Il Posto dell’Aikido Nell’Era dello Zumba e dell’MMA

Liscia, gassata o ferrarelle?

I padri dell’Aikido sono scomparsi o stanno scomparendo e tocca ai figli prendersi la responsabilità di collocare la nostra arte in un mondo profondamente cambiato. Dove va l’Aikido nel XXI secolo? Qual’è il suo posto nell’era dello zumba e dell’MMA? Che cosa dobbiamo farcene della meravigliosa eredità che ci hanno lasciato i nostri padri adottivi da tatami? Sarà il caso che la nuova generazione di insegnanti di livello inizi a chiederselo, perché il futuro è adesso

di SIMONE CHIERCHINI

Man mano, con lo scorrere inesorabile del tempo, ci si allontana sempre più dalle fonti dirette dell’insegnamento originale dell’Aikido, al punto che sul web è stata usata l’azzeccata espressione di Aikido 2.0 in riferimento alla fase che ci si apre davanti. E’ specialmente in questi momenti di passaggio che diventa fondamentale capire cosa si sta facendo, con la speranza di imboccare la strada più giusta e consona ai nuovi tempi che avanzano.

Nei momenti di incertezza e instabilità, storicamente si è sempre manifestata la tendenza all’irrigidimento, sia esso fisico, psicologico e/o sociale, seguito dal consolatorio accostamento a forme culturali viste come più tradizionali, o più “potenti”, o rassicuranti; per spiegare questa tendenza è sufficiente la psicologia da bar e non staremo a perderci tempo.

In Aikido il quadro di cui sopra si traduce spesso nel ritorno ad un tipo di visione del Budo quasi pre-aikidoistico: siccome i tempi attuali hanno prodotto un tipo di pratica da tatami che si discosta di poco dallo Zumba praticato in contemporanea nella sala accanto, per reazione l’Aikido deve tornare ad essere un metodo da combattimento. In questo modo posso discostarmi dai ballerini in hakama, e allo stesso tempo fare concorrenza agli energumeni dell’MMA.

La diatriba sull’efficiacia dell’Aikido è vecchia quanto l’Aikido stesso, ma è in queste fasi di confusione che rifà capolino con forza un’ideologia che vorrebbe riportare la nostra disciplina a quello che era prima del Fondatore, cioè un mero mezzo per contraccare e ferire, negando in un colpo solo il geniale contributo di Morihei Ueshiba e il lavoro di tre generazioni di insegnanti che sono riusciti a trasformare una serie di violente tecniche marziali medievali in un metodo volto alla conoscenza personale e al miglioramento dell’essere umano.

Il revisionismo storico è un male inevitabile, e ogni tanto riemerge, soprattutto quando le cose non vanno bene, ma è bene ripetere a chiare lettere che l’Aikido di Ueshiba non è difesa personale. L’Aikido di Ueshiba utilizza le tecniche un tempo usate esclusivamente per la difesa personale per FINI ALTRI. Si può non essere d’accordo con questo postulato, ma allora bisogna avere il coraggio di chiamare quello che si fà con un nome diverso, perché Aikido non è. Se si vuole riscrivere la storia, la genesi e la filosofia dell’Aikido si è liberi di farlo, ma non si può poi pretendere che chi legge dopo averlo studiato per decenni non si metta a ridere quando si leggono certe castronerie.

Moltissimi sono ossessionati dall’idea di difesa personale. Gli stili marziali che vanno per la maggiore sono sempre e invariabilmente quelli che picchiano più duro (o fanno finta di picchiare più duro), e anche tra gli aikidoisti il morbo dell’efficacia è una preoccupazione che sembra ledere la tranquillità di tanti colleghi di ogni età e grado. Personalmente penso che in una società civile e organizzata la migliore forma di difesa personale dovrebbe prevedere due mosse pulite pulite: educazione di qualità, e certezza assoluta della punizione… due cose che la società occidentale contemporanea non ritiene di dover impegnarsi nel fare. Tuttavia, il fatto che il sistema sociale attorno a noi non funziona, non può giustificare il ritorno all’età della pietra: noi marzialisti abbiamo il dovere di dissociarci con forza da ogni espressione di violenza fuori dai parametri della minima forza.

