The Lost City Trek – Part 6

Village KogiIt’s the third day of our trek to the Lost City and we meet a Kogi settlement, where I play convincingly the role of  jungle doctor

Seven o’ clock and it’s up and go. Today we are going to make our final approach to Ciudad Perdida. We start our hike through the jungle in a fresh, pleasant temperature. One more time the absence of mosquitoes is a perfect gift for the traveller, and so are the wonderful views of the forested mountains. Everywhere one can turn his head there is total solitude and birds singing, while the colours and shapes of the jungle, ever changing, are deeply moving and tell many stories to the ones who know how to listen.

The track is initially gently rolling up and down, but after the first hour things suddenly change: for forty minutes we climb again and it is a steep ascent, like the first day, but our legs answer more willingly, either because the tough ascent of the first day took the rust off them or because it is earlier today and the path we walk under tree shelter. We sweat, silently swear and grind our teeth as we go up, but we get it done. When we stop, out of the huge backpack of one of the porters appear pineapples and bananas to reward us after the struggle. He is the youngest of the porters that accompany us, merely a boy, a tough heroic 12 years old who never stops, smiles, complains. I think of my own son of 12 and I realize how our civilization is totally gone soft.

 

We resume our hiking and soon enough we reach a small Kogi settlement. Castro says he will ask the Chief to show us how the Kogi brew a liquor from fermented sugar cane and then maybe we can taste this rare speciality. He goes to confer with the Chief but soon he is back, all apologetic: it is a no go, there is nothing he can do. The wife of the boss is sick with a strong fever, so no outsiders are to be allowed in the circular thatched hut where the couple resides with a considerable amount of children.

Then Castro asks: “Would anyone have medication for the Chief’s wife?”, so here I go, suddenly turned into a jungle doctor. I enter the Chief’s hut with my pack of meds, trying to look the part while a dozen Kogi stare at me wordless. I finally manage to fish out my Tachipirina drops, originally from mamma’s closet in Rome, and I put 20 drops in water for the sick woman to drink. She swallows, everybody stares, nobody says anything and I start to feel like those western missionaries in the wild men village of Hollywood memory. Then the Chief gets up, leaves and quickly re-enters the hut with a small plastic bag in his hands. He gives it to me, then, while everyone is still speechless, I am asked to leave.

When Castro sees the goods he says it is coca leaves; the gift, apparently, is a big one. I share the leaves with my fellow travellers while Castro explains how to chew them, as to release the alkaloid contained in them, and then to spit them out without swallowing as they could make you sick. So we resume our pace, at a faster pace now, like the native Americans of old, supported by the wave of adrenaline created by the alkaloid as it enters our system. Sure thing it’s a lot easier to overcome the steeper hills and bear the heat now fallen on the wonderful Colombian mountains all around.

When the conquistadores discovered the particular effect of coca leaves on people, they used them to work the local indigenous population to death. The best part of the 10000 Tayrona people that originally populated the area where exterminated through inhuman work conditions, starvation, diseases, war.

I remember this information from my pre-trek reading as I walk through an open patch where the forest has been cleared. Here the Kogi practice their sustenance farming. A small boy in his typical white Kogi dress, with the inevitable white brown-striped Kogi sack hanging from his side, approaches me. He signals towards my baseball cap, an orange NYPD hat made in Nicaragua that I bought on a previous trip. He then gives me a big inviting smile that says it all: leave me your hat gringo! I obviously fall for it and my head is now unprotected from the sun, while the little Kogi runs like hell to show the amazing gift he got from a white man passing by with his rucksack on.

Simone Chierchini Copyright ©2010-2011

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Il Cammino della Città Perduta – Parte 5

“Un serpente! Un serpente! Mi ha morso un serpente!”

