Il Cammino della Citta Perduta – Parte 8

Scacchi nella Giungla

Siamo alla fine dell’avventura, ancora pochi chilometri e qualche gioiello nascosto prima di tornare a Santa Marta

di SIMONE CHIERCHINI

Continua il mio cammino a ritroso dalla Citta’ Perduta a El Mamey, sempre lentamente e per conto mio. Faccio un sacco di foto per futura memoria e per la gioia di parenti e amici a casa. Vorrei che fossero qui, anche se adesso so che nessuno di loro ce l’avrebbe mai fatta.
Oggi e’ caldo e appiccicoso e la maggior parte del percorso è esposto al rovente abbraccio del sole colombiano. Questa è la principale sfida della giornata, insieme a un paio di colline molto ripide da scalare e ridiscendere. Ho trovato un bastone da passeggio che qualche altro escursionista si è lasciato alle spalle e supportandomi con questo le cose vanno molto meglio.
Mi sto davvero godendo il fatto di essere tutto solo, lontano da gente che fa rumore e fuma tutto il tempo. Ora è più facile assorbire le immagini e i suoni della natura intorno a me. Ad un certo punto mi ricongiungo ai miei compagni di viaggio per un tuffo nel fiume Buritaca, che faccio buttandomi tutto vestito e con le scarpe da una roccia, lavando me e i miei vestiti in un colpo solo.
Ben presto arriviamo alle nostre cabanas e alle adorate amache. Ce la spassiamo alla grande con una zuppa fuori programma e una siesta pomeridiana, quindi seguendo una dritta di Castro, facciamo una camminata di 20 minuti per arrivare alle cascate. Queste devono essere raggiunte scivolando giù lungo un ripido pendio, aggrappandosi a una fune per non precipitare contro le rocce che popolano il fondo.
La cascata vola in aria da un salto di 20 metri con un forte boato e una spruzzata feroce, finalmente finendo pacificata in una bella piscina di acqua fredda e profonda, il tutto circondato da rocce che gli dei hanno messo lì per il piacere dei tuffatori.

Un salto di 20 metri con un forte boato e una spruzzata feroce

Un ragazzo colombiano si tuffa da uno scoglio a 15 metri di altezza e sfida poi i gringos a fare lo stesso. Nessuno è pazzo abbastanza da raccogliere la provocazione, invece siamo favorevoli a fare un tuffetto da una delle lastre a 4 metri di altezza, un trampolino ideale per i nostri gesti più borghesi.
Quando torniamo al campo lanciamo una mezza festa. Bottiglie di rum Medellin Añejo e lattine di birra Aguila appaiono come in un sogno dalla consistente scorta del proprietario delle cabanas, bellamente immerse nella loro scatola di ghiaccio.
La gente si suddivide in gruppi.
Alcuni iniziano a cimentarsi in rumorosi e chiassosi giochi di carte, mentre altri si sfidano in interminabili e macchinose partite a scacchi alla luce di romantiche candele.
Castro la guida porta un mucchio di dolcetti per tutti i suoi ragazzi viaggiatori, una meritata ricompensa per aver completato il Trek, superando narcos, serpenti e selvaggi americani.
La mattina successiva ce la facciamo ad arrivare a El Mamey e dopo aver divorato un pasto piccante ed esserci scolate un paio di Aguilas, ci  diamo subito da fare con un partita semiubriaca di tejo, la versione colombiana del gioco delle bocce che sembra una gara di lancio del peso con contorno di esplosioni di polvere da sparo.
La mia performance è tra le più disgraziate del secolo: con un lancio super storto quasi riesco a uccidere un cane di passaggio, a 5 metri di distanza dai bersagli esplosivi del tejo, tra le risate a squarciagola tanto dei trekkers che degli abitanti del villaggio.
Infine arriva il momento per l’ultima parte del nostro incredibile viaggio. Come in un film demenziale di serie B, la nostra sfida finale consiste nel cercar di fare entrare in una piccola Jeep Isuzu il seguente: 9 trekkers, Castro, il conducente, sua moglie e la figlia, più zaini, scatole di provviste e due polli! Dopo vari tentativi comici falliti, riusciamo a iniziare le nostre 12 miglia di calvario verso la strada principale asfaltata per Santa Marta con la seguente formazione: conducente/proprietario, moglie e figlia accomodati sani e salvi nella parte anteriore, 7 escursionisti perfettamente adattati a mosaico nella parte posteriore del veicolo in compagnia di polli e un po’ di provviste, fuori Castro, appeso alla grande ruota di scorta sul portellone posteriore della Isuzu, 2 coraggiosi inglesi sul portapacchi del tetto della jeep, seduti in mezzo un oceano di sacchetti e scatole.
In questa formazione a forma piramidale affrontiamo la perfida pista sterrata scendendo dalle montagne verso il mare, godendo di un comfort tipo scatola di sardine e livelli di sicurezza stile rally Parigi-Dakar, mentre il conducente va a zig-zag tra buche profonde come canyon, rocce che sporgono in mezzo al sentiero in terra battuta e i ristretti spazi carrozzabili sul bordo della strada.
La valle e la sua giungla al di sotto ora non sembrano più così invitanti o pittoreschi, mentre il motore fatica a tenere il passo e il fondo dell’Isuzu raspa più volte contro le rocce.

Uomini e galline in un felice mucchio…

Infine la jeep si arrende e si rifiuta di andare oltre. La trasmissione è andata.
Noi ci ritiriamo all’ombra di una abitazione nelle vicinanze, alcuni si addormentano, altri giocano a calcio con una palla di stracci, io guardo Castro e il conducente diventare tutti neri di grasso e sudore nel tentativo di riparare il danno.
Un altro colombiano arriva con la sua moto e si unisce al team di meccanici dopo esser corso a casa a prendere la cassetta degli attrezzi.
La jeep viene sbudellata, rigirata e riparata, quindi siamo pronti a riprendere il viaggio di ritorno verso la civiltà e tornare ai nostri separati percorsi, non prima però di esserci scolati un succo di frutta appena spremuto, generoso omaggio ai trekkers sudaticci da parte della signora che abita sulla strada per la Città Perduta.

