Cchiù Pilu e Kyù Dan Per Tutti!!

Cchiù Pilu e Kyù Dan Per Tutti!!

Cchiù Pilu e Kyù Dan pure per te!!

E’ la solita provocazione dell’amico Carlo, oppure qualche ragione in questo diluvio di proiezioni numeriche c’è? Anche se le cifre fossero fuori asse del 75%, rimane il fatto che sui tatami italiani ormai abbiamo quasi più professori emeriti che studenti e nonostante il fatto che sono anni che ci sgoliamo nel richiedere una politica comune di promozione della disciplina, nulla si muove, a parte le promozioni a pioggia dei vecchi insegnanti. Nel frattempo i principianti latitano e i seminari sono semideserti o sembrano un raduno di reduci. Continuiamo a farci del male, ognuno re del suo angoletto…

di CARLO COCORULLO  

Ci saranno 40 sesti Dan di Aikido in Italia?
Più o meno… penso di si, anche di più.
Tra Enti Morali e combriccole immorali, Federazioni, Circoli bocciofili e auto conferimenti vari…
Ora mi dite dove stanno i 223 milioni di praticanti di aikido in Italia tali da giustificare l’esistenza di questi VI Dan?

Mi spiego meglio.

Forse prima di parlare sulla necessità di insegnare dei gradi bassi, su cui questi VI Dan continuano ad interrogarsi, provate a chiedervi: “è necessario avere tutti questi gradi alti se non sono stati creati i presupposti per l’espansione della disciplina?”

Il calcolo di cui sotto non è inventato, ma parte da regolamenti scritti di vari enti sottomano. Dai vari regolamenti, infatti, si suppone un rapporto di 4 a 1 con il grado precedente.
Ovvero, per onestà, quattro V Dan in commissione per avere un VI Dan.
Il calcolo matematico prevede anche una media di 20 praticanti dal VI al I Kyu e uno shodan ogni 4 primi Kyu.
Ovvero una palestra in teoria potrebbe essere sostenibile con una ventina di praticanti (argomento da approfondire in futuro).
E infatti il calcolo torna ma…

VI Dan 40
V Dan 160
IV Dan 640
III Dan 2560
II Dan 10240
I Dan 40960
I Kyu 163840
II Kyu 655360
III Kyu 2621440
IV Kyu 10485760
V Kyu 41943040
VI Kyu 167772160

Per un totale di 223696200 ipotetici praticanti di Aikido in Italia.
Il Delirio.

La realtà è che dal I Dan in su i numeri sono abbastanza aderenti alla realtà. Su una ipotesi di 54000 praticanti in Italia (!?), chi domani si avvicina alla disciplina potrebbe avere il diritto di prendere direttamente lo shodan. Chiaro no? Con 40 sesti Dan è plausibile una  quarantamila di cinture nere primo Dan. Praticamente il reale numero dei praticanti in Italia.

Dove sta l’errore? Sul numero di praticanti infatti, saltano le logiche. O abbiamo nascosti cantine e sotterranei più praticanti di aikido della popolazione italiana o, per correttezza, i gradi alti non sono equilibrati.

A conferma di tutto abbiamo circa 10 settimi Dan presenti in Italia. Vanno messi in cima alla lista.
Dove sta quindi l’assurdo?
Che a conti fatti i VI Dan sono troppi.

A onor del vero però possiamo dire che alcuni VI e VII Dan insegnano anche fuori dai confini Italiani, e quindi il calcolo sul rapporto insegnanti/allievi andrebbe fatto su un ottica più ampia.

Ora proviamo a rimodulare il calcolo su un’altra ipotesi ovvero che non ci sia una piramide così ampia ma che esista un soggetto disposto a credere ad altri due ovvero un banale albero binario:

VI Dan 40
V Dan 80
IV Dan 160
III Dan 320
II Dan 640
I Dan 1280
I Kyu 2560
II Kyu 5120
III Kyu 10240
IV Kyu 20480
V Kyu 40960
VI Kyu 81920

Per un totale di 163800 praticanti con l’ipotesi abbastanza onesta che con il Teorema del Gatto e la Volpe al ci si incontra in due dando al terzo il grado che desidera.
Praticamente l’inconsapevole Maestro si ritrova un grado alto, ma-si-ma-non-sono-stato-io-a-chiederlo-me-lo-hanno-dato…a mia insaputa.
Ma, allo stato attuale delle cose, non esiste un singolo ente che ha il controllo della gerarchia?
NO.
Esiste una esplosione fattoriale di gradi.

Allora dove sta la soluzione?
O abbiamo 40 sesti Dan con il rapporto due a uno ovvero privo di valore visto che basta accordarsi in tre per rilasciare un titolo oppure se ci atteniamo ad una unica realtà dovremmo cancellare circa tre quarti dei VI Dan.
I numeri tornano, la realtà è semplice, tre quarti dei sesti Dan di Aikido in Italia è pressoché inutile.
I gradi alti servono solo ad inflazionare il sistema.

Non è il III Dan che insegna che vi “costringe a darvi un grado in più per distinguervi” è che il mercato è saturo e autoinflazionato di titoli che al giorno d’oggi non hanno più valore.

I Gradi aikikai mantengono la loro quotazione? Probabilmente si.
Un titolo di VI Dan so Hombu costa circa un 800 euro, e sicuramente chi lo detiene ha tutto l’interesse a far si che mantenga il valore. Che senso avrebbe deflazionare un titolo da mille euro e portarlo a zero di valore?