E qui entriamo più nel vivo di cosa stiamo parlando. Difendersi è un diritto, difendersi da chi ci attacca con violenza animale come degli animali, significa semplicemente essere della medesima sostanza. Non c’è differenza fra il porco e il cotechino… In un mondo che si fa sempre più confuso e contraddittorio, l’aikidoka non può permettersi di alimentare le fiamme con la benzina. Quando la mano ci stringe il polso, non irrigidirsi; quando lo tsuki ci sfiora il viso, non reagire rompendo il naso dell’attaccante; quando un uomo si comporta come un animale, non reagire diventando un animale di misura superiore. Questo è Aikido. Non trasformarsi nel male che si riceve, ma neutralizzarlo e ridirigerlo, possibilmente verso la ricomposizione.

“Non reagire diventando un animale di misura superiore” è un’affermazione ben diversa da “non reagire, diventando un animale di misura superiore”. La virgola fa una differenza enorme. Qui non si sostiene che l’aikidoka debba trasformarsi in un gandhiano non violento – anche se da buoni cristiani bisognerebbe porgere l’altra guancia. Il messaggio dell’Aikido non è quello pur onorevole della resistenza passiva. Il nostro è un approccio attivo, ma la linea su cui ci muoviamo è sottile: bisogna fare attenzione a non precipitare nuovamente nel medioevo della risoluzione dei contrasti: lui mi ha fatto male, io lo rompo; perché a livello sociale questo contiene il germe della disintegrazione della comunità di cui tutti ci diciamo inorriditi. Ho idea che i linciatori di oggi appartengano alla categoria dei linciati di domani, visto il livello morale di ciò che a sentir loro sono pronti a fare.

Ci vuole corrispondenza tra azione e reazione, tutto qui. L’aikidoka deve evitare il tocco di Medusa, che ci trasforma esattamente in quello che ci fa paura e orrore. Se un violento aggressore finisce pestato a sangue e ridotto come una poltiglia morente, dov’è la giustizia? E’ questo il modello di comportamento che vogliamo proporre nella comunità che lasceremo ai nostri figli? No, grazie. Il violento, l’aggressore è lui, non io. L’aikidoka deve metterlo in condizioni di non nuocere e impacchettarlo, consegnandolo poi alle autorità che lo devono punire secondo le leggi che la comunità si è data. Il colpevole deve pagare il suo debito PER INTERO, SENZA SCONTI, ma sempre al fine di ritornare in società.

Solleticare gli istinti di vendetta non è Aikido. L’aikidoka non si vendica mutilando. Grazie all’Aikido di Ueshiba siamo marzialisti evoluti, e non è che sia cosa facile. E’ certo più semplice lasciarsi prendere dal primo istinto che ci assale davanti all’orrore dell’aggressione fisica o psicologica. Il facile è pestare un aggressore a sangue o il litigare a morte con tutti quelli con cui siamo in disaccordo. Ma chi siamo noi per autonominarci carnefici? Quale potere in terra ci dà il diritto di ergerci a giudici? Siamo senza peccato? Io no, e quindi faccio un passo indietro.