Fine dell’Ottava e ultima parte

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PARTE 2
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Il Cammino della Città Perduta – Parte 7

Arrivati in cima: ecco la Citta’ Perduta

Ultimo Giorno nella Citta’ Perduta: tutto passa, e alla svelta. Dopo giorni di fatica, avventure, paura e attesa, e’ gia’ ora di iniziare il cammino a ritroso verso la “Civiltà”…

di SIMONE CHIERCHINI

Ha piovuto per quasi tutta la notte, ma per una volta non il freddo umido della notte nella giungla non ce l’ha fatta a congelarmi. Troppa stanchezza addosso, sonno quasi svenuto al primo istante sdraiato nel sacco a pelo, senza preavviso.
La stratificazione di nuvole è ancora lì, non sembra che Jin riuscirà a fare il suo giro sopra Ciudad Perdida e la Sierra Nevada de Santa Marta con l’elicottero dell’esercito, come originariamente previsto. Il piede le si è gonfiato ancora di più, però ha avuto una notte decente e si sta lentamente tornando alla normalità.
Questa mattina siamo finalmente andati a vedere le rovine della Città Perduta. Esse sono sparse su tutto il colle principale e quasi interamente inghiottite dalla vegetazione. I siti sui diversi terrazzamenti sono collegati da una rete infinita di passaggi e gradinate.
Tutto il luogo è un mix maestoso di legno, pietra, muschio, fiori, sole e ombra.
Le pietre da costruzione vennero per lo più portate a mano dal fiume alla base di Teyuna o Buritaca 200, il nome ufficiale della Ciudad Perdida, a 500 metri di altitudine e 1300 gradini di distanza. Il processo di edificazione di questa città meravigliosa durò quasi 600 anni e al culmine del suo potere la Città Perduta arrivò ad ospitare quasi 10.000 Tayrona.
Oggi il sito è sorvegliato da un manipolo di soldati colombiani, la cui presenza è una garanzia per il benessere dei turisti contro possibili rapimenti. Dal 1987, quando il Trek della Città Perduta è stato ufficialmente inaugurato, si e’ verificato un solo sequestro di turisti per mano della guerriglia colombiana. Questo rapimento, accaduto nel 2003, è stato fortunatamente risolto senza perdite di vita; si potrebbe quindi sostenere che el camino de la Ciudad Perdida è molto più sicuro della maggior parte del mondo occidentale “civilizzato”…

La Sierra Nevada di Santa Marta

Tutti dicono che la parte migliore del viaggio verso la Città Perduta è in realtà il viaggio in sé, il senso di attesa, l’euforia di essere immersi in un mondo selvaggio, la coscienza interiore sempre presente di star continuamente superando i propri limiti, la sensazione prorompente di essere uno con la natura … Tutto questo dovrebbe essere il vero centro del viaggio, non la visita vera e propria al sito stesso. Anche se questo potrebbe essere in qualche misura vero, le rovine sono un luogo meraviglioso e veramente romantico da visitare.
Quando si arriva a Ciudad Perdida e si passeggia nei luoghi in cui camminarono i vecchi Tayrona, tutti i sacrifici, la lotta, sia fisica che psicologica, per arrivare quassù, finalmente tutto questo ha senso, si può urlare al cielo che ne e’ valsa la pena: quello che si ha davanti è veramente un cocktail insuperabile di emozioni.
Questi sono luoghi che non lasceranno mai la mia memoria, non importa quanti anni possano passare. Ciudad Perdida va al top della mia speciale lista “amero’ per sempre”, in compagnia di Tortuguero in Costarica, Pammukkale in Turchia, Dun Angus in Irlanda, Pozzo del Diavolo in Italia, Iguazu Falls in Brasile.
E’ tempo di tracciare i nostri passi all’indietro.
La prima cosa da fare è di scendere al fiume Buritaca attraverso gli infami gradini killer.
Le mie ginocchia li odiano, così ripidi, così bagnati e scivolosi, così stretti al punto che ci si può solo appoggiare il piede sopra lateralmente, così irregolari e accidentati, che tutto ciò che serve per fare il grande salto verso il dirupo è un secondo di disattenzione.
Quei 1.300 passi verso il basso sono un modo molto duro per avviare il nostro percorso, specialmente dopo aver camminato in giro per le rovine della Ciudad Perdida per tutta la mattina.
Una volta giunti alla base della collina, mezz’ora più tardi e con 4 ore di cammino ancora da fare, le mie ginocchia mandano il messaggio di non volersi piegare mai più, ma in qualche modo, un passo piccolo piccolo dopo l’altro, sono in grado di ripercorrerli tutti fino alle cabanas di Elio, dopo aver camminato per gran parte della giornata da solo nella giungla, circa un miglio dietro gli altri.
Tutti spingono come se stessero gareggiando in una corsa, ma almeno i portatori devono ricondurre Jin a El Mamey piu’ in fretta possibile, gli altri non so dove corrano. Io, dal canto mio, ho deciso di camminare al mio ritmo lento, assorbendo ogni dettaglio della giungla mentre avanzo, perché ora sono nella foresta e mi piace , e non so se potrò mai tornare nuovamente qui.

Fine della Settima Parte

(Continua)

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Il Cammino della Città Perduta – Parte 5

“Un serpente! Un serpente! Mi ha morso un serpente!”