E gli altri?
Partendo dal presupposto che in Italia i gradi Dan non hanno valore per l’insegnamento, e valgono meno del titolo di vice assistente sciampista in seconda (con tutto il rispetto parlando della professione di sciampista) il titolo è puramente onorifico.
Quindi il Dan della Federazione XKYx o dell’ente di promozione o del circolo amici della pesca ha lo stesso significato.
Il valore nominale è lo stesso può essere diverso il valore simbolico Il numero uno originale di un fumetto, se raro, ha un certo valore.
Ma se ristampato in 40 versioni dalla copertina di platino alla versione su carta riciclata o a colori, in 3D, o su marmo di carrara cambia poco, e per interessare il collezionista bisogna inventarsi nuove versioni.
E così è per l’aikido.

E’ un percorso difficile, se non impossibile, ci vogliono tanti anni, ma soprattutto tanti soldi. Tanti soldi. Tanti soldi.
Oppure le scorciatoie, e sono tante, tante quante le associazioni di aikido in Italia.

Quindi allo stato attuale delle cose, non ci sono molte soluzioni.
Pagare per i gradi aikikai e chi li rilascia, per amore del collezionismo e del titolo che però strategicamente parlando va piano piano a perdere valore può essere una soluzione.
Ma che attualmente demarca il confine tra chi mantiene una sorta di gerarchia piramidale e chi invece si autoconferisce i gradi.
Per autoconferimento si intendono anche i gatti e le volpi ovvero enti, federazioni e associazioni con 3000 o poco più iscritti e una decina di sesti dan.

Gli enti di promozione possono essere importanti per dare nuova linfa all’aikido ma comunque il soggetto più importante, ovvero l’Aikikai d’Italia resta la realtà più importante e, pur con i limiti noti, è l’unica capace di portare 100 e passa persone il weekend di Pasqua a praticare con la sua inossidabile guida didattica IX Dan.

Diamo riscontro alla realtà e non viviamo di castelli in aria, come diceva il buon Igor in Frankenstein Junior, “se la sorte t’è contraria e mancato t’è il successo…”

Non è l’unificazione ma la crisi e la contrazione del settore che ci salverà.
In tempo di pace le scuole tradizionali, i Ryu proliferavano, poi in tempo di guerra le scuole perdenti venivano sterminate.
E’ in questa crisi che si vedrà la differenza.
Le associazioni che si organizzano, si danno da fare, che hanno i numeri andranno avanti.
Le restanti si auto sopprimeranno.
E’ fisiologico.

E per fortuna solo chi si organizza sopravvive, chi va avanti di inerzia, sperando che arrivino nuovi aikido-polli da spennare si sbaglia di grosso.

Copyright Carlo Cocorullo ©2014 
Per le norme relative alla riproduzione consultare
http://aikidoitalia.com/copyright/

Annunci

I “Grandi” dell’Aikido e la “Sindrome di Padre Pio”

Il Fondatore e i Grandi Shihan dell’Aikikai Hombu Dojo

Già lo so che farò arrabbiare un sacco di gente, ma oggi parleremo comunque dei “Grandi” personaggi dell’Aikido e del carosello che si fa attorno al loro nome. Esamineremo quella sorta di amore invasato e cieco che tanti nutrono per i loro santini e santoni e cercheremo di capire i motivi della conseguente furia quasi religiosa che acceca taluni quando si discute, esamina, interpreta e talvolta critica l’operato dei suddetti mostri sacri

di SIMONE CHIERCHINI

Non c’è bisogno di stare a perdere troppo tempo per riaffermare cose che sono ovvie a chiunque abbia ricevuto un minimo di educazione dai propri genitori: che sia dovuto il giusto rispetto a tutti coloro che seguono le regole della civiltà, a cominciare da quelli che hanno fatto la storia nel proprio campo, fino all’ultimo dei propri colleghi sul posto di lavoro, o sul tatami di fianco. Tuttavia, questa che è un’ovvietà quasi banale, spesso trascende in una serie di atteggiamenti che vanno osservati un po’ più da vicino, se si vuole capire il perché di tante parole spese sui “Grandi” dell’Aikido, di tante foto postate sui social network e di infinite discussioni arroventate e maleducate sui forum di arti marziali.

Toccategli tutto, graffiategli la macchina nuova, rubategli la fidanzata, pigliateli a mazzate, ma non dite ai rispettivi tifosi che Saito (Tohei, Shioda, Tada, Yamaguchi, … O’Senseiiiiii!!!!) non sono necessariamente quelle figure statuarie – cristallizzate in una divina perfezione tecnica, morale e umana – che i suddetti hanno costruito nel loro subconscio e che li rende paragonabili nella devozione che ricevono ai santi cattolici di altri tempi. Proprio come nei tempi andati, osare dire che costoro erano (sono) dei semplicissimi esseri umani, con le loro grandezze e le loro numerose piccolezze, esattamente come tutti noi, può causare la messa all’Indice, la scomunica, o addirittura il rogo…

