Aikido, Sport o Disciplina? Intervista a Simone Chierchini

Aikido al Cairo: il movimento diventa mondiale

Aikido al Cairo: il movimento diventa mondiale

Ce lo spiega il maestro Chierchini: intervista al cultore dell’Aikido, un tipo di arte marziale in rapida espansione

di SARA GERARDI

D. Maestro si presenti, chi è Lei?

R. Sono Simone Chierchini nato a Roma 50 anni fa, ma ho lungamente vissuto e insegnato anche a Milano e in Irlanda. Nel 2009 mi sono stabilito in Molise. Figlio dei pionieri dell’Aikido Danilo Chierchini e Carla Simoncini – che introdussero l’Aikido in Italia nel 1964 – ho iniziato a praticare Aikido nel 1972, qualificandomi come insegnante nel 1984, quando ho iniziato anche a insegnarlo. Oggi ho la qualifica di Maestro FIJLKAM, con il grado di 5° Dan, grado conferitomi nel 2008 dall’Aikikai Foundation di Tokyo, la casa madre dell’Aikido. Grazie a questi prestigiosi accrediti, sono l’insegnante di Aikido più qualificato di Abruzzo e Molise.

D. Maestro, ci parli della sua passione per questo sport: come è nata?

R. La mia passione per l’Aikido non ha una data di inizio e neppure una di scadenza. Le arti marziali sono una tradizione di famiglia e mi ci sono trovato immerso fin da bambino. Sono cresciuto e maturato assieme all’Aikido, che costituisce parte integrante ed essenziale del mio bagaglio umano, almeno quanto i miei studi ed esperienze sociali. Grazie all’Aikido ho viaggiato e ho conosciuto il mondo e i suoi abitanti – da anni insegno regolarmente in Irlanda ed Egitto – ma soprattutto conosco me stesso.

D. Ci spieghi le regole base della disciplina che pratica e insegna.

Senza confini: Aikido a Bogotà

Senza confini: Aikido a Bogotà

R. L’Aikido è come una cipolla, possiede numerosi strati, che è possibile sfogliare man mano che si pratica. Lo strato superficiale tuttavia è quello che lo avvicina di più ad una pratica di natura sportiva, ove l’elemento difesa personale è determinante. L’unicità dell’Aikido è però nelle modalità in cui questo si manifesta: l’uomo/donna medi non sono potenti fisicamente, ma con l’Aikido possono essere comunque efficaci, dato che le tecniche difensive dell’Aikido sono basate su movimenti spiraliformi che utilizzano e ridirigono l’energia aggressiva dell’attaccante.
Gli strati più interni della cipolla riguardano maggiormente l’aspetto psicologico/educazionale che quello sportivo. L’Aikido persegue il massimo risultato con il minimo sforzo, ma insegna anche a infliggere il minor danno possibile all’attaccante – che è visto non come un nemico da distruggere, ma come un fratello che sbaglia. Questo è un elemento unico nel mondo delle arti marziali, che è invece caratterizzato da una storia e un linguaggio fisico pieno di violenza. Nell’allenamento di Aikido, gradualmente si ricerca una condizione in cui il controllo e la sensibilità divengono i fattori più importanti della pratica, con l’ovvia conseguenza di formare persone più mature e consapevoli di sé e di quello che li circonda.

D. Le origini di questa disciplina: dove e quando è nata?

R. L’Aikido è stato sviluppato dal giapponese Morihei Ueshiba a partire dagli anni Trenta del XX secolo, ma affonda le sue radici nelle antiche tradizioni marziali nipponiche. I suoi genitori sono la spada e il ju-jutsu tradizionale. In Italia si è diffuso a partire dalla metà degli anni ’60 e conta a oggi circa 15.000 praticanti.

D. Considera questa disciplina un vero e proprio sport al pari di quelli più noti (calcio, basket ecc.) oppure è un’arte, una disciplina che non rientra nella categoria sport, esula dall’esser classificata come sport?

Sempre più su ragazzi!

Sempre più su ragazzi!

R. Come dicevo prima, l’Aikido è una disciplina complessa, che presenta alcune delle caratteristiche degli sport più popolari, ma va molto oltre. Per esempio, come gli sport consente un ottimo esercizio aerobico che tonifica l’intero apparato muscolare in modo bilanciato, migliorando l’equilibrio e la coordinazione motoria; chi fa Aikido regolarmente può aspettarsi di vedere aumentare forza, flessibilità e resistenza. Tuttavia, qui è dove gli sport si fermano, mentre l’Aikido fornisce l’ispirazione e gli strumenti per crescere come esseri umani; molte sono le persone che vi si avvicinano per imparare a difendersi, ma finiscono per trovare soprattutto un efficacissimo metodo di sviluppo psicologico e spirituale.