Un serpente velenoso morde uno dei trekkers e improvvisamente l’approccio alla Città Perduta nella giungla colombiana si trasforma in una gara mortale contro il tempo

di SIMONE CHIERCHINI

Camminiamo più in profondità in mezzo alle montagne, ogni momento più lontani dal mondo come siamo abituati a considerarlo nel nostro pensiero, ogni momento più coscienti di come realmente esso sia. Due ore di buon passo ci portano di nuovo al Rio Buritaca, che ci ha accompagnato per la maggior parte della nostra escursione con il suo felice fluire diverse centinaia di metri più in basso, invisibile agli occhi tra la fitta massa di alberi.
I portatori rapidamente preparano un picnic sulle rive del fiume e l’odore del cibo attrarre al banchetto alcuni maiali selvatici dalla giungla. La maggior parte dei viaggiatori opta per un bagno nelle fredde acque cristalline prima di mangiare, per lavare via sudore, polvere e DEET. Ci si può tuffare con gran gusto dalle grandi rocce in mezzo al rio, così posso indulgere in una delle mie più vecchi passioni, giù testa in avanti in una profonda pozza di lucido vetro liquido.
Sono appena uscito dall’acqua quando sento qualcuno gridare e improvvisamente la mia temperatura corporea si abbassa di dieci gradi: “Un serpente! Un serpente! Mi ha morso un serpente!”
Una catena di brividi scende lungo la mia schiena mentre corro verso Jin, la ragazza cinese, che è seduta su una roccia sulla riva del fiume e tiene il proprio piede sollevato, mentre piange e urla. Joe è il più veloce a raggiungerla, mentre il serpente rapidamente si nasconde nella vegetazione. Arrivo subito dopo e vedo il danno subito, due fori rossi, dove il serpente ha morso.
E’ fatto, il peggio è successo, di colpo, un secondo stiamo ridendo a squarciagola e divertendoci come non mai, un secondo dopo la disperazione si diffonde come un virus, un veleno. Nessuno sa cosa fare. Castro la guida viene da me per chiedere medicine, ma io non ne ho, l’antidoto contro il veleno non può essere trasportato in zaino, dato che va conservato a bassa temperatura in frigorifero, così ora cominciamo a sentirci senza speranza.
Jin piange e si lamenta. La ragazza è in stato di shock e prova dolore, strilla “Fa male! Mi fa male!” e a tutti si gela il sangue nelle vene. Castro riesce a ritrovare se stesso e lega un ramoscello al polpaccio di Jin, il più stretto possibile, per fermare il veleno che ha già iniziato a fluire verso il cuore. Per lo stesso motivo la sua gamba viene ora spostata in una posizione più bassa rispetto al resto del corpo.

Il piede e il morso del serpente

Tutti cercano di capire che tipo di rettile ha morso Jin. Questo è un importante elemento, un’informazione essenziale al fine di valutare la gravità del suo avvelenamento. Lei dice che il serpente era lungo mezzo metro, un paio di centimetri di spessore, e che era di colore marrone, con macchie arancioni. Non era un serpente corallo, almeno questo.
Il tempo passa. Jin trema e suda. Urla “Io non voglio morire! Voglio vedere Ciudad Perdida!”, ma non abbiamo nulla che possa aiutarla qui sul posto, subito, nessun antidoto, i cellulari non funzionano… l’unica cosa da fare è di portarla alla Città Perduta, dove l’esercito colombiano ha un piccolo stazionamento. Loro potranno chiedere aiuto via radio, far venire un elicottero per trasportare urgentemente l‘antidoto al veleno fino alle rovine nella giungla.
Nel frattempo un altro piccolo gruppo di trekkers arriva al Buritaca e le loro guide vengono immediatamente reclutate come corridori; il loro compito sarà quello di raggiungere la strada principale nel più breve tempo possibile, di avvertire le autorità degli eventi. I portatori si offrono di correre fino a El Mamey, all’inizio del sentiero, percorso che noi abbiamo fatto in due giorni, aspettare l’antidoto portato in tutta fretta dall’ospedale di Santa Marta, e rifare la strada già percorsa in direzione di  Ciudad Perdida. Il tutto in meno di una giornata, una prodezza quasi sovrumana.
Una cosa è certa: ora, per tutti, inizia una corsa mortale contro il tempo. Da questo punto sul Rio Buritaca alla Città Perduta ci sono normalmente due ore di percorso davvero duro. Sull’onda del momento i portatori colombiani diventano sprinters dei 100 metri, e corrono incessantemente attraverso cespugli e alberi, in salita, in discesa, saltando di pietra in roccia senza pensarci due volte, guadando in un baleno il Buritaca altre 5 volte. Castro e gli altri due portatori hanno il compito più difficile di tutti, in quanto devono portare la ragazza sulla loro schiena, dandosi il cambio ogni 10-15 minuti, e devono farlo andando veloci come se avessero il diavolo alle calcagna. Jin è una ragazza di medie dimensioni, non è affatto petite o leggera. I portatori riescono a realizzare qualcosa che sembra quasi impossibile, ossia il trasportare una persona del loro stesso peso, su terreni accidentati, correndo più veloci di concorrenti olimpici.
Il resto di noi, poveri esseri umani normali, sentendoci come degli Avatar durante il loro primo giorno a Pandora, cerca di fare quello che può, che risulta essere incredibile. Copriamo quello che nel programma originale avrebbe dovuto essere un percorso di 2 ore in meno della metà del tempo. Un continua scarica di adrenalina pervade le membra di tutti, ognuno e’ posseduto da paura, shock, anche da eccitazione e desiderio di avventura estrema. Siamo a circa metà strada, quando in questo dramma appaiono nuovi personaggi. Sono i soldati dell’esercito colombiano, con il loro lucido Kalashnikov in una mano e una barella nell’altra. Il primo portatore e’ già arrivato a Ciudad Perdida, poi i soldati ci hanno raggiunto, mentre noi a mala pena abbiamo coperto metà del cammino rimanente.

