Cchiù Pilu e Kyù Dan Per Tutti!!

Cchiù Pilu e Kyù Dan Per Tutti!!

Cchiù Pilu e Kyù Dan pure per te!!

E’ la solita provocazione dell’amico Carlo, oppure qualche ragione in questo diluvio di proiezioni numeriche c’è? Anche se le cifre fossero fuori asse del 75%, rimane il fatto che sui tatami italiani ormai abbiamo quasi più professori emeriti che studenti e nonostante il fatto che sono anni che ci sgoliamo nel richiedere una politica comune di promozione della disciplina, nulla si muove, a parte le promozioni a pioggia dei vecchi insegnanti. Nel frattempo i principianti latitano e i seminari sono semideserti o sembrano un raduno di reduci. Continuiamo a farci del male, ognuno re del suo angoletto…

di CARLO COCORULLO  

Ci saranno 40 sesti Dan di Aikido in Italia?
Più o meno… penso di si, anche di più.
Tra Enti Morali e combriccole immorali, Federazioni, Circoli bocciofili e auto conferimenti vari…
Ora mi dite dove stanno i 223 milioni di praticanti di aikido in Italia tali da giustificare l’esistenza di questi VI Dan?

Mi spiego meglio.

Forse prima di parlare sulla necessità di insegnare dei gradi bassi, su cui questi VI Dan continuano ad interrogarsi, provate a chiedervi: “è necessario avere tutti questi gradi alti se non sono stati creati i presupposti per l’espansione della disciplina?”

Il calcolo di cui sotto non è inventato, ma parte da regolamenti scritti di vari enti sottomano. Dai vari regolamenti, infatti, si suppone un rapporto di 4 a 1 con il grado precedente.
Ovvero, per onestà, quattro V Dan in commissione per avere un VI Dan.
Il calcolo matematico prevede anche una media di 20 praticanti dal VI al I Kyu e uno shodan ogni 4 primi Kyu.
Ovvero una palestra in teoria potrebbe essere sostenibile con una ventina di praticanti (argomento da approfondire in futuro).
E infatti il calcolo torna ma…

VI Dan 40
V Dan 160
IV Dan 640
III Dan 2560
II Dan 10240
I Dan 40960
I Kyu 163840
II Kyu 655360
III Kyu 2621440
IV Kyu 10485760
V Kyu 41943040
VI Kyu 167772160

Per un totale di 223696200 ipotetici praticanti di Aikido in Italia.
Il Delirio.

La realtà è che dal I Dan in su i numeri sono abbastanza aderenti alla realtà. Su una ipotesi di 54000 praticanti in Italia (!?), chi domani si avvicina alla disciplina potrebbe avere il diritto di prendere direttamente lo shodan. Chiaro no? Con 40 sesti Dan è plausibile una  quarantamila di cinture nere primo Dan. Praticamente il reale numero dei praticanti in Italia.

Dove sta l’errore? Sul numero di praticanti infatti, saltano le logiche. O abbiamo nascosti cantine e sotterranei più praticanti di aikido della popolazione italiana o, per correttezza, i gradi alti non sono equilibrati.

A conferma di tutto abbiamo circa 10 settimi Dan presenti in Italia. Vanno messi in cima alla lista.
Dove sta quindi l’assurdo?
Che a conti fatti i VI Dan sono troppi.

A onor del vero però possiamo dire che alcuni VI e VII Dan insegnano anche fuori dai confini Italiani, e quindi il calcolo sul rapporto insegnanti/allievi andrebbe fatto su un ottica più ampia.

Ora proviamo a rimodulare il calcolo su un’altra ipotesi ovvero che non ci sia una piramide così ampia ma che esista un soggetto disposto a credere ad altri due ovvero un banale albero binario:

VI Dan 40
V Dan 80
IV Dan 160
III Dan 320
II Dan 640
I Dan 1280
I Kyu 2560
II Kyu 5120
III Kyu 10240
IV Kyu 20480
V Kyu 40960
VI Kyu 81920

Per un totale di 163800 praticanti con l’ipotesi abbastanza onesta che con il Teorema del Gatto e la Volpe al ci si incontra in due dando al terzo il grado che desidera.
Praticamente l’inconsapevole Maestro si ritrova un grado alto, ma-si-ma-non-sono-stato-io-a-chiederlo-me-lo-hanno-dato…a mia insaputa.
Ma, allo stato attuale delle cose, non esiste un singolo ente che ha il controllo della gerarchia?
NO.
Esiste una esplosione fattoriale di gradi.

Allora dove sta la soluzione?
O abbiamo 40 sesti Dan con il rapporto due a uno ovvero privo di valore visto che basta accordarsi in tre per rilasciare un titolo oppure se ci atteniamo ad una unica realtà dovremmo cancellare circa tre quarti dei VI Dan.
I numeri tornano, la realtà è semplice, tre quarti dei sesti Dan di Aikido in Italia è pressoché inutile.
I gradi alti servono solo ad inflazionare il sistema.

Non è il III Dan che insegna che vi “costringe a darvi un grado in più per distinguervi” è che il mercato è saturo e autoinflazionato di titoli che al giorno d’oggi non hanno più valore.

I Gradi aikikai mantengono la loro quotazione? Probabilmente si.
Un titolo di VI Dan so Hombu costa circa un 800 euro, e sicuramente chi lo detiene ha tutto l’interesse a far si che mantenga il valore. Che senso avrebbe deflazionare un titolo da mille euro e portarlo a zero di valore?

E gli altri?
Partendo dal presupposto che in Italia i gradi Dan non hanno valore per l’insegnamento, e valgono meno del titolo di vice assistente sciampista in seconda (con tutto il rispetto parlando della professione di sciampista) il titolo è puramente onorifico.
Quindi il Dan della Federazione XKYx o dell’ente di promozione o del circolo amici della pesca ha lo stesso significato.
Il valore nominale è lo stesso può essere diverso il valore simbolico Il numero uno originale di un fumetto, se raro, ha un certo valore.
Ma se ristampato in 40 versioni dalla copertina di platino alla versione su carta riciclata o a colori, in 3D, o su marmo di carrara cambia poco, e per interessare il collezionista bisogna inventarsi nuove versioni.
E così è per l’aikido.