L’aikidoka maturo studia tecniche di guerra per usarle, ma usarle non vuol dire uccidere. Conoscendole, in caso di aggressione dovrebbe sapere come usarle quanto serve, non un grammo di forza in più. D’altronde per me è inaccettabile che si usino gesti di chiara origine marziale con una competenza marziale da ballerina classica. Se mi dedicassi al tiro al bersaglio e colpissi tutto meno che il bersaglio, sarebbe lecito che mi venissero dei sospetti sulle mie capacità. Se tiro a bersaglio, voglio fare centro, altrimenti che tiro a fare? Poi quando esco dal poligono di tiro non sparo a nessuno, ma questa è la mia scelta, fatta sul fondamento di ciò che ho in potenza, non perché non ne sono capace. Il pacifismo, l’armonizzarsi, per me è una scelta cosciente fatta da chi può disarmonizzare, fare male, uccidere, ma ha la forza morale, derivata dal training, di scegliere di non farlo. Questo è il Masakatsu agatsu di casa mia. Il pacifico perché è debole non è pacifico, ma inerme, e nel suo essere pacifico e armonico non c’è nulla di morale: dategli gli strumenti e vedrete se è pacifico o no…

Il problema dell’efficacia è semplicemente un non-problema. L’uomo non può diventare invulnerabile, e già pensare a difendersi rende di per sé deboli. Che l’attacco sia vero o “di dojo”, la risposta non può essere comunque relativa. La risposta è sempre e solo assoluta, e questo è quello che insegnano i grandi maestri. Altrimenti in caso di attacco reale, se la risposta è relativa o uno uccide perché è troppo eccitato, o se la fa sotto perché ha troppa paura.

Io non faccio a botte da una vita, ma ci sono stato in mezzo, e non mi sono piaciuto per niente. Per questo studio il controllo: il punto sta solo nella misura della reazione. A mente fredda ho deciso di non reagire barbaramente e studio le tecniche necessarie a farlo. La pratica controllata di ogni giorno è orientata a questo fine, altrimenti perché non ci distruggiamo le giunture ad ogni tecnica che applichiamo? A che cosa serve studiare il controllo, se poi quando c’è la situazione reale si reagisce in modo non controllato? Che sia facile, o che ci si riesca per davvero è un altro discorso.

L’Aikido nell’era dello Zumba e dell’MMA deve servire a trasformare l’odio in convivenza civile. Chi vuole fare difesa personale pura e semplice si rivolga altrove, dato che ci sono discipline che sono un milione di volte più veloci dell’Aikido nel fornire strumenti di azione/reazione. L’Aikido è nato sulle ceneri di un mondo violento e ne usa le tecniche per scopi morali e di miglioramento personale e sociale.

D’altronde, non fa compito dell’insegnante di Aikido nè fare del male agli altri e neppure fargli il lavaggio del cervello per sentirsi dare ragione alla fine. Noi possiamo fornire informazioni, argomenti logici, motivazioni e buon esempio in prima persona. Dopo di che sta a chi ci segue farne l’uso che crede. Noi offriamo gli strumenti che usiamo, sono poi gli altri che devono decidere se usarli. Se non vogliono, per me va bene lo stesso, ma non devo poi per questo cambiare la mia vita trasformandomi in loro…

Copyright Simone Chierchini ©2012Simone Chierchini
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La Pratica: Cercare La Via A Piedi Nudi

L'AIkido è una delle infinite vie che riconducono l’Uomo al proprio sé

Praticare Aikido significa immergersi completamente offrendo ciò che si conosce e lasciandosi guidare dagli insegnamenti del Maestro. Affrontando serenamente sia i momenti in cui l’Aikido lascia intravedere ampi orizzonti luminosi sia i lunghi periodi in cui il corpo sembra dissociato dalla mente e in disarmonia con il mondo intero, la pratica sul tatami diventa il momento di apprendimento, incontro e confronto con gli altri praticanti. L’allievo è di fronte al Maestro

di RENATO VISENTINI

La fase vera di apprendimento rimane, però, fuori dal Dojo, nella vita quotidiana le tecniche e l’insegnamento, che sta nella loro essenza, maturano nello spirito e a seconda dell’esperienza del praticante, cominciano a prendere forma. Nella mente la tecnica assume forma pur non avendo aspetto concreto e prende sostanza pur non avendo consistenza. Questa evoluzione avviene nei piccoli gesti della vita quotidiana fino a sbocciare nella consapevolezza che le tecniche nascono dal cuore, vive, uniche e irripetibili.

