Triangolo VS Trapezio e Conflitti Geometrici su Gradi e Qualifiche

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Ego ingombrante?

Che l’Aikido sia una disciplina dalla profonda matrice tradizionale è piuttosto innegabile! Ai suoi albori sapete come si faceva a ricevere un grado o un titolo di merito? Il Maestro (O’ Sensei, c’era SOLO LUI!) ad un certo punto riteneva che tu lo meritassi e ti insigniva di ciò che egli riteneva più consono, PUNTO!

di MARCO RUBATTO

Quali fossero gli arcani motivi, i ragionamenti di carattere esclusivamente soggettivo che spingessero un Sensei a considerare “pronto” il proprio allievo non ci è dato di sapere: il deshi aveva massima fiducia nella capacità di giudizio del suo Maestro… quindi ciò che lui riteneva opportuno lo era automaticamente pure per l’allievo.

“Tu dici, io faccio!”, niente male il metodo tradizionale di crescere nelle arti marziali (alla Pino La Lavatrice): noi – fra l’altro – di vertice ne avevamo uno solo – Morihei Ueshiba, appunto – quindi fino a 50 anni fa non esistevano conflittualità di alcun tipo per quanto concerne i riconoscimenti che un allievo avrebbe desiderato ottenere dal proprio percorso Aikidoistico…

Questo modello, assolutamente triangolare –  in 3D potremmo immaginarcelo piramidale – basato sullo schema Sensei-senpai-kohai ha funzionato egregiamente fino a quando il Giappone è stata una terra isolata dal resto del mondo… o – almeno – fino a quando gli occidentali hanno iniziato a praticare discipline giapponesi.

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Copyright Marco Rubatto ©2016 
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La Pratica, i Dan e il Valore del Sé

Come è possibile valutare la propria crescita nell’ambito di una discoplina?

Quando si manifesta il cambiamento? La crescita ? E come? Come è possibile valutare la propria crescita nell’ambito di una disciplina, di un cammino? Nella nostra disciplina abbiamo i dan, tanto blasonati quanto criticati, origine di desiderio, di ammirazione, di invidia, di rispetto, di autostima e della sua mancanza, i dan…

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Chiaramente il troppo riflettere porta ad avere il mal di testa, ma credo che qualche volta valga la pena di correre il rischio.

Gli indicatori del nostro valore, nella societá in cui viviamo, sono la fama, la quantitá di denaro che abbiamo, l’auto che guidiamo etc…
Sarebbe a dir poco arrogante da parte nostra sentirci realmente e completamente scevri da questi parametri, magari possiamo con buona pazienza ritenerci interessati a liberarcene o a vivere con equanimitá il rapporto con il successo e il fallimento nelle questioni materiali e quotidiane, e dedicarci al sacro fuoco della pratica con dedizione ed impegno disinteressati.

Questo rapporto però è un grande punto di arrivo, una meta spirituale di per sé, nello yoga si chiamano abhyasa ( dedizione) e vairagya ( consapevolezza della natura infinita di ognuno, non turbata dalla polaritá di riuscita o fallimento, gioia e dolore) . Spesso si parla di percorso spirituale connotandolo come un cammino iniziatico alle segrete facoltá oscure della mente, che liberano superpoteri , mentre io davvero amo parlare del cammino che percorro, quello fatto di una misurazione propria, consapevole di quanto sono vicino alla mia vera natura e all’integritá in quello che faccio oppure a quanto vado vicino alla dissolutezza che genera dal rincorrere la soddisfazione continua dei bisogni del corpo e della mente e l’alimentarli di continuo attraverso il pensiero.

Questa è per me la via spirituale di liberazione per l’essere umano, non certo un film pieno di effetti speciali e di inseguimenti mozzafiato, piuttosto un lungo primo piano su un’immagine che porta a stare con le emozioni che questa evoca.

Quindi come potremmo definire la validitá della pratica? Nella qualitá fisica del nostro movimento o nel suo vigore? per certi versi questi parametri possono realmente cambiare indipendentemente dalla nostra volontá, incidenti, invecchiamento, cambiamenti di vita possono minare seriamente la qualitá del nostro corpo e delle sue performances, ci definiremmo allora praticanti dilettanti? Ex praticanti?