Sono veramente tanti quelli che si irritano a morte se anche solo si discute, per esempio, della genesi del bukiwaza di Iwama, su quale sia stato il ruolo di Morihiro Saito (se geniale sintetizzatore o pedissequo raccoglitore del lavoro del Fondatore), oppure sulla genesi dell’Aikido stesso (se il Fondatore abbia o meno clonato il Daito, come hanno sempre sostenuto da quella parte della barricata, oppure se lo abbia reinterpretato in un senso del tutto originale, come hanno insegnato a dire a noi aikidoka), e via dicendo. Schierati in squadre spesso contrapposte, armati fino ai denti dei santini e dei DVD dei loro amati, tutti costoro detestano ferocemente chi osa parlare senza adorare i loro amori giovanili in hakama (anche se questa gente ha spesso passato gli ‘anta), spesso però riunendosi in un coretto saccente rivolto a tutti gli altri (“Screanzati & Lazzaroni!!!!”), specie quelli che non si occupano solamente di sudare sul tatami e tirare bokkenate ai fantasmi 300 ore al giorno, ma usano anche il cervello e il materiale cartaceo e video a disposizione per cercare di capire cosa stanno facendo, a causa di chi lo stanno facendo e per quale motivo lo stanno facendo.

Lasciamo perdere i duelli in nome dei “Grandi”…

Oggi, grazie ai social network, possono poi scambiarsi le proprie opinioni su quello che hanno scoperto strada facendo. E’ chiaro che a volte ci sono anche dei babbei diplomati che aprono bocca e parlano di tutto senza mettere in funzione il cervello, ma chiunque abbia un minimo di cultura settoriale non dovrebbe farci caso più di tanto: mica smettiamo di andare al cinema, anche se una prendiamo una bufala, semplicemente ci segniamo il nome del regista e lo evitiamo in futuro…
Io penso che non valga mai la pena di accapigliarsi con nessuno per difendere il “buon nome” di Morihiro Saito, Jigoro Kano, Platone o Osho. Prima di tutto perché a loro non serve il nostro sostegno da nulla, secondo perché è meglio essere e rimanere amico di uno che magari non ama il maestro Gigetto Dannillo, ma è un’ottima persona, che litigarci in nome di una pseudofedeltà alla propaganda di “Famiglia”, famiglia (con accento siculo) cui – badate bene – di voi non frega assolutamente nulla…
Eppure, ogni tanto qualcuno arriva imperterrito a farci la ramanzina, a spruzzare veleno, e talora a insultarci direttamente, perché saremmo dei chiacchieroni scansafatiche (la ramanzina, però, ce la fanno sui social network, su cui anche essi sono a ciclo continuo, altrimenti come farebbero a impicciarsi continuamente delle cose che dicono non interessar loro, ma di cui sono a perfetta conoscenza?), e soprattutto vorrebbero mettere un po’ di museruole a destra e manca, per far tacere quelli che secondo loro offendono il “buon nome” dei “Grandi”, che sì, facevano per davvero Aikido, non come noi mezze calzette di oggi.

Il collega aikidoka e blogger Fabio Branno secondo me mette il dito nella piaga quando afferma che questi discorsi “(…) nascondono i semi dell’indottrinamento, dell’oscurantismo e dei limiti segnati a priori”, paragonando il già citato “Inno al Silenzio e alla Pratica”, così spesso ululato su Facebook, al veleno nella mela di Biancaneve. Se da una parte, infatti, sembra una cosa bella e ovvia, e lo è pure, tuttavia questo atteggiamento di sudditanza reverenziale nei confronti di chi ci ha preceduti nei nostri passi (che noi magari riprodurremo a modo nostro, come natura richiede), oltre a tarpare le ali dell’aikidoka di valore, smorzandogli la capacità di critica (costruttiva) e quindi la possibilità di crescere, è l’uovo e la gallina del nascere e proliferare delle organizzazioni di Aikido gestite col sistema piramidale. Infatti chiunque non abbia gli occhi foderati di prosciutto si sarà reso conto che esse funzionano con il nehandertaliano principio sintetizzabile in “Io ho il grado più alto e comando, tu ce l’hai più basso e stai zitto”.
E siccome a noi queste organizzazioni aikidoistiche non piacciono, e aborriamo le gestioni sociali di modello preistorico mascherate da democrazia, parliamo, eccome.
E parliamo ANCHE dei mostri sacri. Perché non si dovrebbe parlare, in lungo e in largo, dei grandi dell’Aikido? Qual’è il problema? Si sono scritte biblioteche su ciascuno dei personaggi famosi della storia, dell’arte, della musica, della letteratura, ma nessuno se ne scandalizza. Dovremmo limitarci a consultare le biografie patinate dei grandi maestri messe su dalla propaganda dei vari enti che a loro si rifanno e che hanno spesso la sincerità e la spontaneità di un elogio funebre? Dire che noi non possiamo esaminare le loro opere perché non siamo bravi come loro, e quindi non siamo degni di profferire verbo, corrisponde ad affermare che qualsiasi forma di critica letteraria, artistica o musicale non avrebbe senso, perché chi critica il lavoro di Picasso non è bravo come Picasso, o chi dà un 4 in pagella sulla Gazzetta a Totti dopo una partita schifosa è un’idiota, perché non è capace di giocare bene a palla come il Pupone.

