Tra il Dojo e l’Accademia, l’Idea delle Forme e la Forma delle Idee

L'Accademia di Platone come immaginata da Michelangelo

L’Accademia di Platone come immaginata da Raffaello

There are no ‘styles’ of Aikido.
It is like cheese cake.
You can cut it in wedges or squares
or just dig in with your fork
but it is still cheese cake!

di CARLO CAPRINO

Premessa
Se c’è una cosa che un’Arte ci insegna, è che si cresce non solo grazie alla pratica individuale, ma anche (soprattutto?) confrontandoci con gli altri. Nulla di nuovo sotto il sole, il mio saggio nonno mi ammoniva spesso a frequentare quelli migliori di me ed a “pagargli le spese”, (traduco letteralmente dal dialetto) . Ecco quindi che l’idea di aggiungere i miei proverbiali due centesimi al confronto “filosofico” che vede come partecipanti Angelo Armano sensei (1) e Simone Chierchini sensei (2) mi si è palesata non tanto come un atto di arrogante hybris, quanto come una ottima occasione per pulire il mio specchio (3) e riflettere sugli stimolanti suggerimenti forniti da due insegnanti e praticanti così esperti ed aperti al dialogo.

L’Aiki? Che ci sia ciascun lo dice, cosa sia nessun lo sa
Sulla “vexata quaestio” di cosa sia o non sia “davvero” Aikido, si sono scritte e si scriveranno ancora migliaia di parole. In omaggio alla provenienza orientale dell’Arte sarebbe stato forse più opportuno citare l’aneddoto del Buddha, dei ciechi e dell’elefante, ma siamo occidentali, ed un titolo ispirato ad un nostro poeta in fondo poi tanto male non fa, anche perché – a ben vedere – tra lo stracitato “Facimm’ammuina!” della Marina Borbonica e lo stratagemma cinese del “Fare clamore a Oriente per attaccare a Occidente” ci sono più similitudini che differenze.

Orbene, la citazione all’inizio paragona l’Aikido ad una torta al formaggio: tanto il morbido pezzo scavato al centro che il più duro bordo perimetrale sempre torta sono… per i più amanti delle citazioni colte, valga invece quanto affermava il Fondatore Ueshiba Morihei: “Ogni volta che mi muovo, questo è Aikido”. (4)

Tutto è Aikido, niente è Aikido? In effetti, il rischio c’è e il principio dell’enantiodromia – tanto caro ai taoisti ed agli junghiani (e non solo…) – ci ammonisce che un evento giunto al suo massimo si trasforma inevitabilmente nel suo contrario. Quindi, come se ne esce? Cosa è “tradizionale”? (e diamo per ammesso e non concesso che siamo d’accordo su cosa poi significhi davvero tradizionale…), dove finiscono le similitudini e cominciano le differenze? Dove si può parlare di Do e dove di Jutsu? Domande affascinanti ma che temo non abbiano “una” risposta, ma ne abbiano tante quante sono coloro che si provano ad affrontare la questione.

Forma e Contenuto

Forma e Contenuto

Circoscriviamo il campo d’analisi, riprendendo uno degli spunti di discussione affrontati dai Maestri Armano e Chierchini e rigirando la frittata in maniera provocatoria: Le “forme” servono? La pratica rigidamente didattica è utile? Quando (e se) il praticante può (o deve…) affrontare un percorso di pratica individuale?

Anche qui, facile fare domande, più difficile fornire risposte sia pure mediamente condivise; non avendo chi scrive ne’ l’esperienza ne’ la capacità comunicativa dei due Maestri citati, l’unica cosa fattibile è fornire una opinione che è – etimologicamente e logicamente – opinabile e valida tanto quanto una opposta.

Nella mia idea (più o meno Platonica…) di didattica, una “forma” condivisa è utile e opportuna, almeno all’inizio. Ho cominciato ad imparare a scrivere riempiendo pagine e pagine di quaderni di palline, cerchietti ed asticine, cercando di riprodurre al meglio la forma delle lettere presenti nel mio abbecedario. Avrei scoperto anni dopo che ciascuno, partendo da quelle forme condivise, avrebbe poi sviluppato una sua grafia, a volte al limite dell’incomprensibile, ma così tanto personale da poter essere impiegata perfino per indagare le caratteristiche della personalità.

Oggi pare che questo studio non sia più in voga, che si preferisca lasciar esprimere da subito i piccoli studenti senza imporre loro forme precostituite, non so se sia effettivamente così e – se si – su quali basi sia maturata questa scelta; quel che so è che nella mia piccola esperienza personale e lavorativa partire da una base condivisa aiuta a stabilire almeno un “minimo comune” su cui poi costruire e sviluppare percorsi individuali. Certo, il rischio “Torre di Babele” è sempre in agguato, per quanto l’adagio di Albinoni ed un riff di hard rock siano entrambi “musica”.

Stringiamo ancor più il campo di analisi, poiché ciò che può valere per un ambito non è detto valga anche per altri; i nostri padri latini di fronte ad una situazione da indagare si chiedevano ”Cui prodest?”, ovvero “A chi conviene?”, applichiamo questo quesito e chiediamoci, in sovrappiù, “perché” conviene.

Anche sulle motivazioni che portano un uomo del ventunesimo secolo ad affrontare pratiche distanti centinaia di anni e migliaia di chilometri dalla sua storia culturale (5) tanto si è scritto; diamo per assodato che costui lo fa e usiamo il rasoio di Occam (6) per eliminare le ipotesi – sia pure realistiche – che non servono a quanto scritto. l’Aikido – si è detto – affonda le sue radici nelle tradizioni storiche e spirituali del Giappone ma è anche Arte razionale e “scientifica”, e allora credo che anche all’Aikido possa adattarsi ciò che un acuto studioso scrive:

[…] quale sia l’intento della Scienza e quale l’intento della Tradizione. Se ne individuano due: in un caso conoscere l’universo per trasformarlo ed adattarlo alle esigenze dell’uomo, nell’altro conoscere l’universo, e l’uomo come parte del cosmo, per trasformare l’uomo. (7)

Sempre nello stesso testo, ancora si legge:

Le teorie scientifiche non devono mai diventare “congegni” o feticci da adorare e da utilizzare indiscriminatamente per interpretare la realtà, hanno un loro dominio di applicabilità.

Non so voi, ma a me il pensiero è corso alle “tecniche” codificate che qualcuno crede “universali” ed in grado di “funzionare sempre e comunque”, alle leve, alle proiezioni, ai bloccaggi ed alle percosse considerate come “fini” da raggiungere e non come “mezzi” da utilizzare per com-prendere il principio che le anima. E’ ovviamente innegabile che la didattica debba avere come obbiettivo anche il miglioramento tecnico e l’efficacia del gesto compiuto, ma questi non dovrebbero essere gli unici l’obbiettivi da perseguire, almeno non dopo un po’ di tempo dall’inizio della pratica.

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Che fare allora delle tecniche?