Magari allora potremmo valutarci in base alle comprensioni profonde che raggiungiamo, ai livelli di respiro, energia vitale, e armonia con i cicli dell’universo, che raggiungiamo, allora misureremo la nostra riuscita in base al numero di ritiri che facciamo col dato maestro, o alle ore di meditazione che riusciamo a reggere, anche se poi si crea un divario sempre più evidente tra quello che facciamo e quello con cui misuriamo la pratica.

I metri di valutazione cambiano nel tempo

Oppure, insidia delle insidie, ci misureremo in un’ottica devozionale, e allora attenderemo il plauso del maestro e misureremo la nostra riuscita in base all’affezione che il maestro prova per noi o , se siamo noi stessi maestri in base al numero di allievi che frequentano le nostre lezioni. In ognuno di questi casi qual’è il grado dan che pensiamo di meritare? E qual’è il parametro seguito dalla persona in carico di valutarlo? Siamo in attesa come il mio gatto quando mi fissa e mi segue alla sera al mio ritorno perchè si aspetta che gli dia il suo adorato pranzetto? A chi abbiamo riconosciuto il potere di valutarci ? È una persona che sentiamo realmente come un Maestro? O è una persona che ha questo potere all’interno di un’organizzazione? Ma soprattutto questi parametri valutano realmente la qualitá della nostra pratica?

Questi metri di valutazione ci rendono sempre vulnerabili al ciclo dei cambiamenti, e rendono praticamente ( non teoricamente ma praticamente si) impossibile l’instaurarsi di un solido rapporto con se stessi, e l’affermarsi del principio di equanimità sopracitato, che, per esempio nello yoga , è un prerequisito per camminare sulla via.

La minaccia del fallimento e della non affermazione sociale continueranno così a spaventarci e renderci insicuri ( così riverseremo l’insicurezza in proiezioni di ricerca di sicurezza tipo l’efficacia marziale e altre boiate del genere) .
Einstein affermava che non sempre ciò che è misurabile conta qualcosa, e ciò che conta non sempre è misurabile.

Nella pratica cerchiamo tra i cespugli del pensiero e delle forme mentali qualcosa che c’è dentro di noi, col quale allacciare una relazione durevole. Per poter misurare questa relazione possiamo solo chiederci ” in che genere di persona mi sto trasformando con questa pratica? La mia relazione armoniosa con me stesso, la mia vita e gli altri regge quanto sono sotto pressione o va in briciole al primo sconosciuto che mi taglia la strada? È solida o si sgretola quando le nostra aspettative non vengono appagate?”

Nella Bhagavad Gita Krishna dice ad Arjuna ” quando si rinuncia a tutti i desideri che turbano il cuore e la mente quando si è appagati in se stessi e da se stessi, ecco quel che si dice essere consolidato in saggezza” e ancora Gandhi ” Quello che fai può sembrarti insignificante ma è importantissimo che tu lo faccia” .

E allora come saremo distaccati dai risultati ed equanimi se dobbiamo dedicare tanta parte di noi , della nostra energia e del nostro tempo ad una pratica? Sará forse paradossale ma è proprio la forza della dedizione ad un progetto, finanche ad una meta che aiuta a conoscere il significato di imparzialità, perché l’intensità della propria volontà dona una dimensione gioiosa all’esperienza, favorendo il distacco dal risultato stesso.

Ma chi e come può misurare questo livello di realizzazione del praticante in termini di dan? Certamente non può che essere una persona che almeno mi conosce bene, ma poi ne sento realmente il bisogno?
Arriverò a dire, parafrasando Fantozzi nella scena della corazzata Potemkin che i dan sono una cagata pazzesca? O mi terrò il dubbio che possano avere o no valore senza esprimere giudizi arroganti e in cuor mio coltiverò sempre più il distacco da essi?

Un paragone che potranno capire tutti coloro che amano usare la bicicletta per i propri spostamenti quotidiani, perché col tempo, diventa sempre meno importante il luogo da raggiungere rispetto al piacere di compiere il percorso.