Ognuno si informa come crede…

Chiedere ad un aikidoka di limitarsi a praticare, invece di informarsi e discutere – oltre a praticare – è come chiedere ad un credente che studia la storia delle religioni di lasciare i propri studi e rinchiudersi in chiesa a pregare. Sapere è potere! Sapere conferma e conforta nelle proprie scelte, se giuste, o aiuta a spostarsi in una direzione diversa, se necessario. Chi si infastidisce della curiosità altrui, ha semplicemente paura di scoprire che il proprio mulinare il jo in questa o quella direzione – a imitazione di X o Y – potrebbe un giorno rivelarsi una totale perdita di tempo… Meglio qualche centinaia di bokkenate di meno e un po’ di relax con la famiglia e quattro chiacchiere vere o virtuali con gli amici in più, senti a me!

Un altro aspetto di cui bisogna occuparsi è l’amata libertà di parola, e conseguentemente di critica, una delle poche conquiste notevoli dell’era moderna. A me non piace Mozart, da parecchi considerato la vetta del genio artistico, e allora? Non posso dirlo? Non credo a una virgola di ciò che concerne la santità di Padre Pio, quindi? Non ne posso discutere su Facebook? Secondo me la politica dei governi contemporanei è fascismo tecnocratico e allora? Mi volete levare la possibilità di affermarlo sui social network e mettere al confino?  Anche se tutti diciamo a tratti la nostra dose di scemenze, nessuno si sognerebbe di autonegarsi la facoltà di esprimersi, perché alla nostra propria libertà di parola ci teniamo tutti, e assai, anche se a volte la vogliamo levare al prossimo. Se alcuni hanno riserve sull’operato di questo o quel maestro (magari raramente a ragione) cosa facciamo? Come ai tempi dell’Inquisizione? Chi osa uscire dalla linea ufficiale lo disintegriamo?
Personalmente non mi piacciono i criticatutto, ma ci posso pur sempre discutere, mentre quelli che ci vogliono per forza far star zitti e pedalare mi fanno venire i brividi, perché mi fanno venire in mente l’esilio, il Gulag o i campi di lavoro forzato. Hanno crocefisso Gesù, bruciato Jean d’Arc, messo in galera Galileo Galilei, ecc ecc. Altro che criticare!
E poi lo vogliamo accettare il fatto che fa parte dell’animo umano discutere sui “grandi”, proprio perché più visibili, e spesso trovarne le “piccolezze”, di cui sono talvolta ben dotati? I santoni dell’Aikido, TUTTI inclusi, non fanno eccezione. Sono uomini!

E qui arriviamo a quella che io ho battezzato la “Sindrome di Padre Pio”: il rapporto dell’inconscio collettivo della comunità aikidoistica con la figura del Fondatore come presentata a partire dalla sua morte: un incrocio che sta a metà tra il cartone animato e San Gennaro (“C’è gente che va raccontando che si spostava istantaneamente e ricompariva improvvisamente ad un chilometro di distanza e sciocchezze simili. Io sono stato a lungo con Ueshiba Sensei e posso dire che non possedeva poteri soprannaturali.” Koichi Tohei). Quest’uomo era schivo, odiava gli onori, il chiasso, le organizzazioni. Se avesse voluto stare al centro di una specie di carosello, perché mai avrebbe lasciato la gloria e il denaro di Tokyo per il campicello e le ristrettezze della Prefettura di Ibaraki (che al tempo era come andare a vivere a Hic Sunt Leones)?
Se ritornasse in vita e vedesse le sue statue, tutte quelle foto appese a destra e sinistra, se leggesse tutto quello che si ascrive a suo nome (senza un accidente di sostegno documentale), e soprattutto se vedesse tutto quello che in molti combinano (e non parlo di tecniche) dopo aver dottamente citato i suoi doka, dubito che sarebbe contento. Probabilmente assisteremmo ad uno di quei famosi sbotti di ira che lo caratterizzavano e che sono invece documentatissimi, ma sottotaciuti dalla agiografia ufficiale.
Poi, da buon vecchio furbo, si farebbe la plastica facciale, cambierebbe nome, e si andrebbe a nascondere in una qualche altra Iwama spersa chissà dove, ben alla larga dal rumore, dal ciarpame di cui sopra e dall’amore isterico di troppi piccoli uomini affamati di affermazione personale e giustificazione per le proprie azioni.

Copyright Simone Chierchini ©2012Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/

Claudio Pipitone Commenta “Aikido e Politica”

"I shin den shin", trasmissione per partecipazione diretta del proprio animo

Abbiamo ricevuto il seguente interessante commento via Facebook all’articolo Aikido e Politica di Simone Chierchini, e come nella tradizione di Aikido Italia Network ve lo riproponiamo integralmente per la vostra riflessione

di CLAUDIO PIPITONE

Premesso che di aikido di può e si deve parlare non solo fuori del tatami ma anche sul tatami nella misura in cui le parole possono indirizzare la successiva pratica verso un atteggiamento ed una disposizione interiore corretta, vorrei però fare in questa sede alcuni distinguo…

