Takemusu

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Focusing on the syllabus too much can actually slow down the learning process

This article is a continuation from the piece ‘Adaptation‘ which I wrote following our Spring Seminar

JOSEPH KENNEDY

This month we held our week long Summer School with Sensei Simone Chierchini at various locations in the south east.
If there was a theme for the week , it would have to be Takemusu. First I try to explain what that means. ‘Take’ is usually understood to mean the same as bu in bujutsu or budo. ‘Musu’ is to give birth too. So Takemusu Aikido is too spontaneously adapt to the changing circumstances of life through limitless creativity and expression.

One of the things I appreciate very much about how Simone teaches is that he tends not to teach a lot of techniques at a time. Instead he seems to prefer a focus on principle. It is very common in Martial Arts in general for people to get bogged down with learning techniques. With the sheer scope of Aikido this can get frustrating very quickly. Focusing on the syllabus too much can actually slow down the learning process.

However to delve into Takemusu it is necessary to have solid ground to work from. Study the basics enough, then move on, adapt, experiment and return again to the basics, the kihon. Constantly ensuring that training is still grounded in good principle and a Budo mindset. This kind of training would take many forms. Whether weapons practice, Taijutsu or Kokyu the idea is too free up the mind and see what has been truly understood by the body.

Take Jiyu Waza for example. Jiyu Waza is a free style practice common to most Aikido Dojo, usually one person acting as Tori and one or more as Uke. Regardless of the level of a student it is possible to see how well they have absorbed the training. A fixation on technique will quickly land the student in difficulty as their reaction time will be too slow. I would say to my students doing this exercise it is better to repeat the same technique 10 times than to pause in thought of what to do. Better still is is clear the mind and continuously move forwards absorbing the attacks before their at full strength. Stepping back should be only be done strategically.

To better enable a student to respond to changing circumstances, Simone had us practice at 3 different timings. One where Tori initiates the attack, another where we meet in the middle and the third waiting a moment and extending the attack. These timings are important to practice. Each equal in their own right. To practice just one of these would take training in far too specific a direction. For example by only focusing on the third of waiting and then extending the attack the important principle of moving forward would be lacking. Likewise by focusing on the first, a student may become too forward in their training and perhaps forget the softer side of training. For the concept of Takemusu to be explored, a student must first possess the correct reflexes in order to continually adapt.

This is in a way a goal of Kata, to instill these reflexes into the mind of a student. Adding a more free form of practice beside this and you see that has been absorbed. The student becoming one with the training can than start with Takemusu.

Freely moving the mind can become clear and enter into the moment, unconcerned for tomorrow or yesterday. In this way Aikido can be a way for people to become free of mental constraints and preconceptions.

 

Copyright Joseph Kennedy ©2015 DSC_1151-001
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore è proibita
Pubblicato per la prima volta su:
https://aikidoorganisationofireland.wordpress.com/2015/08/20/takemusu/

Domande Radicali

Aiki

Aiki

Lo sostengo da sempre, dobbiamo farci domande radicali, altrimenti ad una disciplina senza spirito di competizione si sostituirà, come di fatto avviene, una competizione senza spirito. Rispetto all’affermazione fatta tanti anni fa dal maestro Tada: “L’Aikido è un grande piatto dove ognuno prende ciò che vuole”, io invece contrapporrei, in maniera ritengo più aderente alla pura fenomenica corrente: “L’Aikido è un grande piatto dove ognuno mette ciò che vuole”. Basta che conti…

di ANGELO ARMANO

Su questo sito in altri momenti, ho già provato a formulare alcune di quelle domande e chi ne abbia oggi eventualmente curiosità, può andarsele a cercare; sono tutt’ora stampate.
Una cosa è certa: continua a permanere nei dojo un ritratto e un ossequio; bisognerebbe chiedersi quanto formale, e se sia stato meno ipocrita quel transfuga che, al posto di quel ritratto, sostituì il kanji Ki.
Ciononostante, il più grande spot per questa disciplina rimangono filmati, documenti, e lasciti verbali, scritti o trascritti, di quel vecchietto con la barba a noi fin troppo noto. Se non ci fossero queste cose, e l’Aikido (per ammesso che sarebbe potuta esistere comunque una cosa del genere) si proponesse come mero fenomeno, senza commenti, progeniture, filosofie o parole edificanti, che cosa ne avverrebbe? Sarebbe una qualunque moda passeggera?

In cosa differirebbe dal rock and roll acrobatico, come scrivevo più di dieci anni fa in un mio articolo (La nascita, la morte…la contemplazione della Vita), ripreso e pubblicato in vari siti anche non specialistici dell’Aikido, tra cui “In quiete” di Gianfranco Bertagni?
Forse per la mancanza della musica? Non c’è problema, si stanno attrezzando.