Copyright Massimiliano Gandossi © 2012 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta il  02/11/2012 su
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Il Valore Simbolico dei Gradi Dan

Paolo N. Corallini mostra il proprio diploma di Nanadan (7°Dan)

E’ con estremo piacere e una punta di orgoglio che vi annunciamo che Paolo N. Corallini si è reso disponibile a condividere alcuni dei suoi più interessanti scritti qui su Aikido Italia Network. Si tratta di articoli che affrontano gli aspetti più profondi dell’Aikido e che interpretano perfettamente il nostro desiderio di sviluppare anche in Italia una visione più culturale e matura delle arti del Budo. Il primo intervento della serie concerne il valore simbolico dei gradi dan, altrove visti come obiettivo materiale e merce di scambio

Paolo N. CORALLINI

Lo SHODAN segna la vera entrata nello studio dell’Aikido. E’ il grado dell’apprendista e non come spesso si fraintende, della maestria. E’ il primo gradino di questa splendida via iniziatica.
Questo grado è caratterizzato dal permesso di indossare la cintura nera e l’hakama. Il colore nero della cintura e dell’hakama esprime in senso alchemico la prova al nero, il regressus ad uterum, la morte alla vita profana prima della rinascita alla vita iniziatica.
Indossare l’hakama significa che oramai si è dediti anima e corpo alla Via dell’Aiki. E’ un vero e proprio incarico nel senso cavalleresco del termine. Lo yudansha è un uomo al quale si possono affidare incarichi di responsabilità, un uomo su cui si può contare sia nel dojo che al di fuori di esso.
Essere autorizzati a indossare l’hakama è un segno di fiducia, il segno che si viene accettati dagli anziani a ricevere insegnamenti più riservati.
E’ dunque un’iniziazione nel senso più tradizionale del termine. L’uno indica l’uomo in piedi, il solo essere vivente che gode di questa facoltà. Questo numero rappresenta l’uomo attivo, associato all’opera della creazione e legato al principio, al Dio Creatore, all’Uno, alla sorgente di tutte le cose, al centro cosmico.
Esso è simbolo non solo dell’essere ma anche della riconoscenza che è mediatrice per elevare l’uomo attraverso la conoscenza ad un livello superiore.
Il NIDAN normalmente si ottiene dopo una pratica assidua di almeno due anni, ed esprime una tappa importante del percorso iniziatico. In questo grado l’iniziato ha lavorato assiduamente sui principi di base, ha imparato a comprendere che le fondamenta della costruzione devono essere solide – Kotai (Kihon Waza).
Il simbolismo legato al due, da sempre espressione di eguaglianza e di opposizione, indica riflessione ed equilibrio e ben si accosta a questo grado, dal momento che ora l’iniziato ha una visione di ciò che è e di ciò che non deve essere, sa ora distinguere l’omote dall’ura, l’irimi dal tenkan, il positivo dal negativo, l’alto dal basso. Il due è il numero legato all’elemento femminile, sinonimo di manifestazione in quanto produce esistenza ed essere e quindi diventa causa della dualità che si evidenzia quando l’oggettività è presente e scompare con lo svanire dell’aspetto forma. Il due insomma origina la forma materia.