E’ un percorso difficile, se non impossibile, ci vogliono tanti anni, ma soprattutto tanti soldi. Tanti soldi. Tanti soldi.
Oppure le scorciatoie, e sono tante, tante quante le associazioni di aikido in Italia.

Quindi allo stato attuale delle cose, non ci sono molte soluzioni.
Pagare per i gradi aikikai e chi li rilascia, per amore del collezionismo e del titolo che però strategicamente parlando va piano piano a perdere valore può essere una soluzione.
Ma che attualmente demarca il confine tra chi mantiene una sorta di gerarchia piramidale e chi invece si autoconferisce i gradi.
Per autoconferimento si intendono anche i gatti e le volpi ovvero enti, federazioni e associazioni con 3000 o poco più iscritti e una decina di sesti dan.

Gli enti di promozione possono essere importanti per dare nuova linfa all’aikido ma comunque il soggetto più importante, ovvero l’Aikikai d’Italia resta la realtà più importante e, pur con i limiti noti, è l’unica capace di portare 100 e passa persone il weekend di Pasqua a praticare con la sua inossidabile guida didattica IX Dan.

Diamo riscontro alla realtà e non viviamo di castelli in aria, come diceva il buon Igor in Frankenstein Junior, “se la sorte t’è contraria e mancato t’è il successo…”

Non è l’unificazione ma la crisi e la contrazione del settore che ci salverà.
In tempo di pace le scuole tradizionali, i Ryu proliferavano, poi in tempo di guerra le scuole perdenti venivano sterminate.
E’ in questa crisi che si vedrà la differenza.
Le associazioni che si organizzano, si danno da fare, che hanno i numeri andranno avanti.
Le restanti si auto sopprimeranno.
E’ fisiologico.

E per fortuna solo chi si organizza sopravvive, chi va avanti di inerzia, sperando che arrivino nuovi aikido-polli da spennare si sbaglia di grosso.

Copyright Carlo Cocorullo ©2014 
Per le norme relative alla riproduzione consultare
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La Pratica, i Dan e il Valore del Sé

Come è possibile valutare la propria crescita nell’ambito di una discoplina?

Quando si manifesta il cambiamento? La crescita ? E come? Come è possibile valutare la propria crescita nell’ambito di una disciplina, di un cammino? Nella nostra disciplina abbiamo i dan, tanto blasonati quanto criticati, origine di desiderio, di ammirazione, di invidia, di rispetto, di autostima e della sua mancanza, i dan…

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Chiaramente il troppo riflettere porta ad avere il mal di testa, ma credo che qualche volta valga la pena di correre il rischio.

Gli indicatori del nostro valore, nella societá in cui viviamo, sono la fama, la quantitá di denaro che abbiamo, l’auto che guidiamo etc…
Sarebbe a dir poco arrogante da parte nostra sentirci realmente e completamente scevri da questi parametri, magari possiamo con buona pazienza ritenerci interessati a liberarcene o a vivere con equanimitá il rapporto con il successo e il fallimento nelle questioni materiali e quotidiane, e dedicarci al sacro fuoco della pratica con dedizione ed impegno disinteressati.

Questo rapporto però è un grande punto di arrivo, una meta spirituale di per sé, nello yoga si chiamano abhyasa ( dedizione) e vairagya ( consapevolezza della natura infinita di ognuno, non turbata dalla polaritá di riuscita o fallimento, gioia e dolore) . Spesso si parla di percorso spirituale connotandolo come un cammino iniziatico alle segrete facoltá oscure della mente, che liberano superpoteri , mentre io davvero amo parlare del cammino che percorro, quello fatto di una misurazione propria, consapevole di quanto sono vicino alla mia vera natura e all’integritá in quello che faccio oppure a quanto vado vicino alla dissolutezza che genera dal rincorrere la soddisfazione continua dei bisogni del corpo e della mente e l’alimentarli di continuo attraverso il pensiero.

Questa è per me la via spirituale di liberazione per l’essere umano, non certo un film pieno di effetti speciali e di inseguimenti mozzafiato, piuttosto un lungo primo piano su un’immagine che porta a stare con le emozioni che questa evoca.

Quindi come potremmo definire la validitá della pratica? Nella qualitá fisica del nostro movimento o nel suo vigore? per certi versi questi parametri possono realmente cambiare indipendentemente dalla nostra volontá, incidenti, invecchiamento, cambiamenti di vita possono minare seriamente la qualitá del nostro corpo e delle sue performances, ci definiremmo allora praticanti dilettanti? Ex praticanti?

Magari allora potremmo valutarci in base alle comprensioni profonde che raggiungiamo, ai livelli di respiro, energia vitale, e armonia con i cicli dell’universo, che raggiungiamo, allora misureremo la nostra riuscita in base al numero di ritiri che facciamo col dato maestro, o alle ore di meditazione che riusciamo a reggere, anche se poi si crea un divario sempre più evidente tra quello che facciamo e quello con cui misuriamo la pratica.

I metri di valutazione cambiano nel tempo

Oppure, insidia delle insidie, ci misureremo in un’ottica devozionale, e allora attenderemo il plauso del maestro e misureremo la nostra riuscita in base all’affezione che il maestro prova per noi o , se siamo noi stessi maestri in base al numero di allievi che frequentano le nostre lezioni. In ognuno di questi casi qual’è il grado dan che pensiamo di meritare? E qual’è il parametro seguito dalla persona in carico di valutarlo? Siamo in attesa come il mio gatto quando mi fissa e mi segue alla sera al mio ritorno perchè si aspetta che gli dia il suo adorato pranzetto? A chi abbiamo riconosciuto il potere di valutarci ? È una persona che sentiamo realmente come un Maestro? O è una persona che ha questo potere all’interno di un’organizzazione? Ma soprattutto questi parametri valutano realmente la qualitá della nostra pratica?

Questi metri di valutazione ci rendono sempre vulnerabili al ciclo dei cambiamenti, e rendono praticamente ( non teoricamente ma praticamente si) impossibile l’instaurarsi di un solido rapporto con se stessi, e l’affermarsi del principio di equanimità sopracitato, che, per esempio nello yoga , è un prerequisito per camminare sulla via.