Un serpente velenoso morde uno dei trekkers e improvvisamente l’approccio alla Città Perduta nella giungla colombiana si trasforma in una gara mortale contro il tempo

di SIMONE CHIERCHINI

Camminiamo più in profondità in mezzo alle montagne, ogni momento più lontani dal mondo come siamo abituati a considerarlo nel nostro pensiero, ogni momento più coscienti di come realmente esso sia. Due ore di buon passo ci portano di nuovo al Rio Buritaca, che ci ha accompagnato per la maggior parte della nostra escursione con il suo felice fluire diverse centinaia di metri più in basso, invisibile agli occhi tra la fitta massa di alberi.
I portatori rapidamente preparano un picnic sulle rive del fiume e l’odore del cibo attrarre al banchetto alcuni maiali selvatici dalla giungla. La maggior parte dei viaggiatori opta per un bagno nelle fredde acque cristalline prima di mangiare, per lavare via sudore, polvere e DEET. Ci si può tuffare con gran gusto dalle grandi rocce in mezzo al rio, così posso indulgere in una delle mie più vecchi passioni, giù testa in avanti in una profonda pozza di lucido vetro liquido.
Sono appena uscito dall’acqua quando sento qualcuno gridare e improvvisamente la mia temperatura corporea si abbassa di dieci gradi: “Un serpente! Un serpente! Mi ha morso un serpente!”
Una catena di brividi scende lungo la mia schiena mentre corro verso Jin, la ragazza cinese, che è seduta su una roccia sulla riva del fiume e tiene il proprio piede sollevato, mentre piange e urla. Joe è il più veloce a raggiungerla, mentre il serpente rapidamente si nasconde nella vegetazione. Arrivo subito dopo e vedo il danno subito, due fori rossi, dove il serpente ha morso.
E’ fatto, il peggio è successo, di colpo, un secondo stiamo ridendo a squarciagola e divertendoci come non mai, un secondo dopo la disperazione si diffonde come un virus, un veleno. Nessuno sa cosa fare. Castro la guida viene da me per chiedere medicine, ma io non ne ho, l’antidoto contro il veleno non può essere trasportato in zaino, dato che va conservato a bassa temperatura in frigorifero, così ora cominciamo a sentirci senza speranza.
Jin piange e si lamenta. La ragazza è in stato di shock e prova dolore, strilla “Fa male! Mi fa male!” e a tutti si gela il sangue nelle vene. Castro riesce a ritrovare se stesso e lega un ramoscello al polpaccio di Jin, il più stretto possibile, per fermare il veleno che ha già iniziato a fluire verso il cuore. Per lo stesso motivo la sua gamba viene ora spostata in una posizione più bassa rispetto al resto del corpo.

Il piede e il morso del serpente

Tutti cercano di capire che tipo di rettile ha morso Jin. Questo è un importante elemento, un’informazione essenziale al fine di valutare la gravità del suo avvelenamento. Lei dice che il serpente era lungo mezzo metro, un paio di centimetri di spessore, e che era di colore marrone, con macchie arancioni. Non era un serpente corallo, almeno questo.
Il tempo passa. Jin trema e suda. Urla “Io non voglio morire! Voglio vedere Ciudad Perdida!”, ma non abbiamo nulla che possa aiutarla qui sul posto, subito, nessun antidoto, i cellulari non funzionano… l’unica cosa da fare è di portarla alla Città Perduta, dove l’esercito colombiano ha un piccolo stazionamento. Loro potranno chiedere aiuto via radio, far venire un elicottero per trasportare urgentemente l‘antidoto al veleno fino alle rovine nella giungla.
Nel frattempo un altro piccolo gruppo di trekkers arriva al Buritaca e le loro guide vengono immediatamente reclutate come corridori; il loro compito sarà quello di raggiungere la strada principale nel più breve tempo possibile, di avvertire le autorità degli eventi. I portatori si offrono di correre fino a El Mamey, all’inizio del sentiero, percorso che noi abbiamo fatto in due giorni, aspettare l’antidoto portato in tutta fretta dall’ospedale di Santa Marta, e rifare la strada già percorsa in direzione di  Ciudad Perdida. Il tutto in meno di una giornata, una prodezza quasi sovrumana.
Una cosa è certa: ora, per tutti, inizia una corsa mortale contro il tempo. Da questo punto sul Rio Buritaca alla Città Perduta ci sono normalmente due ore di percorso davvero duro. Sull’onda del momento i portatori colombiani diventano sprinters dei 100 metri, e corrono incessantemente attraverso cespugli e alberi, in salita, in discesa, saltando di pietra in roccia senza pensarci due volte, guadando in un baleno il Buritaca altre 5 volte. Castro e gli altri due portatori hanno il compito più difficile di tutti, in quanto devono portare la ragazza sulla loro schiena, dandosi il cambio ogni 10-15 minuti, e devono farlo andando veloci come se avessero il diavolo alle calcagna. Jin è una ragazza di medie dimensioni, non è affatto petite o leggera. I portatori riescono a realizzare qualcosa che sembra quasi impossibile, ossia il trasportare una persona del loro stesso peso, su terreni accidentati, correndo più veloci di concorrenti olimpici.
Il resto di noi, poveri esseri umani normali, sentendoci come degli Avatar durante il loro primo giorno a Pandora, cerca di fare quello che può, che risulta essere incredibile. Copriamo quello che nel programma originale avrebbe dovuto essere un percorso di 2 ore in meno della metà del tempo. Un continua scarica di adrenalina pervade le membra di tutti, ognuno e’ posseduto da paura, shock, anche da eccitazione e desiderio di avventura estrema. Siamo a circa metà strada, quando in questo dramma appaiono nuovi personaggi. Sono i soldati dell’esercito colombiano, con il loro lucido Kalashnikov in una mano e una barella nell’altra. Il primo portatore e’ già arrivato a Ciudad Perdida, poi i soldati ci hanno raggiunto, mentre noi a mala pena abbiamo coperto metà del cammino rimanente.

