Anteprima: Serate Aikido e Bushido “Porte Aperte”

Serate Aikido e Bushido "Porte Aperte"

Serata Bushido “Porte Aperte”: 14 Novembre · 19:30 – 21:00
Serata Aikido “Porte Aperte”: 15 Novembre · 19:00 – 20:30

Torino, Italia
Dojo Endogenesi, Centro Sportivo “Magis Sport”, Corso Cosenza, 10

Direzione Tecnica: Claudio Pipitone

Informazioni: Tel. 011.36.68.30

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I due eventi sono gratuiti ed aperti a tutti, anche a coloro che non abbiano mai praticato discipline orientali. E’ una buona occasione per avvicinarsi a queste discipline, che sono particolarmente efficaci nel conseguimento del benessere psicofisico attraverso una didattica che si ispira alla saggezza millenaria delle tradizionali tecniche orientali di respirazione, concentrazione e coordinazione mente-corpo dell’attività fisica.

By RedazioneRedazione Aikido Italia Network

Masakatsu Agatsu Katsuhayabi: la Corretta Vittoria nell’Aikido

O'Sensei

O'Sensei

Nell’Aikido il successo nell’azione di disimpegno dal combattimento é indicato come il traguardo della corretta vittoria (dal Fondatore chiamata 正勝 masakatsu), per raggiungere la quale occorre allenare non solo il corpo ma soprattutto lo spirito per conquistare la padronanza di sé stessi (dal Fondatore chiamata 吾勝 agatsu, cioè vittoria su di sé stessi) al fine di conseguire la capacità interiore della rinuncia al confronto, privilegiando sempre ed in ogni caso la strada del superamento del conflitto attraverso il disimpegno dall’antagonismo e dal combattimento.

di CLAUDIO PIPITONE

In questo modo l’Aikido persegue un tipo di difesa che vanifichi l’attacco dell’avversario controllando perfettamente la sua azione fin dal suo insorgere (condizione che il Fondatore definiva 勝早日 katsuhayabi), senza giungere a produrgli dei danni e delle offese: l’aikidoista si pone cioè nella condizione di salvaguardare la propria incolumità concedendo nel contempo all’avversario l’opportunità di convincersi a desistere dai suoi propositi offensivi, prima che l’aikidoista debba ricorrere, per legittima difesa, ad azioni coercitive nei confronti dell’avversario nel caso questi perseverasse nei suoi propositi offensivi reiterando il suo attacco.
La corretta vittoria indicata dal Fondatore e perseguita dall’Aikido (正勝 吾勝 masakatsu agatsu) si consegue dunque quando si è riusciti innanzi tutto ad evitare di ricevere un danno a seguito di un attacco offensivo, ma questo risultato da solo non è sufficiente se contemporaneamente non si riesce a rimuovere all’origine ed esattamente nell’istante e nella circostanza della sua insorgenza (勝早日 katsuhayabi) [1] anche la minaccia da cui il danno potenziale poteva giungere.
Per ottenere ciò all’aikidoista non è sufficiente evitare le possibili conseguenze negative che possono derivargli dagli attacchi di potenziali avversari; è anche indispensabile che ai potenziali avversari si renda possibile la convivenza civile e la conciliazione con l’aikidoista stesso, utilizzando quindi un’azione difensiva nei confronti dell’avversario che non gli infligga già fin dall’inizio dei danni irreparabili, poiché questi giungerebbero a bloccare un possibile eventuale positivo mutamento delle relazioni dell’avversario nei confronti dell’aikidoista, in direzione meno conflittuale.
L’Aikido, offre infatti la possibilità di scegliere un’azione di difesa estremamente efficace ma non offensiva e qualora questa scelta sia sufficiente a consentire di ottenere il perfetto controllo dell’avversario (勝早日 katsuhayabi) e quindi la positiva risoluzione del conflitto, ciò avviene senza obbligare l’aikidoista a ricorrere all’offesa per realizzare la propria difesa.
Il bagaglio tecnico dell’Aikido, estremamente ampio e flessibile, consente di scegliere una condotta d’intervento sull’azione avversaria anche solamente per stornarne gli effetti potenzialmente dannosi; in secondo luogo consente l’eventuale recupero dell’avversario nei confronti delle sue relazioni con l’aikidoista in quanto l’avversario, non essendo riuscito nel suo iniziale intento offensivo e non avendo ancora subìto nel contempo dei danni dall’azione difensiva dell’aikidoista, è ancora in tempo a scegliere non solo di desistere dal suo manifestato atteggiamento offensivo nel timore di dover soccombere qualora insistesse nel suo proposito, ma può ancora anche scegliere di lasciarsi di buon grado condurre dall’aikidoista verso il concepimento di un bene comune superiore a quello del conflitto da lui originato ed eventualmente, memore del rispetto ricevuto, lasciarsi condurre verso la realizzazione di una socializzazione ed una pacificazione che lui prima non concepiva.
È questo il modo in cui, entro certi limiti, l’Aikido può consentire di rispettare l’integrità dell’avversario offrendo nel contempo all’aikidoista la possibilità di sottrarsi agli effetti dannosi dell’attacco di cui è fatto oggetto: il bagaglio tecnico dell’Aikido è talmente ampio e diversificato da consentire all’occorrenza di portare anche efficaci azioni coercitive sull’avversario e la sua integrità, in questo caso, potrà essere condizionata dalla possibilità da parte dell’aikidoista di mantenere comunque prioritariamente la propria incolumità, in accordanza con il principio fondamentale della salvaguardia del diritto alla legittima difesa in funzione dell’imperativo naturale dettato dalla legge dell’istinto di sopravvivenza.
L’aspirazione a realizzare queste condizioni rendendo possibile porre in atto la propria difesa senza dover obbligatoriamente ricorrere all’offesa, è il traguardo spirituale ed il valore etico e morale che l’Aikido propone alla società civile. 