Che fare allora delle “tecniche”? A che scopo utilizzarle? Ritorniamo al “cui prodest?” di cui sopra, che è sempre utile… a che scopo un body builder solleva ripetutamente chili e chili di peso su manubri o bilancieri? Solo per sperimentare la forza di gravità? Il gesto evidente è solo un “mezzo” per raggiungere un “fine” altro. Così, ancora Alessandro Orlandi ci ricorda che:

Ogni Tradizione prevede delle modalità particolari per trasformare l’uomo e la sua realtà (interna o esterna non importa).

Assodato questo, sfatiamo un altro mito che deluderà non poco i “teorici della pratica” (ci si perdoni l’apparente ossimoro) sempre alla ricerca della ennesima variazione, della ulteriore spigolatura, dell’adattamento aggiuntivo; quelli che la mia compagna definisce come “coloro che ne vogliono sapere una più del libro”, quelli che insomma accumulano ore e ore di filmati, pagine e pagine di manuali, centinaia e centinaia di fotografie e disegni:

La conoscenza e la sapienza non sono allora sinonimi dell’accumulare nozioni e leggi generali per controllare la Natura ed assoggettarla ai propri desideri. Conosce, invece, chi sa trasformare se stesso fino a rendere le leggi che regolano il suo microcosmo interiore identiche a quelle che regolano il macrocosmo. (8)

Il dito, la luna e lo strabismo di Marte

La didattica e le indicazioni degli insegnanti sono la rotta ma non sono la Via, sono utili a non “perderci per strada” ma il cammino tocca percorrerlo a noi. Nella forma, kata, kihon o comunque si vogliano chiamare questi esercizi propedeutici è compresa l’essenza della tecnica, ma questi non sono ancora la tecnica, potremmo definirli come il guscio che protegge il frutto della noce, che può assaporare solo chi quel guscio sia disposto – prima o poi – a romperlo.

Sembra facile? Forse meno di quanto appare, o forse siamo noi razionalisti occidentali che ci complichiamo la vita… Gli orientali usano paragoni più affascinanti per spiegare questi concetti:

“La forma non è distinta dal vuoto, il vuoto non è distinto dalla forma; la forma è proprio tale vuoto, il vuoto è proprio tale forma; se questa è la forma tale è il vuoto, se questo è il vuoto tale è la forma” (9)

E ancor più esplicito è il saggio cinese, quando ci ricorda – come Antoine de Saint Exupery nel suo “Il Piccolo Principe” – che non di rado “l’essenziale è invisibile agli occhi”:

Trenta raggi convergono sul mozzo, ma è il foro centrale che rende utile la ruota… Plasmiamo la creta per formare un recipiente, ma è il vuoto centrale che rende utile un recipiente… Ritagliamo porte e finestre nella pareti di una stanza: sono queste aperture che rendono utile una stanza… Perciò il pieno ha una sua funzione, ma l’utilità essenziale appartiene al vuoto…” (10)

La “forma” è insomma una sorta di contenitore, utilissimo, spesso indispensabile, ma che tale è in funzione di ciò che contiene. Una forma “vuota” serve a poco, così come un liquido preziosissimo è destinato a perdersi se la “forma” che lo contiene non ha caratteristiche adatte allo scopo.

Nell’ambito marziale, le “tecniche” sono – per certi aspetti “simboli” (11) e la didattica che le utilizza un “rito”. Se il rito è “una successione spazio-temporale e dinamica di simboli e azioni simboliche” (12) bisogna porre la giusta attenzione che il rito che dovrebbe vederci attivi protagonisti non si trasformi in vuota cerimonia, di cui siamo passivi spettatori. Il simbolo vale nulla, se non c’è chi lo ri-conosce (ancora Platone…) e non a caso sempre A. Orlandi evidenzia come: “ Il mito consiste invece in un insieme di simboli i quali possono avere differenti gradi di influenza sull’iniziando, a seconda di come vengono ordinati ed interpretati”.

"Vola solo chi osa farlo"

“Vola solo chi osa farlo”

Se così è, allora, ben vengano i Maestri e gli istruttori più esperti che ci indicano la strada, ben vengano coloro che ci ammoniscono a fidarci dell’ortodossia ma ancor più dell’ortoprassi (13), ben vengano coloro che – come Sepulveda – ci ricordano che “Vola solo chi osa farlo” e che un recinto può essere tanto una prigione che ci rinchiude quanto un ostacolo che ci permette di metterci alla prova.

Se l’Arte in genere e l’Aikido in particolare ci apre all’Universo e nel contempo a noi stessi (14), in un percorso tanto “verticale” quanto “orizzontale”, allora forse la conclusione più adatta a queste note è una citazione di Giordano Bruno, che afferma:

Colui che vede in se stesso tutte le cose è al tempo stesso tutte le cose.

Conclusioni

Ennesimo ringraziamento va ad Angelo Armano sensei e Simone Chierchini sensei per avermi maieuticamente aiutato a buttar giù queste righe.

Ulteriore e sentitissimo ringraziamento a Alessandro Orlandi per aver condiviso col sottoscritto la sua ampia e viva sapienza ed avermi fatto dono di due sue illuminanti opere, a cui sono debitore di molti più insegnamenti rispetto a quelli qui citati.

Ultimo ma altrettanto doveroso ringraziamento ai lettori, per la nuova prova di pazienza a cui si sono sottoposti leggendo questo scritto.

NOTE
(1) http://aikidoitalia.com/2013/04/08/a-proposito-delle-idee-di-platone/
(2) 
http://aikidoitalia.com/2013/03/02/le-idee-di-platone-e-il-taisabaki-del-gambero/
(3) 
Gli scritti dei Maestri citati richiamano spesso Platone, filosofo greco il cui nome pare significhi “dalle spalle larghe”, spalle che spero siano tanto robuste da sopportare anche questo ulteriore fardello.
(4) 
Citato in http://www.aikidofaq.com/introduction.html
(5) 
Sempre considerando che – come detto all’inizio di queste righe – spesso vi sono più analogie che differenze tra culture anche apparentemente agli antipodi
(6) 
Il “Rasoio di Occam” è un principio, ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno, che suggerisce l’inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno, quando quelle iniziali siano sufficienti.
(7) 
In “L’Oro di Saturno – Saggi sulla Tradizione Ermetica” di Alessandro Orlandi, Edizioni Mimesis
(8)
In “L’Oro di Saturno – Saggi sulla Tradizione Ermetica”, op. cit.
(9) Il “Sutra del cuore della perfezione della saggezza” o “Sutra del cuore” è un sutra Mahayana del gruppo della Prajñaparamita, molto conosciuto e diffuso nei paesi di tradizione mahayana per la sua brevità e densità di significato. Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Sutra_del_Cuore
(10) Lao Tzu, “Tao Te Ching”, cap. 11
(11) Ed è interessante, al proposito, l’analisi etimologica della parola “simbolo”
(12) In “L’Oro di Saturno – Saggi sulla Tradizione Ermetica”, op. cit.
(13) Parafrasando saggi ammonimenti, si può dire che: “Molti sentieri di montagna portano alla vetta, ma sulla vetta della montagna non c’è più nessun sentiero”
(14) Scrive ancora A. Orlandi nella sua opera sopra citata: “La Tradizione, invece, si pone come obbiettivo la non-separazione tra il mondo e chi lo osserva, vuole trasformare l’osservatore armonizzandolo con la realtà a lui circostante.”