Innanzi tutto la pratica dell’aikido e l’organizzazione della pratica dell’aikido stanno su due piani diversi e separati: mescolarli origina pericolosi fraintendimenti per cui occorre trattare in modo separato il parlare dell’aikido a scopo didattico od invece a scopo organizzativo (la politica di organizzazione della pratica).
A mio avviso è quindi indiscutibile che la pratica dell’aikido sia basata esclusivamente sull’azione a cui non si addicono le parole, ma solamente l’imitazione dell’azione che il maestro fornisce con il proprio esempio di pratica “I shin den shin”, quindi al di là delle parole mentre l’organizzazione della pratica, quando non consista nella deprecabile dittatura di una persona o di una ristretta oligarchia, segue e si sviluppa seguendo un’altro percorso, quello esclusivo delle parole attraverso la discussione democratica in cui il risultato e le decisioni si arricchiscono e sono il risultato del contributo di idee e di proposte provenienti da tutti coloro che hanno un loro ruolo nell’organizzazione della pratica stessa.
Scrivo questo commento perchè ho notato una recente crescente deriva verso una didattica aikidoistica più parlata che praticata, insegnanti che, per la maggior parte del tempo dedicato sul tatami alla presentazione delle tecniche, sono impegnati a spiegare più con le parole che con l’azione, mentre l’aikido non s’impara con la mente, con la discussione delle tecniche, ma con il corpo che è esso stesso lo strumento cognitivo essenziale ed appropriato per l’apprendimento attraverso lo sviluppo della propria capacità ricettiva delle sensazioni al fine di percepire “a pelle” e/o “a pancia” (kikai-tanden) le condizioni del rapporto (kokyu) che si viene ad instaurare fra uke e tori, in cui la tecnica d’aikido che ne scaturisce precede la capacità della mente di elaborare il pensiero e non deve essere invece conseguente al pensiero e/o la memorizzazione mentale di forme geometriche corrispondenti alle varie tecniche di cui l’aikido è costituito.

"L'Aikido s'insegna con l'esempio"

L’Aikido s’insegna quindi con l’esempio, s’impara per imitazione ed emulazione del maestro, si memorizza innanzi tutto fisicamente nel corpo e nella sfera istintuale.
Insegnamento significa trasmissione 以心伝心 (I Shin den Shin), cioè trasmissione senza le parole ed al di là delle parole
Come ho avuto modo di scrivere spesso anche in altre sedi, l’espressione 以心伝心 “I shin den shin” significa trasmissione per partecipazione diretta del proprio animo, per coinvolgimento diretto nel medesimo sentire, al di là delle parole, fra Maestro ed allievo e questa è la condizione irrinunciabile della didattica aikidoistica.
Quanto sopra evidentemente non toglie, che si possa anche abbinare nella didattica delle spiegazioni che provengono dalle parole ma occorre però nel contempo dire anche con chiarezza che non si può pensare di trasmettere la conoscenza dell’Aikido attraverso parole e concetti che suppliscano a ciò che il maestro non è capace di fornire con il proprio esempio, cioè con delle spiegazioni razionali di tipo cattedratico così come l’insegnamento è normalmente inteso da noi in occidente, molto comodo a coloro che “sanno tutto” sull’aikido senza avere però al capacità di dimostrare con l’esempio le parole di cui inondano le loro lezioni.
La trasmissione della conoscenza del’Aikido appartiene quindi alla sfera più sottile e più profonda del sentire, cioè del proprio intimo modo di essere non solo sul tatami ma nella stessa vita quotidiana e del modo di porsi in relazione alla pratica.
Il Maestro deve dunque avere la capacità non solo di spiegare razionalmente ai suoi allievi le tecniche di Aikido, ma deve soprattutto essere in grado di insegnarle attraverso la dimostrazione della dinamica del proprio corpo, nell’azione fisica e concreta di fornire l’esempio di “come” la tecnica deve essere eseguita.
Buon keiko a tutti.

Copyright Claudio Pipitone © 2012
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita

Aikido e Politica

Aikido e politica: non c’è dicotomia

Ci sono parecchi aikidoka dei quadri intermedi e avanzati che continuano a dirci, come in un disco rotto, che l’Aikido si deve fare solamente, che non se ne deve parlare: l’Aikido è sudore e sangue! Quindi noi bloggers e chi ci segue, commenta e discute con noi sui social network saremmo tutti una massa di sfaccendati che tra l’altro non capisce nulla di ciò di cui di volta in volta si tratta

di SIMONE CHIERCHINI

A parte il semplicissimo fatto che si può chattare per un’oretta quotidianamente su Facebook o Skype, e dedicare comunque 15-20 sudatissime ore settimanali alla pratica come parecchi di noi chiacchieroni fa, questo atteggiamento di fastidio mal celato nei confronti di chi, a torto o a ragione, si interroga sui multiformi aspetti della nostra disciplina – in modo chiaro o confuso, amichevole o conflittuale, produttivo o inconcludente che sia – rivela un atteggiamento mentale su cui è forse il caso di andare a far luce.
Prima di tutto, chi non è interessato ai nostri lavori e alle discussioni che ne scaturiscono sulla storia dell’Aikido, sulla sua tecnica, sulla filosofia e gli scopi dell’Arte, sulle dinamiche e i contrasti fra le varie componenti che la caratterizzano, può semplicemente evitare di andare su Facebook, o smettere di leggere blog come Aikido Italia Network, Aikime o Aikido Vivo (con cui non siamo sempre e solo d’accordo, ma che svolgono comunque la loro importante funzione). Chi ve lo vieta?
Se non sentite il bisogno di informarvi, se siete sicuri di quello che fate e pensate di sapere, o semplicemente se vi stiamo antipatici, siamo felici per voi, non c’è problema: fate click sulla X nell’angolo in alto a destra dello schermo del vostro computer e tornate alle vostre faccende. Tuttavia lasciateci discutere in pace, senza tranciare giudizi di condanna perché noi invece sentiamo la necessità di farlo.
Però, visto che da una parte vi piace giocare a fare i superiori, e dall’altra passate il tempo a guardare dal buco della serratura, vi invito a meditare sul fastidio che gli aikidoka pensanti vi arrecano con la loro semplice esistenza. Perché vi irritano così tanto?
“Perché non sanno niente!”
“Perché quello ha scritto un libro e ha fatto tre anni di Aikido!”
“Perché quello è allievo di Pinco Pallino sensei e a me sta sul gozzo”
… e via dicendo con roba simile, che neppure mio figlio Luke – che è tredicenne – si sogna più di dire da almeno un paio d’anni.
La chiave di lettura, secondo me, è la solita, e può essere riassunta in quello che un famoso maestro di Aikido napoletano – un tempo oppositore di professione, e oggi più realista del re – al termine di un seminario ebbe modo di dirmi a proposito della situazione dell’Aikido in Italia : “Il pesce puzza sempre dalla testa”.