Note [1]

Condizione analoga a quella realizzata nel Buddhismo Zen ed indicata come: “qui ed ora”

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L’Aikido e la Risoluzione dei Conflitti

Simone Chierchini Sensei in Bogotà, Colombia (2010)

Simone Chierchini Sensei in Bogotà, Colombia (2010)

Nell’Aikido trova piena applicazione il tipico concetto orientale del principio di non resistenza nella sua più alta espressione, il quale esprime esattamente il concetto opposto del noto principio occidentale frangar, non flectar. È importante però evidenziare come il concetto di non resistenza non significhi restare imbelli nei confronti di un ipotetico avversario; significa invece che la scelta fondamentale e prioritaria fra tutte le opzioni possibili volte alla risoluzione di un conflitto, consiste innanzi tutto nella ricerca della massima conservazione della propria integrità fisica, la quale è possibile solamente quando ci si faccia scivolare di dosso il peso del conflitto senza subire le conseguenze che derivano dalla contrapposizione forza contro forza.

di CLAUDIO PIPITONE

Il tipico esempio orientale del ramo del salice che flettendosi sotto il peso della neve abbondante se la fa scivolare di dosso lasciando che cada a terra per effetto della stessa azione del suo peso ed in questo modo si mantiene ben integro e vegeto, simboleggia giustamente il principio di non resistenza, al contrario del ramo della quercia che invece, non potendo sopportare lo stesso carico di neve e non volendosi piegare, si spezza e muore.