Copyright Carlo Caprino ©2013Carlo Caprino
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A Proposito delle Idee di Platone…

Idee

“L’Aikido è partire dalla forma per far sparir la forma”

Circa un mese fa AIN ha pubblicato l’editoriale di Simone Chierchini Le “Idee” di Platone e il Taisabaki del Gambero, cui oggi fa seguito (come ormai da tradizione) il puntuale contrappunto di Angelo Armano sul medesimo tema, ma anche assai oltre…

di ANGELO ARMANO

Caro Simone,

possiamo anche abolirlo questo titolo, perché a molti “duri e puri” viene il disgusto di questi temi in ambito marziale. Non è il mio caso, che ad essere duro e puro ambirei non poco…
Così raccogliendo finalmente l’invito da te fattomi, provo a fornirti un contrappunto a quel tuo articolo, la cui metafora è un corretto paragone filosofico, nell’ambito del pensiero di Platone.
Platone non è un invito a nozze (generalmente scanso i matrimoni…), ma qualcosa in più: uno degli assi portanti, probabilmente la pietra angolare del mio edificio interiore nel quale nutro amore (fileo) per Sofia (la saggezza); femmina e pure intensa!
Non è un amore pensato, fatto di erudizione, ma sofferto, vibrante e palpitante alla stessa maniera di quando, senza appellarmi alla tradizione, voglio risolvere qui ed ora un problema sul tatami. Provando, rischiando, senza sapere prima come va a finire.
Naturalmente per lungo tempo, tanto lungo, troppo…ho anch’io affidato tutto il mio Aikido alle soluzioni precostituite, fidando che da loro -e solo da loro- avrei conseguito l’obbiettivo.
Oggi non mi regolo più così.
Allora potresti dire tu, e qualcun’ altro che si sia degnato di leggere le mie riflessioni nel tempo, Angelo Armano si contraddice, ripudia molte delle sue posizioni anche recenti e pure una sana filologia.
Per nulla!
La mia posizione attuale è proprio il frutto di una filologia coraggiosa, spregiudicata, tutta tesa a “guardare in trasparenza” le forme a cui disciplinatamente mi sono sottoposto e continuerò a sottopormi, ma con un essenziale capovolgimento di impostazione. Le forme sono uno specchio in cui riconoscere e affinare la mia interiorità, olisticamente ad un esercizio del corpo.
Ma il prius è l’interiorità, è l’Anima di chi pratica; non lo dico da psicologo, ma da marzialista.
Se non fosse apparso l’uomo chi avrebbe mai detto che quadrato, triangolo e cerchio sono forme sacre? E chi avrebbe mai parlato di idee (la cui radice etimologica è idein, infinito del verbo orao che in greco significa vedere, da cui il senso di immagini interne, con le quali lavorare)?

Platone nella famosa immagine michelangiolesca della cappella Sistina

Platone nella famosa immagine di Raffaello Sanzio

Ma ancor più sono e mi sento discepolo di Platone, nell’accettare pienamente l’identità del buono con il bello! E nella scelta delle forme, attraverso le quali procedere nella conoscenza dell’Aikido, e in qualsiasi altra forma di amore-conoscenza, io andrò sempre dove mi porta il cuore, dove sentirò il buono che mi piace, e il bello del buono. Sempre rispettoso dell’autorevolezza di chi si propone, mai del mero ipse dixit.
La parola estetica viene da aisthesis che implica quell’oh! di stupore, quel respiro spontaneamente trattenuto di fronte alla bellezza. Quel vissuto può arrivare -nientemeno!- ad essere il punto d’arrivo dello Yoga, il famoso sat chit ananda (essere, conoscenza, beatitudine), che alcune pratiche di quella disciplina provano a farci assaggiare, attraverso l’attenzione per il respiro e le sue pause, provocate o meno. Anche per una disciplina ascetica come lo Yoga, quella bellezza è un faro.
La dottrina dell’Anima, i cui valori sono: bellezza, saggezza e verità, è un altro caposaldo della filosofia di Platone, e nell’essere marziali, nel fare Aikido in particolare, l’ultima cosa che possiamo fare è metterla da parte. Osensei non ce lo consente:
“Il budo è una strada divina… la base del vero, del buono e del bello. Riflette l’assoluto e illimitato lavoro interiore dell’Universo”. Più filosofico, più psicologico, più platonico di così, O Sensei non potrebbe essere! Confermandoti caro Simone, che sei nel giusto da aikidoista, a rivolgerti a Platone.
E’ l’anima che gusta delle idee originarie, degli archetipi per dirla con Jung che altrettanto platonico era. Le belle forme, le belle idee, le belle “tecniche”, possono compensare le brutture riequilibrandoci, divenendo persino terapeutiche, e sebbene possiamo essere tentati di collocare l’Iperuraneo in qualche sfera celeste, è solo attraverso l’interiorità che possiamo averne percezione. E’ dentro di noi che acconsentiamo al bello, riconosciamo il bello. Quindi anche le forme dell’Aikido, quelle che per alcuni sono le forme sacre, la Bibbia, solo attraverso l’interiorità possono venire fecondamente intese.

In quel libro che con tanto affetto tu hai recensito intervistandomi, a pag. 19, io metto vicine due espressioni di Morihei Ueshiba; la prima, la più tradizionale, denuncia già la visione evolutiva e non fissa o “fissata”, di quello che noi addetti ai lavori chiamiamo kata. Non è quella forma, e solo quella a dispetto di un’altra, che ci evolve.
“Anche se il nostro cammino è completamente diverso dall’arte dei guerrieri del passato, non è necessario abbandonare totalmente le antiche tradizioni. Assumiamo le venerabili tradizioni marziali nell’Aikido vestendole di abiti nuovi e prendiamo a fondamento gli stili classici, per cercare nuove e migliori forme”.
Siccome sulle parole si può arzigogolare sofisticamente (e avrebbe pure una sua dignità, fatto da un Gorgia), prima di imbarcarci su una polemica nominalistica, prendiamo subito in esame l’altra espressione e compariamola:
“L’Aikido non ha forme predeterminate perché è lo studio dello spirito”.
Come la mettiamo?

Soprattutto perché non è un’espressione isolata, in quanto Ueshiba Morihei Okina (il vecchio Osensei) rincara la dose:
“L’Aikido è partire dalla forma per far sparire la forma”.
Se aggiungessimo una colonna sonora un po’ solenne, il discorso dovrebbe finire qua.

“Il segreto dell'aiki, è di sovrastare mentalmente l'opponente in un battito di ciglia, e di vincere senza combattere”

“Il segreto dell’aiki, è di sovrastare mentalmente l’opponente in un battito di ciglia, e di vincere senza combattere”

Poiché amo O Sensei, ma come ho detto sopra non mi faccio soggiogare dall’ipse dixit, proseguiamo nella disamina dell’argomento.
“Il segreto dell’aiki, è di sovrastare mentalmente l’opponente in un battito di ciglia, e di vincere senza combattere”.

