Intervista a Danilo Chierchini – Parte 2

Danilo Chierchini sul tatami del Dojo Centrale di Roma (1985)

Danilo Chierchini è il grande vecchio delle Arti Marziali in Italia. Pioniere del Judo in Italia negli anni Cinquanta e campione nazionale a squadre nel 1954, fondatore del primo dojo di Aikido regolare in Italia e firmatario della lettera all’Hombu Dojo che portò Hiroshi Tada in Italia negli anni Sessanta, primo Shodan Aikikai in Italia (in compagnia di altri 18 pionieri) nel 1969, direttore del Dojo Centrale di Roma dal 1970 al 1993, socio fondatore e poi Presidente dell’Aikikai d’Italia per 12 anni, 5° Dan Aikikai nel 1979. Una colonna del Budo nel nostro paese, anche se da anni si è ritirato e da un pezzo non dà notizie di sé. Io l’ho stanato nel suo ritiro toscano, e con l’aiuto di un po’ di Vino Nobile di Montepulciano gli ho sciolto la lingua, ma non aspettatevi la classica intervista sull’Aikido…

di SIMONE CHIERCHINI

Leggi la Prima Parte dell’Intervista

SIMONE
In tutto questo periodo hai mai fatto sport attivo?

DANILO
Mai.

SIMONE
Nel frattempo sei arrivato a Roma. Come se sei capitato a far Judo? Come ti è venuta voglia di fare arti marziali? Cosa ti ha fatto interessare?

DANILO
Di arti marziali non se sapevo niente, come la stragrande maggioranza della gente, all’epoca. Si favoleggiava di colpi mortali, tecniche segrete e roba del genere. C’era persino una pubblicità sui giornali che prometteva “L’inerme Vince” e giù tutti a ridere come pazzi…C’erano anche parecchi ciarlatani in giro che si erano autopromossi cintura nera 30° Dan!

SIMONE
Ci sono ancora… Almeno in questo le cose non sono cambiate.

DANILO
Una sera seguii degli amici in una palestra di Judo. Era il Judo Kodokan Club di Roma. Rimasi a vedere e mi piacque molto, perché in un mondo dominato appunto dai ciarlatani, l’organizzatore di questo circolo, che era ubicato nei pressi di Via Veneto, quindi in una zona di prestigio, il maestro Maurizio Genolini, era un vero e sincero appassionato di Judo. Mi iscrissi e iniziai a praticare con entusiasmo. Dopo due o tre anni per me divenne quasi un problema, perché praticare un’arte marziale agonistica a 20 anni non era semplice: tra virgolette ero già vecchio. Proprio in quel periodo mi capitò di vedere un documentario trasmesso dalla RAI su una strana arte, che si chiamava, appunto, Aikido. Questo documentario era imperniato sulle gesta del Fondatore O’Sensei Ueshiba. Nel documentario veniva spiegato che la sua famiglia aveva ereditato delle tecniche particolari, risalenti addirittura all’epoca dei samurai, trasmesse di padre in figlio e non insegnate a chicchessia. Quello che vidi mi colpì profondamente e stimolò la mia curiosità. Tuttavia non riuscii a trovare nessuno che mi potesse insegnare questa disciplina.

I Campioni a Squadre di Judo del 1954: Otani al centro, D. Chierchini all'estrema destra

SIMONE
Non c’era nesuun a Roma?

DANILO
Non c’era nessuno in Europa, con l’eccezione della Francia. In quello stesso periodo venni a sapere che era arrivato a Roma uno studente giapponese che aveva vinto una borsa di studio come scultore all’Accademia di Belle Arti. Il suo nome era Ken Otani ed era un graduato dilettante di Judo; Genolini immediatamente nominò Otani direttore tecnico del nostro dojo di Judo. Iniziò così un rapporto didattico che durò per parecchi anni, ma la cosa più interessante e piacevole per me fu che sotto la guida di Otani Sensei – nonostante avessi iniziato tardi Judo e non avessi affatto il fisico adatto per la disciplina – dopo 3 anni di allenamento arrivammo a vincere i campionati italiani a squadre. In questa squadra io ero il peso leggero. Era il 1954. Fu una delle migliori soddisfazioni che ebbi dal praticare arti marziali.

SIMONE
Dopo aver praticato per diversi anni al Judo Kodokan Club con Otani, attraverso il lavoro hai l’occasione di aprire il tuo dojo personale di Judo all’interno del Dopolavoro dei Monopoli di Stato di Roma.

DANILO
Negli anni ebbi l’opportunità di avanzare di grado e mi venne voglia di insegnare. Dato che i Monopoli di Stato avevano dei locali chiusi, praticamente abbandonati, di cui ero al corrente, essendo parte dell’Ufficio Manutenzioni, a forza di insistere riuscimmo a convincere la dirigenza a destinarli ad una palestra di arti marziali. Effettuammo i restauri e aprimmo un bel dojo nel cuore di Roma, a Trastevere. Questo dojo, che partì come scuola di Judo, avrebbe più tardi ospitato il primo corso di Aikido tenuto in modo organizzato e continuativo nella storia della disciplina in Italia. Fino ad allora la storia dell’Aikido in Italia si era limitata alla sporadica apparizione di qualche maestro giapponese per dei seminari di un giorno o due in una palestra di altre arti marziali; gli allievi in questi seminari erano judoka e karateka curiosi di provare una nuova disciplina, ma senza programmi di stabilire l’arte e insegnarla regolarmente e coerentemente. Il nostro corso invece era stabile e stabilito con l’idea di diffondere l’Aikido a Roma.

SIMONE
Hai incontrato Haru Onoda, una di questi pionieri pre-Monopoli prima o dopo aver incontrato il tuo primo insegnante di Aikido, Motokage Kawamukai?

DANILO
L’incontro con questi due pionieri fu più o meno contemporaneo, tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964. Kawamukai all’epoca era un ragazzo di 18 anni che già aveva fatto dell’esperienza di insegnamento dell’Aikido negli Stati Uniti. Aveva avuto delle responsabilità nell’avvio dell’Aikido a New York in collaborazione con un italoamericano e un’americana, Oscar Ratti e Adele Westbrook, che sarebbero poi diventati famosissimi per il libro da loro scritto, l’Aikido e la Sfera Dinamica. A un certo punto il loro rapporto andò in crisi e Kawamukai decise di trasferirsi a Roma, ove aveva il contatto di un vecchio appassionato di arti marziali, Tommaso Betti Berutto, l’autore di un manuale sulle arti marziali che all’epoca andava per la maggiore.

Haru Onoda a Torino (1968)

Betti, contattato da Kawamukai, lo consigliò di mettersi in contatto con me, dato che avevamo uno dei più bei dojo di Roma, e Kawamukai mi telefonò. Era notte fonda e parlava in inglese, che entrambi masticavamo ma non troppo; tuttavia riuscimmo a capirci e organizzammo un appuntamento per i giorni successivi. Quando incontrai Kawamukai, mi trovai davanti ad un ragazzo con una grande forza di volontà e determinazione. Voleva fare Aikido a Roma, e mi offriva su un piatto d’argento l’opportunità di poter fare quella disciplina che avevo visto solo nel documentario RAI, ma che mi aveva veramente affascinato. Nel giro di pochi giorni decidemmo di inserire un corso di Aikido da lui diretto all’interno delle attività del dojo dei Monopoli di Stato in Trastevere, e da lì prese avvio il movimento Aikido in Italia.

SIMONE
Avete mai ospitato anche Haru Onoda presso i Monopoli di Stato? Questa pioniera dell’Aikido in Italia viveva a Roma in quel periodo, dopo esser stata segretaria di O’Sensei.