Una massacrante odissea in salita

Jin viene messa giù, allungata, legata e sollevata dai soldati sopra alla loro testa, e in questo modo la corsa verso l’alto può riprendere a un ritmo ancora più veloce. Il bestiale sforzo compiuto fino a questo punto però non è nulla in confronto alla salita dei 1300 sgangherati gradini di pietra che portano alla Città Perduta. Li facciamo tre alla volta, rischiando di perdere l’equilibrio e precipitare 100 metri verso il basso, ma la sfortuna si e’ già data da fare una volta oggi, quindi si prosegue in salita verso la cima senza incidenti seri. Senza incidenti seri, si, ma in uno stato quasi disumano: qualcuno si e’ dovuto caricare due zaini, altri portano scatole di provviste più grandi di loro, io seguo il più vicino possibile  Castro e gli altri che portano Jin, dato che voglio documentare tutto con la mia macchina fotografica.
Con questi 1300 scalini di pietra grezza copriamo un dislivello di 500 metri di altitudine verso la sommità del colle, i portatori con Jin sulla barella, e io continuo a chiedermi come possano farlo, quando io a malapena riesco a portare su me stesso, quasi calpestando la mia lingua. Mi ferisco entrambi gli stinchi, raschiando contro le rocce taglienti di cui e’ pieno il percorso, mentre rischio ciò che non si dovrebbe rischiare per stare al passo con il ritmo dei colombiani. Il mio ginocchietto scassato e il suo nuovo legamento crociato reggono, e io invio un silenzioso ringraziamento al mio chirurgo a Roma. Diverse volte penso che sarò io a morire, non Jin, dato che il cuore sta minacciando di esplodere in qualsiasi momento. Desidero che i Tayrona avessero costruito la loro capitale ai piedi di questa collina, accanto al fiume, ma tanto so che devo comunque tenere il passo, perché  i soldati non parlano una parola d’inglese e mi chiedono di comunicare con la chica cinese. Vogliono sapere come si sente, vogliono che la tenga sveglia, che sia consapevole che c’e’ gente che si sta occupando di lei, che tutto andrà per il meglio.
Finalmente arriviamo in cima, un altopiano coperto di giungla ma con terrazze ripulite dalla vegetazione e lastricate in pietra. In queste radure un tempo sorgevano le abitazioni in legno dei Tayrona, quella più ampia destinata ad ospitare l’alloggio del capo. Qui è dove l’elicottero atterrerà, ma atterrerà veramente?
Purtroppo oggi la fortuna ci ha definitivamente abbandonato, come si scoprirà in seguito.

Fine della Quinta Parte

(Continua)

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Il Cammino della Citta’ Perduta – Parte 4

Famiglia  Kogi

Un gruppo di Kogi davanti alla abitazione di famiglia

E’ il terzo giorno della nostra escursione verso la Città Perduta e incontriamo un insediamento Kogi, dove io interpreto con efficacia il ruolo di medico della giungla

di SIMONE CHIERCHINI

Sono le 7 ed è ora partire. E’ il terzo giorno del trekking e oggi c’e’ in programma l’approccio finale alla Ciudad Perdida. Iniziamo il cammino attraverso la giungla in una fresca, piacevole temperatura. Ancora una volta l’assenza di zanzare è un perfetto regalo per il viaggiatore, e lo sono anche le splendide vedute delle montagne boscose. Ovunque si possa girare la testa è totale solitudine e il canto degli uccelli, mentre i colori e le forme della giungla, sempre mutevoli, sono profondamente commoventi e raccontano infinite storie a chi le sappia ascoltare.
La pista inizialmente è leggermente ondulata, ma dopo la prima ora le cose cambiano improvvisamente: per quaranta minuti si sale ancora e si tratta di una salita ripida, come il primo giorno, ma questa volta le nostre gambe rispondono più volentieri. Forse la dura ascesa del primo giorno ha rimosso la ruggine dalle nostre giunture o magari oggi e’ più presto e il percorso e’ al riparo degli alberi. Sudo, silenziosamente impreco e digrigno i denti man mano che salgo, ma arrivo in cima senza fermarmi. E’ ora di fare una pausa e recuperare il fiato. Ananas e banane, meritato premio dopo la lotta, compaiono come per incanto fuori dall’enorme zaino di uno dei portatori. È il più giovane dei facchini che ci accompagnano, solo un ragazzino, un duro ed eroico colombiano di 12 anni che non mai si ferma, sorride, si lamenta. Ripenso a mio figlio, suo coetaneo e mi rendo conto di come la nostra civiltà si stia rapidamente rammollendo.
Riprendiamo il nostro cammino e ben presto raggiungiamo un piccolo insediamento Kogi. Castro, la nostra guida per il trek, dice che chiederà al capo di mostrarci come i Kogi preparano un liquore con la canna da zucchero fermentata e poi magari possiamo gustare questa rara specialità. La guida va a conferire con il capo ma ben presto ritorna, tutto apologetico: scordarselo, non c’è nulla da fare. La moglie del boss è malata con una fortissima febbre, per cui estranei non possono essere ammessi nella circolare capanna di paglia dove la coppia risiede con una notevole quantità di bambini.