Dio è mio, e guai a chi me lo tocca

Elaboro meglio: anche se nei discorsi pubblici, improntati al politicamente corretto, tutti questi signori di cui sopra sono degli iperdemocratici e delle pecorelle piene di modestia e rispettose del prossimo, in realtà pensano che, almeno per quel che riguarda l’Aikido, ne sanno più di tutti loro personalmente, o il loro maestro, o il loro shihan di riferimento, o la loro scuola di riferimento, o O’Sensei in persona, che però tutti sanno era uno di loro.
E’ il fideismo che spinge questa gente a guardare male chi parla e si confronta, perché essi osano discutere in pubblico della loro religione, l’Aikido, delle loro chiese, le Federazioni, dei loro profeti, gli Shihan, delle loro parrocchie, i dojo. Buona parte di questi signori, però, pensa di pensare queste cose, ma in realtà qualcun altro gliele le ha infilate in testa, in decenni di frequentazione dello stesso ambiente monocorde e in assenza del sano dubbio instillato dalla colpevole mancanza personale di confronto con realtà diverse dello stesso settore.
Ci spiace sinceramente per loro, e speriamo che possano prima o poi aprire gli occhi, meglio se attraverso la lettura di un articolo come questo, o il colloquio sul web, o a quattrocchi, con un amico, prima che ci pensi qualcun altro dall’alto, ledendone, ad esempio, i piccoli interessi acquisiti di parte.
Il fatto è che a noi sembra che si possa e si debba essere interessati di Aikido sia sul tatami che fuori, e che i social network abbiano un’importanza enorme nello sviluppo dell’Aikido contemporaneo solo un cavernicolo può mancare di comprenderlo.
Bisogna fare Aikido e occuparsi di politica dell’Aikido. Non c’è dicotomia. Anche l’Aikido sul tatami è politica, solo che sul tatami è negoziata fisicamente, attraverso il corpo. Se essa rimane solo sul tatami ed è fatta solo attraverso il corpo, non serve a niente, e può diventare una forma di masturbazione mentale che ha già mandato fuori asse decine di baldi yudansha. Come dice un mio amico avvocato, così è solo una serie di esercizi ginnici medievali con nessuna applicazione nella vita di oggi. Io aggiungo che l’unica differenza che in questo caso avrebbe rispetto al calcetto è la meccanica, e tra l’altro il calcetto è meglio: almeno alla fine chi è scarso sta zitto e va a casa.
Il punto è fare dell’Aikido la propria politica, e non fare i politicanti dell’Aikido… ossia portare il bello dell’Aikido fuori, non lo schifo esterno dentro all’Aikido, di cui invece, spesso e volentieri, i mandanti di quelli cui farebbe piacere zittire i blog sono specialisti pluri-decorati e veri shihan, finalmente.
Personalmente non ho certezze, né nella mia vita personale (a parte l’amore per i miei figli), né nel mio Aikido. Ho studiato con tanti maestri, ho visto tante cose, mi sono tolto alcune soddisfazioni non comuni, ma non ho nessun problema a dire pubblicamente che ancora ci capisco poco di Aikido e forse rimarrò così vita natural durante. Tuttavia ho la cultura e l’umanità sufficiente per lavorare con impegno e dedizione con i miei allievi e con i colleghi che vogliono condividere la loro uguale semi-ignoranza, accettando l’idea del confronto, alla pari.
Con buona pace di coloro che invece sanno già tutto e dei loro associati di oggi e vittime di domani: mettevi l’animo in pace, non abbiamo intenzione smettere di fare Aikido, né di farci mettere il bavaglio, quindi fatevene una ragione.