DANILO
Onoda non faceva lezione, ma veviva spesso a praticare. Era una giovane e gracile signorina che risiedeva a Roma per gli stessi motivi di Ken Otani: studiava all’Accademia di Belle Arti, dopo aver vinto una borsa di studio. Probabilmente anche Onoda avrebbe voluto insegnare, il che la portò in contrasto con Kawamukai, quindi finimmo per non vederla più.
Tra i miei insegnanti, in tanti decenni di pratica, quello che ricordo con più affetto e rispetto rimane Ken Otani, con cui sviluppai una vera amicizia. Otani era un tipo strano, almeno agli occhi dell’italiano medio dell’epoca e gli aneddoti che mi raccontava erano veramente affascinanti. Per dirne una, come tutti gli allievi del suo corso presso la Meiji University di Tokyo, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Otani si arruolò in aviazione, ed era quindi un pilota. Mi raccontava come per loro l’uso del paracadute fosse inconcepibile: la sola idea di andare in battaglia con uno strumento che gli consentisse di buttarsi e abbandonare la lotta, fosse un abominio, un disonore. Ciascuno di loro era pronto a sacrificare la vita per la patria, questo concetto era luogo comune, indiscusso e vissuto tranquillamente. Il loro aereo era dotato di paracadute, ma loro lo tiravano fuori dal suo contenitore e ci si mettevano a sedere sopra a mo’ di cuscino, perché era morbido e comodo… Otani era sulla lista dei piloti destinati alle missioni suicida, e aveva svolto la preparazione per immolarsi come kamikaze. Si salvò per pochi giorni, perché la nazione giapponese crollò prima che arrivasse il suo turno. L’amicizia con Ken Otani fu qualcosa che non dimenticherò mai, come anche la sua umanità e simpatia: mai mi fece pesare il fatto che lui era il maestro e io l’allievo. Fu attraverso Otani che conobbi e arrivai ad apprezzare la mentalità giapponese dell’epoca, che era caratterizzata da certe virtù che per me erano e sono rimaste fondamentali: rispettare la parola data, essere onesti, seguire le regole che ci si è dati… in parole poche l’esatto contrario di quello che si vede nel comportamento degli italiani. Otani è stato il maestro che mi ha aperto la strada verso la comprensione del Bushido attraverso il suo comportamento personale.

SIMONE
Come è successo che tu e Kawamukai scriveste all’Aikikai Hombu Dojo richiedendo un insegnante residente e vi mandarono Hiroshi Tada?

H. Tada e D. Chierchini: Demo Salesiani Roma (1968)

DANILO
Kawamukai all’epoca non aveva né l’età né la scienza per diventare il volano della diffusione dell’Aikido in Italia, e inoltre aveva altri progetti personali in testa oltre alle arti marziali. Fu proprio lui che mi disse che era necessario chiamare un insegnante professionista da Tokyo e si diede da fare attraverso i contatti che aveva con Hirokazu Kobayashi – che nel 1964 avevamo ospitato per un seminario al dojo – per cercar di realizzare questo ambizioso progetto. Caso stranissimo, ci indovinò, perché il maestro Tada desiderava venire a insegnare in occidente, come avevano fatto nello stesso anno Tamura e Yamada; quindi accettò il nostro invito e arrivò in Italia il 26 Ottobre 1964. Chissà perché lo fece? Forse desiderava cambiare vita, confrontarsi e provarsi in un paese completamente diverso dal suo in termini di mentalità ed educazione. La scelta del maestro Tada di venire, il suo atto di coraggio mi ha sempre fatto riflettere. Non c’è dubbio che i giapponesi dell’epoca fossero veramente delle persone da tenere nella più alta considerazione.

SIMONE
Il maestro Tada quindi iniziò a insegnare Aikido in Italia presso il tuo dojo in Trastevere.

DANILO
Si, è così. Io lo andavo a prendere in macchina dall’alloggio che gli avevo trovato e gli facevo un po’ da scorta in giro per Roma. All’epoca ci allenavamo per 2 ore 3 volte a settimana. Utilizzai i miei contatti nella federazione del Judo e organizzammo delle dimostrazioni, tra cui una nel 1965 che entrò negli annali: la dimostrazione presso la Scuola di Pubblica Sicurezza di Nettuno. Portammo i tatami su un piazzale all’interno della caserma e attorno avevamo alcune centinaia di aspiranti poliziotti come spettatori. Tada fece un’impressionante dimostrazione con Kawamukai e me come uke e ottenne un grande successo tra i presenti.

SIMONE
Degli aikidoka del tempo chi ricordi?

DANILO
Si stava formando il primo gruppo di appassionati, tra cui ricordo Brunello Esposito di Napoli, Nunzio Sabatino di Salerno, Fausto De Compadri, Francesco Lusvardi e Giorgio Veneri a Mantova, Claudio Bosello a Milano, e Claudio Pipitone a Torino. Grazie a questo primo gruppo l’Aikido mosse i primi passi, al punto che si fu in grado di invitare un secondo maestro giapponese per prendersi cura del meridione, Masatomi Ikeda.

SIMONE
Quali ricordi hai della prima sessione per esami Dan Aikikai che si tenne in Italia?

DANILO
Il primo gruppo di aikidoisti italiani a ricevere la certificazione Aikikai Hombu Dojo fu abbastanza numeroso. Gli esami vennero tenuti dal maestro Tada nel corso dell’anno accademico 1968-69 e qualificarono i primi 19 yudansha di Aikido italiani: Bosello Claudio (Milano), Burkhard Bea (Napoli), Chierchini Carla (Roma), Chierchini Danilo (Roma), Cesaratto Gianni (Roma), De Compadri Fausto (Mantova), De Giorgio Sergio (Roma), Della Rocca Vito (Salerno), Esposito Brunello (Napoli), Immormino Ladislao (Torino), Infranzi Attilio (Cava dei Tirreni), Lusvardi Francesco (Mantova), Macaluso Marisa (Mantova), Peduzzi Alessandro (Milano), Pipitone Claudio (Torino), Ravieli Alfredo (Roma), Sabatino Nunzio (Napoli), Sciarelli Guglielmo (Napoli), Veneri Giorgio (Mantova).
All’epoca gli esami erano molto duri, o almeno a noi pareva così. Io personalmente lo ricordo come un massacro, Tada faceva le cose veramente sul serio e non guardava in faccia nessuno.

Il maestro Tada firma degli autografi (Roma, 1968)

SIMONE
Circola una leggenda metropolitana secondo cui in quei primi anni il maestro Tada fosse molto duro nella pratica. Ti risulta?

DANILO
Assolutamente no. Al contrario i duri erano gli italiani, duri come sassi, perché credevano di essere già diventati delle specie di campioni di Aikido… Il maestro Tada era veramente dotato di un’energia notevole e se avesse voluto giocare a fare il cattivo avrebbe potuto spezzare due-tre principianti a sera, ma ovviamente se ne guardava bene, dato che stava con estrema fatica cercando di costruire la sua scuola.

SIMONE
In questa fase iniziale, quando avete ricevuto i primi approcci da parte del CONI al fine di integrare l’Aikido tra le discipline regolate a livello nazionale, formando un’apposita federazione nazionale riconosciuta dallo stato, come mai si è deciso di tenere l’Aikikai d’Italia fuori dal CONI? Questa decisione si rivelò epocale, sul lungo termine, perché lì è il seme di quello che vediamo a tuttora: dopo quasi 50 anni infatti non esiste in Italia un diploma nazionale di Aikido, non esiste una federazione riconosciuta dallo stato, ecc. ecc. Come è successo? Perché?

DANILO
Furono fatti dei tentativi in quella direzione, che portarono anche ad un tavolo di discussione per portare avanti il progetto. Tuttavia ogni tentativo di accordo andava a cozzare sul fatto che la gestione dell’intero movimento sarebbe dovuta passare al CONI attraverso l’allora Federazione Italiana Atletica Pesante, il che per il maestro Tada era semplicemente inconcepibile. L’idea era che la famiglia Ueshiba fosse proprietaria come di una specie di brevetto, di invenzione. Gli shihan inviati a diffondere gli insegnamenti della famiglia Ueshiba non erano disposti ad alcun compromesso. Cose come federazioni, associazioni democratiche, elezioni dei rappresentanti erano – all’epoca – totalmente aliene in relazione alla cultura e al modo di agire dei maestri giapponesi inviati in occidente dall’Hombu Dojo. Zero, neanche a parlarne. Secondo la legge italiana questo stato di cose era precluso. Ci si arenò quindi sull’impossibilità di coniugare il sistema democratico, previsto dalla legge e proposto dal CONI, con il sistema di gestione piramidale tipico delle arti marziali tradizionali. Così si decise di procedere in modo autonomo rispetto al CONI, cercando di tutelare il lavoro del maestro Tada e allo stesso tempo dando alla nostra associazione una forma legale accettabile per l’ordinamento italiano. Questo fu l’immane lavoro di un amico scomparso da tanti anni, l’avvocato Giacomo Paudice, che dedicò anni di sforzi volti a realizzare questo progetto. Con mio modesto contributo escogitammo un escamotage che consisteva nel costituirci come Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese, di cui l’Aikikai d’Italia era una sezione. Come disciplina di tipo culturale ci staccavamo dal CONI e uscivamo dalla loro sfera di influenza, che si limita alle discipline sportive. Infatti nel 1978 ricevemmo il riconoscimento di Ente Morale su proposta del Ministero dei Beni Culturali.