Una massacrante odissea in salita

Jin viene messa giù, allungata, legata e sollevata dai soldati sopra alla loro testa, e in questo modo la corsa verso l’alto può riprendere a un ritmo ancora più veloce. Il bestiale sforzo compiuto fino a questo punto però non è nulla in confronto alla salita dei 1300 sgangherati gradini di pietra che portano alla Città Perduta. Li facciamo tre alla volta, rischiando di perdere l’equilibrio e precipitare 100 metri verso il basso, ma la sfortuna si e’ già data da fare una volta oggi, quindi si prosegue in salita verso la cima senza incidenti seri. Senza incidenti seri, si, ma in uno stato quasi disumano: qualcuno si e’ dovuto caricare due zaini, altri portano scatole di provviste più grandi di loro, io seguo il più vicino possibile  Castro e gli altri che portano Jin, dato che voglio documentare tutto con la mia macchina fotografica.
Con questi 1300 scalini di pietra grezza copriamo un dislivello di 500 metri di altitudine verso la sommità del colle, i portatori con Jin sulla barella, e io continuo a chiedermi come possano farlo, quando io a malapena riesco a portare su me stesso, quasi calpestando la mia lingua. Mi ferisco entrambi gli stinchi, raschiando contro le rocce taglienti di cui e’ pieno il percorso, mentre rischio ciò che non si dovrebbe rischiare per stare al passo con il ritmo dei colombiani. Il mio ginocchietto scassato e il suo nuovo legamento crociato reggono, e io invio un silenzioso ringraziamento al mio chirurgo a Roma. Diverse volte penso che sarò io a morire, non Jin, dato che il cuore sta minacciando di esplodere in qualsiasi momento. Desidero che i Tayrona avessero costruito la loro capitale ai piedi di questa collina, accanto al fiume, ma tanto so che devo comunque tenere il passo, perché  i soldati non parlano una parola d’inglese e mi chiedono di comunicare con la chica cinese. Vogliono sapere come si sente, vogliono che la tenga sveglia, che sia consapevole che c’e’ gente che si sta occupando di lei, che tutto andrà per il meglio.
Finalmente arriviamo in cima, un altopiano coperto di giungla ma con terrazze ripulite dalla vegetazione e lastricate in pietra. In queste radure un tempo sorgevano le abitazioni in legno dei Tayrona, quella più ampia destinata ad ospitare l’alloggio del capo. Qui è dove l’elicottero atterrerà, ma atterrerà veramente?
Purtroppo oggi la fortuna ci ha definitivamente abbandonato, come si scoprirà in seguito.