Io penso che se ne potrebbe dire di tutto di più, ma dubito che se ne verrebbe a capo.
Non credo che senza il Fondatore, la sua storia -vera o edulcorata che sia-, quanto ha inteso tramandarci, Lui in prima persona e non altri interpreti in buona o cattiva fede, un simile fenomeno sarebbe venuto ad esistenza.
Se ne parliamo, ci accapigliamo, ci interroghiamo, allora qualcosa di vivo, originale, creativo, particolarmente significativo nell’Aikido deve pur esserci, nonostante si faccia di tutto per occultarlo. Sebbene sia una disciplina particolarmente inerente alla conoscenza dello Spirito, viene trattata come un qualcosa adatto agli “umili e poveri di spirito”, che non abbiano mai voce in capitolo.
Io dico che l’umiltà e l’onestà di confrontarsi non guasterebbero assolutamente.

Aiki II

Aiki II

Sono arcicontento della posizione che assume Simone nel suo editoriale: “La palude del tecnicismo dell’Aikido” e del suo relativo poscritto, perché mi appare un serio tentativo di uscire dalle nebbie, di chiarirci un po’ le idee tutti quanti, su quest’oscuro oggetto del desiderio che ci coinvolge tanto. Ho trovato formidabile la metafora della barca in giardino, in quanto anche io fin troppo freudianamente, vado sostenendo che dopo decenni e decenni di pratica, è innegabile che certe didattiche o pseudo-tali siano adolescenzialmente ancora ai…preliminari.

Un po’ come voler cominciare a dedicarsi al “Tantra”, avendo nel frattempo raggiunto i sessant’anni. Farsi vecchi e trovarsi fuori tempo massimo, rispetto ad una vocazione coerentemente perseguita…e mai realizzata.
So di apparire come quel deputato “cinquestelle”, che non più tardi di ieri diceva a muso duro, che le decisioni non si prendono in parlamento, ma le prendono le lobbies fuori dall’aula, beccandosi le reprimende della Boldrini, solo perché il suo linguaggio era perfettamente adeguato al nostro sconcerto, e all’indifferenza che l’istituzione parlamentare stessa prova di fronte alla suo essere assolutamente fittizia.
Delle due l’una: o i nomi noti dell’Aikido sanno qualcosa che non insegnano, perché la gerarchia, il potere e i connessi privilegi, sono le uniche cose che contano, e vanno mantenute, oppure non lo sanno, e truffano la platea con i riferimenti a Morihei Ueshiba.

Però Simone forse non sai quanto il linguaggio paritario che tu evochi, in cui non ci sono ruoli prefissati, sia professato anche con singolari coincidenze verbali, da un maestro francese che frequento da tanto tempo, ma con crescente entusiasmo. Io sento che lì, più che altrove, sto almeno lavorando ad emendare il falso budoka, sedimentato dentro di me da quella concezione dell’Aikido propinatami, che sembra produrre numeri, schiere, copie, plafond di mercato, ma non individui, unici e irripetibili, come si addice ad ogni disciplina spirituale che si rispetti.

Ovviamente sono troppo avanti negli anni per escludere di lavorare anche alle mie personali ricerche, al fine di distillare il mio con-geniale. Il fatto è che quello stesso maestro, lavora lui per primo alla rimessa in discussione di tutti i luoghi comuni, e di quelle problematiche da te evocate, che lui chiama:

“La perversione dell’Aikido”

e coerentemente con la propria metafora, in continua evoluzione, non si sente disturbato da oneste e personali ricerche. Prova ne sia che ad uno stage organizzato in Italia da un suo “braccio destro”, sul tavolo della segreteria facevano bella mostra di se depliants di un altro stage, con l’ora defunto maestro Noro, ovviamente non parte della sua parrocchia. Ve la immaginate una situazione del genere nelle altre main organisations nostrane?

Aiki III

Aiki III

Non voglio declamare un peana o scrivere panegirici sulla persona in questione (non è più il tempo); mi limito ad osservare che la fondamentale caratteristica dello spirito è l’ascensionalità: volare alto! Insegnano più queste prove di stile (evidente conseguenza di sicurezze interiori), queste mancanze di meschinità altrove così diffuse, che almanacchi di forme.

Quanto all’aiki, argomento a cui Simone allude con mio innegabile orgasmo, una maniera per evocarlo può essere anche e non esaustivamente quell’Aikido-Tai Chi, di cui egli ci parla, ma assieme a tanti altri aspetti, altre ottiche e prospettive, cui ritengo di aver fatto già alcuni accenni.

Io sono al primo gradino dell’Aikido”

diceva Osensei, con cognizione di causa e non per confondere o scoraggiare, come fanno oggi i maestri della teoria dell’imprinting, quelli che vogliono risultare come Konrad Lorenz rispetto alle oche ignare.
Quanto a me, lasciatemi almeno il gusto di aver messo piede sullo zerbino…

#ANGELO ARMANO SU AIN

Copyright Angelo Armano© 2013 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore è proibita

Post-Scriptum a “La Palude del Tecnicismo dell’Aikido”

Life is no academy!