Chierchini e Yoji Fujimoto scherzano in un non-armonioso kokyunage (Roma, 1984)

SIMONE
Già che abbiamo rimestato nei panni sporchi di famiglia, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su un altro punto estremamente controverso della storia dell’Aikido in Italia. Come è successo che tutti gli aikidoka non conformi alla linea Tada sono stati esclusi dall’Aikikai o gli è stato impedito di partecipare con pari dignità alla vita dell’associazione? Questo è un altro dei semi dei problemi che ancora affliggono la nostra disfunzionale comunità, decenni dopo. Come mai questa associazione che riuscì con le proprie forze a formarsi con tutti i crismi, e che godeva del carisma di uno dei più grandi aikidoka mondiali, non è stata poi capace di gestire il movimento Aikido italiano nella sua interezza? Fin dall’inizio la politica dell’Aikikai fu quella di escludere i non-conformi, politica poi espressasi e consolidatasi con la purga periodica di tutti gli elementi di disturbo di questa conformità. Da dove nasce questo atteggiamento?

DANILO
Questo che hai detto non è che mi piace, ma penso sia quasi inevitabile. Dove ci sono i grandi maestri, ci sono i grandi interessi. Anche su piccola scala, il fenomeno si ripete esattamente uguale, con gelosie e invidie tanto più grandi quanto è più piccola la comprensione tecnica e morale della disciplina. Sinceramente come presidente e dirigente dell’Aikikai d’Italia io non sono stato capace di ovviare a tutto quello che è successo, e anche adesso non sono in grado di immaginare come avrei potuto fare per evitarlo. Io ho avuto la disgrazia di fare il presidente dell’Aikikai d’Italia per parecchi anni, e ho perso amici, tempo e denaro dietro a questi problemi. Gestire le assemblee dell’associazione mi ha messo a rischio di infarto in più di un’occasione.

SIMONE
E’ pertanto esatto dire che man mano la gestione dell’Aikido, la politica dell’Aikido ti hanno ucciso il gusto di praticare Aikido?

DANILO
Forse. Voglio però mettere in chiaro che a me di fare il presidente, di gestire, delle scartoffie non me n’è mai importato assolutamente nulla. Chi mi conosce sa che sono schivo e odio stare in prima fila. Tuttavia, con modestia, in un certo momento storico della comunità aikidoistica italiana, io ero uno dei pochi ad avere le qualità umane e culturali per reggere il peso della gestione e questo peso mi fu affibbiato da altri, a cominciare dai miei maestri. Così è andata a finire che quotidianamente mi sono dovuto occupare della burocrazia necessaria per mandare avanti un’associazione con alcune migliaia di iscritti in un paese come l’Italia. Lo ho fatto per anni, trascurando la mia famiglia, e senza ricevere troppi ringraziamenti, né dai colleghi, né dai maestri. Addirittura ho dovuto sentire gente parlarmi alle spalle, suggerendo l’idea che io traessi vantaggi economici dalla gestione dell’Ente, quando in più di un’occasione ho tappato i buchi con il mio conto in banca. Poi un giorno ne ho avuto abbastanza, e ho tagliato tanto con la politica dell’Aikido, che con l’Aikido.

SIMONE
Dopo 25 anni senza arti marziali, giunto a 82 anni di età, stai meglio o stai peggio?

DANILO
Penso che ci sia un periodo per ogni cosa. Vi è un periodo in cui certe cose si fanno e si prova gusto a farle, e periodi – con il passare degli anni – che questa prospettiva cambia. Gli obiettivi cambiano, le percezioni cambiano. A me le chiacchiere non sono mai piaciute. Da judoka ho fatto l’agonista, non lo storico del Judo. Nell’Aikido ho fatto parte della generazione dei pionieri, con tutto l’entusiasmo e l’energia che ciò ha comportato. Sono rimasto nell’Aikido per quasi 30 anni, ed è normale che la mia visione sia cambiata. Un giorno, quando mi sono accorto che quello che facevo non mi piaceva più, ho semplicemente detto basta. La mia più grande soddisfazione rimane il fatto che ancora oggi, ovunque vada, incontro ex-allievi che mi manifestano il loro affetto e la loro riconoscenza per quello che abbiamo condiviso. Sono orgoglioso della mia reputazione nell’ambiente, come nelle altre cose della mia vita. La reputazione è una cosa che noi lustriamo quotidianamente con le nostre azioni; dopo di che possiamo tranquillamente tirare dritto per la nostra strada, ignorando gli squittii dei ratti che infestano ogni aspetto delle cose umane.

SIMONE
Saliresti ancora sul tatami?

DANILO
Mai.

SIMONE
Mai dire mai?

DANILO
Se salissi sul tatami oggi, lo farei solo per dire o ascoltare un sacco di chiacchiere. Invece sul tatami ci si dovrebbe andare come Ken Otani mi raccontava facessero i vecchi giapponesi: arrivavano, buttavano i vestiti in terra in un angolo, indossavano il keikogi, saltavano sul tatami, facevano un inchino al primo che capitava, si davano una scarica di botte, si rivestivano e se ne andavano. Io la vedo così, il resto sono tutte chiacchiere.

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Intervista a Danilo Chierchini – Parte 1

Il grande vecchio delle arti marziali in Italia

Danilo Chierchini è il grande vecchio delle Arti Marziali in Italia. Pioniere del Judo in Italia negli anni Cinquanta e campione nazionale a squadre nel 1954, fondatore del primo dojo di Aikido regolare in Italia e firmatario della lettera all’Hombu Dojo che portò Hiroshi Tada in Italia negli anni Sessanta, primo Shodan Aikikai in Italia (in compagnia di altri 18 pionieri) nel 1969, direttore del Dojo Centrale di Roma dal 1970 al 1993, socio fondatore e poi Presidente dell’Aikikai d’Italia per 12 anni, 5° Dan Aikikai nel 1979. Una colonna del Budo nel nostro paese, anche se da anni si è ritirato e da un pezzo non dà notizie di sé. Io l’ho stanato nel suo ritiro toscano, e con l’aiuto di un po’ di Vino Nobile di Montepulciano gli ho sciolto la lingua, ma non aspettatevi la classica intervista sull’Aikido…

di SIMONE CHIERCHINI

SIMONE
Partiamo da lontano e poi avviciniamoci a ciò che più ci interessa. La Seconda Guerra Mondiale è finita e c’è una generazione di giovani italiani che è scampata agli orrori della guerra. Un mondo, quello vecchio, è finito distrutto e ora tutto viene rifatto da capo, con l’influsso di migliaia di fattori esterni, principalmente sotto l’ala della cultura americana. Quali sono i tuoi ricordi del Dopoguerra? Come è la situazione in Italia alla fine degli Anni Quaranta?

DANILO
Dopo il passaggio del fronte da parte  delle truppe alleate della V Armata, che aveva assorbito l’esercito coloniale francese – sbaragliato dai tedeschi a suo tempo e quindi presi in carico dagli americani – gli italiani erano rimasti scioccati dalle “imprese” di questi soldati, che si erano distinti soprattutto per le violenze sui civili e gli stupri delle donne. I nostri liberatori, quindi, ci fecero una pessima impressione. Paradossalmente, i tedeschi, che all’epoca occupavano il mio paese, Radicofani, essendo gestiti in maniera ferrea dai loro superiori in termini di disciplina, avevano l’ordine di non infastire in alcun modo la popolazione civile, a meno che ovviamente non fossero armati o collusi con la resistenza. Così il nemico si comportò con noi meglio che l’amico: io avevo 13 anni e ho ancora questo ricordo bruciante dell’impatto con i liberatori. Noi sentivamo la radio badogliana, che trasmetteva da un settore dell’Italia che si era staccato dai fascisti e ricompattato sotto al re, che ci presentava gli americani come i salvatori, l’energia positiva del mondo. Invece sul campo avemmo il trauma tremendo di vedere che i tedeschi, cioè il nemico, i cattivi, erano dei gentiluomini in confronto ai militari della V Armata, che ne fecero assolutamente di tutti i colori.
Potrei citare mille episodi, ma la realtà è questa. Anche se ho 82 anni, purtroppo certi fatti me li ricordo come se fossero accaduti ieri, come rammento perfettamente la delusione cocente che noi tutti provammo. Chi viveva sul lato adriatico d’Italia non dovette sperimentare le nostre pene, in quanto quel settore del fronte fu affidato alle truppe britanniche e del Commonwealth, la cui disciplina era perfetta, mentre noi che eravamo sul lato tirrenico venimmo lasciati in completa balia dei liberatori, al punto che buona parte della gente iniziò subito a chiamarli invasori.