Il principio di non resistenza, non rende dunque imbelli o non porta ad accettare supinamente gli eventi ed il compimento dei fatti, bensì educa e favorisce lo svilupparsi della capacità di sottrarsi agli eventuali effetti negativi delle azioni altrui, lasciando che queste ultime si esauriscano naturalmente senza che, per questo, ne derivi un danno per l’aikidoka. Solo in questo modo si può giungere alla condizione di rendere vana la voglia e la volontà aggressiva di un eventuale avversario e rimuovere quindi all’origine il presupposto del suo attacco (condizione chiamata dal fondatore: shin bu); infatti quand’anche, rimanendo nella logica occidentale del frangar, non flectar, si riuscisse a sconfiggere l’avversario, poiché anche costui è in tale logica ed avendo di conseguenza subìto sicuramente dei danni, avrà ancora di più la voglia e la volontà di rifarsi, alla prima occasione. In tal modo la difesa è solamente provvisoria ed apparente e si rimane esposti facilmente all’evenienza di essere nuovamente attaccati dall’avversario, che quindi continuerà a costituire una continua e costante minaccia.
La finalità dell’Aikido non è dunque rivolta al combattimento né alla difesa personale, pur utilizzando per la sua pratica uno strumento tecnico che deriva dall’arte militare dei samurai giapponesi; l’Aikido mira infatti alla corretta vittoria (dal fondatore chiamata: masakatsu) che consiste nella conquista della padronanza di sé stessi (dal fondatore chiamata: agatsu, cioè la vittoria su di sé stessi), resa possibile soltanto da una profonda conoscenza della propria natura interiore. Con questo il fondatore dell’Aikido voleva affermare che se vuoi cambiare il mondo occorre cambiare sé stessi e ciò significa che se si vuole veramente acquisire quella capacità che il fondatore dell’Aikido definiva katsuhayabi, cioè di padroneggiare l’attacco proveniente da un potenziale avversario esattamente nell’istante e nella circostanza della sua insorgenza,[1] occorre aver preventivamente acquisito la capacità di padroneggiare pienamente se stessi.
Questo è l’ambizioso traguardo spirituale, morale e sociale dell’Aikido, che chiede all’aikidoka di essere sempre prioritariamente disposto a rinunciare alla finalità di ricercare la sconfitta di colui che si è posto nel ruolo di avversario, al contrario delle usuali discipline di combattimento che invece accettano di lasciarsi coinvolgere nell’antagonismo ed in tale ruolo si prefiggono lo scopo prioritario della risoluzione del conflitto attraverso il combattimento, cercando a tutti i costi di infliggere dei danni all’avversario anche a costo di ricevere anch’essi danni notevoli, pur di essere riusciti a portare comunque i propri attacchi all’avversario.
Questa concezione della risoluzione del conflitto che il fondatore dell’Aikido definiva shin bu, cioè corretta vittoria intesa come katsuhayabi, vale a dire superamento del conflitto qui ed ora, esattamente nella circostanza e nell’istante del suo insorgere, senza antagonismo e senza combattimento, costituisce un irrinunciabile valore etico e morale di cui l’Aikido è portatore nel mondo.

[1] Condizione analoga a quella realizzata nel Buddhismo Zen ed indicata come: qui ed ora

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Postilla a “McDojo” di Marco Rubatto

Claudio Pipitone Sensei a Pinerolo (2011)

Claudio Pipitone Sensei a Pinerolo (2011)

Il recente articolo di Marco Rubatto McDojo: Fraintendimenti e/o Imposture da Dojo, in cui Marco ci mette in guardia dai truffaldini del tatami, dandoci al proposito alcune ottime indicazioni sul come riconoscerli, necessita di una postilla chiarificatrice, qui affidata alla voce autorevole di Claudio Pipitone