Fine della Quinta Parte

(Continua)

PARTE 1
PARTE 2
PARTE 3
PARTE 4
PARTE 6
PARTE 7
PARTE 8

 

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Il Cammino della Città Perduta – Parte 2

Il cammino nella giungla colombiana

Pronti e desiderosi di iniziare il trekking di 6 giorni nella giungla verso la Città Perduta? Seguitemi nella foresta, sudando e ansimando dal inizio alla fine…

di SIMONE CHIERCHINI

Il primo giorno del Lost City Trek inizia con l’incontro di tutta la gang presso l’ostello di Santa Marta in Colombia. Un mostro di Land Cruiser viene caricato al di fuori, tra l’indifferenza della gente del posto. Il portapacchi è pieno di scatole, sacchi e zaini. Una volta che tutto è pronto, 10 viaggiatori si riuniscono alla chiamata di Castro, la nostra guida per il trekking. Di questi 10, 3 sono ragazze. Le nazionalità variano dall’inglese all’australiana, cinese, americana, tedesca e italiana.
Alle 10 lasciamo Santa Marta e prendiamo la strada che porta a nord. Questa strada passa attraverso il quartiere “sbagliato” di Santa Marta, confondendosi con una bidonville che si snoda lungo la strada principale per molte miglia. Povertà e spazzatura vanno fianco a fianco. La gente vive, cammina, fa affari, gioca sopra ad un ammasso indistinto di rifiuti, un tappeto di macerie e plastica che accompagna ogni passo. Gli edifici nel migliore dei casi sono  in mattoni, ma il più delle volte non sono più di baracche di lamiera e compensato. Come la strada ci porta più lontano da Santa Marta, la vegetazione comincia a reclamare il suo posto, lentamente ma costantemente.
Noi dieci siamo imballati strettamente nella parte posteriore della jeep, sensazione scomoda per il contatto fisico eccessivo, che arriva così presto all’inizio del viaggio, quando l’amicizia non è ancora sbocciata. Ogni pochi chilometri ci sono blocchi stradali di diverse specie: polizia, esercito, stradale, tutti con lo sguardo duro, ma al tempo stesso generosi di un caldo sorriso verso i viaggiatori. Non veniamo fermati ne’ perquisiti, quindi il gioco continua.
Dopo 45 km di strada asfaltata si lascia la strada principale per prendere uno sterrato in direzione della montagna. Da lì partono 16 km di massaggio completo del corpo, inclusi intestini, costole e anima su una strada che è in realtà più un sentiero per asini profondamente scavato dalle massicce e continue piogge. Fra dossi e balzi, la jeep si fa strada verso l’alto in direzione del villaggio di El Mamey, cercando al contempo di evitare le gole che solcano la pista ma senza finire in fondo alla valle, a circa 100 metri più in basso.