Danilo Chierchini parla della storia italiana del dopoguerra

Sono stati tempi molto duri. Se non fosse stato per l’aiuto concreto a base di centinaia di milioni di dollari da parte degli Stati Uniti, non so se sarei qui a parlare. Gli americani prima ci hanno bastonato, umiliato e mandato della feccia in divisa a combattere sul nostro territorio, poi una volta occupato e preso il controllo del paese, si sono resi conto della fame che imperversava in Italia, che era popolata da legioni di straccioni scalzi. Con l’avvio del Piano Marshall iniziò a piovere dal cielo un’enorme quantità di cibo, vettovaglie e vestiti. Da qui, piano piano, iniziammo a risalire la china. Mi ricordo che all’epoca facevo le medie e la nostra scuola era stata occupata dagli sfollati, quindi facevamo lezione a turno. I banchi erano dei tavolacci su treppiedi, al posto dei quaderni usavamo dei fogli di giornali su cui si scriveva sul bordo, l’illuminazione era una lampadina da 25W che penzolava da un cavo sul soffitto. Sono stati dei tempi veramente duri.
Gli americani ci hanno rimesso in piedi e ci hanno avviato sulla strada della democrazia dopo 20 anni di dittatura fascista, anche se, bada bene, all’italiana, cioè all’acqua di rose. Anche in questo gli italiani sono speciali: prima hanno leccato il posteriore al dittatore per un ventennio, poi lo hanno appiccato per i piedi. L’episodio di Piazzale Loreto è uno dei più bui della nostra storia recente, a mio parere.
La ripresa dallo sfacelo della guerra fu incredibile. Nel giro di pochi anni si passò dalle macerie al boom economico, accompagnato dall’inurbamento di massa. Io stesso lasciai la campagna del basso senese, ove la mia famiglia – che era una famiglia di piccoli possidenti – aveva vissuto per generazioni e mi trasferii a Roma. Tutte le strutture sociali che erano normali fino a prima della guerra crollarono. Chi lavorava la terra smise di farlo, restituì la chiave del podere al padrone e se ne andò a vivere in città. Le campagne si svuotarono di botto, cosa che è visibile ancora oggi, oltre 60 anni dopo. Dopo la fame, la paura, i sacrifici, gli italiani si buttarono con entusiasmo a lavorare. Questa è stata la base della rinascita.

SIMONE
Oltre al denaro americano, non è errato dire che sono arrivati anche i valori americani, che hanno preso il posto di quelli tradizionali nel momento in cui la gente aveva abbandonato il vecchio: anche perché il vecchio aveva portato agli orrori della guerra e agli stenti che ne erano derivati.

DANILO
Non è che avessimo neppure una gran possibilità di scelta. Quello era il sentimento del tempo: tutto quello che era italiano, ogni oggetto italiano era spregiato e considerato inferiore, mentre tutti correvano dietro alle novità che arrivavano dagli USA.

SIMONE
Il cambio del gusto è stato rapidissimo. Nel giro di un decennio ci si trova davanti a tutto un altro mondo, con la conseguenza anche che la gente ha buttato dalla finestra i mobili originali della secolare tradizione italiana per sostituirli con quelli in plastica e formica. Gli italiani hanno buttato via l’acqua sporca del bagnetto e il bambino che ci era dentro.

DANILO
E’ così.

SIMONE
Dopo ogni tragedia c’è un momento di rinascita e grande energia. La vostra generazione ne è stata al centro, caratterizzandosi per il desiderio di vivere, divertirsi, sognare e sperimentare. La vostra generazione è stata la prima a fare cose che precedentemente erano inaudite presso la popolazione media.

Il vecchio samurai nel suo ritiro toscano

DANILO
La generazione della ricostruzione ha fatto miracoli, lavorando con energia ed entusiasmo instancabili. Questo certamente non per motivi puramente patriottici, ma perché l’economia era improvvisamente mutata e anche l’uomo qualunque poteva istruirsi, lavorare e guadagnare bene, cosa che in passato era preclusa ai più. Gli italiani erano fieri di essere in grado di fare, e di essere in grado di guadagnare. Questo significava sul breve termine di poter mangiare a sazietà e vestirsi con eleganza, poi essere in grado di comprare a rate un appartamento in città, una motocicletta, una piccola utilitaria. Vennero vendute decine di migliaia di Fiat Topolino, la gente prese a viaggiare e a fare turismo, ad assaporare il lato buono della vita. Considera che fino a prima della guerra la stragrande maggioranza non aveva mai messo piede fuori dal paese e i più non sapevano cosa fosse il mare! Io, che nel frattempo ero andato a lavorare come geometra a Bari, comprai una Lambretta e ci facevo viaggi pazzeschi tipo Bari-Taranto…
Poco dopo comprai una piccola motocicletta di marca Rumi, una 125cc che era assai ambita perché faceva un rumore strano, come se fosse una macchina da corsa! Per la mia cricca di amici romani il colmo della beatitudine era questo: partire dalle mura romane in cima a via Veneto con le moto smarmittate che facevano un chiasso di inferno e fare tutta via Veneto a velocità da rompere il collo fino giù a piazza Barberini, rischiando di ammazzare pedoni e passanti. Altri tempi, ci sentivamo ed eravamo senza limiti.

SIMONE
Raccontaci del tuo on-the-Road Roma-Siviglia.

DANILO
A metà anni Cinquanta prendemmo in affitto una Fiat 1100 che faceva ridere solo a vederla, e decidemmo di andare a visitare la Spagna. All’epoca il paese era sotto la dittatura franchista ed era ridotto alla fame. Spaventati da quello che si sentiva dire sulle condizioni della Spagna sotto Franco, riempimmo la nostra 1100 di pezzi di ricambio, perché in caso di guasto non saremmo stati in grado di trovarli nella penisola iberica. Infatti le leggi spagnole al tempo vietavano l’importazione di beni di lusso dall’estero, e le automobili erano ritenute tali: il parco macchine spagnolo era costituito da mezzi antidiluviani. La Spagna che vedemmo noi era un paese meraviglioso, incontaminato, genuino. Dato che avevamo due lire in tasca, prendemmo anche un aeroplano da Barcellona a Palma de Maiorca che all’epoca era un semplicissimo villaggio di pescatori con un fascino spettacolare. Con la caduta di Franco e l’entrata di nuove idee e molto capitale alcuni di questi posti divennero tra i più famosi per il turismo europeo.

SIMONE
Come mai un incallito non fumatore è finito a lavorare per la Manifattura dei Tabacchi dei Monopoli di Stato?

DANILO
Dopo aver preso il diploma di geometra vinsi un concorso e come prima destinazione il 1° Settembre 1952 mi spedirono alla Manifattura dei Tabacchi di Bari come geometra addetto alla manutenzione. Vivevo a Bari Vecchia, davanti al Castello Svevo; le condizioni del quartiere erano pazzesche, sembrava di stare in un paese del terzo mondo… Per fare un esempio illuminante, dato che le case non avevano impianti igienici, al mattino un piccola autobotte faceva il giro dei vicoli, e fuori dalla porta dei bassi c’era un secchio di liquami pronti ad attendere i poveri addetti. D’altra parte la mia camera d’affitto era in una posizione meravigliosa, con un panorama da sogno e il lusso del bagno e dell’acqua corrente. L’esperienza di Bari per me fu un punto di svolta: avevo 20 anni e due soldi nel portafoglio, la vita mi sorrideva. A volte a mezzanotte con altri amici prendevamo una barca e dal porto vecchio ci dirigevamo al largo; qui buttavamo l’ancora e ci divertivamo a fare il bagno e a vedere le luci del famoso lungomare di Bari, l’orgoglio dei baresi. Mi ricordo ancora che in dialetto dicevano: “Se Parigi teniv ‘u mareiev ‘na piccola Bari”.