D. La disciplina che insegna viene e può essere applicata in maniera individuale a coppia, in gruppo o in tutti e 3 i modi?

R. L’Aikido si studia in gruppo, ma nello studio viene applicato a coppie o individualmente a seconda degli esercizi proposti. Gli allievi più esperti studiano anche come difendersi da attacchi multipli e liberi, per meglio prepararsi all’eventualità di un attacco reale. Il tutto è comunque vissuto in un’atmosfera ove l’impegno e l’intensità vanno a braccetto con il piacere di praticare assieme e con il divertimento e la soddisfazione di riuscire a fare cose che si ritenevano precedentemente impossibili. Il lavoro con la spada e con il bastone – che affianca quello delle tecniche a mani nude e le completa e spiega – non manca mai di affascinare gli allievi, facendogli provare sensazioni provenienti da un mondo antico che parla al nostro inconscio con una forza sorprendente.

D. Ritiene che questa disciplina che lei insegna debba essere maggiormente conosciuta e pubblicizzata a livello locale ma anche nazionale?

ppp

Aikido in Irlanda: aprire nuove frontiere

Q. Io ho dedicato già 30 anni della mia vita a divulgare l’Aikido dove serve di più, perché non è presente. Sono stato un pioniere della disciplina in Irlanda durante la mia permanenza in quel meraviglioso paese dove ho vissuto per 14 anni, e ora sono un pioniere dell’Aikido in Abruzzo e Molise, ove per adesso non ha conosciuto una gran fortuna. Spero che con l’aiuto dei miei allievi, degli esperti di altre discipline marziali e delle istituzioni si possa riuscire a dare all’Aikido il ruolo che merita anche nelle nostre regioni. Si parla tanto del problema dell’educazione delle nuove generazioni e della motivazione a vivere bene nelle persone in età adulta, ma tutto quello che vedo fare va nella direzione di renderci tutti consumatori ottusi e staccati dal nostro corpo. L’Aikido insegna che io esisto anche quando non mi occupo del mio abbigliamento, di quanti tatuaggi mi sono fatto, di quando ho acquistato l’ultimo iphone. L’Aikido insegna che anche se ho 50 anni il progresso fisico e interiore sono alla mia portata. Ben venga quindi la diffusione locale e nazionale di una disciplina che rinforza il corpo e apre la mente, in questi tempi bui può essere una sorte di luce nell’oscurità.

D. Ci sono associazioni oltre la sua dove insegna, dove praticare questa disciplina a livello locale? E a livello nazionale?

R. Per l’Aikido in Abruzzo consiglio di riferirsi al sito aikidopescara.com, da noi gestito, da cui si possono ottenere informazioni su dove praticare e come avviare nuovi corsi nella propria città. Il riferimento per il Molise è invece aikidomolise.com. A livello nazionale esistono numerose associazioni di riferimento, collegate al CONI attraverso gli enti di promozione sportiva e spesso con connessioni con il Giappone. Chi vuole orientarsi in questo mondo e conoscerne alcuni interessanti aspetti può visitare il mio blog, aikidoitalia.com. Per ogni domanda sull’Aikido potete contattarmi su Facebook presso https://www.facebook.com/AikidoItaliaNetwork. Sarò felice di rispondere.

Pubblicato il 22/11/2014 su Pescara News. Tutti i diritti riservati
http://www.pescaranews.net/notizie/interviste/5679/akidosport-o-disciplina-ce-lo-spiega-il-maestro-chierchini
Copyright PescaraNews – Sara Gerardi

Annunci

Il Posto dell’Aikido Nell’Era dello Zumba e dell’MMA

Liscia, gassata o ferrarelle?