di CLAUDIO PIPITONE

Innanzi tutto sono assolutamente d’accordo con il M° Marco Rubatto sul fatto che non solo molti dojo, ma spesso anche intere associazioni e federazioni aikidoistiche demonizzino presso i loro allievi gli altri dojo ed associazioni e/o federazioni nel timore che in un eventuale confronto i propri allievi possano realizzare delle differenze qualitative e di serietà a scapito loro. Sicuramente questo tipo di “proibizionismo” è un valido campanello di allarme sul fatto che il dojo stesso o la associazione/federazione sono ben consci di offrire una didattica qualitativamente insufficiente o fors’anche fasulla. Questo aspetto a mio parere non deve però essere frainteso con il consiglio che anch’io mi sento di dare al principiante, di non sperimentare didattiche di scuole diverse contemporaneamente alla propria fintantochè non abbia raggiunto un livello minimo di maturità aikidoistica, perchè non avendo ancora la sufficiente esperienza per effettuare la corretta valutazione delle differenze esistenti fra le didattiche ancorchè tutte serie e valide ma di scuole differenti,rischia di fare un’insalata russa fra approcci alla pratica che, pur equivalendosi, sono talvolta formalmente e tecnicamente diversi fra di loro. Il rischio che corre il principiante in questo caso, è di subire un disorientamento a scapito della propria formazione nel delicato momento in cui deve gettare le basi iniziali a fondamento della propria pratica,.proprio quando nel corso dell’apprendimento del metodo didattico della propria scuola il principiante incontra già di per sè dubbi sulla corretta applicazione di quanto gli viene insegnato e necessita maggiormente dell’assistenza del proprio maestro al fine di correggere gli errori d’impostazione e di esecuzione che naturalmente sorgono sempre nella prima fase del’apprendimento. Personalmente consiglio al principiante, almeno fino alla soglia di yudansha, non solo di seguire una unica didattica ma anche, possibilmente, lo stesso insegnante laddove la scuola si avvalga dell’opera di più istruttori. E’ un po’ come quando il contadino lega la pianticella in crescita ad un bastoncino rigido che la sorregga verticalmente fintantochè non abbia acquistato la sufficiente robustezza per ergersi da sola: secondo me non deve essere vista come una costrizione, ma uno strumento per una crescita sicura e salda in verticale, allo stesso modo dell’aikidoista principiante. Mi riferisco naturalmente non tanto alle inevitabili differenze fra maestri/dojo dello stesso stile e scuola aikidoistica, ma alle differenze didattiche fra scuole che pur serie e valide hanno però delle impostazioni didattiche differenti, come ad esempio fra Aikikai o Ki-no-kenkyukai oppure Iwama, dove un principiante avrebbe difficoltà ad apprezzare il differente approccio alla medesima realtà aikidoistica. In questo rispetto, vorrei sottoporre al’attenzione dei lettori una mia altra riflessione,  in cui sostengo un punto di vista apparentemente inverso, tuttavia riferito ad aikidoisti esperti, non ai principianti come nel caso precedente. La contraddizione è solo apparente, e serve a dimostrare come l’Aikido sia uno, ma le sue interpretazioni e didattiche abbiano anche forti differenze. L’Aikido è una trasmissione da Maestro a Discepolo dove il Discepolo rispecchia il proprio Maestro. Personalmente sono convinto che se, ad esempio, un allievo della scuola Iwama venisse scrutinato da una Commissione d’esame della scuola KinoKenkyuKai  o se un allievo della scuola KinoKenkyuKai venisse scrutinato da una Commissione d’esame della scuola Iwama, probabilmente sarebbe imbarazzante per entrambi, perchè si è un po’ perduto il senso di quale sia il minimo comune denominatore dell’Aikido, cioè quale sia l’essenza dell’Aikido che deve percorrere trasversalmente i vari stili delle varie scuole fondate dai principali allievi di O’ Sensei. Troppo spesso si valuta la prestazione aikidoistica più nella forma che nella sostanza rappresentata dalla capacità di esprimere, attraverso i movimenti, la qualità del proprio Kokyu, della fermezza dell’Hara, dell’empatia e sincronizzazione fra uke e tori, cioè di quelle parti dell’Ai-Ki che prescindono dal formalismo tecnico e che, alla fin fine, forniscono efficacia al movimento compiuto. Sotto questo punto di vista, quindi, ritengo persino possibile che una Commissione d’esame della scuola Iwama possa validamente scrutinare un allievo della scuola KinoKenkyuKai e viceversa, ma purtroppo assistiamo da parte di ciascuna scuola ad una ottusa difesa ognuno del proprio orticello, quando non si senta addirittura dire che il proprio stile è l’unico a rappresentare l’autentica trasmissione del messaggio del Fondatore.

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Difesa Personale Nell’Aikido

Claudio Pipitone e Morihiro Saito Sensei a Iwama

Claudio Pipitone e Morihiro Saito Sensei a Iwama (1974)

Questo articolo di Claudio Pipitone, che presentiamo diviso in tre parti, vuole sfatare il concetto spesso sbandierato dai praticanti di altre arti marziali, secondo cui “la miglior difesa è l’attacco, per poter colpire per primi”; essi sono convinti che la difesa della persona si realizzi esclusivamente attraverso l’offesa fisica dell’altra persona, al fine di ridurla all’impotenza fisica di agire, e ritengono che questa sia la condizione necessaria alla vittoria nella risoluzione di un conflitto fisico. Queste persone non riescono a concepire l’impostazione aikidoistica secondo cui vincere significa invece “non prenderle anche a costo di rinunciare a darle”, e non riescono quindi a capacitarsi come l’Aikido abbia come priorità pratica e concreta quella di evitare i colpi eventualmente indirizzati verso l’aikidoista, piuttosto che infliggere prioritariamente dei colpi all’avversario.