Il dottore della giungla e’ stremato…

Poi Castro chiede: “Non e’ che qualcuno avrebbe delle medicine per la moglie del capo?”. Ed eccomi improvvisamente trasformato in un dottore della giungla. Entro nella capanna del capo con la mia confezione di farmaci, cercando di interpretare a dovere il mio ruolo, mentre una dozzina di Kogi mi scruta senza proferire parola. Finalmente riesco a ripescare in mezzo al mucchio di medicine la boccetta di Tachipirina, proveniente dall’armadietto della mamma a Roma, e metto 20 gocce in un bicchiere d’acqua per la malata. Lei inghiotte, tutti mi guardano, nessuno dice niente e comincio a sentirmi come quel missionario occidentale nel villaggio dei selvaggi di hollywoodiana memoria. Allora il capo si alza, esce dalla capanna e subito rientra con un sacchetto di plastica in mano. Me lo dà, poi, mentre tutti gli altri continuano a tacere, mi invita ad andarmene.
Quando Castro vede la merce dice che sono foglie di coca e che e’ un dono di grande valore. Condivido le foglie con i miei compagni di viaggio mentre Castro spiega che vanno masticate per liberare l’alcaloide in esse contenute, ma poi sputate senza deglutirle in quanto potrebbero causare vomito. E’ ora di riprendere il passo, ma adesso ad un ritmo più veloce, come i nativi americani di tanto tempo fa, sostenuti dalla scarica di adrenalina creata dall’alcaloide ora in circolo nel nostro organismo. Una cosa e’ sicura: è molto più facile superare le colline più ripide e sopportare il caldo che a questa ora si abbatte sulle magnifiche montagne colombiane tutto intorno.
Quando i conquistadores scoprirono il particolare effetto delle foglie di coca sulle persone, le utilizzarono per far lavorare la locale popolazione indigena fino all’esaurimento fisico e la morte. La stragrande maggioranza dei 10000 Tayrona che originariamente popolavano la zona vennero sterminati attraverso condizioni di lavoro disumane, fame, malattie, guerra.
Queste informazioni, risultato della mie letture pre-viaggio, mi rimbalzano in testa mentre cammino in una larga radura dove la foresta è stata del tutto tagliata. Qui i Kogi praticano la loro agricoltura di sostentamento. Un piccolo Kogi mi si avvicina; il bambino indossa il tipico abito bianco tradizionale e ha a tracolla l’inevitabile borsetta bianca con righe marroni. Il marmocchio fa gesti in direzione del mio berretto da baseball, un cappello arancione NYPD made in Nicaragua che ho comprato in un precedente viaggio. Poi gli esplode in faccia un gran sorriso a mille denti, che, invitante, dice tutto senza bisogno di traduzioni: gringo, regalami il tuo cappello! Io, ovviamente, ci casco senza neppure rifletterci su un secondo e mi ritrovo con la testa scoperta sotto al picco del sole, mentre il piccolo Kogi corre come un pazzo per mostrare agli amici lo straordinario dono ricevuto da un uomo bianco che passava zaino in spalla nella giungla.

Fine della Quarta Parte

(Continua)

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Il Cammino della Città Perduta – Parte 3

“Siete interessati a vedere come si estrae la droga dalle foglie di coca?”

Mentre continuiamo il trekking verso la Città Perduta nella giungla sopra Santa Marta in Colombia, prima abbiamo un istruttivo incontro con i locali produttori di cocaina, poi a piedi percorriamo la lunga strada verso le acque cristalline del Rio Buritaca

di SIMONE CHIERCHINI

Il canto del gallo da Dreamland mi riporta in Colombia, dandomi la sveglia alle 6 del mattino. Apro gli occhi giusto in tempo per vedere l’alba sbucare da dietro le montagne boscose che hanno cullato il nostro sonno. In un secondo sono fuori dalla mia amaca e pronto ad assorbire dentro di me il colore della grande stella a forma di arancio, mentre essa tinge di sé il cielo. I cani sono in piedi, i gatti sono in piedi, i polli sono in piedi, ma tra gli esseri umani gli unici svegli, a parte me, sono i portatori colombiani, che stanno accendendo il fuoco nell’improvvisata cucina della cabana. I ragazzi sembrano aver simpatia per me, dato che mi sforzo di parlare con loro e fare amicizia, mentre gli altri viaggiatori tendono a tenersi lontano e a far mazzo insieme.
Prima che io possa dire hola, mi viene presentata una tazza di cioccolato caldo al posto di un sonoro “Buon mattino”, e io cerco di sorseggiarla, anche se la cioccolata e’ ancora calda bollente, come compensazione dal freddo della notte precedente. Lentamente i trekkers cominciano a emergere dalle loro amache e un sacco di teste piene di sonno si incontrano per la prima colazione, dove viene discusso un audace piano extra-curriculum: la notte precedente un narco locale ha avvicinato uno dei ragazzi, offrendo una gitarella alternativa con deviazione nella giungla. Destinazione? un laboratorio per la prduzione di cocaina nascosto nel bel mezzo della foresta. Siamo interessati a vedere come la droga viene estratta dalle foglie di coca? Una riunione è velocemente convocata e il risultato è unanime: questa è un’opportunità unica per avere un’esperienza di prima mano del mondo dei potenti narcos colombiani. S’ha da fare.
Subito ognuno si prepara e presto abbandoniamo la sicurezza delle baracche e le nostre guide per entrare nel profondo della foresta dietro ai tacchi del giovane narcotrafficante. Dopo 45 minuti di veloce cammino attraverso la giungla, alcuni attraversamenti di fiume, ascese e discese sotto la copertura della fitta chioma degli alberi, raggiungiamo il luogo di produzione della droga. Esso si trova in una struttura di legno, senza muri e con tetto di lamiera ondulata, completamente nascosto alla vista aerea dal ricco fogliame.