Fine della Prima Parte
(Continua)

Leggi la Seconda Parte dell’Intervista

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Le Persone Che Hanno Contribuito A Creare l’Aikikai d’Italia

Tai no Henko: Hiroshi Tada e Danilo Chierchini, Roma 1968

Questo articolo, scritto dal Direttore Didattico dell’Aikikai d’Italia Tada Hiroshi fu pubblicato per la prima volta sulla rivista Aikido Tankyu N. 5 il 20 gennaio 1993 con il titolo Italia Aikikai-wo tsukutta hitobito. In esso Tada Sensei rende tributo alle persone che lo hanno assistito nella fondazione e consolidamento della sua creatura/associazione dai faticosi inizi ai successi degli anni novanta

di TADA HIROSHI

Quando sento parlare di diffusione dell’Aikido all’estero, nella mia mente si affollano i ricordi della festa di commiato in cui O’Sensei sedeva attorniato dai suoi migliori allievi che si apprestavano a partire per l’estero: il Sig. Mochizuki, il Sig. Tohei, il Sig. Abe, il suono del gong e il fischio della sirena che annunciavano la partenza della nave dalla banchina del porto di Yokohama.
A queste memorie si sovrappone il ricordo del giorno in cui, agli inizi degli anni ’30, mio padre parti’ per andare in Occidente a bordo della Tatsutamaru. Fu in quell’occasione che, mentre mi sforzavo affannosamente di colpire la nave con delle stelle filanti (malgrado i miei slanci non riuscissero minimamente nel loro scopo), ebbi la vaga sensazione che anch’io un giorno sarei andato all’estero. Questo mio sogno si venne a realizzare ne1 1964.
A quel tempo tutti coloro che si recavano all’estero per diffondere professionalmente l’aikido, erano tenuti a rispettare tre regole:
1) partire da soli;
2) comprare un biglietto di sola andata;
3) non portare con se’ soldi, nè farseli spedire o guadagnarseli lavorando.
Osservando alla lettera queste tre regole, lasciai la mia casa di Jiyugaoka con 250 dollari in tasca poco prima che finissero le Olimpiadi di Tokyo.
Partii senza avere programmi ben precisi, la mia idea era, in linea di massima, di andare in ltalia e poi passare per l’America prima di tornare in Giappone.
Il primo giapponese che fece conoscere l’esistenza dell’Aikido in ltalia fu il Sig. Abe Tadashi, che svolgeva la propria attività aikidoistica in Francia, cui fecero seguito la scultrice, Sig.na Onoda Haru, e il Sig. Kawamukai che si recò a Roma per turismo.
Quando arrivai a Roma, il 26 ottobre del 1964 conobbi il Sig. Danilo Chierchini, allora responsabile del club-dopolavoro del Monopolio di Stato dei Tabacchi situato a Trastevere, e iniziai gli allenamenti nel suo Dojo. Un paio di settimane dopo, tenni una dimostrazione presso la Scuola di Pubblica Sicurezza di Nettuno e un corso speciale di Aikido, che durò due mesi, promosso dal Ministero degli lnterni. Fu cosi che la mia attivita aikidôistica in Europa ebbe il suo inizio.
A quei tempi viveva a Roma il prof. Mergé, che aveva frequentato lo ”Ueshiba Dojo” nel periodo in cui aveva lavorato presso l’Ambasciata ltaliana di Tokyo durante la guerra. Alcuni fra i suoi allievi dell’Ismeo di Roma, che avevano sentito parlare del Maestro Ueshiba Morihei dal professore, vennero subito ad iscriversi.

Pasquale Aiello e Stefano Serpieri, Roma 2002

Grazie all’aiuto di uno di questi allievi, il Sig. Stefano Serpieri, fu in seguito possibile spostare la sede del Dojo in un edificio di proprietà del demanio. Quest’edificio, circondato sui quattri lati dai resti delle mura dell’antico acquedotto romano, dal Museo Militare e dagli uffici dell’Acquedotto, la sera rimaneva completamente immerso nel silenzio. L’attuale Scuola Centrale dell’Aikikai d’Italia continua ad essere situata ancora oggi nello stesso edificio (da diversi anni il dojo e’ chiuso, essendo i locali tornati al demanio, NdR).
In quel periodo io alloggiavo in una stanza adiacente al tatami situata sotto una scala che gli allievi chiamavano “la grotta del Maestro”.
L’anno seguente mi venne richiesto di iniziare dei corsi a Napoli e a Salerno, decisi cosi di chiamare dal Giappone il Sig. Ikeda Masatomi (attualmente 7° Dan – Direttore didattico dell’Aikikai de11a Svizzera) (ritiratosi dall’insegnamento da diversi anni a causa di una grave malattia, NdR) del Dojo di Jiyugaoka. Un anno dopo il Sig. Nemoto Toshio, laureatosi presso l’ universita di Waseda, che venne in ltalia al ritorno da un soggiorno di studi in America, accettò l’incarico di seguire la diffusione dell’aikido a Torino, nel nord ltalia, dove ha vissuto per alcuni anni (attualmente il Sig. Nemoto svolge l’attività di amministratore presso la societa giapponese Akai Denki. In quel periodo, il Sig. Brunello Esposito, il Sig. Pasquale Aiello e il Sig. Auro Fabbretti, che attualmente posseggono il grado di 5° Dan, iniziarono a praticare.
Nel 1968 tenni il primo raduno Internazionale di Aikido al Lido di Venezia. Tale raduno, durante il quale condussi per la prima volta gli esami di grado Dan, si rivelò un grande successo ma, allo stesso tempo, un notevole disastro sotto l’aspetto economico, a tal punto che non fu possibile neppure coprire le spese di trasporto per ritornare a Roma e a Torino.
Dal terzo anno in poi, dell’organizzazione di questo raduno estivo si venne ad interessare il Sig. Giorgio Veneri di Mantova, che ha continuato fino ad oggi ad essere il responsabile di tale manifestazione, attualmente svolta ogni estate a Coverciano.
Pur avendo sempre cercato di fare del mio meglio, dedicandomi con tutte le mie forze all’attivita di diffusione dell’Aikido, occorsero ben sei anni prima che l’Aikikai d’Italia assumesse una struttura stabile e che riuscissi ad acquistare un biglietto aereo per tornare in Giappone.
Ciò accadde perché si decise di non appoggiarsi alla federazione del Judo, né ad altre organizzazioni sportive per la diffusione dell’Aikido.
Se l’Aikido si fosse diffuso attraverso queste organizzazioni, probabilmente si sarebbe potuto incrementare di molto il numero degli iscritti, ma ciò avrebbe senz’altro comportato la creazione di un’associazione dalle caratteristiche completamente differenti rispetto a quella attuale.
Quegli anni furono per me brevi ma allo stesso tempo lunghissimi. Nel frattempo erano scomparsi il Maestro Ueshiba Morihei e l’altro Maestro che aveva fortemente influenzato la mia formazione, Nakamura Tempu.
Anche mio nonno, al quale ero estremamente legato, scomparve durante lo stesso periodo. In seguito a questa triste circostanza, nel momento stesso in cui arrivai all’aeroporto di Haneda venni assalito da una grandissima emozione. Dopo essere tornato a casa, mi recai subito a visitare la tomba di O’Sensei a Tanabe per annunciare al Maestro il mio ritorno in patria.

Roma, 1975: Yoji Fujimoto, Kano Yamanaka, Hiroshi Tada, Hideki Hosokawa

Nel corso dello stesso anno tornai un’altra volta in ltalia ma, in seguito al mio matrimonio con la violinista Yamakawa Kumi, laureatasi presso l’Universita di Belle Arti di Tokyo (Tokyo Geijutu Daigaku), matrimonio celebrato nel dojo di Roma, e in previsione della nascita di nostro figlio, che desideravamo crescesse in Giappone, decisi di fissare stabilmente la mia residenza a Tokyo. Da allora ho iniziato a trascorrere complessivamente sei mesi all’anno in Europa e, superando tutte le difficoltà che ciò comporta, ho scelto di vivere fino ad oggi un’esistenza scissa a meta fra il Giappone e l’Italia.
In seguito, il Sig. Fujimoto Yoji, laureatosi presso l’Università Nihon Taiikudaigaku, e il Sig. Hosokawa Hideki, del dojo di Jiyugaoka, si recarono rispettivamente a Milano e a Roma, dove, per più di vent’anni, con grande perseveranza hanno dedicato tutta la loro vita, insieme ai loro familiari, alla pratica dell’Aikido. Ad entrambi vorrei esprimere la mia riconoscenza per aver sostenuto l’Aikikai d’Italia nel corso di tutti questi anni. Successivamente il Sig. Yamanaka Kano, il Sig. Nomoto Jun e il Sig. Imazaki Masatoshi hanno soggiornato in ltalia in veste di istruttori in periodi diversi.
In seguito decisi di fare dell’Aikikai d’Italia un’associazione che, similmente all’Aikikai giapponese, avesse personalità giuridica e fosse ufficialmente riconosciuta dallo Stato; a tal fine donai quindi il mio dojo di Roma all’Aikikai d’Italia e iniziai ad interessarmi attivamente affinché tale dojo ottenesse il riconoscimento ufficiale in quanto Scuola centrale. Con la preziosa collaborazione di alcune cinture nere, ma soprattutto grazie agli sforzi durati un decennio dello scomparso avvocato Giacomo Paudice di Roma, l’Aikikai d’Italia, in quanto Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese ottenne la qualifica di Ente Morale, con il decreto del presidente della Repubblica italiana n. 526, l’8 luglio del 1978.
Attualmente all’Aikikai d’Italia sono affiliati dojo situati in 80 citta italiane, con un numero di circa 4000 iscritti, senza includere le svariate migliaia di persone che hanno praticato nel passato. Il grande impegno con cui queste decine di migliaia di persone si sono allenate nel corso di tutti questi anni, è stato e continuerà in futuro ad essere di forte incoraggiamento per la pratica dell’Aikido.