Potrebbe apparire tranquillamente anche questa una espressione del Fondatore, ma non lo è!
Se maestro è colui che ci insegna o ci ha insegnato qualcosa, allora è il maestro di Ueshiba che parla. E ho scelto un “carattere” diverso proprio a voler rappresentare plasticamente, esteticamente la diversità di personalità, tra Sokaku Takeda e Morihei Ueshiba, pur in accezioni talmente simili…da sembrare identiche.
Non è questa la sede in cui mi dilungherò nei dettagli delle fondamentali differenze, soprattutto dal punto di vista dell’interiorità, tra Aikido e Aikijujitsu. Il terreno comune però è tanto evidente, quanto generalmente disatteso nella pratica dell’Aikido!

Di quali forme ci serviamo per strutturare il corpo, è un problema relativo, come dice il demone (alias Issai Chozanshi) nella sua “diceria sulle arti marziali”. E’ fondamentalmente una questione di scelta, di gusto, di estetica.
Quello di cui non si può fare a meno assolutamente è il lavorio interiore.
Andiamo allora al santuario delle forme, alla didattica del grandissimo Saito Morihiro.
Pensiamo per un attimo ad alcune delle caratteristiche del kihon: uke mi prende forte (alcuni dicono al 70%) ed io, utilizzando angoli e leve riesco a fare la tecnica, la forma prefissata.
E’ uno schema che ha una sua utilità, ma domandiamoci a cosa serve per davvero.
A mio giudizio, serve a rassicurare il principiante che non è dogmatico essere sovrastati da chi ha più forza di noi, e che abbiamo delle risorse anche se siamo spaventati. Soddisfatto questo livello e servendocene pure per esercitare il corpo, per confrontarci con degli stilemi, siamo lontanissimi da una benché minima possibilità di applicazione reale.
Se, al solo scopo di fare un esempio, tori si sposta con un movimento angolare rispetto ad uke che lo fronteggia, per quale motivo chi mi fronteggia non può spostarsi a sua volta, proprio per continuare a fronteggiarmi?
E siamo daccapo!
Problematiche di questo tipo sono all’origine della proliferazione delle tecniche, dei loro dettagli e dei diversi livelli elementali (terra, acqua fuoco, aria…) in un discorso che si frantuma sempre più, all’inseguimento della conoscenza perfetta che, esclusivamente per questa via, non arriverà mai. Su questo stesso livello, i diversi ryu del jujitsu potenzialmente pari sono.
E’ ovvio anche per me, che continuo a studiare le forme e i loro dettagli, in proporzione diretta all’incidenza della corporeità nella mia pratica di Aikido, che però, guarda caso, …è lo studio dello spirito.

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“Quanto più progredisci, meno tecniche ci sono. La Grande Via non ha percorso.”

“Parola del Signore!” come enfaticamente ripete una persona a me cara, alias Paolo Corallini shihan. Non a caso lui che la sa lunga, ripete anche: “Aikido ga goriteki desu” (L’Aikido è razionale.), aggiungendo poi a voce più bassa “Quello visibile…”.

Allora se è lo stesso Saito sensei, riportato da Paolo, a dire senza mezzi termini:
“Se il peso di uke non va a finire completamente sulle punte dei piedi o sui talloni le tecniche di Aikido sono inapplicabili.”, come facciamo a portare questo peso nei punti indicati?
Tirando o spingendo?
E uke che fa, sta fermo? Non reagisce? Ci compiace?
Se ci fermiamo alle forme, siamo daccapo un’altra volta! Nel mondo delle idee, non quelle platoniche, ma nelle più mentalistiche astrazioni…

Cos’è che fa saltare a piè pari questa aporia, ponendoci in un livello completamente diverso (e pur mai definitivo di possibilità), rendendo plausibile sia lo studio dello spirito, sia l’ennesima espressione di Morihei Ueshiba:
“Quanto più progredisci, meno tecniche ci sono. La Grande Via non ha percorso.”?
Quella dannata parolina (non il mero flatus vocis, ma tutto il suo back ground) che al pari del kihon, deve essere da subito e contemporaneamente alle forme, oggetto di riflessione e di pratica:
AIKI.

Copyright Angelo Armano© 2013 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore è proibita

Le “Idee” di Platone e il Taisabaki del Gambero

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Quali modelli seguire nella pratica e nell’insegnamento dell’Aikido?

Sono debitore a Maurizio Valle dello spunto che vi riporto qui di seguito, integralmente, tratto da una discussione sulla pagina Facebook di Aikido Italia Network. A me ha aiutato a chiarire un paio di cose importanti rispetto alla MIA pratica. Vi riporto le mie riflessioni conseguenti come ulteriore stimolo, non perché voglia fare da portabandiera di un particolare gruppo, stile o insegnante di Aikido, ma allo scopo di contribuire alla comprensione di una delle questioni più dibattute e controverse della storia della nostra disciplina

 di SIMONE CHIERCHINI

Circa una settimana fa, nel corso di una discussione sul nostro gruppo di FB, l’amico Maurizio Valle è intervenuto con queste parole:

Cito, non alla lettera, Christian Tissier: “Si pratica un movimento, una tecnica, avendo una immagine ideale, un’ideale a cui tendere; tanto più mi ci avvicino, senza comunque mai arrivare alla perfezione, eliminando tutti i movimenti parassiti e le rigidità consce e inconsce, tanto più la tecnica sarà efficace ed elegante”. In tutte le motricità umane – gli sport, le danze, i mestieri – assistiamo, nei campioni, nei maestri artigiani, negli artisti, a questo fenomeno.
E di solito richiede dedizione assoluta e ripetizioni infinite delle pratiche in questione, fattori questi necessari ma non sufficienti.

Questa frase di Maurizio mi ha dato molto da riflettere. Forse per me è stato uno di quei testi che abbiamo bisogno di leggere, e che a volte ci capitano davanti agli occhi proprio quando ne abbiamo più bisogno, perché ci servono a far chiarezza rispetto a qualcosa che abbiamo già dentro di noi, ma che non riesce a trovare la via per esprimersi compiutamente a livello conscio.

Se ciò che Maurizio – e quindi Christian Tissier – sostiene è vero, cioè che in qualsiasi pratica umana per riuscire bisognerebbe tendere ad elevarsi, alla ricerca di una irraggiungibile perfezione, attraverso una continua tensione verso un modello ideale (e io penso che sia vero), allora qual’è il modello che io come responsabile aikidoka e insegnante impegnato di questa disciplina devo propormi di seguire?