Copyright Simone Chierchini © 2011-2012Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/

Da Angelo Armano: “Mi Chiamo Fuori…” Numero 2

"Va bene all’inferno, ma non da masochista"

Se il fondatore di Aikido Italia Network ha detto ciao, sembrerebbe che le sue motivazioni nell’abbandono all’Aikikai d’Italia abbiano un fondamento, perche’ a distanza di meno di una settimana arriva un altro “Arrivederci Bella!” da parte di un secondo insegnante di rilievo dell’associazione, questa volta il Maestro Angelo Armano, un altro esponente della vecchia guardia e cervello pensante, che anche lui ha deciso di andare a studiare altrove, “va bene all’inferno, ma non da masochista”!

di ANGELO ARMANO

Ciao Simon,

come io la penso tu lo sai benissimo, ed è pure raro che mi esprima nei blog, per alcune “pubblicizzate” personali idiosincrasie, ma poiché mi piace stupire innanzitutto la mia parte idiosincratica, dirò pure io qualcosa.
Condivido lo spirito e l’interiorità che fa dire a Claudio Pipitone certe cose, e le mie osservazioni non vogliono certo contraddirlo.
Pure l’appartenenza a qualche organizzazione è necessaria, a patto di non dimenticare mai il male insito, l’aspetto ombra di qualsiasi consociazione umana. Io che vorrei in certi momenti dimettermi da italiano, mi accorgo che bisogna non sfuggire gli aspetti ombra, anzi conviverci necessariamente a lungo (non in eterno e a tutti i costi), perché ci insegnino a fondo com’è che stanno veramente le cose, innanzitutto in noi stessi.
Tu che sai quanto io ami soffermarmi sulle parole di O’Sensei, non mi è sfuggita una sua frase che ho tenuto a mente per un bel pò, e che è stata una, forse la motivazione sostanziale di certe mie “appartenenze”.
“IL MIGLIOR POSTO DOVE ALLENARSI? ALL’INFERNO!”.
Più vado avanti più provo gioia nei sempre differenti posti dove pratico Aikido, tranne che in uno, in quella organizzazione a cui tu hai detto ciao.
Poiché tutti i vissuti sono soggettivi ben potrebbe appartenere a quelle sopra mentovate personali idiosincrasie, poco onorevoli come tutte le idiosincrasie, la scaturigine dei miei vissuti. Così per eliminare qualche dubbio, avendo di recente preso gusto alla narrativa, renderò nota una storiella.
Devi sapere che da insegnante di Aikido io non ho mai esaminato un mio allievo; semmai ho esaminato allievi altrui, anche per gradi dan, venendomi affettuosamente imposto da chi su di me ha autorevolezza, prima ancora che formale autorità di maestro. Mi riferisco a Paolo Corallini shihan.
Un giorno di qualche anno fa, ricevo una telefonata sul mio portatile da parte della segreteria di quella su menzionata organizzazione, con la quale mi si dava notizia che mi veniva revocata la qualifica di esaminatore, perché mi mancava qualche giorno di frequenza obbligatoria, a quei seminari sui quali ti sei diffuso abbondantemente in passato, e in questo tuo “mi chiamo fuori!”. Mi limitavo a far presente da subito che della qualifica di esaminatore non mi ero mai servito, e che potevano quindi levarmela tranquillamente.
Pochi sanno che la mia qualifica di esaminatore per l’Aikikai d’Italia era quella riservata ai terzi dan, per cui a un certo punto ritenevo opportuno comunicare formalmente le mie “credenziali” Honbu Dojo a detta organizzazione ( a cui tutt’ora appartengo), ovvero il 4° e 5° DAN con tanto di autografo di Ueshiba Moriteru Doshu, e fare formale richiesta delle qualifiche connesse.

Mostro giuridico: i gradi dan dell'Aikikai Hombu, se rilasciati fuori dall'Aikikai d'Italia non vengono riconosciuti dalla stessa...

La richiesta era solo al fine di stanare quale posizione intendesse assumere l’Aikikai d’Italia rispetto a qualifiche rilasciate dall’organizzazione madre, e dalla quale la stessa deriva il suo potere di rilasciare gradi, riconosciuti appunto dall’Aikikai di Tokio. Anzi per il quinto dan, si legge nel regolamento della suddetta associazione italiana che lo stesso “viene rilasciato direttamente dallo ZAIDAN Hoshin, su segnalazione del Direttore Didattico…”
Dopo un bel pò di tempo, ricevo una mail da parte dell’Aikikai d’Italia in cui -udite, udite!- è riportato un parere legale con il quale mi si dice che a norma di regolamento, la qualifica di esaminatore e di fuku shidoin è rilasciata dal Direttore Didattico…
Non credo che un’associazione necessiti di un parere legale (che può eventualmente assumere ad uso interno) per quelli che sono i suoi atti decisionali. Bastava dire “Non debemus, non possumus, non volumus” come Paolo Stoppa nelle vesti di Papa, ne “IL MARCHESE DEL GRILLO”,
o per colmo di gentilezza spiegare il perché a me che ai loro occhi mi intestardisco a dire “Dobbiamo stare vicini vicini…” e loro a significarmi pur senza espressamente proferirlo: “No, mi fai schifo…”.
Comunque, per non rimanere a “Paperissima”, mi limitavo a rispondere che la questione delle qualifiche non era fondamentale, anzi…ma che una risposta dall’ORGANO COMPETENTE era indispensabile, su quale fosse la posizione dell’Aikikai d’Italia sui gradi non quelli rilasciati da organizzazione concorrente, bensì dall’Aikikai di Tokio.
SILENZIO…tutt’ora perdurante silenzio,
tranne la generosa recente offerta, a circa due anni di distanza, di rioffrirmi la qualifica di esaminatore 3°dan, a cui rispondevo chiedendo espressamente di essere depennato dall’ Albo esaminatori”.
Va bene all’inferno, ma non da masochista, e quel che è troppo è troppo!
Così credo che sia giunto il tempo di farli finalmente contenti, di attuare quella che con ragione tu Simon definisci essere la loro politica, di fare in modo che i non allineati se ne vadano…
Sembra passato un secolo quando valorosi esponenti dell’Aikikai d’Italia, tutt’ora in servizio, dicevano in pubblica assemblea o personalmente a me che le cose dovevano cambiare, che non ci si poteva fare vecchi, e che i maestri giapponesi facevano con gli allievi come si fa con la birra: la schiuma si butta via!
Oggi quegli stessi non parlano proprio più, anzi alcuni quando parlano, parlano “giapponese”, e apprendono e praticano bene come “tenere a distanza gli allievi”… Sui mali del professionismo, metafora basilare dell’Aikikai d’Italia, mi sono già espresso.
Allora tornando al quesito iniziale, non importa a quale organizzazione appartenere, se a una, a due a tre e chi più ne ha più ne metta, come per un esponente della Direzione Didattica sempre della su menzionata organizzazione (basta che non dia fastidio). Dovendo scegliere, io starò sempre e solo con tutti coloro dove non mi sia impedito di sentirmi collega rispettato e fare esperienze con chi stimo.