La minaccia del fallimento e della non affermazione sociale continueranno così a spaventarci e renderci insicuri ( così riverseremo l’insicurezza in proiezioni di ricerca di sicurezza tipo l’efficacia marziale e altre boiate del genere) .
Einstein affermava che non sempre ciò che è misurabile conta qualcosa, e ciò che conta non sempre è misurabile.

Nella pratica cerchiamo tra i cespugli del pensiero e delle forme mentali qualcosa che c’è dentro di noi, col quale allacciare una relazione durevole. Per poter misurare questa relazione possiamo solo chiederci ” in che genere di persona mi sto trasformando con questa pratica? La mia relazione armoniosa con me stesso, la mia vita e gli altri regge quanto sono sotto pressione o va in briciole al primo sconosciuto che mi taglia la strada? È solida o si sgretola quando le nostra aspettative non vengono appagate?”

Nella Bhagavad Gita Krishna dice ad Arjuna ” quando si rinuncia a tutti i desideri che turbano il cuore e la mente quando si è appagati in se stessi e da se stessi, ecco quel che si dice essere consolidato in saggezza” e ancora Gandhi ” Quello che fai può sembrarti insignificante ma è importantissimo che tu lo faccia” .

E allora come saremo distaccati dai risultati ed equanimi se dobbiamo dedicare tanta parte di noi , della nostra energia e del nostro tempo ad una pratica? Sará forse paradossale ma è proprio la forza della dedizione ad un progetto, finanche ad una meta che aiuta a conoscere il significato di imparzialità, perché l’intensità della propria volontà dona una dimensione gioiosa all’esperienza, favorendo il distacco dal risultato stesso.

Ma chi e come può misurare questo livello di realizzazione del praticante in termini di dan? Certamente non può che essere una persona che almeno mi conosce bene, ma poi ne sento realmente il bisogno?
Arriverò a dire, parafrasando Fantozzi nella scena della corazzata Potemkin che i dan sono una cagata pazzesca? O mi terrò il dubbio che possano avere o no valore senza esprimere giudizi arroganti e in cuor mio coltiverò sempre più il distacco da essi?

Un paragone che potranno capire tutti coloro che amano usare la bicicletta per i propri spostamenti quotidiani, perché col tempo, diventa sempre meno importante il luogo da raggiungere rispetto al piacere di compiere il percorso.

Copyright Massimiliano Gandossi © 2012 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta il  02/11/2012 su
http://gorinbushidokai.blogspot.it/2012/11/la-pratica-i-dan-e-il-valore-del-se.html

Gradi Aikikai: Il Tramonto Di Un’Era

Gradi Aikikai: siamo già al crepuscolo

Da ambiti e validi punti di riferimento faro nel passato, a svalutati pezzi di carta che oggi tutti riescono a prendere, basta pagare il trafficante di gradi di turno… Dalle stelle alle stalle: una breve storia del crepuscolo dei gradi Aikikai in Italia

di SIMONE CHIERCHINI

La questione gradi è estremamente complessa, ed essendo tale, è necessario procedere per settori, districandoci man mano nei meandri di questa materia. Darò per scontato che chi mi legge si sia informato in precedenza sull’argomento leggendo “Il Sistema dei Gradi in Aikido” di Malcolm Tiki Shewan, nel quale si esamina la storia del sistema dei gradi nel periodo precedente il Budo, nel Budo e nell’Aikido moderno.
C’è un nutrito numero di studiosi del nostro settore che propone il ritorno al sistema più antico di certificazione, il Menkyo Kaiden, in quanto più lineare, onesto e basato sulle abilità connesse all’insegnamento e non su una supposta bravura tecnica o efficacia combattiva. Tuttavia c’è un problema di fondo insuperabile. “Il certificato di Menkyo o Menkyo-Kaiden”, dice Malcolm Tiki Shewan, “significava che il suo titolare era pienamente qualificato su tutti gli aspetti della dottrina del curriculum di studio”. Ora è palese che nell’Aikido moderno un sistema di certificazione basato su questi presupposti sarebbe del tutto improponibile, data la volatilità del curriculum di base. Le scuole di famiglia Aikikai sono caratterizzate da un’amplissima gamma di approcci didattici, quindi, per definizione, l’idea di avere una certificazione basata sulla perfetta conoscenza e comprensione del curriculum di base, all’interno delle scuole di ispirazione Aikikai è impossibile.
Diverso è il discorso concernente le scuole di famiglia Iwama. Qui il curriculum di base è chiaro, individuato e  accettato senza conflitti dai praticanti del settore: si tratta del sistema costruito da Morihiro Saito sulla base della sua esperienza diretta dell’Aikido del Fondatore. Sarebbe quindi possibile, in teoria, utilizzare il sistema Menkyo Kaiden in relazione alla pedagogia di Iwama, ma il problema è che chi avrebbe potuto avviare questo uso, non lo fece mai. Morihiro Saito rimase fedele all’Aikikai Foundation per tutta la sua vita, in rispetto della memoria del suo maestro, e anche nei momenti di maggior lontananza umana e tecnica da chi gestiva l’Hombu Dojo, non lasciò l’organizzazione voluta dal Fondatore. Di conseguenza usò sempre e solo il sistema di gradi Dan in voga nell’Aikikai Foundation, e non concesse il Menkyo Kaiden ad alcuno dei suoi studenti. Pertanto nessuno degli allievi diretti di Morihiro Saito può oggi rilasciare un Menkyo Kaiden in Takemusu Aikido, con una notevole eccezione: Hitohira Saito, figlio di Morihiro e fondatore della sua scuola personale distinta dall’Aikikai Foundation,  Iwama Shin Shin Aiki Shurenkai. Tuttavia anche all’interno dell’organizzazione di Hitohira Saito vige il ranking basato sul sistema Dan.