El Mamey, il punto di partenza

Una volta raggiunto El Mamey, un villaggio di 15 case che vanta un ristorante, possiamo finalmente uscire dalla Land Cruiser e cercare di riacquistare forma umana, non un compito facile. Questa è la fine della pista, dove le jeeps devono fare posto agli asini, che nel frattempo sono stati debitamente caricati per noi.
Mentre i viaggiatori si spostano sotto la veranda del ristorante per proteggersi dalla calura, un gruppo di abitanti del villaggio gioca a Tejo, un tipico gioco colombiano dove una pesante boccia di ferro viene lanciata con lo scopo di colpire un mucchietto di polvere da sparo posizionato su un letto di argilla a 15 metri di distanza. Potente musica erompe dallo stereo della jeep e così la salsa colombiana si mescola con le grida dei giocatori e le esplosioni della polvere da sparo, innescate dai colpi vincenti.
Mentre tutto questo accade, il pranzo è servito, composto da pasadillas, speziati triangoli fritti di mais ripieni di carne, più grandi panini al prosciutto e formaggio su un letto di insalata e pomodori. Ben presto il cibo è distrutto dalla famelica banda e arriva il momento di iniziare il trekking.
Si comincia con un’ora di facile percorso, il terreno è in piano, il caldo sopportabile. Il paesaggio mostra la mano dell’uomo. Qui i contadini locali hanno abbattuto buona parte della foresta per ottenere terreno coltivabile, così la giungla è a macchia di leopardo. Siamo a circa 500 metri sul livello del mare e siamo circondati da dolci colline ricoperte di alberi. Farfalle si muovono a grappoli, mentre in alto nel cielo i Chacos, una varietà di avvoltoi colombiani, circolano nell’aria, mai stanchi di cercare cibo fresco.
Anche se l’avvio è facile, i trekkers sono già completamente fradici di sudore quando raggiungono un piccolo fiume che scende dalla montagna sotto la copertura della chioma degli alberi. Castro suggerisce una nuotata in una piscina naturale e rapidamente alcuni sono pronti a liberarsi dei loro abiti sudati e a mettersi un costume da bagno. Presto tutti si immergono tuffandosi da una roccia, urlando di piacere al contatto con la bella acqua fresca. Nuotare nelle acque cristalline del fiume è un paradiso. Una marea di pesciolini vengono a toccare il mio corpo, interessati a fare amicizia con un ospite straniero. Quando uno degli australiani si tuffa dimenticando la bocca aperta riesce a inghiottirne uno …
Dopo un po’ è ora di vestirsi e di riprendere nuovamente il nostro cammino. Il percorso, tuttavia, diventa ben presto molto ripido e la mezz’ora successiva è veramente dura. La pista continua a salire, curva dopo curva, e la respirazione diventa improvvisamente un serio problema. Fiumi di sudore adesso scendono a inzuppare ancora di più i miei vestiti e il cuore batte a un ritmo impossibile. Esseri umani e asini competono per lo spazio sulla stretta pista, mentre tutti fanno una gran fatica, con l’ovvia eccezione dei portatori colombiani: le dimensioni dei loro polpacci avrebbero dovuto suggerirmi in anticipo quello che era ci avrebbe atteso sulla pista…
Il paesaggio è incantevole, ma è difficile sollevare gli occhi dalla farinosa sabbia rossa su cui stiamo camminando. Il cervello inizia a porre le ovvie domande: ho peccato di arroganza? Ce la farò ad arrivare alla Ciudad Perdida? Il dorso degli asini, ricoperto da enormi sacchi di cibo, diventa disperatamente invitante e così anche la terra, ogni tronco a forma di panchina o prato. Il camino è solo all’inizio e sono già in difficoltà, sia fisicamente che mentalmente, ma ci do’ dentro, passo dopo passo, le mani sui quadricipiti, sudore che mi scivola negli occhi attraverso il cappello.

Uno strato di sudore e di polvere inizia a formarsi sul nostro corpo…

Come si comporterà il mio ginocchio appena operato (ho fatto la ricostruzione del legamento crociato anteriore solamente 13 mesi prima del viaggio)? Mi mollerà a metà strada? Questi e altri trucchi del cervello mi infastidiscono, ma il tempo passa. Curva dopo curva continuo a salire. I trekkers sono ora sparsi in una linea sottile lunga un miglio e anche alcuni degli asini rimangono indietro, incuranti delle continue grida dei portatori. Uno strato di sudore e di polvere inizia a formarsi sul nostro corpo, partendo dalle caviglie e salendo su  fino agli occhi, che non possono essere strofinati in quanto le nostre mani e braccia sono state spruzzate abbondantemente con il letale repellente per insetti al DEET.
Come spesso accade nella vita, quando le cose sembrano essere divenute ormai insopportabili, tutto si calma. Abbiamo raggiunto la cima della prima salita e siamo accolti da una splendida vista di colline e montagne coperte di giungla fino all’orizzonte, alcune avvolte nella nebbia, altre illuminate dai raggi del sole che ogni tanto penetra attraverso l’irregolare copertura di nubi.
Io crollo su un pungente tappeto di erba e inalo insaziabile sia l’aria fresca portata dal vento che accarezza l’altopiano e la vista che incanta il cuore. Strano, penso, come la foresta pluviale abbia sempre affascinato i miei sensi e mi abbia fatto amare l’America Latina ancora più del mio paese. Strano, penso, che tutti in questo trekking siano 20 anni più giovani di me. Cosa c’è che non va in me? Sto cercando di dimostrare qualcosa a me stesso o la realtà di me stesso è che i miei livelli di energia mi fanno essere dove ci sono giovani ventenni?
Il mio sognare a occhi aperti è rapidamente messo da parte quando la carovana di persone e animali si avvia di nuovo lungo la pista. Ci aspetta ancora una serie di ripide ascese per un’altra ora, ma meno impegnative rispetto alla precedente, sia che le gambe si siano intostate o che il percorso sia effettivamente più facile. Vi è ora più tempo per notare dove siamo, di essere grati per la splendida opportunità che abbiamo, per rendersi conto che non ci sono zanzare e che il mio ginocchio è diventato improvvisamente più rigido del normale, non avendo per nulla apprezzato la prima salita.
Dopo un po’ si arriva ad un capanno dove ci sta aspettando un rinfrescante spuntino, sotto forma di frutta fresca che i portatori fanno a fette sul posto con i loro machete, ananas, angurie e mandarini, succosi miracoli di delizia che fanno fremere di piacere la tua gola mentre le budella si attorcigliano per la gioia…
Quando ricominciamo a camminare, il mio corpo è già così stanco che non riesco a sentirlo, ma ormai sono entrato in una fase in cui queste sensazioni in realtà non contano più. Vedo i miei piedi nelle scarpe prendere reciprocamente posto davanti a me e la mia testa è priva di pensieri, sentimenti, preoccupazioni. Sono vivo, sudo, cammino, questo è tutto, per le prossime due ore. Altre colline, fiumi da attraversare, creste da discendere, come pezzi del domino uno dopo l’altro cadono.