Vedi Foto Cronaca Tada Sensei a Roma 1968, Demo Salesiani
Leggi Descrizione dei Tempi Eroici dell’Aikido a Roma Parte 1 e Parte 2

Traduzione dal giapponese di Daniela Marasco
Tratto dal sito http://www.asahi-net.or.jp/~yp7h-td/creait.htm

Come Cominciò…

Hiroshi Tada e Danilo Chierchini sul tatami della S.S. Monopoli Judo Roma (1964)

Scavando negli archivi di famiglia, ho ritrovato questa perla, una descrizione dell’inizio dell’Aikido in Italia, scritta nel 1980 da mio padre, Danilo Chierchini , per la rivista “Aikido” dell’Aikikai d’Italia. Assolutamente da non perdere!

di DANILO CHIERCHINI

A 16 anni dall’arrivo in Italia del Maestro Tada uno dei suoi primi allievi ci racconta come comincio’… (l’articolo è stato scritto nel 1980 NdR)

Motokage Kawamukai

II telefono squillò a lungo nella notte e mi alzai per andare a rispondere trascinando le pantofole sul pavimento: era il Maestro Betti che mi disse a bruciapelo: «Qui da me c’e un giovane giapponese appena arrivato da New York, vorrebbe fare Aikido e cerca una palestra, t’interessa? a proposito, parla bene l’inglese ».
Cosi, alla maniera di certi romanzi gialli iniziò la vicenda dell’Aikido in Italia ai primi del 1964; all’epoca mi occupavo di Judo ed ero responsabile di una palestra aziendale nel cuore del vecchio Trastevere, la S.S. Monopoli Judo, da me fondata e diretta con alterna fortuna fin dal 1955.
Dell’Aikido non sapevo quasi nulla, ero rimasto impressionato da un bellissimo documentario televisivo imperniato sul Maestro Ueshiba, avevo visto una esibizione un po’ meno… impressionante della Sig.na Onoda, una scultrice giapponese operante in Roma e infinte, spinto dalla curiosità, decisi di tentare l’esperienza.
II 18 febbraio 1964 il Sig. Kawamukai, cosi si chiamava « il giovane giapponese » impartì la prima lezione di Aikido a quattro persone; a me, a mia moglie e ad un’altra coppia, formata da un mio collega d’ufficio con relativa consorte.
II corso si rinfoltì subito con « judoisti delusi », ragazze che ritenevano il Judo poco adatto al giusto sviluppo di spalle ed anche, e cosi via; il Maestro Kawamukai nel corso di estenuanti, per me, conversazioni in inglese, cercava di farci capire l’essenza dell’Aikido, dato che all’epoca tale arte veniva sbrigativamente qualificata: «una specie di difesa personale molto adatta a donne e bambini».
Nell’estate facemmo venire dalla Francia il Maestro Nakazono VI dan il quale, ahimè, anziché portare nuovi lumi alle nostre conoscenze, aumentò 1a nostra confusione tenendo una dotta conferenza in nippo-francese sul Ki in quanto espressione dell’energia presente nell’universo.
Dopodiché i corsi vennero interrotti, un po’ per le vacanze estive e un po’ per dare inizio a lavori di ampliamento e restauro della palestra.
II Maestro Kawamukai però, implacabile, ci costrinse a prendere alcuni tatami polverosi e bitorzoluti ed a trasferirli in un locale adibito a magazzino nelle adiacenze della sala del Dojo: qui alcuni fedelissimi continuarono ad esercitarsi.
Fu in questi frangenti che riapparve il Maestro Betti, questa volta accompagnato dal Maestro Kobayashi arrivato fresco fresco dal Giappone per rendersi conto dello sviluppo dell’Aikido in Europa: come prima tappa in Roma deve avere avuto, di tale sviluppo, un ricordo indimenticabile: tra mucchi di detriti dovuti ai lavori di restauro, infissi rotti e polvere ovunque, fece un solenne ingresso nel locale dove si aggiravano quattro o cinque persone più che altro attente a non fare cadute sui tatami per evitare le nuvole di polvere che ogni volta si sollevavano dagli stessi.
Comunque, imperturbabile, il Maestro fece la sua lezione, con foto ricordo finale e la visita romana si concluse in una pizzeria di Trastevere.
A questo punto, vuoi per l’episodio Kobayashi, vuoi per la stasi estiva delle attività, i rapporti tra me ed il Maestro Kawamukai entrarono in crisi; secondo lui occorreva fare subito qualcosa di esplosivo per il rilancio dell’attività nell’incombente autunno quando i locali sarebbero stati pronti ad accogliere gli aspiranti aikidoisti.

Hiroshi Tada dimostra alla Scuola di Polizia di Nettuno (1964)

Alla fine dal cervello vulcanico del Maestro Kawamukai (aveva allora diciotto anni!) sortì la grande idea: occorreva fare venire dal Giappone un grande Maestro la cui personalità ed esperienza avrebbero finalmente dato il via all’espansione dell’Aikido in Italia: tale maestro si chiamava Hiroshi Tada: la sua bravura veniva sintetizzata da Kawamukai con la frase: « He’s terrible! ».

E cosi’ avemmo il coraggio di scrivere al Maestro Tada proponendogli di venire, a sue spese, in Italia ad insegnare aikido; ma la cosa più stupefacente, date le premesse, fu che lui accettò, atterrò a Fiumicino il giorno 28 ottobre 1964 ed il giorno successivo inizio’ i corsi di aikido presso la S. S. Monopoli Judo, corsi che ebbero durata fino all’estate del 1967, data del passaggio dell’attivita presso l’attuale Dojo Centrale.
Fu cosi che ebbe inizio finalmente quel processo di espansione dell’attivita aikidoistica che, attraverso varie traversie e difficoltà, culmino’ felicemente dopo 14 anni con il riconoscimento giuridico dell’Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese – Aikikai d’ltalia, da parte dello Stato italiano.
La storia di questi 14 anni e’ cosa lunga ed anche interessante da raccontare e prima o poi qualcuno la scriverà: mi preme ora soltanto narrare un’esperienza personale che penso possa interessare le giovani leve aikidoistiche; vorrei raccontare in che modo riuscii finalmente ad afferrare il vero spirito dell’arte marziale che ci interessa.
Era la primavera del 1965 e tramite le mie conoscenze nell’ambiente judoistico riuscii a presentare il Maestro Tada al comandante della scuola di Pubblica Sicurezza di Nettuno.
Si riuscì ad organizzare una esibizione di aikido nel dojo della scuola di P.S., famosa per avere una squadra di Judo di importanza nazionale, presenti i maggiori dirigenti della scuola e con tutte le cinture nere di Judo della stessa sul tatami.
L’esibizione fu talmente convincente che fu ripetuta nel pomeriggio all’aperto presenti tutti gli allievi di P.S. della scuola: inoltre il Maestro Tada venne incaricato di insegnare, alle sole Cinture Nere di Judo, difesa personale ed aikido presso il dojo della P.S.
Tornando alla dimostrazione della mattina dirò che il Maestro Tada venne sottoposto ad ogni sorta di attacco con e senza armi; facevano da Uke alcuni grossi campioni di Judo (grossi anche perche alcuni superavano abbondantemente il quintale di peso) ed il tipo di attacco veniva richiesto dagli ufficiali che assistevano alla esibizione seduti ai bordi del tatami, divertendosi un mondo a vedere i loro compagni in difficoltà perche sottoposti a dolorose leve, disarmati con facilità, proiettati con grazia e cosi via.
Infine fu chiesto a due gigantesche guardie di afferrare con entrambe le mani i polsi del Maestro, cosa che fu puntualmente eseguita con decisione ed un pizzico di cattiveria; al che il Maestro Tada ridendo (e qui ebbi la illuminazione) replicò con la tecnica appropriata torcendo i polsi dei due Uke fino a farli inginocchiare gementi di dolore.
Ridendo, ripeto e non urlando, facendo la faccia feroce o scomponendosi nello sforzo, ma con la ben nota ed indimenticabile risatina che chi ha avuto la fortuna di frequentare il Maestro per tanti anni, conosce bene.
Fu cosi che capii (o cominciai a capire) l’essenza dell’Aikido «quella specie di difesa personale molto adatta a donne e bambini».