I padri dell’Aikido sono scomparsi o stanno scomparendo e tocca ai figli prendersi la responsabilità di collocare la nostra arte in un mondo profondamente cambiato. Dove va l’Aikido nel XXI secolo? Qual’è il suo posto nell’era dello zumba e dell’MMA? Che cosa dobbiamo farcene della meravigliosa eredità che ci hanno lasciato i nostri padri adottivi da tatami? Sarà il caso che la nuova generazione di insegnanti di livello inizi a chiederselo, perché il futuro è adesso

di SIMONE CHIERCHINI

Man mano, con lo scorrere inesorabile del tempo, ci si allontana sempre più dalle fonti dirette dell’insegnamento originale dell’Aikido, al punto che sul web è stata usata l’azzeccata espressione di Aikido 2.0 in riferimento alla fase che ci si apre davanti. E’ specialmente in questi momenti di passaggio che diventa fondamentale capire cosa si sta facendo, con la speranza di imboccare la strada più giusta e consona ai nuovi tempi che avanzano.

Nei momenti di incertezza e instabilità, storicamente si è sempre manifestata la tendenza all’irrigidimento, sia esso fisico, psicologico e/o sociale, seguito dal consolatorio accostamento a forme culturali viste come più tradizionali, o più “potenti”, o rassicuranti; per spiegare questa tendenza è sufficiente la psicologia da bar e non staremo a perderci tempo.

In Aikido il quadro di cui sopra si traduce spesso nel ritorno ad un tipo di visione del Budo quasi pre-aikidoistico: siccome i tempi attuali hanno prodotto un tipo di pratica da tatami che si discosta di poco dallo Zumba praticato in contemporanea nella sala accanto, per reazione l’Aikido deve tornare ad essere un metodo da combattimento. In questo modo posso discostarmi dai ballerini in hakama, e allo stesso tempo fare concorrenza agli energumeni dell’MMA.

La diatriba sull’efficiacia dell’Aikido è vecchia quanto l’Aikido stesso, ma è in queste fasi di confusione che rifà capolino con forza un’ideologia che vorrebbe riportare la nostra disciplina a quello che era prima del Fondatore, cioè un mero mezzo per contraccare e ferire, negando in un colpo solo il geniale contributo di Morihei Ueshiba e il lavoro di tre generazioni di insegnanti che sono riusciti a trasformare una serie di violente tecniche marziali medievali in un metodo volto alla conoscenza personale e al miglioramento dell’essere umano.

Il revisionismo storico è un male inevitabile, e ogni tanto riemerge, soprattutto quando le cose non vanno bene, ma è bene ripetere a chiare lettere che l’Aikido di Ueshiba non è difesa personale. L’Aikido di Ueshiba utilizza le tecniche un tempo usate esclusivamente per la difesa personale per FINI ALTRI. Si può non essere d’accordo con questo postulato, ma allora bisogna avere il coraggio di chiamare quello che si fà con un nome diverso, perché Aikido non è. Se si vuole riscrivere la storia, la genesi e la filosofia dell’Aikido si è liberi di farlo, ma non si può poi pretendere che chi legge dopo averlo studiato per decenni non si metta a ridere quando si leggono certe castronerie.

Moltissimi sono ossessionati dall’idea di difesa personale. Gli stili marziali che vanno per la maggiore sono sempre e invariabilmente quelli che picchiano più duro (o fanno finta di picchiare più duro), e anche tra gli aikidoisti il morbo dell’efficacia è una preoccupazione che sembra ledere la tranquillità di tanti colleghi di ogni età e grado. Personalmente penso che in una società civile e organizzata la migliore forma di difesa personale dovrebbe prevedere due mosse pulite pulite: educazione di qualità, e certezza assoluta della punizione… due cose che la società occidentale contemporanea non ritiene di dover impegnarsi nel fare. Tuttavia, il fatto che il sistema sociale attorno a noi non funziona, non può giustificare il ritorno all’età della pietra: noi marzialisti abbiamo il dovere di dissociarci con forza da ogni espressione di violenza fuori dai parametri della minima forza.

E qui entriamo più nel vivo di cosa stiamo parlando. Difendersi è un diritto, difendersi da chi ci attacca con violenza animale come degli animali, significa semplicemente essere della medesima sostanza. Non c’è differenza fra il porco e il cotechino… In un mondo che si fa sempre più confuso e contraddittorio, l’aikidoka non può permettersi di alimentare le fiamme con la benzina. Quando la mano ci stringe il polso, non irrigidirsi; quando lo tsuki ci sfiora il viso, non reagire rompendo il naso dell’attaccante; quando un uomo si comporta come un animale, non reagire diventando un animale di misura superiore. Questo è Aikido. Non trasformarsi nel male che si riceve, ma neutralizzarlo e ridirigerlo, possibilmente verso la ricomposizione.