Gli umani non smetteranno mai di bruciare la foresta pluviale 

Il fumo della giungla che brucia e muore a volte mi sveglia, ricordandomi che un giorno tutto questo sarà perduto, dato che gli umani non smetteranno di bruciare la foresta pluviale fino a quando non c’è ne sara’ rimasto che qualche ettaro, ma poi abbandono anche queste tristi riflessioni, per riprendere il mio camminare in stile meditazione, ora completamente solo, mentre il gruppo di compagni di viaggio diventa un ricordo lontano. Il tempo smette di esistere e le ultime due ore durano due infiniti minuti senza fine, al termine dei quali la meta arriva improvvisamente in vista, la nostra destinazione è raggiunta.
Quelle cabanas che ora vedo sono come un hotel a cinque stelle nella giungla, la doccia fredda con acqua presa da un ruscello è un sogno di purificazione interiore che diventa realtà, il pasto di riso e insalata di pollo è un banchetto che nessun famoso chef potrà mai eguagliare, l’amaca che finalmente mi avvolge è il ricordo di un materno abbraccio prenatale.
Poi la serenata di grilli, rane e uccelli notturni mi concilia il sonno, dopo di che tutto si spegne.

Fine della Seconda Parte

(Continua)

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Il Cammino della Citta’ Perduta – Parte 1

Il Cammino della Citta' Perduta

Il Cammino della Città Perduta

Meglio partire spingendo a tutta. Quale miglior inizio di una serie sul viaggio che il miglior travel che ho mai fatto? Gennaio 2010, un anno appena da un’operazione al crociato anteriore e con pervicacia al limite del masochismo mi cimento con quella che per molti neo-soldati israeliani e’ una dura prova di iniziazione prima di entrare in servizio nei territori occupati in Palestina