Narcos in Colombia

Produzione artigianale di cocaina, Narcos al lavoro

Ci sediamo all’interno e l’uomo, da solo nello stabilimento, ma provvisto di una presenza intimidatoria, si mette al lavoro. Egli inizia mostrandoci le foglie di coca: in passato per le tribù locali la coca era un prezioso esaltatore di energia e un tramite spirituale con gli dei, oggi invece e’ la droga più costosa nell’elenco dei best sellers della nostra moderna civiltà, decadente e annoiata.
Un colibrì vola come un razzo sopra di noi, fermandosi per un secondo in aria in posizione eretta, giusto il tempo per controllare le cose e sorridere con compassione degli esseri umani e delle loro solite follie. Il narco stringe il manico del suo machete, mentre dice “No foto! No registrazioni vocali”, ma non mi importa, anche io ho un coltello lungo e bene affilato appeso al mio fianco e lui lo sa.
Il trafficante di droga spiega in modo tanto surreale e quanto professionale come le foglie di coca prima devono essere mescolate con sale e poi schiacciate in una polpa e ci mostra come, prendendo alcune manciata di foglie di coca dai grandi sacchi riposti nella parte posteriore del capannone. Il laboratorio improvvisato nella giungla, è diventato una specie di aula scolastica ove si insegna autodistruzione. La benzina entra a far parte del trattamento, quindi l’acido solforico. Ogni fase della preparazione è regolarmente svolta e i viaggiatori vengono pregati di verificare da vicino i risultati pratici e anche l’odore di ogni successiva modifica nella sostanza, mentre viene manipolata. Ora è la volta di usare il permanganato di potassio, quindi la soda caustica.
Il mix di odori ricorda terribilmente la fine della giornata lavorativa in un distributore di benzina, ma ognuno è incantato, rivelando una verità nascosta sul livello di consumo di cocaina nel 21° secolo. E’ giunto il momento di filtrare la sostanza, che la soda caustica ha fatto precipitare, e di scoprire il prodotto finito, una pasta giallastra che uno dei ragazzi dichiara di essere sicuramente la roba più pura che abbia mai visto. Dita si immergono nella pasta di cocaina e poi strofinano contro le gengive. Faccio la mia conoscenza con Signora Cocaina, che odora e sa di benzina e fa reagire la mia bocca e lingua come ad un trattamento anestetico dal dentista. Dopo un po’ di tempo sento una leggera scarica di adrenalina e un senso di potenza, mentre i soliti bene informati spiegano che questo è niente in confronto a quello che si prova iniettando, sniffando o fumando cocaina, in ordine decrescente di godimento.
Nel frattempo il narco racchiude la piccola quantità di cocaina prodotta in un piccolo sacchetto fatto con una foglia arrotolata, dopo di che siamo pronti a partire, uno dei ragazzi con la cocaina in tasca. Appena torniamo alla cabana la droga è mescolata con del tabacco e la sigaretta passata in giro. Io do’ un paio di tiri alla cicca, con zero risultati. Come io non sono un tipo da alcool, non devo essere un tipo da droga. Il mio cervello e’ troppo forte per perdere il controllo a causa di un pochino di roba. Sembra che tra il gruppo di viaggiatori solo la ragazza cinese e il romano siano nuovi in questo gioco. I tempi sono decisamente cambiati.
Castro, la nostra guida, torna da dove si nascondeva e la spedizione verso Ciudad Perdida riprende.  Sarà una giornata facile, con meno chilometri da percorrere e alcune pendenze, ma mai dure come quelle del giorno prima, e un sacco di discese. La seconda giornata del Lost City Trek viene trascorsa per la maggior parte del tempo camminando attraverso una giungla in cui le mani dell’uomo sono state non così devastanti come il giorno precedente: foresta copre le montagne, foresta copre le valli, foresta combatte foresta ovunque in un mortale abbraccio, in direzione della luce, verso il cielo.

Rio Buritaca

Purificazione nel Rio Buritaca

Fa caldo, ma e’ ventilato e frutta fresca è sempre a portata di mano per compensare i litri di liquido finiti in sudorazione. Una pellicola di polvere e sudore copre tutto ciò che si muove, come durante il primo giorno, con la differenza che oggi i miei muscoli rispondono alla sfida, i miei polmoni sembrano essersi allargati, il mio ginocchio sinistro e’ rigenerato dalle cure e dalle molte attenzioni ricevute durante il periodo di riposo.
Ci si sente vivi, ci si sente felici, ci si sente liberi, in mezzo a queste montagne selvagge ma compassionevoli e ai loro alberi. Ci si sente come a casa. Quattro ore svaniscono in un meraviglioso lampo sudaticcio e al termine di una ripida discesa troviamo l’acqua: abbiamo raggiunto il Rio Buritaca. Prima di aver pronunciato una parola, i miei abiti finiscono in un mucchio aggrovigliato, e il flusso di freddo cristallo del fiume lava via il mio sudore.
Il fiume Buritaca si snoda attraverso la giungla, tranquillo in apparenza, ma in realtà posseduto da una forza interiore che sorprende il nuotatore con una resistenza che è quasi invincibile. Facciamo body-rafting e qualcuno riesce a testare la resistenza delle rocce usando come strumento la propria testa. La giornata è troppo bella, comunque, per permettere a qualcosa di negativo di rovinarla. Mi tuffo in acqua nel fiume da una serie di alte rocce, lasciando poi che il flusso d’acqua mi tratti come una foglia. La corrente mi trasporta per un po’, finché il mio corpo è depositato a riposarsi, baciato dai raggi di un avido sole, su una spiaggia di ciottoli dalla bellezza quasi soprannaturale.
Ancora una volta mi sorprende la sensazione di trovarmi a casa, spensierato e in armonia con la natura, che mi ama di ritorno, materna, calda, protettiva. Comincio a credere che la natura sia una donna, la più calda che si possa mai trovare, e penso che sono sempre stato innamorato di lei, a volte spaventato dalla sua energia e incapace di capire i suoi segreti, ma sempre pronto a darle la mia anima, il mio entusiasmo, le mie miserie, la mia vita. La natura non mi tradirà mai, non mi abbandonerà o punirà per i miei errori. Lei è una compagna esperta che tutto vede, capisce, comprende.