Platone

Platone sensei…

Come primo passo, facciamo un breve ripasso di filosofia classica: secondo la teoria platonica, l’idea non va intesa come “concetto”: essa è un modello, ossia una “forma” e con essa Platone indica la forma comune di tutti i concetti relativi. Quando parla di idea, quindi, il maestro greco fa riferimento a un elemento unificatorio presente in natura, che esiste di per sé e al quale tutte le variegate manifestazioni di esso nel mondo materiale fanno capo: essa è la forma pura, unica, divina, che accomuna tutte le altre e le rende possibili. Le forme ideali, secondo Platone, esistono in un mondo separato e a sé stante, l’iperuranio, da cui esse “sgorgano” senza interruzione di continuità, come da una “sorgente”, per dissetare la sete di conoscenza dell’umanità (quante suggestioni per il praticante di Takemusu Aikido…). Nell’iperuranio esiste l’idea di cavallo, da cui poi scaturiscono tutti i singoli cavalli del mondo, individuali e particolari.

In termini di arti marziali, il primo riferimento a un possibile modello ideale che mi viene subito in mente è quello delle koryu, le “antiche scuole o tradizioni” giapponesi, che risalgono al periodo antecedente l’era Meiji (e cioè prima della fine del XIX secolo). In queste scuole, certamente popolate da esseri umani e non dal Demiurgo, il gesto è stato perfezionato e idealizzato da generazioni e generazioni di praticanti, durante un paziente lavoro spesso anche plurisecolare, che ha progressivamente consegnato agli aderenti della scuola un modello di pratica da seguire strettamente, rispettandone alla lettera i dettami tecnici. Se voglio studiare in quella scuola, ho un programma di “forme ideali”, da cui non sono tenuto a staccarmi fino a quando qualcuno più avanti di me (il sensei, cioè colui che è nato prima, e quindi ci cammina davanti) mi dirà che sono arrivato. Per questo spesso non è sufficiente un’intera vita di studio.

L’Aikido, tuttavia, è un Budo di completa rottura con le tradizioni marziali precedenti. Anche se è imbevuto da capo a piedi della cultura di cui si alimentano anche le koryu, i modelli ideali dell’Aikido e le sue forme non possono essere che i suoi, unici e particolari. Le idee dell’Aikido sono indiscutibilmente quelle del suo Fondatore, come hanno preso forma nel corso di una ricerca interiore e marziale durata un quarantennio presso il suo ritiro di Iwama, e come ci sono state tramandate da chi gli è rimasto accanto fedelmente per tutta la vita. Il valore della presenza e della testimonianza di Morihiro Saito (Mori-hiro, “il protettore”, così non casualmente ribattezzato dal Fondatore, che gli conferì anche il titolo di “Custode dell’Aiki Jinja”, cioè del Tempio dell’Aiki, eretto da O’Sensei stesso) non può essere comparato con quello di nessun altro degli altri pur colossali allievi di Morihei Ueshiba. Negarlo significa offendere la logica e io, nonostante la mia formazione mi porterebbe a sostenere altro, non ho intenzione di farlo.

cammino iniziatico

Aikido come cammino iniziatico

Tornando ai modelli da seguire, alle idee dell’Aikido, se ho scelto (come dovrei, altrimenti dovrei cambiargli nome) di usare lo studio dell’Aikido come cammino iniziatico, come metafora del percorso dal buio alla luce, attraverso la continua e insoddisfacibile ricerca della perfezione nel gesto, questo processo non può che fare riferimento ai modelli mostrati da chi quel gesto lo ha creato. Dal punto di vista pratico, io ho conseguentemente scelto di far riferimento alla scuola che è più vicina alla fonte, piuttosto che ad altri pur validi interpreti, perché essi per me stanno alle idee platoniche come il forte ulivo che ho nel mio campo sta all’idea di ulivo che è nell’iperuranio. Sono interpretazioni particolari, a volte anche valide, ma non sono l’idea, il modello. Se mi si consente di usare una metafora di natura religiosa, perché pregare il creatore attraverso i santi, visto che ho la possibilità di parlarci direttamente? I Mussulmani credono nelle parole di Allah, comunicate all’uomo attraverso il suo profeta, Mohammed, e mantenute immutate, non tradotte, non interpretate, per quattordici secoli. Spiegare loro cosa significa Aikido tradizionale è cosa che non richiede alcun sforzo.

Chi sono io per questionare le “idee” della mia scuola? Anche se tutte le mie cellule italiche impazziscono dal desiderio di fare altrimenti, devo rispettare il mio posto nel sistema, che è tutto meno che quello di nuovo profeta. Per me questo è Masakatsu Agatsu, dare libero sfogo alla mia presunta “libertà” è invece alimentare il mio Ego. La mia libertà consiste nell’aver fatto per un ventennio “tutte le mie cose” come insegnante e praticante, salvo poi realizzare che erano tutte fesserie o scopiazzature, o fesserie scopiazzate: ubi maior minor cessat, che tradotto non proprio letteralmente, significa “dove vi è chi ne sa di più, è meglio che chi ne sa di meno impari a star zitto”.

Tutto ciò che ho finora argomentato è un ragionamento che segue una sua logica interna, ma è comunque del tutto soggettivo. Lo propongo, ripeto, come pungolo per la riflessione comune, non per attrarre iscritti verso questo o quel gruppo. Ognuno è libero di cestinarlo, se crede. Tuttavia, chi rifiuta di farsi le domande, non avrà mai risposte, anche quando queste siano opposte rispetto alle mie.

Se è vero che ogni modello che ha lo scopo di insegnare ad altri, esplica appieno la sua funzione solo quando chi lo applica abbia anche la forza morale per romperlo – a cammino intrapreso, davanti alla luce del sapere e della conoscenza – avere o non avere forza morale non è una questione di tecnica e non può essere insegnato da nessuna scuola; è semplicemente il risultato, non garantito, del processo, cui pochissimi hanno la fortuna di arrivare: il risveglio, appunto, che aspetta gli iniziati.

Quanti sono quelli che davvero vedono la luce, attraverso l’Aikido o qualunque arte a scelta? Non molti, mi pare, considerando lo stato del pianeta, della nostra nazione, delle nostre città, dei nostri condomini; anche nel mondo dell’Aikido non mi pare che ci siano legioni di iniziati, mentre  i dojo sono pieni di individualisti che utilizzano l’arte per soddisfare la propria personale agenda – sia essa di tipo egotico e/o finanziario – o come passatempo ludico, tralasciando del tutto l’aspetto del lavoro interiore.

Mi ricordo che quando ero a scuola, dicevo che la matematica faceva schifo, perché equazioni e differenziali per me erano troppo difficili e proprio non riuscivo a raccapezzarmici. Quindi smisi di occuparmene, dedicandomi ad altre cose, che invece trovavo più facili, e così persi una grossa battaglia contro il mio lato oscuro e rimasi un ignorante al di fuori della matematica elementare. Molti conclamano di essere alla ricerca del “loro” Aikido, essendo ampiamente all’oscuro sia delle “idee” del suo Fondatore e della scuola che più da vicino cerca di tramandarle, sia degli interpreti indiretti cui dicono di rifarsi, in nome di una libertà che quasi sempre non è altro se non la scusa che l’uomo moderno ha trovato per non far mai niente fino in fondo, perché per fare qualcosa seriamente ci vuole una profondità morale e una forza d’animo che stanno diventando sempre più rare al giorno d’oggi.