Aikikai Hombu Dojo

Sembrerebbe, quindi, che non esista alternativa al sistema Kyu/Dan, e chiaramente nel momento in cui si è deciso di utilizzarlo, storicamente si è sempre puntato ad avere gradi Dan che provenissero dalla casa madre, l’Aikikai Hombu Dojo. Nel mondo dell’Aikido sviluppato, di cui l’Italia fa parte, i gradi Aikikai hanno avuto un sicuro valore e una funzione storica significativa negli anni ’60-’80, sono rimasti prestigiosi negli anni ’90, e hanno finito per contare progressivamente sempre meno a partire dall’inizio del XXI sec.
Il trentennio che va dall’inizio degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta corrisponde al periodo caratterizzato dall’arrivo in Occidente degli Shihan inviati dall’Aikikai Hombu Dojo, dal loro formare forti organizzazioni nazionali e dal loro intenso lavoro sul campo per la diffusione e il consolidamento dell’Arte. I gradi Aikikai Hombu Dojo da essi al tempo forniti, significavano la certificazione di un effettivo nesso fra lo studente e lo shihan, e tramite di esso, tra lo studente e la casa madre.
Negli anni Novanta la situazione cambia. Le associazioni nazionali Aikikai cominciano a rivelarsi incapaci di gestire l’intero movimento Aikido nel rispettivo paese di competenza, e inizia il frazionamento. Di fianco alla figura dello shihan residente, inizia ad affermarsi la figura dello shihan ospite, che visita 2-3 volte l’anno una serie di paesi che è riuscito ad attrarre sotto la sua sfera di influenza. Si tratta sempre di shihan Aikikai, quasi sempre di grande prestigio, il cui ruolo però, diviene più quello di consulenti esterni, data la scarsa frequenza delle loro apparizioni presso le associazioni che a loro si rifanno, a differenza degli shihan Aikikai residenti, che dirigono effettivamente le attività didattiche dei loro gruppi. Conseguentemente il rapporto maestro-allievo con uno shihan ospite è di solito meno stretto di quello che si ha con uno shihan residente.
A partire dall’inizio del XXI secolo le organizzazioni nazionali cominciano a implodere, principalmente a causa di due fattori: la crescita dei quadri medi locali, e l’invecchiamento e la progressiva scomparsa degli originali shihan residenti. Questi due fattori, intrecciandosi e combinandosi in modo diverso, causano un massiccio frazionamento delle organizzazioni Aikikai nazionali, al punto che persino l’Aikikai Foundation, a partire dal 2001, cambia la sua politica, in passato granitica, di prevedere una sola organizzazione riconosciuta per ciascun paese, aprendo ai riconoscimenti multipli.
Ciascuno delle dozzine di gruppi che si staccano dalle organizazioni nazionali Aikikai crea un rapporto privato con uno shihan Aikikai ospite, ma a questo punto non si tratta più solamente di prestigiosi maestri che arrivano dall’estero per portare insegnamento di qualità; per la maggior parte, anzi, si tratta di quadri intermedi, giapponesi o occidentali, che hanno creato un proprio rapporto dare-avere con l’Aikikai Hombu Dojo, grazie al quale possono fare più o meno ovunque esami riconosciuti Aikikai. Gli insegnanti ospiti portano centinaia di diplomi all’anno all’Hombu (e quindi tanto denaro contante nelle sue casse), l’Hombu in cambio offre a questi individui il privilegio di firmare le raccomandazioni per grado, che a sua volta porta prestigio e denaro sonante. Invece di portare qualità, molti degli shihan ospiti adesso prendono quantità, in forma di cash. Il rapporto diretto con gli allievi è vicino all’inesistente, e i loro esami sono una sorta di atto notarile, al termine del quale lo shihan ospite mette il timbro e la firma su una richiesta di certificato presso l’Aikikai Foundation, che ancora più alla cieca emette diplomi che a questo punto assumono ben poco valore.

Maestro e Allievi sotto alla pioggia, davanti all'Aiki Jinja

Citiamo un insegnante di Aikido italiano quando diciamo che nel Budo i diplomi cessano del tutto di avere significato in assenza di rapporto diretto con colui che li dà. Nell’Aikikai italiana, ma non solo, questo rapporto -inizialmente strettissimo- si è del tutto sfaldato nel tempo, al punto che gli insegnanti italiani formano l’allievo da zero e lo portano fino a prendere i gradi dan, ma come fanciulli desiderano che qualcun altro, migliaia di km distante e del tutto ignaro, ne certifichi la validità.
Potremmo spingerci oltre, attaccando frontalmente l’idea dei gradi nelle arti marziali. A che servono? In quale altra arte o specialità ci sono gradi Dan? Non esistono violinisti sandan o rokudan, esistono violinisti che è un piacere ascoltare e altri che sono uno strazio. Un cardiochirurgo non è bravo perché è hachidan, ma perché salva nostro nonno dopo un infarto. Il cuoco diviene famoso perché fa le migliori fettuccine del pianeta e non perché ha il certificato dell’Hombu Dojo della Tagliatella di Bologna…
Questo sistema idiota esiste solo nelle arti marziali e serve a far guadagnare i detentori del trademark, nel nostro caso i discendenti del frugale O’Sensei, i quali intascano cifre esorbitanti per migliaia di diplomi emessi globalmente. D’altronde noi continuiamo a dargli questi soldi felici e contenti, quindi perché dovrebbero dire di no? Se ciascuno di noi nell’arco di 30-40 anni vuole che gli venga scritto 6-7 volte su un pezzo di carta “Certificato superbravo di 10° Livello”, ce la dobbiamo prendere con noi stessi, e non su chi lucra sulla nostra stupidità.
Tuttavia ci rendiamo conto che il sistema Kyu/Dan sia ormai diffuso mondialmente in modo così capillare che è ormai impossibile tornare indietro. Ci sono milioni di persone impegnate in una miriade di diversi stili marziali che utilizzano il sistema, quindi questo è lo standard, bello o brutto che sia. Dire che i gradi non servono, che nel Budo sono un controsenso, può anche essere parzialmente vero, ma resta il fatto che viviamo pur sempre nel Bizantino Post Impero di Cocomeronia, ove conta solo il pezzo di carta. Senza di esso un insegnante non ha neppure legalmente accesso alle strutture sportive, o ad un contratto assicurativo per gli studenti, quindi non sprechiamo tempo con discorsi ideologicamente condivisibili, ma che sul campo sono solo pura utopia.
Sarebbe ora che la comunità aikidoistica italiana crescesse, prendendo coscienza del proprio valore, liberandosi nel contempo dai complessi di inferiorità che la spingono a cercare la propria legittimazione presso autorità straniere che ormai non rappresentano più niente di speciale – leggi Aikikai Foundation. La via da intraprendere è quella mai ricercata di un diploma nazionale, che unifichi tutti i vari diplomi e diplometti emessi dai vari enti di promozione sportiva e consegnati con approvazione o meno dell’Hombu Dojo. Questo non accadrà mai attraverso l’iniziativa di una o più associazioni, perché sarebbe come chiedere al Parlamento italiano di approvare la riduzione del numero dei parlamentari della metà: non succederà mai. E’ nostra opinione che sia necessario un intervento dall’alto, con il quale il legislatore obblighi le più alte autorità tecniche (non i politicanti del CONI) a sedersi attorno ad un tavolo e a trovare un modello comune minimo di esame, che faccia da standard per i gradi Dan nazionali in futuro, pena la messa al bando del movimento per mancanza di titoli legali per l’insegnamento.
Questo è ciò che successe in Francia quando il governo prese i rappresentanti di Tamura e Tissier Sensei, disse loro che allo Stato non interessava un bel niente delle loro diatribe su chi fosse più o meno bravo o qualificato, e li obbligò a trovare un modus vivendi per quel che concerneva gli esami. I due gruppi, fieri rivali, piegarono il capo e trovarono il sistema di esaminare i propri allievi assieme, e sulla certificazione venne messo il timbro della Repubblica Francese, non quello dell’Aikikai Hombu Dojo. Chi è seriamente interessato ad un cambiamento in Italia, dovrebbe quindi darsi da fare per far intervenire il legislatore, dato che il movimento aikidoistico conta alcune migliaia di sostenitori in Italia e quindi ha dignità e numeri sufficienti per attrarre l’attenzione della politica.
Altrimenti il tutto rimarrà solo l’ennesima effimera e inconcludente serie di chiacchiere su Facebook.

Copyright Simone Chierchini © 2011-2012Simone Chierchini
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Il Valore Simbolico dei Gradi Dan

Paolo N. Corallini mostra il proprio diploma di Nanadan (7°Dan)

E’ con estremo piacere e una punta di orgoglio che vi annunciamo che Paolo N. Corallini si è reso disponibile a condividere alcuni dei suoi più interessanti scritti qui su Aikido Italia Network. Si tratta di articoli che affrontano gli aspetti più profondi dell’Aikido e che interpretano perfettamente il nostro desiderio di sviluppare anche in Italia una visione più culturale e matura delle arti del Budo. Il primo intervento della serie concerne il valore simbolico dei gradi dan, altrove visti come obiettivo materiale e merce di scambio

Paolo N. CORALLINI

Lo SHODAN segna la vera entrata nello studio dell’Aikido. E’ il grado dell’apprendista e non come spesso si fraintende, della maestria. E’ il primo gradino di questa splendida via iniziatica.
Questo grado è caratterizzato dal permesso di indossare la cintura nera e l’hakama. Il colore nero della cintura e dell’hakama esprime in senso alchemico la prova al nero, il regressus ad uterum, la morte alla vita profana prima della rinascita alla vita iniziatica.
Indossare l’hakama significa che oramai si è dediti anima e corpo alla Via dell’Aiki. E’ un vero e proprio incarico nel senso cavalleresco del termine. Lo yudansha è un uomo al quale si possono affidare incarichi di responsabilità, un uomo su cui si può contare sia nel dojo che al di fuori di esso.
Essere autorizzati a indossare l’hakama è un segno di fiducia, il segno che si viene accettati dagli anziani a ricevere insegnamenti più riservati.
E’ dunque un’iniziazione nel senso più tradizionale del termine. L’uno indica l’uomo in piedi, il solo essere vivente che gode di questa facoltà. Questo numero rappresenta l’uomo attivo, associato all’opera della creazione e legato al principio, al Dio Creatore, all’Uno, alla sorgente di tutte le cose, al centro cosmico.
Esso è simbolo non solo dell’essere ma anche della riconoscenza che è mediatrice per elevare l’uomo attraverso la conoscenza ad un livello superiore.
Il NIDAN normalmente si ottiene dopo una pratica assidua di almeno due anni, ed esprime una tappa importante del percorso iniziatico. In questo grado l’iniziato ha lavorato assiduamente sui principi di base, ha imparato a comprendere che le fondamenta della costruzione devono essere solide – Kotai (Kihon Waza).
Il simbolismo legato al due, da sempre espressione di eguaglianza e di opposizione, indica riflessione ed equilibrio e ben si accosta a questo grado, dal momento che ora l’iniziato ha una visione di ciò che è e di ciò che non deve essere, sa ora distinguere l’omote dall’ura, l’irimi dal tenkan, il positivo dal negativo, l’alto dal basso. Il due è il numero legato all’elemento femminile, sinonimo di manifestazione in quanto produce esistenza ed essere e quindi diventa causa della dualità che si evidenzia quando l’oggettività è presente e scompare con lo svanire dell’aspetto forma. Il due insomma origina la forma materia.