di CLAUDIO PIPITONE

La difesa personale e l’arte marziale nell’Aikido
L’Aikido non è una disciplina finalizzata al combattimento nel senso della ricerca dell’attacco risolutivo e del colpo offensivo definitivo, ma si fonda invece sulla ricerca del migliore comportamento difensivo atto ad evitare la contrapposizione e favorire il disimpegno dal combattimento, con la finalità di rimanere incolumi da danni ed offese: occorre quindi tener ben conto di questa sua peculiare caratteristica quando si voglia parlare dell’Aikido nei termini di Arte marziale e/o strumento di difesa personale.
Quando le tecniche di Aikido venissero usate per attaccare per primi allo scopo di portare un’offesa anziché usare queste tecniche per la difesa, esse verrebbero di fatto private del fulcro portante su cui si basa e si fonda la loro efficacia, cioè lo sfruttamento della dinamica e dell’energia dell’avversario a proprio vantaggio.
La difesa perseguita nell’Aikido diventa perfetta quando realizza quel comportamento che ottiene la perfetta immunità dell’aikidoista da danni ed offese: pertanto questo obiettivo viene sicuramente raggiunto innanzi tutto quando l’aikidoista riesce a non farsi coinvolgere in un combattimento oppure, in subordine a ciò, quando riesce a vanificare l’attacco dell’avversario ed a farlo desistere dai suoi propositi aggressivi ed offensivi.

L’efficacia delle tecniche di Aikido
Nell’Aikido si opera una distinzione preliminare per definire cosa s’intenda specificamente per “efficacia”.
Se s’intende l’efficacia sotto il profilo prioritario ed esclusivo della difesa in quanto tale, allora l’Aikido può considerarsi idoneo ed efficace nel raggiungere lo scopo della difesa personale, mentre se si intende invece l’efficacia seguendo il principio assai diffuso secondo cui il concetto di difesa è visto sotto il profilo prioritario di riuscire ad arrecare all’avversario un’offesa risolutiva del conflitto prima che l’avversario sia riuscito a portare il proprio attacco risolutivo, allora la risposta non è più certa, poiché non è questa la finalità dell’Aikido dichiarata dal suo Fondatore, Morihei Ueshiba.
Infatti secondo i principi dell’Aikido la difesa che consente la risoluzione del conflitto non si ottiene nel momento in cui si è causato all’avversario un’offesa od un danno risolutivo, poiché in questo caso si devono porre in essere strategie e tattiche volte all’offesa e non alla difesa e non si deve più quindi parlare di tecniche di difesa personale ma di offesa personale, raggiunta attaccando possibilmente l’avversario prima che sia lui ad attaccare.
In quest’ultimo caso, poiché le tecniche di difesa personale impiegate nell’Aikido sono invece, secondo i principi di questa disciplina, estremamente specifiche nel prevedere il compito della difesa, al punto che nella pratica dello studio dell’Aikido sono prefissati i ruoli di attacco e di difesa, difficilmente esse manterrebbero la loro piena efficacia nel momento in cui fossero stravolte nella loro naturale e nativa impostazione, cioè nel fine e nello scopo specifico per cui esse sono concepite, il quale non è quello di arrecare un’offesa attaccando per primi, ma quello della realizzazione di un’efficace risposta di difesa basata sul contrattacco.
Perciò quando si affronta la questione dell’efficacia delle tecniche di Aikido è bene tener sempre presente che l’arte strategica e la specialità tecnica distintiva di questa disciplina è quella di perseguire un’azione tattica mirata ad evitare la contrapposizione fin dal suo possibile insorgere, attraverso uno specifico comportamento di disimpegno difensivo, non finalizzato all’attacco né tanto meno all’offesa.
La priorità strategica dell’aikidoista nella scelta della sua azione tattica difensiva è quindi quella di arrivare alla risoluzione del conflitto senza subire offesa, impiegando le tecniche dell’Aikido non nella ricerca di riuscire ad infliggere dei danni risolutivi all’avversario, ma essenzialmente al fine di disimpegnarsi da lui e dal combattimento stesso.
Nel contesto aikidoistico non si prende ovviamente in considerazione l’uso a distanza delle armi da fuoco, ma esclusivamente le possibilità di offesa e di difesa offerte dal corpo umano a mani nude e consentite dal corpo a corpo, anche eventualmente con l’impiego delle tradizionali armi bianche; i criteri di difesa su cui si fonda l’Aikido mantengono però tutta la loro valenza strategica, etica e morale, anche nel caso di conflitti che vedano la contrapposizione di armi differenti, cambiando naturalmente la parte tattica in modo opportuno ed adeguato secondo l’esigenza d’uso e di impiego richiesto dai sistemi d’arma utilizzati.