Voglio perdermi dentro di lei.

Fine della Terza Parte

(Continua)

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PARTE 2
PARTE 4
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PARTE 6
PARTE 7
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Il Cammino della Città Perduta – Parte 2

Il cammino nella giungla colombiana

Pronti e desiderosi di iniziare il trekking di 6 giorni nella giungla verso la Città Perduta? Seguitemi nella foresta, sudando e ansimando dal inizio alla fine…

di SIMONE CHIERCHINI

Il primo giorno del Lost City Trek inizia con l’incontro di tutta la gang presso l’ostello di Santa Marta in Colombia. Un mostro di Land Cruiser viene caricato al di fuori, tra l’indifferenza della gente del posto. Il portapacchi è pieno di scatole, sacchi e zaini. Una volta che tutto è pronto, 10 viaggiatori si riuniscono alla chiamata di Castro, la nostra guida per il trekking. Di questi 10, 3 sono ragazze. Le nazionalità variano dall’inglese all’australiana, cinese, americana, tedesca e italiana.
Alle 10 lasciamo Santa Marta e prendiamo la strada che porta a nord. Questa strada passa attraverso il quartiere “sbagliato” di Santa Marta, confondendosi con una bidonville che si snoda lungo la strada principale per molte miglia. Povertà e spazzatura vanno fianco a fianco. La gente vive, cammina, fa affari, gioca sopra ad un ammasso indistinto di rifiuti, un tappeto di macerie e plastica che accompagna ogni passo. Gli edifici nel migliore dei casi sono  in mattoni, ma il più delle volte non sono più di baracche di lamiera e compensato. Come la strada ci porta più lontano da Santa Marta, la vegetazione comincia a reclamare il suo posto, lentamente ma costantemente.
Noi dieci siamo imballati strettamente nella parte posteriore della jeep, sensazione scomoda per il contatto fisico eccessivo, che arriva così presto all’inizio del viaggio, quando l’amicizia non è ancora sbocciata. Ogni pochi chilometri ci sono blocchi stradali di diverse specie: polizia, esercito, stradale, tutti con lo sguardo duro, ma al tempo stesso generosi di un caldo sorriso verso i viaggiatori. Non veniamo fermati ne’ perquisiti, quindi il gioco continua.
Dopo 45 km di strada asfaltata si lascia la strada principale per prendere uno sterrato in direzione della montagna. Da lì partono 16 km di massaggio completo del corpo, inclusi intestini, costole e anima su una strada che è in realtà più un sentiero per asini profondamente scavato dalle massicce e continue piogge. Fra dossi e balzi, la jeep si fa strada verso l’alto in direzione del villaggio di El Mamey, cercando al contempo di evitare le gole che solcano la pista ma senza finire in fondo alla valle, a circa 100 metri più in basso.

El Mamey, il punto di partenza

Una volta raggiunto El Mamey, un villaggio di 15 case che vanta un ristorante, possiamo finalmente uscire dalla Land Cruiser e cercare di riacquistare forma umana, non un compito facile. Questa è la fine della pista, dove le jeeps devono fare posto agli asini, che nel frattempo sono stati debitamente caricati per noi.
Mentre i viaggiatori si spostano sotto la veranda del ristorante per proteggersi dalla calura, un gruppo di abitanti del villaggio gioca a Tejo, un tipico gioco colombiano dove una pesante boccia di ferro viene lanciata con lo scopo di colpire un mucchietto di polvere da sparo posizionato su un letto di argilla a 15 metri di distanza. Potente musica erompe dallo stereo della jeep e così la salsa colombiana si mescola con le grida dei giocatori e le esplosioni della polvere da sparo, innescate dai colpi vincenti.
Mentre tutto questo accade, il pranzo è servito, composto da pasadillas, speziati triangoli fritti di mais ripieni di carne, più grandi panini al prosciutto e formaggio su un letto di insalata e pomodori. Ben presto il cibo è distrutto dalla famelica banda e arriva il momento di iniziare il trekking.
Si comincia con un’ora di facile percorso, il terreno è in piano, il caldo sopportabile. Il paesaggio mostra la mano dell’uomo. Qui i contadini locali hanno abbattuto buona parte della foresta per ottenere terreno coltivabile, così la giungla è a macchia di leopardo. Siamo a circa 500 metri sul livello del mare e siamo circondati da dolci colline ricoperte di alberi. Farfalle si muovono a grappoli, mentre in alto nel cielo i Chacos, una varietà di avvoltoi colombiani, circolano nell’aria, mai stanchi di cercare cibo fresco.
Anche se l’avvio è facile, i trekkers sono già completamente fradici di sudore quando raggiungono un piccolo fiume che scende dalla montagna sotto la copertura della chioma degli alberi. Castro suggerisce una nuotata in una piscina naturale e rapidamente alcuni sono pronti a liberarsi dei loro abiti sudati e a mettersi un costume da bagno. Presto tutti si immergono tuffandosi da una roccia, urlando di piacere al contatto con la bella acqua fresca. Nuotare nelle acque cristalline del fiume è un paradiso. Una marea di pesciolini vengono a toccare il mio corpo, interessati a fare amicizia con un ospite straniero. Quando uno degli australiani si tuffa dimenticando la bocca aperta riesce a inghiottirne uno …
Dopo un po’ è ora di vestirsi e di riprendere nuovamente il nostro cammino. Il percorso, tuttavia, diventa ben presto molto ripido e la mezz’ora successiva è veramente dura. La pista continua a salire, curva dopo curva, e la respirazione diventa improvvisamente un serio problema. Fiumi di sudore adesso scendono a inzuppare ancora di più i miei vestiti e il cuore batte a un ritmo impossibile. Esseri umani e asini competono per lo spazio sulla stretta pista, mentre tutti fanno una gran fatica, con l’ovvia eccezione dei portatori colombiani: le dimensioni dei loro polpacci avrebbero dovuto suggerirmi in anticipo quello che era ci avrebbe atteso sulla pista…
Il paesaggio è incantevole, ma è difficile sollevare gli occhi dalla farinosa sabbia rossa su cui stiamo camminando. Il cervello inizia a porre le ovvie domande: ho peccato di arroganza? Ce la farò ad arrivare alla Ciudad Perdida? Il dorso degli asini, ricoperto da enormi sacchi di cibo, diventa disperatamente invitante e così anche la terra, ogni tronco a forma di panchina o prato. Il camino è solo all’inizio e sono già in difficoltà, sia fisicamente che mentalmente, ma ci do’ dentro, passo dopo passo, le mani sui quadricipiti, sudore che mi scivola negli occhi attraverso il cappello.