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Copyright Danilo Chierchini ©1980-2011
Tratto da Aikido, Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese, 1980
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita 

36 Anni ed E’ Ancora un Gran Divertimento – Intervista a S. Chierchini

Y. Fujimoto & S. Chierchini

Yoji Fujimoto & Simone Chierchini sul tatami (Coverciano, 1987)

36 anni dopo l’inizio da bambinetto nel dojo di Tada Sensei a Roma, passando poi al periodo adolescenziale con Hosokawa Sensei nel Dojo Centrale Aikikai a Roma, continuando a crescere a Milano con il suo principale mentore, Fujimoto Sensei, maturando nel modo più duro in Irlanda, ove fonda la sua organizzazione e ottiene riconoscimento diretto dall’Aikikai Hombu Dojo… sono passati 36 anni ma è ancora un gran divertimento! Il figlio di Chierchini Sensei, Luke, 10 anni, assistito da nonna Carla, la prima donna italiana a conseguire il Nidan in Aikido, chiede al suo papà il perché in occasione del conseguimento del 5 Dan (2008)

English Version

di LUKE CHIERCHINI & CARLA SIMONCINI

LUKE:
Ciao Sensei, tutti i miei amici della lezione dei bambini vorrebbero sapere da dove vieni.

SENSEI: Sono di Roma, in Italia. Mi sono trasferito in Irlanda soltanto 12 anni fa.

LUKE:
Perché hai deciso di venire in Irlanda?

SENSEI: Perché era bella e verde e piena di gnomi felici come te! Sto scherzando, sono venuto qui perché all’epoca mi piaceva. E tu cosa ne pensi dell’Irlanda?

LUKE:
Mi piace, a parte il tempo. Mi piace vedere tutta l’erba verde intorno e la vista delle colline da casa mia. Che età avevi quando hai iniziato Aikido?

SENSEI: Avevo 8 anni e andavo a lezione con tuo nonno Danilo.

LUKE:
Tuo padre faceva Aikido come te?

Chierchini father & son in 1969 (Rome)

SENSEI:
Sì, mio padre è stato uno dei principali maestri del Dojo Centrale di Aikido di Roma. Non mi ricordo molto di quel periodo a parte il fatto che sul tatami ero un gran rompiscatole! Ho un chiaro ricordo di una particolare lezione quando mio padre dovette interrompere il seiza iniziale per dire: “Se riesco a trovare ‘sto merlo gli sparo sul posto”, perché io stavo fischiettando per conto mio, completamente a mio agio nei miei zufolamenti… mi ricordo che mi piaceva molto di stare con gli adulti e di viaggiare verso altri luoghi in occasione dei seminari.

LUKE:
Quale è il nome del tuo maestro di Aikido?

SENSEI:
Ho avuto più di un insegnante. Da bambino ho fatto il mio 10° Kyu con Tada Sensei, che è probabilmente un record mondiale! Poi per un po’ sono stato nel gruppo dei bambini di Hosokawa Sensei, sempre a Roma. Era appena arrivato dal Giappone e all’inizio capiva poco l’italiano. Di solito lo facevamo diventare matto, povero sensei! Una volta persino credette che un ragazzino se la fosse fatta sotto nel keikogi. Invece questo bambino aveva nascosto una tavoletta di cioccolato nei calzoni e durante le tecniche di riscaldamento questa si era squagliata…

LUKE:
Come facevate a capire quello che il maestro diceva, se a mala pena parlava l’italiano?

SENSEI:
Non capivamo una parola! Anche perche’ eravamo troppo impegnati a ridere tutto il tempo invece di osservare quello che stava succedendo. Man mano il povero sensei miglioro’ nella sua comprensione della lingua italiana e ce la fece pagare per essere stati dei fastidiosi marmocchi rompendoci la schiena con tonnellate di esercizi in stile carcere militare…

LUKE:
Hai detto che hai avuto altri insegnanti. Chi erano? Erano italiani o giapponesi?

SENSEI:
Entrambi. Inizialmente, da ragazzo, ho imparato molto da due maestri italiani del Dojo di Roma, Roberto Candido alias Bob Rock e Ivano Zintu o l’Aikido bulldozer. Come suggeriscono i loro soprannomi, erano aikidoisti con cui era meglio non discutere. Purtroppo lo ho dovuto fare, spesso e volentieri. Per costituzione sono sempre stato leggero e flessibile e mi hanno sempre chiamato per fare ukemi durante lezioni o manifestazioni. Anche Hosokawa Sensei lo ha spesso fatto, aggiungendo pena su pena a quella punizione retroattiva di cui ti ho parlato prima… Quando avevo 20 anni, fresco di Shodan mi sono trasferito a Milano, dove sono rapidamente diventato molto vicino a Fujimoto Sensei. Lui e’ stato il mio modello come insegnante di Aikido per lungo tempo e anche se io ora seguo la mia strada, gli sono molto grato per tutti i suoi insegnamenti e per il bellissimo periodo che ho trascorso durante i miei 10 anni milanesi.

LUKE:
Che Dan sei adesso, Sensei?

SENSEI:
Recentemente sono stato promosso a 5° Dan da Tada Sensei, che era l’insegnante di Aikido di mio padre e mia madre tanto tempo fa, prima ancora che tu e la maggior parte degli allievi adulti del nostro dojo fossero nati. Lo ho seguito più o meno per tutta la mia vita nell’Aikido, ma solo a una certa distanza, perché il mio Aikido è più centrato sulla costruzione di una forte relazione interpersonale piuttosto che su una qualche ricerca spirituale non troppo ben identificata. Non mi piace la religione organizzata, in particolare sui tatami dell’Aikido. Questo è forse un po’ troppo difficile per te, mio caro pupotto. Che Kyu sei, Luke?

Luke & Simone Chierchini a Sligo (IRL), 2005

LUKE:
Io sono 7°Kyu. Ho fatto gli ultimi esami a giugno di quest’anno.

SENSEI:
Ottimo, complimenti! Da quanto tempo ti alleni?

LUKE:
Ho iniziato a fare Aikido quando avevo 3 anni, quindi significa che mi alleno già da 7 anni. Tu quando hai iniziato?

S. Ho iniziato nel 1972, quando avevo 8 anni. Mi ci sono voluti 36 anni per diventare 5° Dan! Sarei stato fuori di prigione prima se avessi ucciso JFK…

LUKE:
Perché ci e’ voluto così tanto per arrivare al 5° Dan?

SENSEI: In primo luogo perché proprio come te ho iniziato molto giovane, in secondo luogo perché il mio papà è stato il presidente dell’Aikikai d’Italia e quindi a me nessuno ha mai fatto uno sconto. I miei maestri da sempre mi hanno reso molto difficile la vita e mi hanno anche bocciato un paio di volte agli esami. Il motivo principale però e’ che l’Aikikai, la nostra scuola, ha un sistema di promozione ai gradi superiori alquanto ingiusto. La maggior parte degli insegnanti anziani somiglia a quei ragazzini bulletti che non vogliono mai passarti la palla in una partita di calcio, non importa quanto sei bravo…

LUKE:
Oltre all’Aikido hai mai praticato qualche altra arte marziale?

SENSEI:
Sì, ho praticato per un bel po’ il Ken-jutsu dello stile Katori Shinto Ryu, che è una delle più famose scuole di spada in Giappone. Ho un Shodan del Sugino Ryu, anche se non seguo più la scuola. Il Ken-jutsu mi ha fortemente aiutato a sviluppare il mio Aikido negli ultimi 12 anni, più che seguire i Sensei di Aikido. Quando ero un bambino ho fatto anche un po’ di Judo.

LUKE:
Perché hai deciso di smettere di fare Judo e continuare con l’Aikido, invece?