Tutti per uno, uno per tutti

Tutti per uno, uno per tutti

Il nostro mondo oggi, ci spinge a nutrire un individualismo sempre più esasperato, a rigettare e distruggere qualsiasi altro modello se non quello giustificato dalla sola personale accettazione. L’unica regola è diventata l’Io, se piace, si può fare, altrimenti è sciocco, fastidioso, superato, liberticida. Perché l’individualismo sia il modello socio-economico dominante del mondo moderno, quali siano le sue cataclismatiche conseguenze, a chi fa comodo distruggere ogni forma di comunità assieme a ogni tipo di ordine naturale delle cose, solleticando l’egoismo di ognuno, non è un discorso che vogliamo affrontare oggi. Solo una parola di cautela, da parte di chi nell’individualismo si dibatte e ci litiga quotidianamente per tenerlo a bada: l’arroganza di sentirsi arrivati, di voler rompere i modelli, in nome di una presunta libertà personale, per me sono come il taisabaki del gambero lungo il cammino iniziatico.

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Conservatori o Innovatori in Aikido?

Anche in Aikido la querelle des anciennes et des modernes?

Sul blog di Aikido Italia Network viene riportata un’appassionante questione tra conservatori ed innovatori che prendo ad ispirazione per delle mie riflessioni, non intendendo le stesse come risposta ad uno o ad un altro. In letteratura resta famosa la querelle des anciennes et des modernes, confermando se mai ce ne fosse bisogno, che la questione non da oggi è un tema dibattuto, un vero e proprio archetipo

di ANGELO ARMANO

Conservatori e riformisti sono concetti base in politica, al di là dei nomi propri utilizzati dai partiti storici, e per giunta non è infrequente constatare che nel corso della vita dei singoli, si nasce riformisti e si muore conservatori o viceversa. Un salto di corsia capitò anche a Churchill, che in fondo era un conservatore nato.
Senza divagare troppo, O’Sensei era un riformista o un conservatore?
Pare che nel novero delle tecniche dell’Aikido una sola sia frutto del suo genio creativo e simbolico: tenchinage. Tutte le altre erano state già inventate.
Allora Morihei era un conservatore?
Non direi proprio, anzi politicamente e religiosamente pareva incline al nuovo. Addirittura rivoluzionario il suo concetto di arte marziale d’amore.
Per andare alla teknè e al suo progresso, nel salto in alto si usava la sforbiciata e nonostante l’avvento di uno stile (ventrale) più efficiente, il record mondiale femminile rimase a lungo nella titolarità di una rumena che usava quello precedente. Poi nel ’68, a Città del Messico comparve un americano che rivoluzionò tutto saltando a gambero e lasciando gli altri concorrenti con un palmo di naso.
Pochi però si sono soffermati sul fatto che una volta la buca del salto in alto era piena di sabbia, come quella dei salti in estensione (lungo-triplo) e che solo l’avvento dei materassi, aveva consentito l’evoluzione della tecnica nel modo storicamente manifestatosi. Uno che avesse saltato in stile Fosbury nella buca di sabbia, avrebbe avuto ottime possibilità, se non la quasi certezza di rompersi l’osso del collo. Il gesto atletico ha così finito per privilegiare la prestazione in altezza, a scapito della naturalezza che vorrebbe si atterrasse sulle proprie gambe.

Aikido High-Jump

Chi ha ragione, chi ha torto? E, in ogni caso, Lewden, ventrale o Fosbury che sia, nessun saltatore è esentato dal fatto di ripetere migliaia e migliaia di volte la stessa unica tecnica, e non smettere di ripeterla nonostante averla memorizzata a perfezione.
Parliamo di un’unica tecnica e di un’unica situazione.
Il gesto marziale è infinitamente più articolato, e le situazioni che presenta hanno un impatto psicologico estremamente più complicato. Il provare tante tecniche (quando la maggior parte degli artisti marziali ne ha una soltanto come preferita) serve probabilmente alla necessità di non essere presi alla sprovvista da un gesto inconsueto.
Già una volta l’artista marziale ottenuto il menkyo kaiden, partiva per il musha shugyo, il confronto con altri stili ed altre scuole. Oggi che fortunatamente non si muore sul campo, il confronto con metodi diversi rimane di natura interiore e in quella sede lascia i suoi frutti. Un grande esorcismo insomma, anche riguardo ai cosiddetti principi (non necessariamente nobili), parola in voga da parte di alcuni, dimenticando che il Fondatore parlava di quadrato, triangolo e cerchio…
E tutti i pianisti continuano a “fare le scale”.
In tema di gusti è difficile assurgere al ruolo di Tito Petronio, detto Arbitro delle eleganze. Quando ero giovane, tre donne dal mondo patinato della moda si contendevano il ruolo della Bella: la Schiffer, la Campbell e la Bruni e sebbene in tre, non c’è stato nessun giudizio di Paride e fortunatamente nessuna conseguente guerra di Troia, per il dilemma di chi fosse degna del pomo, e d’oro per giunta. Penso che d’oro ce l’avessero già tutt’e tre…
Così, tornando meno faceti, in tema di maestri ebbi una volta una conversazione con Masatomi Ikeda sensei, nella quale mi lamentavo della disparità di giudizi in tema di gradi. Nel rispondermi che non eravamo tutti uguali, giustificando le differenze, mi fece l’esempio proprio di Endo sensei, appena riconosciuto 8°dan, mentre lui che ne era sostanzialmente coetaneo, aveva un grado minore.
Forse nessuno è così lontano dallo stile di Endo come Ikeda Masatomi, che però lo apprezzava. Non per questo si svalutava o nutriva complessi di inferiorità; o al contrario di superiorità, visto che considerava l’efficacia nella difesa personale un requisito indispensabile del suo Aikido.
In my opinion, le domande da porsi sono completamente altre.
Che cosa ha realizzato e voluto lasciare agli altri O’Sensei con l’Aikido? E l’Aikido che pratichiamo è secondo le intenzioni del Fondatore, ne realizza gli scopi? Oppure la parola Aikido non indica un’etica di derivazione marziale, bensì un’etichetta con la quale commercializzare un prodotto, a beneficio del solo venditore, in modo un po’ analogo a quello con cui si vendono gli orologi Ferrari e le piastrelle Versace?
Siccome non sono in questione le libertà, ognuno può decidere di indossare piastrelle o di pavimentare la casa con orologi (gli diranno che è un maestro di Zen…), aspettandosi che rombino invece di fare cucù.