Opposti

Bisogna conoscere gli opposti complementari, il mondo del dualismo, per comprendere il tutto.
Il SANDAN si ottiene dopo un intenso periodo di pratica di almeno tre anni.
Secondo il Fondatore dell’Aikido questo era il livello fino al quale si doveva studiare soltanto il Kihon Waza. Ora l’iniziato conosce l’elemento terra, ha un idea del mondo materiale che comprenderà appieno nel grado successivo. Il numero tre è il numero della perfezione, proprio degli Dei. Esso esprime completezza, realizzazione, ordine intellettuale e spirituale. Questo numero sacro sintetizza la triplice unità dell’essere vivente, nel quale si attua l’unione del cielo e della terra.
E’ l’espressione della totalità, del compimento. Tre sono i tempi del manifesto: il passato il presente ed il futuro, e tre sono gli elementi della grande opera alchemica: lo zolfo (spirito), il sale (corpo) ed il mercurio (anima). In questo grado si è percorso (nel passato) l’elemento terra rappresentato dalle fondamenta solide della pratica, (nel presente) si matura la consapevolezza tecnica e l’abilità necessaria per affrontare nel futuro, con disinvoltura, l’elemento acqua. L’iniziato a questo grado fortifica lo spirito, padroneggia ora il corpo ed impara a conoscere a poco a poco l’anima universale preparandosi a realizzare nell’imminente futuro le nozze alchemiche della grande opera, ciò che O Sensei chiamava “Shin Gi Tai ichi” (spirito, corpo, anima, una cosa sola).
Lo YONDAN è l’inizio della pratica al di là della tecnica di base. Si conosce ora sufficientemente bene il quaternario, il mondo manifesto, visibile.
Le forme prima statiche ora sono in movimento (Ki No Nagare Waza), la fluidità tipica dell’elemento acqua domina questo grado.
Il numero quattro indica consapevolezza, concretezza, universalità, totalità.
Questo numero si collega ai simboli del quadrato e della croce. Esso ci riporta ai quattro punti cardinali, alle quattro stagioni, alle fasi lunari, ai quattro elementi e così via.
L’iniziato sa ora orientarsi nel mondo complesso e meraviglioso dell’Aiki, rispetta le leggi universali della natura, si muove libero da costrizioni materiali e grazie alle facoltà ora raggiunte può continuare il viaggio attraverso gli elementi.
Riferendoci al simbolismo della croce il quattro ci richiama al senso della rettitudine e della giustizia, qualità proprie di chi ha percorso in modo serio e profondo una Via Spirituale.
Si valutano a questo livello anche certe virtù acquisite in molti anni di pratica assidua, quali la lealtà, il coraggio, la fedeltà, la precisione, la tenacia e la correttezza.
Il GODAN viene conferito generalmente non più a seguito di un esame tecnico ma ad honorem (suisenjo) e comunque dopo un periodo minimo di cinque anni.
Il numero cinque risulta formato dalla somma di un numero pari il due e di un numero dispari il tre.
Se pensiamo che il due rappresenta il principio terrestre ed il tre quello celeste, la loro unione conferisce a questo numero il senso di unità, completezza, totalità, armonia ed equilibrio.

Vita e Morte - Gustav Klimt

Il due ed il tre non rappresentano soltanto il terrestre ed il celeste ma anche il bene ed il male, la morte e la vita, la materia e lo spirito, l’occulto ed il manifesto.
Ma il due e il tre che compongono il cinque non vanno in questa sede considerati separati ma uniti ed allora le loro qualità si sommano, si uniscono e si integrano nell’universo.
Possiamo anche considerare che chi possiede questo grado conosce il mondo della manifestazione (i quattro elementi), e può comprenderne l’Uno, l’essenza.
L’iniziato a questo grado possiede caratteristiche solari che gli provengono dal numero tre (maschile) e caratteristiche lunari che gli provengono dal numero due (femminile), dunque ha intuizione, forza, carattere, sensibilità e flessibilità.
Chi possiede questo grado inizia a muoversi nell’elemento Aria.
Il cinque è per eccellenza simbolo dell’uomo iniziato, l’uomo a braccia aperte inscritto dentro la stella a cinque punte.
Se si considera poi la croce che si origina da una linea orizzontale determinata dalle braccia aperte e da un linea verticale passante dalla testa ai piedi, si può vedere che il centro della croce è il cuore, il quale alimenta e tiene in vita ogni essere vivente.
Il Fondatore dell’Aikido spesso affermava che “L’Aikido è una questione di cuore”.
Il ROKUDAN si riceve per speciali meriti e viene conferito a persone che hanno un elevato livello tecnico e qualità morali non comuni. Normalmente si può ricevere dopo un periodo minimo di 6 anni dopo il conseguimento del Godan. A questo livello minimo si può essere insigniti del titolo di Shihan che significa “(persona) da imitare” o “l’uomo che indica la Via”.
In alcuni Budo, a questo livello, si può indossare l’Hakama bianca simbolo di purezza e di elevazione spirituale e la cintura bianco-rossa.
Il sei è formato da due volte tre, quindi è simbolo di equilibrio, di perfezione, di capacità di risalire dal particolare all’universale. Il sei è il numero dei doni reciproci, degli antagonismi, che trovano nell’iniziato a questo grado la perfezione in potenza. Il sei rappresenta l’iniziazione per mezzo delle prove più dure, l’equilibrio tra gli opposti.
A questo livello il candidato ha abbastanza senno ed esperienza da saper discernere tra il bene ed il male. Sei sono le facce del cubo, cioè del quadrato in movimento, simbolo della manifestazione. Per Vitruvio sei erano le regole ed i riflessi della creazione divina.
Il sei rappresenta i quattro punti cardinali più lo zenit e il nadir, cioè le direzioni e gli orientamenti del creato visibile. Questo numero nel mondo divino è la scienza del bene e del male, in quello intellettuale l’equilibrio tra la legge universale e la libertà umana, e nel piano fisico l’antagonismo delle forze naturali. Questo numero evoca l’immagine dell’esagramma cioè dei due triangoli equilateri incrociati capovolti. Il sei esprime l’unione armonica delle due nature , la divina e l’umana.
Nella filosofia indiana (che come sappiamo in parte ha influenzato la nascita del Budo in Estremo Oriente) si parla dei sei veli: pelle, carne, ossa, sangue, nervi e midollo; dei sei nemici: desiderio, ira, cupidigia, follia, orgoglio, e invidia; le sei condizioni: concepimento, individuazione, crescita, maturità, decadenza, distruzione; le sei onde: fame, sete, affanno, follia, vecchiaia, morte. L’iniziato a questo grado si muove in equilibrio ed armonia tra queste entità senza essere scalfito dalle valenze negative dei singoli elementi. Egli conosce pienamente l’elemento Aria e si libra leggero in essa.