Life is no academy!

Ho appena pubblicato “La palude del Tecnicismo dell’Aikido” e sono stato sommerso da richieste di spiegazioni su cosa intendo, su quello che secondo me si dovrebbe fare in alternativa al sistema vigente e via dicendo, a dimostrazione che l’articolo tocca un nervo sensibile e che esiste un reale bisogno di andare oltre un Aikido che sia solo una lista di nomi 

di SIMONE CHIERCHINI

Repetita Iuvant: l’accademia è necessaria, l’accademia non va mai via, l’accademia è il filo che ci riconnette all’inizio e ci consente di controllare che non ci siamo persi nei nostri deliri. MA L’ACCADEMIA NON E’ L’AIKIDO!! è quello che prepara a fare Aikido.

Tuttavia, usciamo dai nostri comodi sogni: fare Aikido non è quello che ci hanno insegnato nei dojo delle varie federazioni, per quanto ce ne siano un mezzo centinaio! Liste di attacchi e liste di risposte? ma stiamo scherzando? Il Fondatore non ha mai insegnato queste cose, è provato a livello documentario! Sono stati i suoi discepoli a inventare l’Aikido che noi pratichiamo, perché era utile e necessario, dato che senza alfabeto e grammatica come avremmo potuto comporre la nostra epica (Aiki!)? Solo che lì si sono incastrati: si sono dimenticati infatti di farci vedere come fare a trasformare quelle parole e frasi in un’opera compiuta, incaponendosi a farci scrivere pagine e pagine di lettere in bella grafia, in stili diversi e accattivanti, ma sempre e solo lettere. Niente epica!

Mi chiedono cosa bisognerebbe fare, allora, una volta usciti dall’accademia, a meno che la vita e l’Aiki per voi non significhino semplicemente rimanere a scuola per sempre, impegnati a vergare pagine su pagine di lettere. Tuttavia, amici, perché venite a chiederlo a me? Se le mie parole vi hanno toccato, e credo che lo abbiano, dovreste prima di tutto cercare di darvi qualche risposta da soli.

Se proprio non ne viene fuori nulla, allora chiedetelo ai vostri shihan di riferimento e vedrete cosa vi risponderanno: un bel niente, perché loro sono i primi ad essere costruiti solo sulle tecniche, insegnano le tecniche e non vogliono mettersi in gioco su nessun piano in cui non ci sia altro se non loro che tirano tecniche su tecniche a gente che li approccia con attacchi prefissati. Questo è come andare alla scoperta dell’Antartide in un parco tematico. Non c’è coraggio, non c’è valenza, non c’è scoperta, non c’è avventura, non c’è Budo, a prescindere che uno sia 4° o 400° Dan di quella roba!

Se volete la mia opinione ve la do, per quello che vale. Sappiate che cambierà, perché io in gioco mi ci sono messo già da anni, e le mie risposte non possono essere buone se non per quello che ho trovato finora. Il lavoro dell’accademia deve progressivamente puntare al movimento libero e non preconfezionato: non l’ho detto io, lo hanno professato Carneadi come Morihei Ueshiba, Yamaoka Tesshu, Bruce Lee, tanto per rimanere nei tempi recenti.

La proposta tecnica, quindi, deve ANCHE includere un allenamento che vada in questa direzione e man mano che il livello si alza, maggiore deve essere l’attenzione alla creazione di libertà nel movimento e il tempo ad essa dedicato. Questo è lo scopo del lavoro con le tecniche, far acquisire gli automatismi necessari a muoversi liberamente davanti a qualsiasi situazione; non servono da usare singolarmente in caso di situazioni particolari! Il processo è l’esatto opposto, dal particolare all’universale.

Dal punto di vista pratico, bisogna riformulare l’impostazione delle lezioni e il modo di proporre lo studio delle tecniche e questo non può essere descritto in un articolo. Chi vuole verificarlo, faccia come San Tommaso e venga a studiare e a lavorare in nostra compagnia. Se non ne avete tempo o voglia, o pensate che dico e faccio scemenze, non c’è problema, possiamo continuare ad essere amici e vi voglio bene lo stesso.

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La Palude del Tecnicismo dell’Aikido

La tomba di O'Sensei, e forse quella dell'Aiki?

La tomba di O’Sensei, e forse quella dell’Aiki?

Una cosa è l’Aiki, una cosa è l’accademia. L’accademia ha la sua funzione, esaurita la quale dovrebbe esserci spazio sempre crescente per un allenamento di tipo Aiki, altrimenti bisogna onestamente dichiarare che la nostra disciplina è già morta e sepolta

di SIMONE CHIERCHINI

Una cosa è l’Aiki, una cosa è l’accademia, su questo principio dubito che ci sia da discutere. L’accademia ha la sua importantissima funzione, e ogni scuola ha le sue idee rispetto a come la scuola dovrebbe formare i propri allievi. Io ho fatto le mie scelte, selezionando ciò che mi è sembrato funzionare meglio delle principali scuole mondiali (Aikikai e Iwama), ma ognuno ovviamente è libero di pensarla come crede. E’ cosa buona e giusta dedicare tempo al perfezionamento tecnico del proprio lavoro e di quello degli allievi, ed è assolutamente raccomandabile che parte delle energie spese nello studiare Budo continui per sempre ad essere dedicato allo studio della tecnica. “Parte”!

Una volta esaurita la fase dell’accademia, l’obiettivo del praticante singolo e dell’anziano che lo allena dovrebbe mutare, e lo spazio dedicato ad un allenamento di tipo Aiki, cioè non prefissato, dovrebbe man mano divenire sempre più preminente. Quando parlo di allenamento di tipo Aiki, intendo uno nel quale le tecniche scaturiscono dall’incontro libero di due protagonisti pari nelle forze e intenzioni (niente tori/uke!).  Senza chiamarlo gara e senza dichiarare vincitori e sconfitti, si tratta di un confronto aperto, non regolato da attacchi e tecniche prefissate, ma dalla creazione di aperture e spazi nel movimento reciproco a 360° – vincolato solamente dal contatto continuo in ki-awase, tanto per fare un esempio. Una situazione nel quale due tizi sono in piedi uno di fronte all’altro e il primo deve attaccare con pugno al ventre e il secondo deve rispondere con kotegaeshi ed entrambi sanno quello che l’altro si appresta a fare non è Budo, e meno che mai (Takemusu) Aikido, perché cosa dovrebbe sgorgare da un rubinetto chiuso? Questa è e rimane pura e semplice accademia.

Dai tempi di Morihei Ueshiba, tra gli uomini che hanno sulle spalle la responsabilità di diffondere l’Aikido a livello mondiale, l’unico che ho visto in giro che non fa solo accademia è Seishiro Endo – anche se solo con lui come motore dell’azione, dato che non ho mai visto nessuno proiettare o colpire lui come risultato del suo movimento. Tutti gli altri propongono sempre e invariabilmente una serie di tecniche. Decenni di tecniche prestampate, certamente di raffinata esecuzione, di varietà infinita, di meccanica geniale, ma tecniche. Decenni di accademia, mai l’Aiki del Fondatore.

L'allegro galeone dei corsari da giardinetto...

L’allegro galeone dei corsari da giardinetto…

E’ un po’ come andare a vedere una partita di Serie A del campionato di calcio e trovarsi davanti gli atleti che studiano solo come evitare la trappola del fuorigioco, ma senza giocare con qualcuno che in fuorigioco cerca di metterceli per davvero, o vedere Cristiano Ronaldo studiare come fare un tunnel all’avversario, solo che quello sta lì a gambe larghe a farselo fare, pur sapendo che l’impomatato portoghesone glielo farà; è come acquistare tutte le parti necessarie a costruire una barca a vela, dedicare anni ad assemblarla, e una volta che il lavoro è finito limitarsi a tenerla in giardino, per montarci sopra e mettersi al timone con il cappello da marinaio in testa, in compagnia di amici e parenti cui pure piace navigare tra l’aiuola dei fiori e l’angolo del barbecue

Ci si lamenta perché l’Aikido non viene compreso dalla stragrande maggioranza di quelli che lo guardano? Per forza! il 99% di quelli che lo praticano in realtà non lo praticano affatto… si stanno ancora allenando a praticarlo, e continueranno così forever and ever, con il beneplacito di quelli che vivono insegnando solo tecniche, perché è tutto quello che sanno, e hanno una paura pazza di mettersi davanti a qualcuno e dimostrare che il loro Aiki è vivo e vero, che la loro accademia produce uomini e aikidoka, e non corsari da giardinetto!

Il mio augurio è che noi tutti si riesca ad uscire dalla palude dell’Aikido fatto solo di tecniche prestampate. Altrimenti la nostra disciplina è già morta e giace immobile nella tomba accanto al suo Fondatore.

LEGGI ANCHE Post-Scriptum a “La Palude del Tecnicismo dell’Aikido”

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Zanshin ed Aiki – Parte Seconda

“Confronto fra anime”

Presentiamo oggi con piacere la seconda parte del nuovo intervento di Angelo Armano, che sappiamo atteso da tutti quelli che si interessano agli aspetti più sottili della nostra pratica

di ANGELO ARMANO

Leggi Zanshin ed Aiki – Parte Prima

Prima eventualmente di occuparci dell’Aikido degli altri, vorrei farmi delle domande sull’Aikido, dando ovviamente per scontate alcune premesse:
a) Di tutto questo si occupano valorosamente altri, come Stanley Pranin per esempio, e con dovizia di documentazione.
b) Che al pari di altri io sono portatore di opinioni, magari anche forti e motivate, ma pur sempre tali.
c) Che le mie convinzioni sono sempre in itinere e che mi interessano le opinioni degli altri, soprattutto se espresse con garbo, spirito costruttivo e da un minimo pulpito di esperienza.

Il dato da cui partire, occupandoci così dell’altra metà del titolo di questo piccolo essay, è di soffermarci su cosa sia Aiki. Come è noto, sebbene siano 2/3 dei kanji della parola Aikido, non è un dato creato da Ueshiba, ma lo precede e con esso lo stesso si imbatte in un dato momento della sua formazione marziale, grazie ad un incontro ben noto: quello con Sokaku Takeda.
Le vicissitudini (e i misteri) della successione da Aikijujitsu, ad Aikibudo, ad Aikido sono risapute; un dato importante è cosa ne dice Ueshiba stesso: “L’insegnamento di Takeda mi aprì gli occhi sul Budo”.
La linea di continuità è proprio costituita da questo comune denominatore, sul quale a mio parere non si è riflettuto abbastanza, anzi si è molto mistificato, pure fuorviati dalla parola Ki. Il termine è talmente polivalente, da essere del tutto aspecifico rispetto al campo che ci occupa: la marzialità, pure se di un certo tipo…
Sembra che Sokaku Takeda chiamasse inizialmente le sue tecniche Daito ryu Jujutsu e che distinguesse tra jujutsu ed aiki come tra elementare e profondo. L’Aiki è il salto di qualità e quantomeno per Sokaku Takeda, trattasi di concetto puramente marziale, senza contaminazioni di natura mistica, come la specifica personalità di Ueshiba era portata a fare. Al tempo stesso, la misteriosa efficacia dell’Aiki, attiene comunque a mezzi interiori, quegli stessi mezzi che vengono asserviti al progresso spirituale e ai fatti religiosi. Prova ne sia che Chikanori, il maestro di Takeda a cui insegnò i segreti Oshiki uchi del clan Aizu, era un prete, e di un prete voleva fare Sokaku. Il pio desiderio non ebbe esito in quanto, come ben noto, Takeda Sokaku non aveva per nulla quella vocazione, anzi…

Takeda Sokaku in una rara foto del 1936

Non sorprende che una sensibilità diversa come quella di Osensei, recuperi appieno quest’aspetto dell’Aiki, aspetto che però non è sufficiente a definirlo ed esaurirlo. E neanche mi sorprende che l’allievo più vicino a Ueshiba, Morihiro Saito, glissasse allegramente sull’argomento, invitando gli allievi che gliene chiedevano a soffermarsi su argomenti più tangibili e concreti. Questo a riprova
che al di là di facili oggettivazioni, di dati inconfutabili su cosa sia o non sia l’Aikido, il fattore personale, sulla prevalenza o meno da conferire ad alcuni fatti, rimane comunque decisivo.
La stessa posizione mantiene un maestro del Daito ryu, morto alla fine degli anni novanta e capace fino alla fine della sua lunga vita, di prestazioni che non avevano niente da invidiare a quelle di chiunque, ripeto, chiunque altro…ma che, tra le righe, non può fare a meno di convenire che il confronto tra due antagonisti di livello, rimane un confronto tra anime!
Cerchiamo allora di distillare le caratteristiche indicative di questo Aiki, o quantomeno alcune di esse.
Nell’Aikido parliamo comunemente di armonizzarci con la forza dell’assalitore, e di utilizzarla. Lo stesso maestro del Daito ryu citato sopra, invece, senza alcun ricorso a metafore occulte dimostra invece che:
a) Aiki ha caratteristiche preventive (non certo nel senso che egli non si lasci afferrare, con il massimo di energia, da più antagonisti ed anche con prese micidiali da lotta libera), svuotando di forza l’avversario, il cui impeto sembra non avere nessun effetto su chi lo applica.
b) La persona su cui viene applicato Aiki, si trova fulmineamente squilibrata, di modo che la contemporanea o successiva proiezione diviene pienamente plausibile. Lo strano è che chi viene squilibrato, non si sente spingere o tirare con forza.
c) Esistono livelli diversi di Aiki, che possono pareggiarsi tra loro, progressivamente fino a prestazioni… inimmaginabili.
Possiamo ritenere che solo grazie a caratteristiche del genere Morihei Ueshiba abbia patito l’unica (umiliante) sconfitta della sua vita, e da quel personaggio veritiero che era, si sia messo ad imparare da Sokaku Takeda.
Aspetti marginali di queste caratteristiche li vediamo espressi da alcuni shihan di Aikido, viventi o deceduti che siano, senza però che nessuno o quasi di questi (a mia conoscenza) affronti di petto l’argomento o ne espliciti l’insegnamento.
Nonostante l’allusione a fatti palesemente non muscolari, l’esercizio muscolare ha importanza decisiva, fin nella tarda età, e lo studio delle tecniche risulta del tutto vano senza un’adeguata costruzione corporea. Questo mi pare coerente con la pedagogia di Saito sensei, in uno alla sua allusione che se il peso di uke non finisce completamente sugli avampiedi o sui talloni, le tecniche di Aikido sono inapplicabili…
E’ in forza di tutte queste argomentazioni che nel mio libro, sostengo che il vero Aikido è il kitai e che gli altri livelli sono solo una marcia di avvicinamento. Nel kitai non ha alcun senso differenziare tra kihon e kinonagare.
Ho appena commesso il peccato più grave per la mentalità giapponese e per i plagiati da essa. Ho pisciato fuori dal vaso!
Io rispetto sinceramente la cultura e la sensibilità giapponese, anzi ne sono affascinato al punto da praticare Aikido come yudansha da 35 anni, anche se è appena da qualche anno che ho incominciato a farlo… Mi piacerebbe che fossero tanti altri a farlo per davvero, essendo assolutamente possibile, a patto di non farsi mettere l’anello al naso, e farsi portare a spasso per decenni dai “luoghi comuni”.

Copyright Angelo Armano© 2012
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore è proibita

Considerazioni (Personali) Sull’Aiki

Marco Marini e’ un insegnante del Progetto Aiki

Cosa rappresenta l’Aiki?
Cosa significa essere sulla via dell’Aiki (quindi praticare l’Aikido)?
Perché per Ueshiba l’Aiki era così importante al punto da identificare con esso la sua disciplina?
Esistono varie forme di Aiki?

Cercherò di esprimere il mio punto di vista su questi interrogativi.
Perché?
Perché penso che chiunque si accinga a praticare Aikido dovrebbe averne chiaro il principio cardine, quello con cui la stessa disciplina si identifica.
Naturalmente sarà il “mio” punto di vista, senza nessuna pretesa di verità. Ma credo sia importante – un dovere, oserei dire – per un insegnante, dichiarare le proprie convinzioni, la sua visione dell’arte e come pensa di trasmetterla.
E’ inutile far finta che tutti si faccia comunque Aikido.
Sì, certo, facciamo tutti Aikido, ma ognuno con la propria visione, della disciplina come del modo di trasmetterla e di allenarla. Quindi credo non sia sufficiente dire: «faccio Aikido e seguo quel Maestro/Stile piuttosto che l’altro». Trovo questo atteggiamento riduttivo e parziale.
Il fatto che io segua gli insegnamenti di un grande tecnico non implica necessariamente che io lo sia, né che io abbia capito le stesse cose che ha capito lui.
Oltretutto un insegnante/praticante, ad un certo punto del suo percorso, ha secondo me il dovere di costruire il suo Aikido e cercare di trasmetterlo. Solo così quest’arte potrà rimanere viva e vitale.
Fatta questa doverosa premessa, vediamo di rispondere alla prima domanda: cosa rappresenta l’Aiki (ribadisco sempre e solo per me).
Il principio “Aiki” (ai = armonia, ki = spirito/energia vitale) potrebbe tradursi in “armonizzare le energie/spiriti”, ma ci farebbe capire ben poco da un punto di vista pratico.
Secondo me l’Aiki si stabilisce, per prima cosa, tra due o più persone (estendendo se si vuole anche all’ambiente circostante e/o a noi stessi) già nel momento in cui tali persone entrano in contatto.

L’Aiki si stabilisce già nel momento in cui le persone entrano in contatto

Dal primo contatto visivo, o comunque percettivo, si deve stabilire una relazione indissolubile, ma priva di sentimento (aspettativa, rancore, aggressività, etc). Stabilita la relazione iniziale inizia il lavoro sulla dinamica del movimento tra il nostro corpo, quello dell’altro, il movimento d’attacco, l’evasione, lo sbilanciamento o la rottura della struttura avversaria ed infine la tecnica che noi applichiamo.
La Qualità del rapporto tra tutte queste cose e la capacità di gestirle in armonia ed efficacia, padroneggiando o meno la situazione, fanno la differenza tra una tecnica Aiki e una tecnica non Aiki, ancorché efficace.
In sostanza bisogna essere in grado di ricevere, gestire e seguire il movimento, lo stimolo che ci arriva in modo armonico, attraverso una ricerca continua di sbilanciamento, fino a rompere/destabilizzare la struttura avversaria (caduta o leva finalizzante).
Questo idealmente… ma nella pratica molto spesso ci ritroveremo a subire l’iniziativa o a doverla prendere per evitare di subirla.
Per questo si devono allenare tutte le possibili situazioni e tutti i possibili tempi: ne consegue la necessità di studiare i kaeshi waza (contro tecniche), i sutemi (tecniche di sacrificio), gli henka waza (concatenamenti di tecnica), gli ushiro waza (attacco da dietro), etc.
E’ altrettanto necessario allenare gli atemi, le schivate e il kiai , che possono contribuire efficacemente nel ritrovare quel controllo e sbilanciamento di cui abbiamo bisogno per essere Aiki.
Medesima importanza riveste la preparazione e tenuta fisica generale del praticante.
Tutto va sempre finalizzato alla percezione, controllo e neutralizzazione del partner per risolvere il conflitto. Stanley Pranin, in una sua pubblicazione sulla visione dell’Aiki da parte di Takeda Tokimune, ha scritto:
«Aiki è tirare quando vieni spinto e spingere quando vieni tirato. E’ lo spirito della lentezza e della velocità, dell’armonizzare il tuo movimento con il ki del tuo avversario. Il suo opposto è il kiai, cioè spingere fino al limite, mentre l’aiki è non resistere mai»
Quindi:
Il principio Aiki è oltre la tecnica, ma ne fa uso; oltre il tempo, perché è lui (teoricamente) a gestirlo; oltre la forza, perché non ne ha bisogno (sempre relativamente parlando).
Un traguardo difficile se non impossibile da raggiungere, al quale dovremmo tendere attraverso un allenamento sempre più rigoroso.
Da qui la risposta al secondo quesito: praticare Aikido cosa significa?

Apprendere il maggior numero di tecniche di ogni arte marziale

Significa allenarsi ad apprendere e praticare il maggior numero di tecniche d’ogni arte marziale (ma anche SDC) partendo, per cominciare, da una base di jujitsu, ma allargando il campo delle nostre conoscenze ad altre AM, consapevoli di essere su di un percorso psico-fisico con caratteristiche marziali, aperto e continuamente implementabile.
Significa non avere un punto d’arrivo.
E’ in base a ciò che affermo, ma ribadisco, secondo me, che non possono esistere Maestri d’Aikido, ma solo praticanti più o meno avanzati (nessuno si può dire maestro d’Aikido fino a quando non sia in grado di contrastare, con l’Aiki, qualsiasi conflitto).
Vi prego di considerare questa affermazione riferita al “Maestro” come persona che padroneggia la via e non come qualifica federale/associativa alla quale tutti possiamo aspirare per evidenti ragioni pratiche di diffusione della disciplina. In questo caso “maestro” significa solo più avanti di altri sulla via (educatore, insegnante). Ma torniamo all’Aikido.
Come avrete notato ho chiamato l’Aikido “disciplina psico-fisica” e non AM, per il semplice fatto che le AM sono per l’annientamento, la morte o quantomeno la vittoria sull’avversario.
Ma questo sarebbe contrario ad uno spirito di mutua crescita ed accettazione: non esisterebbe armonia nella distruzione dell’altro, ma neanche nella semplice vittoria sull’altro.
Per questo ci sono discipline ben più efficaci rapide e performanti.
Il valore fondante è l’accettazione dell’altro e del suo portato (bello o brutto che sia) attraverso un confronto non competitivo.
Quindi si apprende a lavorare con chiunque, che sia bello o brutto, pulito o sporco, simpatico o antipatico, lasciandogli la libertà di sbagliare e anzi cercando di favorire la sua reazione più istintiva e naturale.
Non ci sono rituali che esulino dalle normali regole di convivenza civile.
Il reishiki deve essere qualcosa che si sente, si apprende e si comprende per emulazione ed accettazione, non per imposizione.
Si esclude la competizione non perché non sia valida come allenamento, ma perché comporterebbe la necessaria esclusione di alcuni. Un bravo insegnante non dovrebbe astenersi dal provare le sensazioni di una gara, ma ritengo lui sia abbastanza avanti sulla via per poterselo permettere. E comunque il bagno d’umiltà e le paure di una competizione
l’aiuteranno poi nel compito di docente.
L’aggressività, come la violenza e qualsiasi altro comportamento e pulsione umana, è un valore e va considerato come tale senza moralismi e falsità, ma l’Aikido dovrebbe insegnarci a gestirla e conoscerla. Solo chi riconosce la propria aggressività e i propri difetti può comprendere e accettare quelli dell’altro senza giudizi.