Opposti

Bisogna conoscere gli opposti complementari, il mondo del dualismo, per comprendere il tutto.
Il SANDAN si ottiene dopo un intenso periodo di pratica di almeno tre anni.
Secondo il Fondatore dell’Aikido questo era il livello fino al quale si doveva studiare soltanto il Kihon Waza. Ora l’iniziato conosce l’elemento terra, ha un idea del mondo materiale che comprenderà appieno nel grado successivo. Il numero tre è il numero della perfezione, proprio degli Dei. Esso esprime completezza, realizzazione, ordine intellettuale e spirituale. Questo numero sacro sintetizza la triplice unità dell’essere vivente, nel quale si attua l’unione del cielo e della terra.
E’ l’espressione della totalità, del compimento. Tre sono i tempi del manifesto: il passato il presente ed il futuro, e tre sono gli elementi della grande opera alchemica: lo zolfo (spirito), il sale (corpo) ed il mercurio (anima). In questo grado si è percorso (nel passato) l’elemento terra rappresentato dalle fondamenta solide della pratica, (nel presente) si matura la consapevolezza tecnica e l’abilità necessaria per affrontare nel futuro, con disinvoltura, l’elemento acqua. L’iniziato a questo grado fortifica lo spirito, padroneggia ora il corpo ed impara a conoscere a poco a poco l’anima universale preparandosi a realizzare nell’imminente futuro le nozze alchemiche della grande opera, ciò che O Sensei chiamava “Shin Gi Tai ichi” (spirito, corpo, anima, una cosa sola).
Lo YONDAN è l’inizio della pratica al di là della tecnica di base. Si conosce ora sufficientemente bene il quaternario, il mondo manifesto, visibile.
Le forme prima statiche ora sono in movimento (Ki No Nagare Waza), la fluidità tipica dell’elemento acqua domina questo grado.
Il numero quattro indica consapevolezza, concretezza, universalità, totalità.
Questo numero si collega ai simboli del quadrato e della croce. Esso ci riporta ai quattro punti cardinali, alle quattro stagioni, alle fasi lunari, ai quattro elementi e così via.
L’iniziato sa ora orientarsi nel mondo complesso e meraviglioso dell’Aiki, rispetta le leggi universali della natura, si muove libero da costrizioni materiali e grazie alle facoltà ora raggiunte può continuare il viaggio attraverso gli elementi.
Riferendoci al simbolismo della croce il quattro ci richiama al senso della rettitudine e della giustizia, qualità proprie di chi ha percorso in modo serio e profondo una Via Spirituale.
Si valutano a questo livello anche certe virtù acquisite in molti anni di pratica assidua, quali la lealtà, il coraggio, la fedeltà, la precisione, la tenacia e la correttezza.
Il GODAN viene conferito generalmente non più a seguito di un esame tecnico ma ad honorem (suisenjo) e comunque dopo un periodo minimo di cinque anni.
Il numero cinque risulta formato dalla somma di un numero pari il due e di un numero dispari il tre.
Se pensiamo che il due rappresenta il principio terrestre ed il tre quello celeste, la loro unione conferisce a questo numero il senso di unità, completezza, totalità, armonia ed equilibrio.

Vita e Morte - Gustav Klimt

Il due ed il tre non rappresentano soltanto il terrestre ed il celeste ma anche il bene ed il male, la morte e la vita, la materia e lo spirito, l’occulto ed il manifesto.
Ma il due e il tre che compongono il cinque non vanno in questa sede considerati separati ma uniti ed allora le loro qualità si sommano, si uniscono e si integrano nell’universo.
Possiamo anche considerare che chi possiede questo grado conosce il mondo della manifestazione (i quattro elementi), e può comprenderne l’Uno, l’essenza.
L’iniziato a questo grado possiede caratteristiche solari che gli provengono dal numero tre (maschile) e caratteristiche lunari che gli provengono dal numero due (femminile), dunque ha intuizione, forza, carattere, sensibilità e flessibilità.
Chi possiede questo grado inizia a muoversi nell’elemento Aria.
Il cinque è per eccellenza simbolo dell’uomo iniziato, l’uomo a braccia aperte inscritto dentro la stella a cinque punte.
Se si considera poi la croce che si origina da una linea orizzontale determinata dalle braccia aperte e da un linea verticale passante dalla testa ai piedi, si può vedere che il centro della croce è il cuore, il quale alimenta e tiene in vita ogni essere vivente.
Il Fondatore dell’Aikido spesso affermava che “L’Aikido è una questione di cuore”.
Il ROKUDAN si riceve per speciali meriti e viene conferito a persone che hanno un elevato livello tecnico e qualità morali non comuni. Normalmente si può ricevere dopo un periodo minimo di 6 anni dopo il conseguimento del Godan. A questo livello minimo si può essere insigniti del titolo di Shihan che significa “(persona) da imitare” o “l’uomo che indica la Via”.
In alcuni Budo, a questo livello, si può indossare l’Hakama bianca simbolo di purezza e di elevazione spirituale e la cintura bianco-rossa.
Il sei è formato da due volte tre, quindi è simbolo di equilibrio, di perfezione, di capacità di risalire dal particolare all’universale. Il sei è il numero dei doni reciproci, degli antagonismi, che trovano nell’iniziato a questo grado la perfezione in potenza. Il sei rappresenta l’iniziazione per mezzo delle prove più dure, l’equilibrio tra gli opposti.
A questo livello il candidato ha abbastanza senno ed esperienza da saper discernere tra il bene ed il male. Sei sono le facce del cubo, cioè del quadrato in movimento, simbolo della manifestazione. Per Vitruvio sei erano le regole ed i riflessi della creazione divina.
Il sei rappresenta i quattro punti cardinali più lo zenit e il nadir, cioè le direzioni e gli orientamenti del creato visibile. Questo numero nel mondo divino è la scienza del bene e del male, in quello intellettuale l’equilibrio tra la legge universale e la libertà umana, e nel piano fisico l’antagonismo delle forze naturali. Questo numero evoca l’immagine dell’esagramma cioè dei due triangoli equilateri incrociati capovolti. Il sei esprime l’unione armonica delle due nature , la divina e l’umana.
Nella filosofia indiana (che come sappiamo in parte ha influenzato la nascita del Budo in Estremo Oriente) si parla dei sei veli: pelle, carne, ossa, sangue, nervi e midollo; dei sei nemici: desiderio, ira, cupidigia, follia, orgoglio, e invidia; le sei condizioni: concepimento, individuazione, crescita, maturità, decadenza, distruzione; le sei onde: fame, sete, affanno, follia, vecchiaia, morte. L’iniziato a questo grado si muove in equilibrio ed armonia tra queste entità senza essere scalfito dalle valenze negative dei singoli elementi. Egli conosce pienamente l’elemento Aria e si libra leggero in essa.