Unione Cielo-Terra

Il NANADAN (o SHICHIDAN) si può ricevere dopo un periodo minimo di dodici anni dopo il conseguimento del Rokudan, e viene conferito molto raramente ed a persone veramente selezionate.
Il sette è per eccellenza il numero magico della maestria in molte scuole iniziatiche.
Esso è simbolo di fermezza e simbolo dell’esistenza di Dio.
Il sette è composto dal tre, simbolo della divinità e dal quattro, simbolo della universalità delle cose create. Il sette è dunque simbolo della indissolubile unione dei due mondi spirituale e fisico.
Per estensione si può intendere il numero sette come unione di cielo e terra, cioè l’espressione di un universo in movimento. L’iniziato a questo grado comincia a sentire il fuoco sacro bruciare nel proprio Atanor, l’Hara Tanden. L’uomo che raggiunge questo grado dovrebbe aver raggiunto un alto livello di perfezione dal momento che possiede la conoscenza del mondo materiale e dei principi divini.
L’HACHIDAN è un grado onorifico che molto raramente viene conferito dall’Aikikai Foundation. E’ un riconoscimento destinato a persone di alto valore tecnico e morale e a Leaders che hanno fondato e che dirigono Organizzazioni Aikikai in nazioni estere. Si tiene conto a questo livello di ciò che il candidato ha fatto e sta facendo per lo sviluppo dell’Aikido nel mondo e della capacità con cui espleta questo compito. Il numero otto risulta dalla combinazione ottimale di 4+4 per cui la simbologia è legata al valore del dualismo. Questo numero ci ricorda la Rosa dei Venti con i quattro punti cardinali e i quattro punti secondari, che esprimono la capacità di orientarsi in tutte le direzioni grazie alla conoscenza acquisita. L’otto è il simbolo dell’Infinito, dell’equilibrio cosmico. Il termine Rosa dei Venti, fu preso in prestito dalla Ruota del Mondo che rappresenta il mondo materiale (quadrato) in movimento dentro al cerchio simbolo dell’Universo.
In molti templi si riscontrano otto colonne poggianti su una base quadrata che sorreggono una cupola rotonda, si realizza così la quadratura del cerchio.
Dall’unità della volta celeste al quadrato degli elementi terrestri occorre passare per l’ottagono, che è in rapporto col mondo intermedio delle otto direzioni, delle otto porte e degli otto venti che innalzeranno le fiamme oramai sprigionate dall’Atanor dell’iniziato a questo grado. Il numero otto esprime il divino nell’umano; esso è l’anello di congiunzione tra gli opposti, tra l’ascesa e la discesa, tra il Superiore e l’inferiore, tra Dio e l’uomo. L’otto indica la via dei giusti.
Il KUDAN è un grado raggiunto soltanto da pochissimi maestri che hanno occupato un posto preminente nella storia dell’Aikido e sono da considerarsi dei personaggi davvero illuminati e padroni di una conoscenza profonda. Il nove è ritenuto il più importante numero magico, quello che contraddistingue il vero iniziato ai livelli superiori ed indica stabilità,ordine, saggezza assoluta, prudenza, circospezione negli atti. Si può aggiungere che se da un lato il nove conferisce compimento ad una creazione umana, dall’altro simbolizza il successo nella ricerca ed il coronamento degli sforzi. Questo numero è simbolo di perfezione in quanto risultante di tre ternari. La combinazione di 3+3+3=9, ha frequenti richiami nelle dottrine esoteriche di molti popoli del mondo, che ne fanno un motivo cosmologico ritenendo ogni mondo raffigurato come un triangolo, una cifra ternaria: Cielo, Terra, Inferi, per cui il nove esprime la totalità dei tre mondi.

Osiride-Iside-Horus

Gli antichi Egizi nominano questo numero a proposito della montagna del Sole, ricordando l’evoluzione dei tre mondi: divino, naturale, ed intellettuale, in relazione all’archetipo trinitario Osiride-Iside-Horus, rappresentanti rispettivamente l’essenza, la sostanza e la vita.
Il Fondatore dell’Aikido parlava della sua Arte paragonandola ad una piramide divisa in quattro livelli ascendenti: kotai, jutai, ryutai e kitai (solido, fluido, liquido, spirituale), sormontati finalmente dalla Luce della Conoscenza, il mondo dove l’Uomo Iniziato oramai libero può ricongiungersi a Dio.
Il JUDAN è un grado rarissimo; sembra che il Fondatore ne abbia conferito probabilmente solo uno o due. L’ideogramma che esprime questo numero è una croce 十 (ju) unione della linea verticale e della orizzontale, che si incrociano simmetricamente ad indicare l’equilibrio tra Cielo e Terra. La linea verticale è il canale attraverso il quale scendono le energie cosmiche e salgono quelle telluriche, ed esprime l’asse verticale umano (la colonna vertebrale) inteso come axis mundi.
La linea orizzontale simbolizza la comunicazione sul piano delle manifestazioni umano terrestri o l’orizzontalità. La linea verticale è simbolo di rettitudine e la linea orizzontale è simbolo di equità, quindi questo numero conferisce a chi lo possiede il senso dell’uomo retto e giusto, colui che, oramai purificato, si fa ponte tra Cielo e Terra (pontifex), tra il Divino e l’umano.
Il numero dieci è la somma di 1+2+3+4, quindi assomma tutti i valori simbolici espressi per questi singoli numeri, se ne deduce dunque che esso è un numero perfetto e rappresenta la completezza della creazione, la quale in senso spaziale e temporale si estende dal principio al termine, costituendo un ciclo di manifestazione, cioè l’intera esistenza. In ogni dottrina religiosa e filosofica il numero dieci è sempre stato legato a concetti di sacralità, di totalità e di perfezione. Basti pensare ai Dieci Comandamenti, le dieci divinità principali Egizie, le dieci Sefirot della Kabbala, etc.
Secondo i cabalisti di tutte le scuole, la potenza divina emerge dalla propria vita nascosta e si manifesta in dieci sfere che sono dette sefirot; esse costituiscono l’unità e la sintesi dell’universo.
Le sefirot suggeriscono un’ulteriore combinazione del numero dieci e cioè 3+7.
Le prime tre sefirot superiori si identificano con la corona, la sapienza e l’intelligenza, mentre le altre sette inferiori con l’amore, la bellezza, l’eternità, la gloria, il sesso, la forza e la presenza visibile.
Bibliografia: “Il Mondo dei Simboli” di S. Boncompagni – Ed. Mediterranee

Il Presente articolo viene pubblicato grazie alla gentile concessione di Paolo N. Corallini. Tutti i diritti riservati


Copyright Paolo N. Corallini©
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta su
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Esami Si, Esami No

Lorena Chierchini & Ubaldo Chiossi Sensei

Il Programma di Esami di ogni organizzazione di arti marziali è un nudo elenco di gradi e tecniche. Ogni programma indica anche i tempi di allenamento minimi richiesti tra una prova e la successiva, ma non viene fornita nessuna ulteriore spiegazione. Questo non è un grande aiuto, soprattutto se si considera quanto delicata sia la questione.

di SIMONE CHIERCHINI

Sognatori e Pigri
Alcuni allievi leggono il programma di esami quasi ogni giorno e la loro attenzione si concentra soprattutto sui tempi di allenamento minimi richiesti tra i test. Essi sono innamorati di se stessi e di solito sognano di mettersi la cintura nera dopo poche settimane di pratica – e in realtà rinunciano all’allenamento dopo pochi mesi, quando gettano le loro uniformi nella soffitta di casa.
Altri studenti di arti marziali ignorano del tutto il programma d’esame. Essi considerano il libretto d’esame come un groviglio oscuro di difficili parole straniere e sono rassegnati a non essere in grado di impararne l’imbarazzante  pronuncia – neppure dopo dieci anni di pratica.

L’Esaminatore
Il programma di esami non vincola l’esaminatore nel suo lavoro. Egli non è obbligato a seguirlo tecnica per tecnica, se ritiene che sia giusto fare altrimenti. Quando l’esaminatore viene nominato, egli riceve il programma di esami come guida. La funzione di questo programma è quella di creare uno standard di base comune in tutti i dojo dell’organizzazione. Gli esaminatori sono tenuti ad attenersi il più possibile al programma; tuttavia, l’unico obbligo per l’esaminatore è quello di assicurarsi che gli studenti rispettino i tempi di allenamento specifici richiesti per il loro grado.

Tempi di Allenamento
Se si aggiungono i tempi di allenamento minimo richiesti per tutti i gradi fino a cintura nera, nella maggior parte delle migliori organizzazioni di Budo è possibile raggiungere lo Shodan dopo circa 3-4 anni e 700-800 ore di allenamento continuo. Questo è meno di due ore di pratica al giorno, ogni giorno dell’anno, Natale e Santo Stefano inclusi. I corsi universitari sono decisamente più impegnativi.
E’ ovvio tuttavia che i tempi minimi sono adatti per ben pochi. A voler essere realistici, andrebbe aggiunto circa il 50% di tempo in più; in questo modo è possibile raggiungere il grado di cintura nera nel giro di circa cinque o sei anni di pratica costante.

Devo presentare la domanda?
Se ci si impegna seriamente a praticare Aikido, se ci si è allenati regolarmente e si sente che si stanno facendo progressi, una volta che si sono superati i tempi allenamento minimi richiesti, non ha senso non presentare la domanda per l’esame di grado successivo.
Il Comitato Tecnico di ogni organizzazione stabilisce i tempi di attesa necessari tra un test e l’altro. Questi tempi non vanno moltiplicati per dieci in nome di una piena padronanza tecnica che un Mudansha (un non-cintura nera) non potrà ovviamente mai avere.

Che cosa è un grado Kyu?
Nella lingua giapponese l’espressione “cintura nera” non esiste. Nei vecchi stili marziali esisteva un sistema di gradi del tutto diverso da quello odierno. In poche parole, ottenere il Menkyo Kaiden, il certificato finale di una scuola (Ryu), significava aver conseguito la padronanza completa dell’Arte. Certificati di livello inferiore erano Shoden, Okuden e Chuden, ossia conoscenza iniziale, media e profonda dell’Arte. Quando un allievo di una scuola otteneva il certificato finale di un Ryu, egli diveniva una sorta di iniziato di tale scuola. Il sistema di classificazione tradizionale può essere collegato al sistema di gradi Dan, avviato dal fondatore del Judo, Jigoro Kano, all’inizio del XX secolo. Nei vecchi stili marziali non esisteva nulla che corrispondesse ai moderni gradi Kyu e alle cinture colorate. I gradi Kyu sono un’invenzione del XX secolo, quando, con l’enorme diffusione di alcune di queste arti, in Giappone e poi altrove, si sentì il bisogno di avere gradi per i non esperti. Come mai questa necessità non è stata sentita prima? Dobbiamo ricordare che nel Giappone feudale un nuovo seguace di una scuola guerriera sarebbe già stato un iniziato. Fin da bambino il Samurai veniva istruito per questo scopo. In questo modo l’intera nazione giapponese per molti secoli rimase nelle mani della casta dei guerrieri, vale a dire i Samurai, una casta chiusa e non così numerosa. Alla fine del XIX secolo scorso il Giappone feudale crollò e i Samurai uscirono dalla storia. I giapponesi persero la condizione di “iniziati”, diventando simili a quegli occidentali cui nel giro di pochi decenni le Arti marziali stavano per essere insegnate.

L’obiettivo: diventare un ‘iniziato’
Tornando al nostro tema, potremmo dire che i gradi Kyu sono quelli dei non iniziati, coloro che stanno imparando le sette note in previsione, un giorno, di comporre la propria musica. Da questo punto di vista, il livello Kyu è l’equivalente della scuola elementare e secondaria per coloro che aspirano alla laurea, alla specializzazione e alla professione. Sarà meglio ricordare che una persona che avesse bisogno di dodici anni per coprire i sei anni della scuola elementare verrebbe universalmente considerata come un mezzo rimbambito. Fate quindi attenzione a non consumarvi in attesa di lasciare la condizione del ‘non iniziato’, condizione dalla quale la maggior parte degli studenti di Aikido non esce mai. Questo è molto triste, perché normalmente, se ci si impegna in una qualsiasi attività, non lo si dovrebbe fare solo per sfiorarne la superficie, ma per catturarne l’essenza. Bisogna praticare con moderazione, mantenendo una ininterrotta continuità d’allenamento, sviluppare un animo sincero, apprendendo l’ortografia, la grammatica e la sintassi dell’arte marziale preferita, superando nel contempo i relativi test. Questo è il lavoro che ognuno deve affrontare durante il periodo Kyu e gli esami saranno tanto piu’ frequenti e continui quanto il desiderio di apprendere aumenta. Quando questa fase è finita, si padroneggiano le basi e si diviene “iniziati”. Finalmente in grado di camminare da soli, è possibile ripartire per un nuovo percorso. In questo senso, la pratica vera e propria di un’arte marziale è quella che parte quando si ottiene lo Shodan, da non tradurre come “Cintura Nera”, ma come il “Grado dell’Inizio”.

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