Apprese con gli occhi e impresse nel cervello, le tecniche possono essere espresse solo se migrano nel cuore e, attraverso il filtro del corpo, sfociano spontaneamente permeate di energia vitale. Fuori dal Dojo, mentre matura in sè le tecniche, l’allievo è il Maestro.

Come già detto in precedenza, la pratica richiede principalmente uno sforzo di continuità nella presenza. Va da sè che senza la pratica, l’Aikido resterebbe una mera astrazione che non sfocerebbe ad alcun risultato spirituale e filosofico. L’Aikido veramente va soltanto praticato per alimentare la grande sorgente di energia vitale che è in ognuno di noi e che ci fonde con l’essenza del Creato.

E’ importare ricordare che non vi è nulla di esoterico, di dedicato a pochi eletti e soprattutto non bisogna dimenticare mai che l’Aikido è soltanto una delle infinite forme con cui la Via si offre a chi desidera percorrerla. Oppure, detto in altre parole, è una delle infinite vie che riconducono l’Uomo al proprio sè.

La pratica dell’Aikido è fatta di regole dette e altre implicite, non dette. Esiste un rituale importantissimo che inizia con il rispetto del Dojo e degli altri praticanti dimostrato con il silenzio, con un abbigliamento consono e con l’allineamento degli zori intorno al tatami. Ecco l’aspetto più importante: le calzature, simbolo del contatto con questa terra, sono il confine che segna il tatami quale cima della montagna. La Via va percorsa a piedi nudi, umilmente, come è scritto e professato anche nelle più grandi religioni.

Scalzo il praticante si eleva per quanto Dio gli ha concesso e proseguirà sulla Strada secondo le sue possibilità, senza interrompere mai il contatto con la Grande Madre. In analogia con altre filosofie, il piede nudo a contatto con la materassina sta a significare che il lavoro di ricerca del Praticante avviene su questa terra, nella sua fisicità, ma si amplifica come l’eco in uno spazio interiore di conoscenza di portata inimmaginabile.

"La pratica è solo il preludio per accedere alla Via"

D’altronde, e così deve essere, ciò che colpisce per prima cosa dell’Aikido, è proprio l’aspetto materiale, quello delle tecniche, che in definitiva è solo la punta dell’iceberg, che galleggia su un oceano di illusioni. A questo punto va precisato che le illusioni sono i preconcetti con cui ci avvicina a quest’Arte marziale: quanti pensano che l’Aikido sia semplicemente una lotta di autodifesa o, peggio, una danza priva di efficacia.

Imparare a coordinare i movimenti del proprio corpo è invece uno dei compiti più difficili che ci si possa porre ed è proprio lo scoglio su cui si infrangono i sogni di realizzazione di coloro che hanno sottovalutato questo impegno o che si sono arenati di fronte alle regole, semplici ma rituali, che permeano la pratica nel Dojo. Per queste persone, molte volte l’Aikido rappresenta una delusione, mentre dovrebbero semplicemente rendersi conto che la pratica è solo il preludio per accedere alla Via. Se la pratica non soddisfa lo spirito significa che questa non è la propria via, che andrà cercata altrove.

La pratica può essere ancora intesa come il filtro attraverso il quale il corpo e la mente vagliano le proprie possibilità, è la manifestazione visibile dell’Aikido, la frontiera oltre la quale ci si immerge nell’oceano del Ki. Le tecniche di base sono gli strumenti con cui si inizia e si continuerà sempre ad affinare la qualità dei movimenti del corpo fino a che essi faranno parte definitivamente della nostra vita quotidiana.

A pensarci bene, nell’affrontare le difficoltà di ogni giorno ci muoviamo in Ki Hon o in ki No Nagare, siamo Omote o Ura.

Copyright Renato Visentini ©2012
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