Fine della Prima Parte

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I Principi dell’Aikido – Parte 2

Kawamukai Sensei spiega una tecnica (Coriano, 2011)

 I Principi dell’Aikido – Parte 1

L’aikido è una disciplina sorta dalle antiche Arti Marziali giapponesi e costituisce un’eccellente difesa personale.
Occorre però dire che per conseguire tale scopo non è sufficiente apprendere solamente i movimenti e le tecniche di difesa: per ottenere un risultato efficace occorre che questi vengano effettuati con una particolare capacità ed abilità di carattere interiore

di CLAUDIO PIPITONE

Normalmente nelle altre arti marziali ci si preoccupa di insegnare, attraverso appropriati movimenti, un insieme di tecniche lasciando a ciascun praticante il compito di svilupparne l’efficacia a seconda delle proprie capacità, attraverso lo studio dell’esercizio molte volte ripetuto. Questo atteggiamento è simile a quello dello sport, ove ognuno ottiene risultati proporzionali alle capacità che gli sono proprie. In tutti gli sports, infatti, ci si basa sull’utilizzo del bagaglio di capacità che, l’atleta possiede innate ed attraverso lo sfruttamento delle quali egli perverrà ad un determinato livello di rendimento sportivo ed agonistico.
L’aikido opera invece in senso inverso: la difesa personale e gli obiettivi pratici dell’antico “Ju-Jutsu” si conseguono spontaneamente senza porre loro un’intenzione particolare; essi costituiscono piuttosto il pretesto ed insieme lo strumento per raggiungere il fine di ottenere il risveglio, il potenziamento e la vigorosa manifestazione delle capacità psicofisiche che l’uomo possiede e la realizzazione delle quali costituisce il traguardo e la meta ultima di questa disciplina.
Infatti sappiamo che attraverso ogni porzione di spazio, piccolo o grande che sia, si intrecciano continuamente un numero infinito di elementi sonori, elettrici, magnetici e di ogni natura, che non possono tutti essere captati dagli organi dei cinque sensi.
Per apprenderli l’uomo ha dovuto costruire, avvalendosi della propria intelligenza, delle apparecchiature artificiali che sono in grado di raccogliere queste realtà che sfuggono alla sua percezione.
Ora se le sensazioni ad esempio del suono e della luce vengono avvertite dall’uomo mediante messaggi sonori e luminosi che giungono alle sue orecchie ed ai suoi occhi, per analogia si può ragionevolmente supporre che anche un certo tipo di sensazioni, quelle interiori, possano essere recepite e trasmesse mediante messaggi analoghi, attraverso idonei canali.
Coloro che praticano l’aikido constatano, attraverso il costante affinamento delle proprie capacità psicosensoriali che, in realtà, e veramente così: elementi di sensazioni interiori ci circondano ovunque ed in ogni momento, e se normalmente l’uomo non li può captare è solamente perché gli organi che la natura gli ha fornito a tale scopo non sono efficienti, per cui normalmente questi sfuggono alla sua coscienza. Eppure l’uomo ha conosciuto, in tempi molto antichi, questo “sesto senso”, ed in parallelo gli altri suoi cinque sensi – vista, udito, odorato, gusto, tatto – erano allora enormemente più sviluppati di oggi allorché egli era a diretto contatto con la natura.
Successivamente con il sorgere ed il galoppante sviluppo della civilizzazione e delle strutture sociali che ci portano sempre più a dipendere l’uno dall’altro e a delegare all’esterno la guida e la tutela di noi stessi, è grandemente diminuita la capacità di vivere e di affrontare le circostanze unicamente basandosi sulle risorse naturali che ciascuno porta dentro di sé. Quindi i nostri sensi, non più abili ed esercitati, sono diventati deboli, grossolani e talvolta fallaci. E’ questo, certo, il prezzo più oneroso con cui l’uomo moderno paga la sua dipendenza dagli strumenti che il progresso scientifico e tecnico gli offre per condurre una vita più piacevole e più comoda di un tempo.