“Non reagire diventando un animale di misura superiore” è un’affermazione ben diversa da “non reagire, diventando un animale di misura superiore”. La virgola fa una differenza enorme. Qui non si sostiene che l’aikidoka debba trasformarsi in un gandhiano non violento – anche se da buoni cristiani bisognerebbe porgere l’altra guancia. Il messaggio dell’Aikido non è quello pur onorevole della resistenza passiva. Il nostro è un approccio attivo, ma la linea su cui ci muoviamo è sottile: bisogna fare attenzione a non precipitare nuovamente nel medioevo della risoluzione dei contrasti: lui mi ha fatto male, io lo rompo; perché a livello sociale questo contiene il germe della disintegrazione della comunità di cui tutti ci diciamo inorriditi. Ho idea che i linciatori di oggi appartengano alla categoria dei linciati di domani, visto il livello morale di ciò che a sentir loro sono pronti a fare.

Ci vuole corrispondenza tra azione e reazione, tutto qui. L’aikidoka deve evitare il tocco di Medusa, che ci trasforma esattamente in quello che ci fa paura e orrore. Se un violento aggressore finisce pestato a sangue e ridotto come una poltiglia morente, dov’è la giustizia? E’ questo il modello di comportamento che vogliamo proporre nella comunità che lasceremo ai nostri figli? No, grazie. Il violento, l’aggressore è lui, non io. L’aikidoka deve metterlo in condizioni di non nuocere e impacchettarlo, consegnandolo poi alle autorità che lo devono punire secondo le leggi che la comunità si è data. Il colpevole deve pagare il suo debito PER INTERO, SENZA SCONTI, ma sempre al fine di ritornare in società.

Solleticare gli istinti di vendetta non è Aikido. L’aikidoka non si vendica mutilando. Grazie all’Aikido di Ueshiba siamo marzialisti evoluti, e non è che sia cosa facile. E’ certo più semplice lasciarsi prendere dal primo istinto che ci assale davanti all’orrore dell’aggressione fisica o psicologica. Il facile è pestare un aggressore a sangue o il litigare a morte con tutti quelli con cui siamo in disaccordo. Ma chi siamo noi per autonominarci carnefici? Quale potere in terra ci dà il diritto di ergerci a giudici? Siamo senza peccato? Io no, e quindi faccio un passo indietro.

L’aikidoka maturo studia tecniche di guerra per usarle, ma usarle non vuol dire uccidere. Conoscendole, in caso di aggressione dovrebbe sapere come usarle quanto serve, non un grammo di forza in più. D’altronde per me è inaccettabile che si usino gesti di chiara origine marziale con una competenza marziale da ballerina classica. Se mi dedicassi al tiro al bersaglio e colpissi tutto meno che il bersaglio, sarebbe lecito che mi venissero dei sospetti sulle mie capacità. Se tiro a bersaglio, voglio fare centro, altrimenti che tiro a fare? Poi quando esco dal poligono di tiro non sparo a nessuno, ma questa è la mia scelta, fatta sul fondamento di ciò che ho in potenza, non perché non ne sono capace. Il pacifismo, l’armonizzarsi, per me è una scelta cosciente fatta da chi può disarmonizzare, fare male, uccidere, ma ha la forza morale, derivata dal training, di scegliere di non farlo. Questo è il Masakatsu agatsu di casa mia. Il pacifico perché è debole non è pacifico, ma inerme, e nel suo essere pacifico e armonico non c’è nulla di morale: dategli gli strumenti e vedrete se è pacifico o no…

Il problema dell’efficacia è semplicemente un non-problema. L’uomo non può diventare invulnerabile, e già pensare a difendersi rende di per sé deboli. Che l’attacco sia vero o “di dojo”, la risposta non può essere comunque relativa. La risposta è sempre e solo assoluta, e questo è quello che insegnano i grandi maestri. Altrimenti in caso di attacco reale, se la risposta è relativa o uno uccide perché è troppo eccitato, o se la fa sotto perché ha troppa paura.

Io non faccio a botte da una vita, ma ci sono stato in mezzo, e non mi sono piaciuto per niente. Per questo studio il controllo: il punto sta solo nella misura della reazione. A mente fredda ho deciso di non reagire barbaramente e studio le tecniche necessarie a farlo. La pratica controllata di ogni giorno è orientata a questo fine, altrimenti perché non ci distruggiamo le giunture ad ogni tecnica che applichiamo? A che cosa serve studiare il controllo, se poi quando c’è la situazione reale si reagisce in modo non controllato? Che sia facile, o che ci si riesca per davvero è un altro discorso.