di SIMONE CHIERCHINI

Sto parlando del Camino de la Ciudad Perdida, il Cammino della Citta’ Perduta, un’esilarante massacro di 6 giorni in immersione totale nella giungla colombiana,  all’interno del massiccio della Sierra Nevada de Santa Marta, un enorme massiccio roccioso delle dimensioni del Veneto che si affaccia sul meraviglioso Atlantico della Colombia.
Durante questi 6 giorni di giungla colombiana ne ho viste e sentite di tutti i colori, sia intorno a me che dentro di me. Le mie esperienze durante The Lost City Trek vi terranno compagnia per buona parte del mese di Dicembre.
Oggi partiamo con un po’ di storia e geografia. Cerchiamo di capire dove siamo e cosa capita da quelle parti e inquadriamo El Camino della Ciudad Perdida (spagnolo per Lost City) nel suo mondo.
La Citta’ Perduta è il sito archeologico di un’antica città nella Sierra Nevada di Santa Marta, in Colombia, fondata intorno al X sec dC, ossia oltre 5 secoli prima della peruviana Machu Picchu,  cui buona parte dei viaggiatori a torto o a ragione attribuisce il titolo di citta’ perduta. Il sito e’ noto come Buritaca, ma i nativi americani chiamano le rovine della citta’ nella giungla Teyuna.  I Kogi e gli Aruachi che abitano a tuttora la zona raccontano che Teyuna fosse il cuore di una grande e potente citta’ ragnatela, un centro politico ed economico abitato da diverse migliaia di indigeni Tayrona, arroccato su serie di 169 terrazze scavate nella montagna fino ad un’altezza di 1300 metri. Una rete di strade pavimentate in pietra e varie piazzette circolari e un labirinto di scale collegava le varie terrazze scavate nella roccia, ma alla citta’ era possibile accedere solamente attraverso una ripida ascesa su circa 1.500 gradini di pietra attraverso una fitta giungla.
La Ciudad Perdida e’ stata abbandonata ed e’ divenuta tale ai tempi dell’invasione e conquista della zona da parte degli Spagnoli nel XVI sec. L’arrivo degli spagnoli ha prima messo in crisi l’economia della comunita’ Tayrona, bloccando la rotta commerciale con la costa, poi demograficamente, con il rapido diffondersi di nuove e letali malattie, come sifilide e vaiolo, per i quali gli indigeni erano sprovvisti di anticorpi. Nel breve volgere di qualche decennio la civilta’ che era fiorita sulla montagne di Santa Marta venne completamente spazzata via e dimenticata, mentre la giungla ne inghiottiva e iniziava a digerire i prodotti, obliterando abitazioni, strade e ricordi.

I Kogi hanno sempre segretamente visitato le rovine nella giungla

Anche se ufficialmente Ciudad Perdida è stata riscoperta nel 1972 da un gruppo di saccheggiatori di tesori locale,  i discendenti degli antichi abitanti, le odierne tribù locali degli Aruachi e dei Kogi, dichiarano di aver regolarmente visitato le rovine nella giungla prima che queste fossero riscoperte, ma di aver mantenuto il segreto per preservarne l’esistenza. Fatto sta che nel 1972 un tal Florentino Sepulveda e i suoi due figli, la cui professione principale era saccheggiatore di tesori, nel loro girovagare alla ricerca di manufatti preziosi si imbatterono in una serie di gradini in pietra che salivano sulla montagna e li seguirono fino alla cima, dove con loro enorme meraviglia trovarono una città abbandonata.  Da quel giorno inizio’ una guerra fra bande di saccheggiatori rivali che si contendevano gli oggetti in oro e ceramica che ancora arricchivano le rovine, al punto che il primo soprannome moderno di Teyuna divenne Infierno Verde.
Le autorità governative colombiane intervenirono per normalizzare la situazione e tentare una qualche sorta di protezione delle rovine della Ciudad Perdida a partire dal 1975, appena in tempo per vedere la zona coinvolta nella guerra civile che a tuttora insanguina la Colombia. Il 15 settembre 2003 il gruppo di guerriglia para-militare ELN (Esercito Nazionale di Liberazione) rapi’ 8 turisti stranieri che stavano effettuando il trek nella giungla verso la Ciudad Perdida. Gli ostaggi vennero liberati illesi tre mesi dopo, ma per tre anni il cammino verso la citta’ perduta usci’ dagli itinerari del turismo estremo. Dal 2008 l’esercito colombiano ha ripreso il controllo della zona e pattuglia attivamente l’area dalla piccola base in cima alla Ciudad Perdida, che ora è considerata perfettamente sicura per i trekkers.
Dal prossimo articolo entrero’ nel vivo del nostro viaggio di 6 giorni nella giungla, dove il fisico combatte con la fatica, la calura e l’altura su un terreno accidentato che rende l’andare una continua conquista, ma gli occhi e la mente volano e si espandono per le meraviglie del paese. Oltre a giungla, attraversamenti di fiume e ascese di montagna, incontri con gli indigeni Kogi, bevute di rhum e partite a scacchi a lume di candela e ululato di scimmia, leggerete del nostro imbatterci nel laboratorio dei locali narcotrafficanti di cocaina, dell’attacco di un serpente velenoso ad un compagno di viaggio e della sua odissea verso l’antidoto e la salvezza, e, infine della conquista meritata della cima della Ciudad Perdida.