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La Tradizione, il Carosello e la Famosa Salsa

Sumo, una tradizione che cambia ma non muore

In contrappunto a La Salsa Piccante di Mia Nonna di Carlo Cocorullo, continuiamo a seguire il dibattito innovatori-tradizionalisti a base di  metafore culinario-aikidoistiche con un intervento di Fabio Branno, che si chiede: Cosa significa Aikido tradizionale oggi? Ha senso utilizzare sistemi e strutture didattiche del passato, dal momento che furono pensate per un’umanita’ che viveva ad un’altra velocita’ e con scopi e aspettative diverse? Le risposte che Fabio fornisce potranno non piacere a chi non ama l’innovazione, ma quanto meno aiuteranno a riflettere sul tema

di FABIO BRANNO

A casa mia il giorno di Natale è tradizione mangiare la famosa salsa. E’ una salsa che non ha un nome specifico, perché forse esiste solo a casa mia, ma per la mia famiglia è un rituale che si perde nella notte dei tempi e quando ne parliamo, parliamo della famosa.
“Nonna, ma quest’anno la prepariamo LA FAMOSA SALSA?!?” col rombo del tuono alla finestra…
L’intingolo in questione nasce in un modo molto popolare. Gli scarti di pesce utilizzati per il cenone della vigilia, finivano a macerare in pentola tutta la notte per ritornare, quali zombie gastronomici, il giorno dopo, in formato poltiglia, su un abbondante piatto di linguine e spolverato da granella di noci tritate.
Giuro che quando eravamo bambini, la gioia di ricevere dei regali sotto l’albero era completamente bilanciata dal terrore profondo di dover forzatamente mangiare il piatto di famosa.
E’ tradizione!
La tradizione voleva che gli scarti di capitone, di baccalà, di alici e di merluzzo finissero in un pentolone gigantesco ad esalare fetidi effluvi che si attaccavano ai vestiti, ai regali e all’albero di Natale in maniera violenta ed indelebile, senza scampo alcuno. Per non parlare della sensazione di trovarsi davanti ad un piatto guarnito con una testa di capitone semisciolta che ti guardava, con il solo occhio residuo, sfidandoti a stuzzicarlo con la forchetta, mentre portavi alla bocca una forchettata di pasta, spine di pesce e gusci di noci, che erano state polverizzate a mano, come tradizione vuole, finendo con lo spaccare scorza e frutto.
Un giorno ci facemmo coraggio, e tenendoci per mano, andammo a parlare coi Grandi Vecchi della famiglia per ottenere il permesso di sottrarci al rito. Mi ricordo ancora come suonò altisonante il loro “NO”. Definitivo, austero e senza scampo, decise che “A tradizione ce vò e tutti l’ hann’à rispettà!”
Mia madre, allora, intervenne prontamente ed elaborò un piano per l’anno successivo. Si sarebbe occupata lei personalmente della preparazione della famosa. Lo sconcerto fu generale e dalla piccionaia si sentirono le donne bisbigliare rumorosamente! Ma siccome lei era la miglior cuoca della famiglia, nessuno poté opporsi a questa sua richiesta e dovettero darle fiducia.
L’anno successivo, mamma fece una spesa in pescheria specifica per la famosa. Comprò dei pezzi di capitone scelti, della colatura di alici e filetti di merluzzo e baccalà. Li fece cuocere a dovere, dopodiché estrasse un magico strumento dalla credenza: il BIMBY. Una bella passata di salsa nel Bimby la trasformò in una vichyssoise vellutata e saporita, che sposò perfettamente la pasta ruvida di Gragnano e fu esaltata dalla polvere di noci, ottenuta frullando appena appena solo i malli.

Il Grande Vecchio

I Grandi Vecchi guardarono il piatto con molta diffidenza, lo ammetto. Abituati com’erano a mangiare avidamente una sorta di cimitero marino, quella raffinatezza sembrava quasi fuori luogo e poco invitante. Ma il sapore non lasciò dubbi! Solo il buono della famosa, all’ennesima potenza!
Ad oggi, questo racconto mi fa pensare all’Aikido. Ok, il mio psicologo dice che sono un monomaniaco psicotico. Ma non gli ho dato il link di questo blog…
Troppo spesso si parla dell’Aikido come di una disciplina tradizionale. Tralasciando il fatto che fondamentalmente, questa disciplina è più giovane di mia nonna, perché la data di nascita ufficiale è 1942, mi viene da domandarmi COSA si intende per tradizione.
“Tradizionale – starete pensando – è l’Aikido del Fondatore!”
Partiamo dal fatto che Morihei Ueshiba fu aggredito ed insultato dal suo Maestro, Takeda Sokaku, perché aveva rotto una tradizione, abbandonando il Daito ryu e tralasciando il sapere degli antichi. La tradizionalità di un non tradizionale è proprio una contraddizione in termini, concedetemelo!
Ad ogni modo qualcuno dovrebbe definire QUALE fosse effettivamente l’Aikido del Fondatore, dato che in ogni ripresa video esistente, Morihei faceva cose differenti, in modi assai differenti, in situazioni completamente differenti.
Cosa credo io? Penso che “Tradizione” sia rispettare l’obiettivo dell’arte. O’ Sensei puntava ad un Budo che educasse al rispetto della vita. Questo era l’obiettivo.
Il linguaggio passava attraverso una rivisitazione dei movimenti dei Daito. Rispettarne il traguardo è rispettare la tradizione. La strada per perseguirlo è solo figlia dell’epoca. Il metodo di allenamento non è tradizione. E’ scienza.
Il Kata era la maniera in cui il popolo giapponese educava al suo tempo. Un tempo nel quale la televisione,per esempio, era ancora appannaggio di pochi. Ci sarebbero voluti vent’anni prima di vedere il primo carosello, uno spot pubblicitario che per passare lo slogan impiegava tre minuti di storiella.
Oggi viviamo in un mondo nel quale gli spot sono un flash che compare durante una partita di calcio su Sky. Senti la campanella, vedi il logo e già la tua mente ha attivato il processo di comprensione e metabolizzazione dello stimolo. Cani di Pavolv ad alta velocità? Può darsi. Ma dalla mente dannatamente rapida, agile e pronta a mille informazioni.
Uno studio dice che leggere un giornale oggi ti fornisce più informazioni di quante un uomo dei primi del 900 ne potesse ottenere in tutta la vita. Ad una mente come la nostra si può parlare nella lingua del secolo scorso?
Se qualcuno volesse curarvi con la Pennicillina, perché è un medicamento TRADIZIONALE, voi accettereste?
Se qualcuno vi scrivesse in alfabeto morse, tramite onde radio, voi lo ricevereste e decodifichereste?
Se Morihei avesse avuto a disposizione i nostri strumenti, in merito alla psicologia, alla didattica, alla comunicazione, alla biomeccanica, davvero credete che non se ne sarebbe servito?
I tradizionalisti dissero a Musashi che due spade erano un’eresia, a Morihei che l’Aikido era irrispettoso verso il vecchio Budo, a Ford che l’auto non avrebbe mai rimpiazzato i cavalli ed ai Beatles che la loro musica era rumore.
Il valore della storia è tale se ci permette di non incorrere negli errori dei nostri avi. Studiamo la storia, va bene. Ma per vivere al meglio i nostri tempi, gente.

Ah, se a Natale passate di qua, vi faccio assaggiare un buon piatto di pasta!