L’Aikido nell’era dello Zumba e dell’MMA deve servire a trasformare l’odio in convivenza civile. Chi vuole fare difesa personale pura e semplice si rivolga altrove, dato che ci sono discipline che sono un milione di volte più veloci dell’Aikido nel fornire strumenti di azione/reazione. L’Aikido è nato sulle ceneri di un mondo violento e ne usa le tecniche per scopi morali e di miglioramento personale e sociale.

D’altronde, non fa compito dell’insegnante di Aikido nè fare del male agli altri e neppure fargli il lavaggio del cervello per sentirsi dare ragione alla fine. Noi possiamo fornire informazioni, argomenti logici, motivazioni e buon esempio in prima persona. Dopo di che sta a chi ci segue farne l’uso che crede. Noi offriamo gli strumenti che usiamo, sono poi gli altri che devono decidere se usarli. Se non vogliono, per me va bene lo stesso, ma non devo poi per questo cambiare la mia vita trasformandomi in loro…

Copyright Simone Chierchini ©2012Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/

La Vera Frontiera dell’Aikido

“Preferisco zappare la terra e insegnare ai ragazzi e a quelli che l’Aikido non lo hanno mai sentito nominare, per fortuna”

La vera frontiera dell’Aikido… portarne gli insegnamenti ove il campo è ancora da arare. Più nuove iniziative ove l’Aikido manca, più lavoro con i giovani e nelle scuole, meno associazioni, gradi, supershihan, e business relativo

di SIMONE CHIERCHINI

Se invece di litigare in nome di una presunta superiorità tecnica, o di lignaggio, per accaparrarsi le poche migliaia di praticanti attivi che l’Aikido riesce annualmente a produrre, l’intelligentsia dell’Aikido nostrano si dedicasse a conquistare nuove platee, non assisteremmo allo spettacolo desolante delle continue divisioni intestine e al conseguente frazionamento che caratterizzano sempre più la nostra comunità.
Potete citare un esempio che sia uno di programma organico prodotto dalle maggiori associazioni nazionali per promuovere la disciplina sul territorio? Sui mass-media? Nelle scuole? Nel mondo dello sport? Nell’ambito della cultura nazionale? A parte lodevoli episodi locali, frutto della buona volontà individuale, sotto il vestito non c’è assolutamente niente.
Come si iniziò a fare alla fine degli anni Sessanta – quando le associazioni nazionali erano in embrione – arriviamo al 2012 e nulla è cambiato: ancora oggi le uniche attività associative restano i seminari con gli shihan. Le varie associazioni nel loro complesso producono annualmente parecchie decine di migliaia di euro di bilancio e utilizzano questi fondi esclusivamente per fornire agli associati pessime coperture assicurative e – soprattutto – per pagare i servizi dei baroni dell’Aikido.
Poco, così poco che ogni individuo dotato di buon senso dovrebbe porsi una domanda o due rispetto ai veri fini  delle associazioni in questione, al di là di quelli dichiarati nei rispettivi statuti.
Pensare di cambiare le cose restando all’interno di queste associazioni e lavorando politicamente in esse è pura utopia. Se ciò fosse possibile, vivremmo anche in condomini migliori, in città migliori, in una nazione migliore. E non si tratta neppure di fare ciò che suggeriva Indro Montanelli, ossia di votare turandosi il naso. No, grazie. Io non partecipo, il sistema è marcio. La marmellata culturale pseudo-democratica in cui siamo affogati non è stata progettata per farci finire dove siamo finiti. Tuttavia è stata utilizzata a meraviglia per i fini di controllo e in ultima analisi di dominio.
E cosa possiamo fare noi piccoletti? Nel nostro microcosmo aikidoistico, tanto per cominciare, prendere a insegnare con l’esempio… le persone di buona volontà inizino.
I baroni dell’Aikido sono eliminabili, una volta che una nuova generazione di aikidoka cresca SENZA l’indottrinamento cui la nostra è stata sottoposta.