Leggi “Mi Chiamo Fuori…” di Simone Chierchini
Leggi “Fraterna Postilla a “Mi Chiamo Fuori…” di Claudio Pipitone

Copyright Angelo Armano© 2011
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita

Fraterna Postilla a “Mi Chiamo Fuori…”

I shin den shin, da uomo a uomo

Dopo che l’articolo di Simone Chierchini “Mi Chiamo Fuori…” ha sollevato un mezzo putiferio, con centinaia di contatti e decine di commenti simpatetici sia su Aikido Italia Network che su Facebook, la voce di un fratello maggiore, Claudio Pipitone, rivolge un sentito e pienamente condiviso consiglio al suo piu’ giovane amico: “Guardati dalle organizzazioni”

di CLAUDIO PIPITONE

Ah… caro Simone, ho letto con estrema attenzione il tuo sfogo su “Aikido Italia Network” e, fraternamente, mi sento di darti un consiglio: tieni sempre nettamente separate la pratica e l’organizzazione della pratica!
Non c’è gratificazione aikidoistica nelle organizzazioni (a meno che essa consista nel far raccolta di diplomi e cariche associative sgomitando con il coltello fra i denti…).
E, caro Simone, non coltivare neppure l’illusione di poter trovare l’organizzazione eletta, quella dura e pura che sia la depositaria esclusiva dell’Aikido del Fondatore, perchè altrimenti si spalancheranno per te le porte dell’inferno delle più cocenti ed amare disillusioni… 😉
Sono solo le persone che contano, non le organizzazioni, specie in una disciplina di relazione come è quella dell’Aikido: potrai raggiungere la gratificazione aikidoistica che cerchi solo in un genuino rapporto personale “I shin den shin” (以心伝心) cioè che va al di la di parole, schemi, didattiche precostituite) basato innanzi tutto su un “idem sentire” con le persone con cui ti relazioni, condizione necessaria a raggiungere l’idem sentire del proprio Sè individuale con il Sè universale, che resta l’unico ed il solo obiettivo finale della pratica aikidoistica.

Sono solo le persone che contano, non le organizzazioni

Se quindi senti, in cuor tuo, di aver bisogno di avere maggiori certezze tecniche per la tua pratica aikidoistica, fai bene a rivolgerti alla scuola Iwama, che dispone di un bagaglio tecnico minuziosamente e rigidamente codificato e che quindi può infonderti quella maggiore sicurezza tecnica di cui forse senti il bisogno ma, se posso permettermi un secondo consiglio, proprio perchè mi è parso che le parole che hai scritto nel tuo blog esprimano un anelito ad attingere, per quanto oggi possibile, direttamente dall’insegnamento fornito dal Fondatore, ebbene rammenta allora che Morihei Ueshiba in vita fu tassativo nell’affermare che in Aikido non esiste kamae e non esiste kata, il che significa che il movimento dell’Aikido non può essere cristallizzato in sequenze e posture rigidamente codificate, neppure se tratte dalla pratica del Fondatore stesso… 😉
Praticare Aikido significa esprimersi liberamente secondo l’impulso interiore che scaturisce sul momento dall’unione del proprio KI individuale che ciascun praticante realizza in armonia con il KI dell’universo…
Evita quindi di riporre le tue aspettative nella Scuola Iwama in quanto tale, ma riponile nelle persone con cui scegli di relazionarti: personalmente posso dirti che Paolo Corallini, con il quale mi sono recentemente incontrato sul tatami in occasione di uno stage, oltre che essere un valente insegnante è una persona squisita, così come ho incontrato in Torino altri validi insegnanti della stessa scuola con cui sono in relazione e con cui ho frequenti incontri, ma sono tutte persone il cui valore sta in loro stessi più che per merito della loro scuola di provenienza, così come penso si possa dire anche di te, caro Simone, a prescindere di quale organizzazione aikidoistica sia la tessera che ti porti in tasca.

Buon keiko, Simone, e guardati dalle organizzazioni… ;-))

Leggi Mi Chiamo Fuori… di Simone Chierchini

Copyright Claudio Pipitone © 2011
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita