituale sul monte Atago, conosciuto come “Yamagomori”, al fine di pulire definitivamente la sua tecnica interiore.
Attualmente Hirosawa sensei, nella prefettura di Ibaraki, impartisce lezioni nei dōjō di Mito, Ishioka, Ryugasaki e all’Università di Economia di Ryutsu, oltre a dirigere diversi seminari. Quest’anno i suoi insegnamenti ed esibizioni hanno risvegliato l’interesse dello stesso Moriteru Ueshiba, nipote di O-Sensei ed attuale responsabile dell’aikidō mondiale.
Hirosawa sensei è stato l’unico  uchideshi (“allievo interno”) che ha vissuto con il fondatore e si è preso cura di lui e di sua moglie Hatsu san giorno dopo giorno durante gli ultimi anni di vita di O-Sensei. Anche quando era sotodeshi (“allievo esterno”), gli serviva il cibo, gli massaggiava la schiena o gli lavorava il campo. Furono anni molto duri con allenamenti molto speciali, attraverso i quali ricevette direttamente tutte le conoscenze necessarie a comprendere l’aikidō così come il fondatore lo aveva concepito realmente nei suoi ultimi anni di vita (Bannen aikidō).
In questo modo ebbe la possibilità di fondere insieme i  principi spirituali ed unici che aveva appreso dal fondatore con la tecnica originale di Iwama impartita da Saitō sensei e che quest’ultimo aveva codificato così attentamente sotto la vigile tutela di O-Sensei.
“Essere uno con l’universo ed avere una mente ed un anima totalmente pure per poter trasmettere un messaggio di pace al resto dell’umanità”. Questa la missione che il fondatore dell’aikidō assegnò a questo sorridente uomo di 72 anni prima di morire. O-Sensei l’aveva scelto come unico allievo a cui aveva fatto dono di queste conoscenze spirituali in quanto, secondo il fondatore, Hirosawa sensei era l’unico che credeva veramente e con purezza ai Kami. Per questo Hirosawa sensei dovette peregrinare per le montagne di Iwama, luogo di residenza di entrambi, ed altri luoghi per più di 17 anni. Appartato il più delle volte dal resto della gente normale, giorno dopo giorno e trovandosi in quasi due occasioni ad un passo dalla morte a causa dello stress e dell’energia accumulata, Hirosawa sensei ottenne in fine di pulire quello che il suo maestro gli aveva insegnato, purificare la sua mente ed il suo spirito totalmente e raggiungere il satori o illuminazione celestiale sulle montagne.
Molti sono i concetti che include l’aikidō insegnato da Hirosawa sensei. In quest’articolo affronteremo solo una parte di questi come introduzione, affrontandone altri nei prossimi articoli.

RESPIRAZIONE KOKYU

È il concetto principale ed essenziale di tutte le tecniche. Quando il nostro “avversario” viene verso di noi realizza un movimento di espirazione. Per questo è fondamentale capire che espirare durante un attacco implica che l’“avversario” estrae l’energia dal suo centro verso l’esterno e avanza con una forza centrifuga. Se anche noi espiriamo contro questa forza urteremo l’uno contro l’altro; per questo dobbiamo inspirare giusto nel momento in cui egli espira. In questo modo otteniamo che l’“avversario” perda il suo centro grazie alla forza centripeta che generiamo.

Hirosawa Hideo, shihonage con Amir Reza Najjari García

“INSPIRARE PER UNIRE ED ESPIRARE PER GUIDARE”

Nell’applicare la tecnica, quando ci immobilizzano in una situazione statica (kihon), dobbiamo inspirare in modo tale che il nostro centro rimanga attaccato a quello dell’altra persona ed espirare completamente quando andremo ad eseguire il movimento e guidare il compagno fin dove vogliamo. Nel liberare tutto l’ossigeno dal nostro corpo, otteniamo che l’altra persona perda il suo centro e quindi il punto d’appoggio che stava utilizzando e che cada molto più facilmente.
Nel momento di applicare la tecnica in movimento (ki no nagare), dobbiamo espirare giusto un istante prima che il nostro compagno ci afferri o tocchi per guidare il suo movimento.
Tutto questo attraverso la respirazione addominale (hara)

SPIRALE RASEN

Oltre a prestare un’attenzione minuziosa  agli angoli ed ai piccoli movimenti impliciti nella tecnica, tutti i movimenti devono includere (dai più grandi ai più piccoli) la figura della spirale.
In generale si dice che l’aikidō è l’uso del principio del cerchio, ma un movimento circolare nel quale uno pone se stesso al centro può solo raggiungere lo stato di forza centrifuga. Inoltre, il corpo umano può sopportare questa forza solo fino a un certo limite.
Catturato da un movimento circolare, il nostro “avversario” sarà bilanciato all’esterno dal nostro centro quando lo afferriamo, proiettiamo o spingiamo. Se utilizziamo la minima forza per proiettare o tirare, daremo al nostro “avversario” la coscienza per spingerci di nuovo, visto che gli avremo dato un fulcro per mantenere il suo centro o punto di equilibrio. Per tanto, abbiamo bisogno di non dargli la coscienza che gli permetta di resistere e fargli perdere il suo centro, il che implica una forza centripeta. Un movimento centripeto necessita una rotazione, ma è una spirale, non un cerchio. Dalle dita dei piedi, passando per le ginocchia, anche, braccia, fino alle dita della mano, quando tutti sono connessi per un movimento a spirale, allora ci si converte in una sfera e la forza centripeta entra in azione.

ESSERE UNA “SFERA”

Il più grande segreto dell’aikidō è fare aiki e divenire uno con l’“avversario”. Unirsi con il ki del nostro “avversario” non è fare aiki. Per fare aiki dobbiamo unirci con il ki del cielo e della terra, assorbirlo e introdurlo nel corpo del nostro “avversario”. Quando uniamo il nostro centro con quello del cielo e della terra, il nostro avversario si converte in una sua parte, vale a dire dell’universo, e ormai non potrà fare assolutamente niente.
Il momento in cui ti converti nel centro dell’universo è il momento in cui diventi una sfera.
Pertanto, le tecniche di aikidō non devono utilizzare un movimento circolare, ma dobbiamo convertirci in una sfera attraverso la forza centripeta suddetta e attirare, non solo il corpo fisico, ma anche la mente dell’avversario, sia dove sia, attraverso questa totale connessione. Con questo obiettivo ed in modo costante devono essere praticate tutte le tecniche di aikidō.

Hirosawa Hideo presso il tempio Hattori Jingu

“WARE UCHUU DESU”

Aikidō consiste nel sintonizzarsi con il ritmo dell’universo attraverso uno spirito di non competizione”.
“Questo è il segreto per avvicinarsi sempre più al centro dell’universo ed intendere la frase che tanto ripeteva il fondatore nei suoi ultimi anni “Ware uchuu desu”, “io sono l’universo”.

Hideo Hirosawa Shihan

Articolo redatto da Amir Reza Najjari García, 2° dan Iwama ryu/Takemusu Aikido – 2° dan Aikikai

Traduzione dallo spagnolo all’italiano di Walter Ippoliti Copyright © 2011

Tratto da Bushido, Anno I – n. 2, Novembre-Dicembre 2009

Informazioni sul seminario di Hideo Hirosawa a Roma del 25-26 Febbraio 2012 verranno presto rese disponibili su questo sito. L’evento è organizzato da Angelo Armano in collaborazione con il Morihei Ueshiba dojo e con il patrocinio di Aikido Italia Network

Versione Originale Copyright Amir Reza Najjari García © 2009-2011
Si ringrazia l’autore e l’editore per la gentile concessione alla riproduzione in lingua italiana