Solo chi riconosce la propria aggressività può comprendere quella dell’altro

In caso contrario si è ipocriti, ma soprattutto non si è Aiki.
Un insegnante di Aikido, così come un praticante, deve saper anche cucinare e stirare, non solo eseguire il tai sabaki o un iriminage!
Il motivo è sempre lo stesso: se non si “desidera” conoscere “tutto” ci si priva di alcune occasioni di crescita e si è solo parzialmente sulla via.
Faccio in proposito un esempio banale.
Se non si è mai gestita una casa con figli completamente da solo almeno per qualche giorno, come si pensa di comprendere e gestire una relazione affettiva con chi lo fa normalmente? E una relazione affettiva non è una forma d’Aiki? Così come, se non si pratica e ci si confronta con praticanti d’altre AM, come si pensa di essere in grado di trovare quella relazione, quella armonia, con qualcosa che non si conosce e con la quale non si è mai entrati in contatto?
Dove non c’è conoscenza regna lo scontro. E lo scontro non è Aiki.
L’aikido non è solamente tecnica: l’Aiki dovrebbe essere qualcosa che ci permette di essere un passo avanti in qualsiasi relazione.
E’ per questo affermo che non ci sono Maestri, ma solo persone che, col proprio esempio, possono stimolarne altre nella ricerca.
A questo punto si comprende perché Ueshiba abbia chiamato così la sua Arte.
Attraverso il confronto, lo scontro, l’allenamento e sicuramente anche una particolare visione religiosa è arrivato ad una tale maestria nel gestire tutto questo rimanendo Aiki.
Ma non ci ha lasciato un mero numero di waza (tecniche), bensì una testimonianza di lavoro e di ricerca. Ha trasformato un principio applicato al combattimento, al conflitto (Aiki Ju Jutsu), elevandolo a qualcosa di più adatto ai nostri tempi e alle sue convinzioni religiose, sostanzialmente negando l’esistenza stessa del conflitto ed esaltando invece l’accettazione dell’altro, nella ricerca di un armonia universale, ma sempre attraverso un percorso “fisico”.
Naturalmente un insegnante ha il dovere di trasmettere al neofita un percorso didattico chiaro e ben riconoscibile. Non si può fin dai primi tempi dare questa idea d’Aikido “aperto”: sarebbe onestamente fuorviante e deleterio.
E’ necessario fornire delle basi tecniche ben definite e riconoscibili (ikkyo, nikkyo, etc) dalle quali un domani affrancarsi. Ma non oggi, non subito.
Fondamentale è una corretta percezione dello spazio e del corpo attraverso un allenamento guidato e didatticamente valido, basato su principi chiari e sperimentabili, possibilmente in accordo con l’evoluzione dei sistemi allenanti.
Reattività, forza, continuità nel movimento, salvaguardia del proprio corpo e di quello del partner sono alcune tra le qualità migliorabili.
Come è necessario impostare un corretto atteggiamento marziale, senza far diventare il neofita un burattino che si muova come gli viene detto (è facile trovare l’armonia così!). Inoltre ogni persona possiede delle qualità personali: renderemmo un cattivo servizio se le sostituissimo con altre stereotipate.

Un bravo insegnante migliora e valorizza il portato di uno studente

Secondo me un bravo insegnante dovrebbe esser capace di migliorare e valorizzare il portato di uno studente, aggiungendo qualità e capacità alla sua esperienza tecnica e fisica, per poi, un domani, intervenire ancora togliendo e sfrondando tutto quello di cui non c’è più bisogno.
«L’Aikido permette ad ogni individuo di seguire un sentiero adatto a sé, rendendo ogni essere umano capace di conseguire l’armonia dell’universo»
Queste parole di Ueshiba credo rappresentino bene il concetto Aiki e unite alla sua testimonianza di pratica ci offrono una metodologia d’allenamento.
Praticare, allenarsi, dare e “prendere mazzate”, per raggiungere un traguardo (Aiki), con l’obiettivo, che è anche una ricompensa, di vivere e far vivere meglio noi e gli altri in questo mondo.
Con questi presupposti mi accingo a rispondere all’ultima domanda: se esistono varie forme d’Aiki.
Sì, personalmente penso che ne esistano almeno due.
Una più “esoterica” e spirituale, quella di Ueshiba Morihei.
Un’altra più tecnica, quella di Takeda Tokimune.
Praticamente si differenziano solo nella finalità.
Nell’AikiJuJutsu, l’Aiki viene usato utilizzando la dinamica del movimento, lo sbilanciamento e la rottura della struttura avversaria, per raggiungere la vittoria nel combattimento.
Nell’Aikido, l’Aiki viene usato utilizzando la dinamica del movimento, lo sbilanciamento e la rottura della struttura avversaria, ma per ristabilire un armonia, nella consapevolezza che non esiste un avversario da combattere, ma un’ideale a cui aspirare.
Chiudo, citando sempre il Fondatore, con un motto che secondo me identifica bene la disciplina Aikido:
«Masakatsu Agatsu»[1]
La vera vittoria è la vittoria su noi stessi.

[1] Il motto completo è in realtà «Masakatsu Agatsu Katsu Hayabi», ovvero «La vera vittoria è la vittoria su noi stessi, vittoria qui e adesso». Lo stesso Ueshiba, d’altronde, utilizzava spesso la forma abbreviata, sia nelle calligrafie sia negli scritti.

Copyright by Marco Marini ©2011
Pubblicato la prima volta su
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