Unione Cielo-Terra

Il NANADAN (o SHICHIDAN) si può ricevere dopo un periodo minimo di dodici anni dopo il conseguimento del Rokudan, e viene conferito molto raramente ed a persone veramente selezionate.
Il sette è per eccellenza il numero magico della maestria in molte scuole iniziatiche.
Esso è simbolo di fermezza e simbolo dell’esistenza di Dio.
Il sette è composto dal tre, simbolo della divinità e dal quattro, simbolo della universalità delle cose create. Il sette è dunque simbolo della indissolubile unione dei due mondi spirituale e fisico.
Per estensione si può intendere il numero sette come unione di cielo e terra, cioè l’espressione di un universo in movimento. L’iniziato a questo grado comincia a sentire il fuoco sacro bruciare nel proprio Atanor, l’Hara Tanden. L’uomo che raggiunge questo grado dovrebbe aver raggiunto un alto livello di perfezione dal momento che possiede la conoscenza del mondo materiale e dei principi divini.
L’HACHIDAN è un grado onorifico che molto raramente viene conferito dall’Aikikai Foundation. E’ un riconoscimento destinato a persone di alto valore tecnico e morale e a Leaders che hanno fondato e che dirigono Organizzazioni Aikikai in nazioni estere. Si tiene conto a questo livello di ciò che il candidato ha fatto e sta facendo per lo sviluppo dell’Aikido nel mondo e della capacità con cui espleta questo compito. Il numero otto risulta dalla combinazione ottimale di 4+4 per cui la simbologia è legata al valore del dualismo. Questo numero ci ricorda la Rosa dei Venti con i quattro punti cardinali e i quattro punti secondari, che esprimono la capacità di orientarsi in tutte le direzioni grazie alla conoscenza acquisita. L’otto è il simbolo dell’Infinito, dell’equilibrio cosmico. Il termine Rosa dei Venti, fu preso in prestito dalla Ruota del Mondo che rappresenta il mondo materiale (quadrato) in movimento dentro al cerchio simbolo dell’Universo.
In molti templi si riscontrano otto colonne poggianti su una base quadrata che sorreggono una cupola rotonda, si realizza così la quadratura del cerchio.
Dall’unità della volta celeste al quadrato degli elementi terrestri occorre passare per l’ottagono, che è in rapporto col mondo intermedio delle otto direzioni, delle otto porte e degli otto venti che innalzeranno le fiamme oramai sprigionate dall’Atanor dell’iniziato a questo grado. Il numero otto esprime il divino nell’umano; esso è l’anello di congiunzione tra gli opposti, tra l’ascesa e la discesa, tra il Superiore e l’inferiore, tra Dio e l’uomo. L’otto indica la via dei giusti.
Il KUDAN è un grado raggiunto soltanto da pochissimi maestri che hanno occupato un posto preminente nella storia dell’Aikido e sono da considerarsi dei personaggi davvero illuminati e padroni di una conoscenza profonda. Il nove è ritenuto il più importante numero magico, quello che contraddistingue il vero iniziato ai livelli superiori ed indica stabilità,ordine, saggezza assoluta, prudenza, circospezione negli atti. Si può aggiungere che se da un lato il nove conferisce compimento ad una creazione umana, dall’altro simbolizza il successo nella ricerca ed il coronamento degli sforzi. Questo numero è simbolo di perfezione in quanto risultante di tre ternari. La combinazione di 3+3+3=9, ha frequenti richiami nelle dottrine esoteriche di molti popoli del mondo, che ne fanno un motivo cosmologico ritenendo ogni mondo raffigurato come un triangolo, una cifra ternaria: Cielo, Terra, Inferi, per cui il nove esprime la totalità dei tre mondi.

Osiride-Iside-Horus

Gli antichi Egizi nominano questo numero a proposito della montagna del Sole, ricordando l’evoluzione dei tre mondi: divino, naturale, ed intellettuale, in relazione all’archetipo trinitario Osiride-Iside-Horus, rappresentanti rispettivamente l’essenza, la sostanza e la vita.
Il Fondatore dell’Aikido parlava della sua Arte paragonandola ad una piramide divisa in quattro livelli ascendenti: kotai, jutai, ryutai e kitai (solido, fluido, liquido, spirituale), sormontati finalmente dalla Luce della Conoscenza, il mondo dove l’Uomo Iniziato oramai libero può ricongiungersi a Dio.
Il JUDAN è un grado rarissimo; sembra che il Fondatore ne abbia conferito probabilmente solo uno o due. L’ideogramma che esprime questo numero è una croce 十 (ju) unione della linea verticale e della orizzontale, che si incrociano simmetricamente ad indicare l’equilibrio tra Cielo e Terra. La linea verticale è il canale attraverso il quale scendono le energie cosmiche e salgono quelle telluriche, ed esprime l’asse verticale umano (la colonna vertebrale) inteso come axis mundi.
La linea orizzontale simbolizza la comunicazione sul piano delle manifestazioni umano terrestri o l’orizzontalità. La linea verticale è simbolo di rettitudine e la linea orizzontale è simbolo di equità, quindi questo numero conferisce a chi lo possiede il senso dell’uomo retto e giusto, colui che, oramai purificato, si fa ponte tra Cielo e Terra (pontifex), tra il Divino e l’umano.
Il numero dieci è la somma di 1+2+3+4, quindi assomma tutti i valori simbolici espressi per questi singoli numeri, se ne deduce dunque che esso è un numero perfetto e rappresenta la completezza della creazione, la quale in senso spaziale e temporale si estende dal principio al termine, costituendo un ciclo di manifestazione, cioè l’intera esistenza. In ogni dottrina religiosa e filosofica il numero dieci è sempre stato legato a concetti di sacralità, di totalità e di perfezione. Basti pensare ai Dieci Comandamenti, le dieci divinità principali Egizie, le dieci Sefirot della Kabbala, etc.
Secondo i cabalisti di tutte le scuole, la potenza divina emerge dalla propria vita nascosta e si manifesta in dieci sfere che sono dette sefirot; esse costituiscono l’unità e la sintesi dell’universo.
Le sefirot suggeriscono un’ulteriore combinazione del numero dieci e cioè 3+7.
Le prime tre sefirot superiori si identificano con la corona, la sapienza e l’intelligenza, mentre le altre sette inferiori con l’amore, la bellezza, l’eternità, la gloria, il sesso, la forza e la presenza visibile.
Bibliografia: “Il Mondo dei Simboli” di S. Boncompagni – Ed. Mediterranee

Il Presente articolo viene pubblicato grazie alla gentile concessione di Paolo N. Corallini. Tutti i diritti riservati


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