Fine della Prima Parte

(Continua)

PARTE 2
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The Lost City Trek – Part 2

The path within the Colombian jungle

Ready and eager to start the 6-day jungle trek to the Lost City in Santa Marta Colombia?
Follow me in the forest, sweating and panting all the way…

di SIMONE CHIERCHINI

Day 1 of the Lost City Trek starts with meeting all the gang at the hostel in Santa Marta. A monster Land Cruiser is being loaded outside, among the indifference of the locals. The roof rack is full of boxes, sacks and backpacks. When all is done, 10 travellers reunite at the call of Castro, our guide for the trek. Out of these 10, 3 are girls. Nationalities vary from English to Australian, Chinese, American, German and Italian.

At 10 we leave Santa Marta and take the road leading north. This road goes through the “wrong” side of Santa Marta, which extends in a bidonville siding the main road for many miles.

Poverty and rubbish dumping go side by side. People live, walk, do business, play above and among a continuous stream of trash, a carpet of plastic and various rubble which accompanies their every single step. Buildings are one story, at best made of bricks, most of the time no more than shacks of corrugated iron and plywood. As the road leads us further away from Santa Marta, the vegetation starts to reclaim its place, slowly but constantly.

We are packed tight in the back of the jeep, feeling awkward for  the excessive physical contact, that comes way to early in the trip, when friendship hasn’t been stroked yet. Every few kilometres there are road blocks of different sort: police, army, road police, all looking tough but at the same time shielding a warm smile to the travellers. We don’t get stopped or searched and the going goes.

After 45 km on a paved road we leave the main thoroughfare and pick an unpaved road in the direction of the mountains. From there it’s going to be 16 km of full body massage, including guts, ribs and soul on a road that is actually more a donkey track, deeply dug in by the massive recurrent rains. The jeep bumps and jumps its way upwards in the direction of the village of El Mamey, trying to skip the gorges that line the track without ending up at the bottom of the valley, some 100 metres below.

El Mamey, the starting point

Once we reach El Mamey, a village of 15 houses that boasts a restaurant, we finally get out of the Land Cruiser and try to reacquire human shape, not an easy feat. This is the end of the track, where jeeps have to make way to donkeys, which in the meantime have been duly loaded for us.

While the travellers move under the veranda of the restaurant to get away from the heat, a bunch of villagers play tejo, a typical Colombian game where heavy iron bowls are thrown aiming to hit a gun powder patch positioned on a clay bed 15 metres away. Music blares out of from the hi-fi stereo of the jeep so that Colombian salsa gets mixed with the shouts of the players and the gun powder bangs triggered by the winning throws.

While all this goes on, lunch is served, consisting of pasadillas, spicy fried triangles of corn filled with meat, plus big sandwiches ham and cheese on a bed of salad and tomatoes. Soon the food is destroyed by the hungry gang and the time to start the trek comes.

We start with an easy first hour, the ground is level, the heat bearable. The landscape shows the hand of men. Here the local campesinos cut down a good deal of the forest to obtain farming land, so the jungle is at best patchy. We are at about 500 metres above sea level and we are surrounded by rolling hills covered in trees. Butterflies move around in bunches, while high in the sky the chacos, a variety of Colombian vultures, circulate in the air, never tired of looking for fresh food.

Even though the going is an easy one, the trekkers are already completely drenched in sweat by the time they reach a little river that runs down from the mountain under the cover of the tree canopy. Castro suggests a swim in a natural pool and quickly a few are promptly getting rid of their sweaty clothes to put on a swim suit. Soon everybody dives jumping from a rock, screaming with pleasure at the contact with the lovely cool water. Swimming in the crystal clear waters of the river is paradise. Little fish touch my body, as they are interested in making friends with the visitor from abroad. When one of the Australian dudes dives forgetting his mouth open, he manages to swallow one…

After a while we get dressed and pick our path again. The going is to get very tough, all of a sudden.

Come back soon to read how we survived our first day in the jungle.

End of Part 1

(To be continued)

The Lost City Trek 1
The Lost City Trek 3
The Lost City Trek 4
The Lost City Trek 5
The Lost City Trek 6
The Lost City Trek 7
The Lost City Trek 8
The Lost City Trek 9
The Lost City Trek 10

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