L’identica cosa è avvenuta per quello che abbiamo in precedenza denominato “sesto senso” (vale a dire la capacità di ricevere sensazioni di tipo interiore): esso si è quasi totalmente estinto da quando l’uomo ha cessato di esercitarlo nei suoi rapporti con l’esterno.
Gli animali lo hanno invece conservato! E’ indubitabile infatti la capacità e la finezza con cui un cavallo può determinare la personalità ed il carattere dell’uomo che gli siede in groppa; oppure come un cane può immediatamente stabilire e valutare l’onestà e le intenzioni di un estraneo o captarne una disposizione d’animo ostile; o come tutti gli animali in genere avvertano la presenza di un pericolo incombente od imminente. Questi sono tutti esempi di come agisce quello che abbiamo chiamato “sesto senso”.
Si pone ora il problema di come sviluppare ed affinare questa nostra capacità di carattere interiore; conoscerne la dinamica e padroneggiarla.
Una strada per raggiungere tale obiettivo è costituita dalla disciplina dell’aikido: essa è una « Via » per la conquista dell’armonica coordinazione del corpo con lo spirito. Quando il fisico e la mente sono coordinati insieme, essi si esprimono come un’unica cosa, in perfetta armonia fra di loro, e quindi amplificano e potenziano reciprocamente le rispettive qualità: inoltre ottenuto uno spirito calmo ed equilibrato, è possibile captare, anche nelle più piccole sfumature, quelle sensazioni di tipo interiore che provengono dall’esterno.
Il grande maestro e fondatore dell’AIKID0, Ueshiba Morihei, usava dire che se si riesce a leggere con nitidezza nell’avversario il suo slancio interiore, è preferibile curarsi solamente di quello, poiché il suo corpo si muoverà nella scia di tale slancio e solo ad esso rimarrà collegato.
L’avversario non potrà mai colpire e vincere l’Aikidoista che abbia acquisito e padroneggi quest’arte essendo essa insuperabile in quanto arriva direttamente alla radice ed all’origine di ogni azione e dinamica dell’uomo: quella interiore.
Questo è il retaggio della disciplina dell’aikido che tradotto dalla lingua giapponese significa « Strada dell’armonica coordinazione (del corpo) con lo spirito », unica ed ultima meta che deve essere ricercata da coloro che lo praticano.
Infatti come si è detto all’inizio, pur traendo origine da un’Arte Marziale, l’aikido non è puramente uno strumento di difesa personale, anche se possa essere facilissimo per l’aikidoista sconfiggere un eventuale avversario; anzi, proprio perché mira alla «Vera Vittoria» (alla vittoria assoluta), esso è una «Via» di purificazione dell’animo e del corpo per raggiungere il fine di vincere se stessi e conquistare la propria vera natura.
Per questo l’aikidoista applica, nella sua più alta espressione, il principio della «non-resistenza»: esso non significa rifuggire dall’azione od accettare supinamente il compimento dei fatti, bensì avere la capacità di sottrarsi ai loro effetti negativi lasciando che essi abbiano il loro corso e si esauriscano naturalmente senza che ne derivi un danno; solo in tal modo si può arrivare a compiere l’opera di frustrare la voglia aggressiva di un eventuale antagonista. Infatti anche se si è sconfitto il proprio avversario, fin tanto che gli sarà lasciato il desiderio di attaccare, potrà sempre ancora arrivare il giorno in cui si sarà vinti da lui. Si avrà invece conseguita una vera vittoria proprio quando si sarà riusciti a cancellare dallo spirito del proprio antagonista questa voglia di attaccare. Vincere infatti significa non aver neppure iniziato a combattere; significa essere talmente forti sia nel fisico sia nello spirito, e soprattutto in quest’ultimo, da non opporsi con la forza o con la tecnica alle azioni altrui, anche se malvagie, ma bensì essere in grado di disimpegnarci da esse ed intervenire contemporaneamente in maniera efficace per dirigerle, insieme alle nostre, ad un bene superiore e ad una realizzazione comune.
Quest’aspirazione è il traguardo spirituale che I’aikido propone alla società, unitamente all’unica forma possibile ed autentica in assoluto di difesa personale.

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Originalmente pubblicato su Rivista AIKIDO nr. 6, 1972– pag. 23
Leggi I Principi dell’Aikido – Parte 1