SENSEI:
Mio padre era un ottimo insegnante di Judo. Un giorno ha sentito parlare dell’ Aikido, ma al tempo non c’era ancora nessun maestro di Aikido residente in Italia. Poi ha avuto fortuna, perche’ nel 1964 un amico della federazione di Judo lo presentò a un giovane giapponese di nome Kawamukai che era un 3° Dan di Aikido. Insieme fondarono il primo Dojo di Aikido italiano all’interno del Dojo di Judo di mio padre, il Monopoli Judo Club di Roma.

Con Kisshomaru Ueshiba e Yoji Fujimoto a Karlsrue (D), per i World Games 1989

Pochi mesi dopo i due invitarono ufficialmente il Maestro Tada a insegnare in Italia. Mio padre divenne pazzo per l’Aikido e il Judo spari’ dalla scena tanto per lui quanto per me.

LUKE:
Ti sei mai infortunato gravemente facendo Aikido?

S. Ho avuto un paio di brutti infortuni, ma fa parte del business se si sta sul tatami per 36 anni, non è vero? Tu pensi che l’Aikido sia pericoloso?

LUKE:
No, ma può esserlo se non si sta molto attenti e non si seguono le istruzioni del maestro.

S. Esatto!! Ben detto Luke.

LUKE:
Qual è la cosa più importante nell’Aikido?

SENSEI:
Uuuuuuuh! Ora, questa si che è una domanda … Qual è la cosa più importante nel gelato? Tu cosa ne pensi? Secondo te quale e’ la cosa più importante nell’Aikido?

LUKE:
Penso che le cose più importanti dell’Aikido siano la respirazione e fare movimenti morbidi.

SENSEI:
Un buon punto di vista, sicuro. Ricorda però che per ogni allievo di Aikido la cosa più importante è diversa. Quindi, questa deve essere la cosa più importante dell’Aikido

Pubblicato la prima volta su Aikido Organisation of Ireland Newsletter, Issue 15 – Summer 2008

Copyright Simone Chierchini ©2008-2011Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
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36 Years on and it is Still Great Fun – Interview with S. Chierchini

Y. Fujimoto & S. Chierchini

Yoji Fujimoto & Simone Chierchini playing on the mats (Florence, 1987)

36 years since the beginning, as a little child in Tada Sensei’s class in Rome, passing next to Hosokawa Sensei’s years in Rome Aikido Central School as an adolescent, continuing to grow in Milan with his main mentor, Fujimoto Sensei, maturing the hard way in Ireland, starting up his own organisation, going his own way and receiving Hombu Dojo recognition… 36 years on and it is still great fun! Chierchini Sensei’s son, Luke, assisted by Grandma Carla, the first Italian woman to reach Nidan, asks his dad why

Versione Italiana

 

 

by LUKE CHIERCHINI & CARLA SIMONCINI

LUKE:
Hi Sensei, all my friends from the kids class would like to know where are you from.

SENSEI:
I am from Rome, Italy. I only came to Ireland 12 years ago.

LUKE:
Why did you decide to come to Ireland?

SENSEI:
Because it was lovely and green and crowded with happy leprechauns like you! Only kidding, I came here because at the time I liked it. What do you think about Ireland yourself?

LUKE:
I like it apart from the weather. I love to see all the green grass around and the view of the hills from my home. What age were you when you started Aikido?

SENSEI:
I was 8 years old and I used to go training with my dad.

LUKE:
Was your dad doing Aikido as well as you?

Chierchini father & son in 1969 (Rome)

SENSEI:
Yes, my dad was one of the main teachers of Roma Aikido Central School. I don’t remember much about that time apart from the fact that I was a nuisance on the mats! I have a clear memory of one particular class when my father had to stop the seiza and say: “If I can manage to find that blackbird I’ll shoot him on the spot!”, because I was whistling along, all happy with myself… I remember enjoying being with the grown-ups and travelling to other places for courses.

LUKE:
What is the name of your Aikido teacher?

SENSEI:
I had more than one teacher. As a child I did my 10th Kyu with Tada Sensei, which is probably a world record! Then for a while I was in Hosokawa Sensei’s children’s class, always in Roma. He had just arrived from Japan and at the beginning had very little Italian. We used to drive him crazy! Once he thought that a boy had done his jobbies in his suit. Instead this boy had hidden a chocolate bar in its bottoms and it had melted during the warm-ups…

LUKE:
How did you understand what he was saying if he had little Italian?

S. We did not understand a word! Also we were too busy laughing all the time to notice what was going on. The poor Sensei eventually became more fluent and he made us pay for being brats by breaking our backs with tonnes of prison-style exercises…

LUKE:
You said that you had other teachers. Who were they? Were they Italian or Japanese?

SENSEI:
Both. Earlier on, as a teenager, I learned a lot from two Italian teachers of the Roma Dojo, Roberto Candido aka Bob Rock and Ivano Zintu or the Aikido Bulldozer. As their nicknames suggest, these were guys you didn’t want to mess with. Unfortunately I had to, all the time. I happened to be light and flexible and they always called me for taking ukemi during class or demonstrations. Hosokawa Sensei did too, adding up to that retroactive punishment that I mentioned with you before… When I was 20 and Shodan, I moved to Milan, where I quickly became very close to Fujimoto Sensei. He has been my role model as an Aikido teacher for a long time and even though I now follow my own path, I am very grateful to him for all his teachings and for the good time I had in my 10 Milano years.

LUKE:
What Dan are you now, Sensei?

SENSEI:
I have been recently promoted to 5th Dan by Tada Sensei, who was my mum and dad’s Aikido teacher a long time ago, even before you and most of the adult students of our dojo were born. I have been following him on and off for my entire Aikido life but only loosely, as my Aikido is more centred on building up a strong relationship with people than on some not too well identified spiritual research. I don’t like religion, especially on the Aikido mats. That’s maybe a touch too difficult for you, my dear baba. What grade are you, Luke?

Second and third generation Chierchini in Aikido: Luke & Simone in Sligo (IRL), 2005

LUKE:
I am 7th/6th Kyu. I graded in June this year.

SENSEI:
That’s very good, congratulations! How long have you been training for?

LUKE:
I started when I was 3, so that means I have been training for 7 years now. How long have you been training?

S. I started in 1972 when I was 8. It took me 36 years to become 5th Dan!!! I would have been out of jail earlier if I had killed JFK…

LUKE:
Why did it get you so long to get to 5th Dan?

SENSEI:
Firstly because just like you I started very young, second because my dad being the chairman of the Italian Aikikai I got no discounts. My teachers always made it very hard for me and failed me a few times. Most of all, it depended on the fact that the Aikikai, our school, has a very unfair grading system. Most senior teachers are like those bully boys who never want to pass you the ball in a football match, no matter how good you are.

LUKE:
Apart from Aikido did you ever do any other martial art?

SENSEI:
Yes, I have been practicing Ken-jitsu of the Katori Shinto Ryu style for quite a while; that is one of the most famous sword schools in Japan. I have a Shodan of the Sugino Ryu even though I don’t follow the school anymore. Ken-jitsu has greatly helped me to develop my Aikido in the last 12 years, more than following any Aikido Sensei. When I was a young child I did a bit of Judo too.

LUKE: Why did you decide to stop Judo and do Aikido instead?

SENSEI:
My dad used to be a very good Judo teacher. One day he heard of Aikido but there was no Aikido teacher in Italy yet at the time. Then he got lucky when a Judo friend introduced him with a young Japanese named Kawamukai who was a 3rd Dan of Aikido. They started together the first Italian Aikido Dojo in my father’s Monopoli Judo Club in Rome.

With Kisshomaru Ueshiba & Yoji Fujimoto in Karlsrue (D), World Games 1989

A few months later they called Tada Sensei to teach in Italy. My dad became Aikido mad and Judo was gone for both of us.

LUKE:
Were you ever badly injured doing Aikido?

SENSEI:
I had a couple of injuries all right but that is part of the business if you are on the mats for 36 years, isn’t it? Do you think that Aikido is dangerous?

LUKE:
No, but it can be if you are not very careful and don’t follow the instructions.

SENSEI:
That’s it, very well said Luke.

LUKE:
What is the most important thing about Aikido?

SENSEI:
Uuuuuuuh! Now, that’s a question… What is the most important thing about ice cream? What do you think?

LUKE:
I think the way you breathe and soft movements are the most important things in Aikido.

SENSEI:
That’s a good point. Remember though that for each Aikido student the most important thing is a different one. So that must be the most important thing about Aikido…

First published on the Aikido Organisation of Ireland Newsletter, Issue 15 – Summer 2008

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