Copyright Fabio Branno ©2011 
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Pubblicato per la prima volta su
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La Salsa Piccante di Mia Nonna

Diego Velazquez: Una donna anziana che cucina uova (1618)

Al momento sui blog di Aikido italiani si è sviluppato un forte dibattito sul significato e la valenza dell’aggettivo tradizionale in relazione all’Aikido, con alcuni che sostengono che l’idea di tradizione e Aikido siano come il diavolo e l’acqua santa, e altri che ritengono che in assenza di un riferimento ad essa l’Aikido si appresti a divenire il contenitore informe degli esperimenti di ciascuno. Presentiamo i due lati della disputa dialettica con due articoli rappresentativi, iniziando dal pro-tradizione, scritto da Carlo Cocorullo

di CARLO COCORULLO

Nel 1999 mia nonna ci lasciò.
Ricordo bene era prima di Natale, l’8 dicembre ci si stava organizzando per le prossime feste.
La nostra famiglia, sparsa per l’Italia coglieva tradizionalmente l’occasione di riunirsi per la vigilia, il pranzo e tutte le libagioni natalizie in una spettacolare casa di campagna.
Quell’anno non ci fu gran che da festeggiare e si ruppe la tradizione.
Con il passare degli anni, quella casa per il dolore che non si affievoliva, a causa dell’assenza della figura che gestiva tutto al meglio, che faceva gli acquisti, che sceglieva le verdure, che dettava tempi e legge in modo alquanto matriarcale, venne abbandonata.
O meglio, ci fu un tacito silenzio sull’eventuale riunione in quel luogo e ci spostammo in altri appartamenti.
Passarono diversi anni prima di riavvicinarci, una nuova generazione è, nel frattempo, venuta al mondo e molti odori, sapori sono cambiati. Accanto al profumo di fritto, le pappine e gli omogeneizzati, insalata di rinforzo e latte bollito.
Ma un profumo mi mancava, il profumo del giorno di Capodanno, un profumo forte quasi nauseante che era caratteristico, alla pari del profumo di buccia d’arancia delle serate di tombola.
Era la perduta ricetta della salsa piccante.
Già perché mia nonna era detentrice di un piatto tradizionale senza il quale, si sopravvive lo stesso, anzi forse si guadagna anche nelle analisi del sangue, ma che faceva parte della tradizione, era il PROFUMO di Capodanno.
E’ chiaro che la tradizione al giorno d’oggi sembra un anacronismo, ma tant’é. La tradizione è un anacronismo. L’anacronismo (dal greco ἀνά “contro, all’indietro” e χρὁνος “tempo”) è una situazione in cui appaiono oggetti o personaggi che, per ragioni storiche e cronologiche, non sarebbero potuti comparire. Un anacronismo è dunque un fatto o un oggetto apparentemente avulso dal proprio contesto temporale.
Comunque, l’opera di ricerca della salsa piccante è durata tre anni. Un’opera di ricerca difficile, pressoché impossibile, nessuna delle tre figlie aveva ricevuto il passaggio della tradizione, della consegna della ricetta, nessuna di loro aveva assistito mia nonna nella preparazione. O forse ne erano semplicemente disinteressate.

Ricreare l’antica ricetta

Rimaneva solo il profumo, l’aspetto del piatto di portata e il sospetto di qualche ingrediente.
Qualcuno era noto, tipica domanda di fronte al piatto era “mm buono cos’é?”. La risposta era generica, interiora di pollo (rigaglie) cipolle e papaccelle.
Le papaccelle sono dei piccoli peperoni sottaceto conservati in damigiane dalla bocca larga, di colore verde o rosso (le piccanti) che venivano preparati a fine estate e consumati nei mesi invernali, in particolar modo nell’insalata di rinforzo (altra fantastica tradizione…).
E fin qui ci si poteva arrivare.
Le interiora, le rigaglie erano sicuramente quelle del pollo in brodo della sera prima. Quando si usava il pollo vivo ed intero. Ma non erano sufficienti bisognava trovarne la quantità esatta. Erano sicuramente più di uno. La cucina non è una chimica banale, anzi, dividere per due una ricetta non porta agli stessi risultati dimezzati. Non vale la proprietà distributiva matematica. E’ una cosa che si impara facilmente e che solo chi non ha mai cucinato può pensare sia valida. Specialmente in quest’era di monoporzioni.
Il primo anno acquistai un quantitativo enorme, avevo recuperato il tegame, la casseruola in cui veniva preparata la salsa piccante di mia nonna e cercai di adattarmi alle dimensioni procedendo per piccole aggiunte.
La prima cosa era tagliuzzare, non tritare ero sicuro, bisognava fare dei quadratini piccolissimi, la memoria visiva mi aiutava. Presi 5 papaccelle, pulite, scolate bene, togliendo i semi. Facendo attenzione a non usare solo quelle piccanti. Il rapporto mi era sconosciuto, ma annotai il quantitativo usato.
Seconda cosa le cipolle. Non avevo assolutamente idea della quantità. Supposi 4 cipolle grosse, tritate per un quantitativo tale da ricoprire il fondo del tegame. Era un tegame in alluminio, di quelli con il manico in metallo fatto a maniglia. Da quel tegame esalava il profumo.
Feci imbiondire le cipolle in abbondante olio e aggiunsi le rigaglie sminuzzate della stessa misura delle papaccelle. Tirate con del vino rosso. Il primo errore! Non era vino rosso. Era bianco. Annotai.
Infine aggiunsi le papaccelle, il profumo dell’aceto misto alle cipolle, mi stavo avvicinando. C’ero quasi.
Veniva servita tiepida a pranzo e fredda la sera. Ma il profumo c’era quasi, era quasi riuscito il primo esperimento! Le reazioni dei parenti erano commoventi. Qualcuno diceva più cipolla, altri più piccante, altri più calda o più fredda ma tutti erano d’accordo. L’anno prossimo potrà essere migliorata.
Certo.
Avrei potuto frullare tutto con un bel mixer, schiaffarlo su delle belle tartine e chiamarlo, già, chiamarlo salsa di Zio Carlo. Ma non sarebbe mai stata la stessa cosa. Si, forse una nuova tradizione.. Ma a me non interessava minimamente. Non mi interessava cambiare nome ad una cosa non mia. E attribuirmene i meriti. La mia ricerca era solo all’inizio. Internet mi ha aiutato, in qualche regione si fa qualcosa di simile e l’ho provata ma ho solo capito cosa non era. Certo, la “mano” di mia nonna era necessaria, era qualcosa che magari come i grandi cuochi facevano “ad occhio”.
Volevo riportare in vita la salsa piccante di mia nonna, volevo una tradizione, questa volta, scritta e ben documentata di ciò che mia nonna faceva e cheattraverso di me venga tramandata alle generazioni future.
La tradizione non è una questione di principio, è una questione di profumi, di colori, di sensazioni che si rinnovano, che si risvegliano dopo il letargo invernale dei sensi. Come la pastiera, il dolce dal profumo di primavera…

Ma questa è tutta un’altra storia.

Copyright Carlo Cocorullo ©2011
Pubblicato per la prima volta il 20/09/2011 su
http://www.aikidoromaeur.it/2011/09/la_salsa_piccante_di_mia_nonna/#more-1387