Educhiamo gli allievi  e formiamo nuovi uomini, non promuoviamo degli pseudo-atleti

Sul tatami gli insegnanti parlino di filosofia morale, di ideali sociali, di obiettivi umani da conseguire attraverso la pratica dell’Aikido. Educhino gli allievi  e formino nuovi uomini, non promuovano degli pseudo-atleti. Per quello esistono sport più completi e professionali dell’Aikido. Lasciamoli lavorare senza scimmiottarli. La nostra funzione è diversa.
Lavoriamo di più, e con più convinzione tra i giovani e comunque tra i neofiti. Quando lo facciamo e parliamo con loro, però, chiudiamo la porta alla “santificazione” dei supershihan, facciamo attenzione a non rendere Morihei Ueshiba il nostro Padre Pio, e inoltre leviamo il focus dai gradi, dal programma di esame, dal merchandising Aikikai e corbellerie simili.
Noi possiamo insegnare facendo a meno per primi – personalmente – di certa dottrina piena di falsità e sottomissione: ossia insegnando con piena responsabilità di quello che si dice, senza la copertura assicurativa di fare certe cose solo perché l’ha detto Pinco Pallino Sensei 8° discendente collaterale del portiere dello stabile della famiglia Ueshiba.
Gli allievi giovani ci ascolteranno, perché convinti dall’eventuale bontà di ciò che proponiamo, dato che il loro approccio non è corrotto dalla propaganda fideistica su cui si basa il rapporto maestro-allievo convenzionale – vengo da te perché sei illuminato e ti ha toccato il grande maestro prima di me – , o dalla filosofia utilitaristica del do ut des, ti seguo perché mi conviene, cioè  perché mi darai gli agognati gradi, meglio ancora se dell’Aikikai Hombu.
Insegnanti, creiamo una nuova generazione di aikidoka che ci segue non perché pensa che siamo magici, oppure con l’atteggiamento di un branco di coyotes in attesa che qualcuno gli tiri l’osso. Investiamo nel futuro insegnando quello che dovremmo, secondo gli intenti universalmente riconosciuti, accettati, sbandierati e puntualmente SEMPRE DISATTESI dell’Aikido: migliorare noi stessi e gli altri, per creare una società almeno un pochino meno peggio di quella orribile in cui siamo finiti a vivere.
Non pensate che io sia un’utopista, o un novello Don Chisciotte. Siamo in tanti a sentire questo desiderio interiore, tra quelli che sono sui tatami in posizione di responsabilità. Alcuni ci ascolteranno, altri no, e li lasceremo fare la loro strada, in attesa di udire il rumore dei loro denti, quando inevitabilmente sbatteranno sui soliti muri… Ci abbiamo urtato anche noi, ma ci siamo poi risvegliati. Alcuni di loro allora usciranno dal torpore, e ci raggiungeranno in questa sfida.
A livello emozionale, come avevo scritto altrove, se il sottoscritto non sta arando e seminando, dopo 40 anni e più sul tatami, per me tutto il resto è noia… ma cosa mi può più importare di vedere la quarta variazione a sinistra del terzo segreto tramandato (o inventato) dal super-esperto di turno? Posso scoprirle benissimo da solo, e normalmente le insegno nel mio dojo a 35€ al mese, non a 100€ a weekend.
Perché dovrei fare il 30° seminario estivo con lo stesso maestro, quando c’è un mondo intero là fuori che mi aspetta (fuori dalle palestre!) e io non potrò mai vederne neppure una milionesima parte? I seminari nei fine settimana? Magari quando non ho nulla da fare, ma se la vita vera incalza… Oggi scelgo sempre la vita vera: educare i miei figli, lavorare il campetto che mi son comprato, visitare una città nuova, o camminare su un sentiero montano non percorso precedentemente.

“Io voglio essere un insegnante diverso e sono consapevole che non sono solo”