Uno strato di sudore e di polvere inizia a formarsi sul nostro corpo…

Come si comporterà il mio ginocchio appena operato (ho fatto la ricostruzione del legamento crociato anteriore solamente 13 mesi prima del viaggio)? Mi mollerà a metà strada? Questi e altri trucchi del cervello mi infastidiscono, ma il tempo passa. Curva dopo curva continuo a salire. I trekkers sono ora sparsi in una linea sottile lunga un miglio e anche alcuni degli asini rimangono indietro, incuranti delle continue grida dei portatori. Uno strato di sudore e di polvere inizia a formarsi sul nostro corpo, partendo dalle caviglie e salendo su  fino agli occhi, che non possono essere strofinati in quanto le nostre mani e braccia sono state spruzzate abbondantemente con il letale repellente per insetti al DEET.
Come spesso accade nella vita, quando le cose sembrano essere divenute ormai insopportabili, tutto si calma. Abbiamo raggiunto la cima della prima salita e siamo accolti da una splendida vista di colline e montagne coperte di giungla fino all’orizzonte, alcune avvolte nella nebbia, altre illuminate dai raggi del sole che ogni tanto penetra attraverso l’irregolare copertura di nubi.
Io crollo su un pungente tappeto di erba e inalo insaziabile sia l’aria fresca portata dal vento che accarezza l’altopiano e la vista che incanta il cuore. Strano, penso, come la foresta pluviale abbia sempre affascinato i miei sensi e mi abbia fatto amare l’America Latina ancora più del mio paese. Strano, penso, che tutti in questo trekking siano 20 anni più giovani di me. Cosa c’è che non va in me? Sto cercando di dimostrare qualcosa a me stesso o la realtà di me stesso è che i miei livelli di energia mi fanno essere dove ci sono giovani ventenni?
Il mio sognare a occhi aperti è rapidamente messo da parte quando la carovana di persone e animali si avvia di nuovo lungo la pista. Ci aspetta ancora una serie di ripide ascese per un’altra ora, ma meno impegnative rispetto alla precedente, sia che le gambe si siano intostate o che il percorso sia effettivamente più facile. Vi è ora più tempo per notare dove siamo, di essere grati per la splendida opportunità che abbiamo, per rendersi conto che non ci sono zanzare e che il mio ginocchio è diventato improvvisamente più rigido del normale, non avendo per nulla apprezzato la prima salita.
Dopo un po’ si arriva ad un capanno dove ci sta aspettando un rinfrescante spuntino, sotto forma di frutta fresca che i portatori fanno a fette sul posto con i loro machete, ananas, angurie e mandarini, succosi miracoli di delizia che fanno fremere di piacere la tua gola mentre le budella si attorcigliano per la gioia…
Quando ricominciamo a camminare, il mio corpo è già così stanco che non riesco a sentirlo, ma ormai sono entrato in una fase in cui queste sensazioni in realtà non contano più. Vedo i miei piedi nelle scarpe prendere reciprocamente posto davanti a me e la mia testa è priva di pensieri, sentimenti, preoccupazioni. Sono vivo, sudo, cammino, questo è tutto, per le prossime due ore. Altre colline, fiumi da attraversare, creste da discendere, come pezzi del domino uno dopo l’altro cadono.

Gli umani non smetteranno mai di bruciare la foresta pluviale 

Il fumo della giungla che brucia e muore a volte mi sveglia, ricordandomi che un giorno tutto questo sarà perduto, dato che gli umani non smetteranno di bruciare la foresta pluviale fino a quando non c’è ne sara’ rimasto che qualche ettaro, ma poi abbandono anche queste tristi riflessioni, per riprendere il mio camminare in stile meditazione, ora completamente solo, mentre il gruppo di compagni di viaggio diventa un ricordo lontano. Il tempo smette di esistere e le ultime due ore durano due infiniti minuti senza fine, al termine dei quali la meta arriva improvvisamente in vista, la nostra destinazione è raggiunta.
Quelle cabanas che ora vedo sono come un hotel a cinque stelle nella giungla, la doccia fredda con acqua presa da un ruscello è un sogno di purificazione interiore che diventa realtà, il pasto di riso e insalata di pollo è un banchetto che nessun famoso chef potrà mai eguagliare, l’amaca che finalmente mi avvolge è il ricordo di un materno abbraccio prenatale.
Poi la serenata di grilli, rane e uccelli notturni mi concilia il sonno, dopo di che tutto si spegne.

Fine della Seconda Parte

(Continua)

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