Perché dico quello che dico? C’è un limite a quello che la forma può dare ad un uomo, soprattutto quando questo insegnamento della forma è del tutto privo di VERI contenuti umani.
Dai miei insegnanti, giapponesi e non, NON ho ricevuto alcun sostegno nel miglioramento della mia personalità. Quel poco che ho fatto, bene o male, l’ho fatto da me, sbagliando un milione di volte. Allora a cosa mi sono serviti questi benedetti sensei? A imparare una qualche inutile tecnica militare tardo-medievale giapponese? Io voglio essere un insegnante diverso e sono consapevole che non sono solo.
La dottrina di sottomissione di cui parlavo precedentemente si incentra principalmente sulla insensatezza dell’insegnante di Aikido medio italiano che – come quella dell’italiano medio – è basata su un senso di inferiorità culturale rispetto al resto del mondo che gli tarpa SEMPRE le ali, facendogli pensare che lo straniero sia sempre migliore di lui. Di conseguenza il proprio conterraneo che invece non soffre di complessi di inferiorità – ed è dotato – deve essere annientato, perché la sua vista fa male come il sale su una ferita. L’insegnante deve essere di fuori, perché essendo diverso da me, non lede il mio amor proprio e quindi posso accettarne il valore. In questo modo non mi fa male…
Tuttavia, che si tratti di insegnanti stranieri o made in Italy, il rispetto e l’affetto per il proprio mentore non richiedono MAI di essere maltrattati e a volte anche abusati psicologicamente… oltre che fisicamente, come succede di frequente.
A questo proposito non posso che riportare le parole di Ellis Amdur, che fotografano i fatti con precisione millimetrica:
Nell’ambiente del dojo non ci dovrebbe essere assolutamente alcuna abrogazione di qualsiasi diritto legale o umano, e un insegnante che fa del male deliberatamente ad uno studente sta commettendo un’aggressione, anzi, peggio, un’aggressione con percosse. Si tratta di un crimine, puro e semplice. Un compagno praticante di arti marziali che cerca deliberatamente di farvi del male sta commettendo un crimine, punto e basta. Un insegnante che cerca di portarsi a letto tua moglie, tuo marito o tua figlia/o, è, nella migliore delle ipotesi, uno squallido essere umano. Ogni tentativo di presentare questo fatto all’interno di un’ottica di insegnamento è una fesseria”.
Personalmente io ho avuto due shihan giapponesi (Hosokawa e Fujimoto) nella mia vita – non solo aikidoistica – e li ho entrambi assai amati e, pur non rientrando affatto nelle categorie esemplificate da Amdur, quando per me è arrivato il momento, li ho entrambi del tutto mollati. Sono anni che non mi rifaccio a loro né tecnicamente, né come forme autoritative. Umanamente ho smesso di avere rapporti con loro ben prima che le vicende della vita tristemente li portassero lontani dal tatami, e non sono tornato indietro. Sono un ingrato? Non credo. Quello che loro mi hanno dato, gliel’ho reso moltiplicato per mille quando eravamo vicini.
Oggi cammino da solo, non mi ricopro del loro nome, o faccio denaro insegnando stage come loro allievo “prediletto”, come fanno certi, nonostante forse ne avrei più titoli, avendo passato nel loro dojo molto più tempo di diversi dei suddetti messi assieme… Semplicemente, per me, il loro modello di insegnamento andava nella direzione generale, cioè dell’insegnamento della tecnica per la tecnica, ed è un pezzo che questo che non mi soddisfa, anche se è solo di recente che ho raggiunto una maturità sufficiente per capire quello che davvero desidero. Non gliene voglio nel modo più assoluto per questo, anche perché nel mondo dell’Aikido quasi ovunque convenzionalmente si insegna così. La vera sfida è superare questo modello didattico.
Non proclamo l’abbandono della forma, del rispetto, del legame tra maestro e studente, tutt’altro. Nel Budo, la sacralità del rito è centrale, ma quando il rito diventa una vuota espressione meccanica, per me raggiunge la stessa insensatezza attualmente espressa dalle religioni organizzate tradizionali.
Sintetizzando, fare Ikkyo, o Ichi no tachi, o i Kata di Aikijo di Tada non rendono nessuno un essere umano migliore, anzi, spesso a lungo andare, peggiorano la persona dal punto di vista fisico, visto l’eccesso di rotazioni sulle ginocchia presente nell’Aikido. Se questi esercizi ginnici pseudo-marziali non vengono utilizzati in un forte contesto morale ed educativo, rimanendo invece un vuoto vaniloquio regolato da un rito di cui ben pochi conoscono origini, modalità e significato, allora qualcuno ci dovrebbe spiegare a cosa servano, a parte gonfiare il proprio ego in una presunta valenza che vigliaccamente non viene mai verificata in un contesto marziale competitivo.

In questo caso preferisco zappare la terra e insegnare ai ragazzi e a quelli che l’Aikido non lo hanno mai sentito nominare, per fortuna.

Foto di Eliana Zinno ©2012 scattate durante l’International Kids Summercamp 2012 – Toscolano, Umbria

Copyright Simone Chierchini ©2012Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/