Pienza, il Gioiello del Rinascimento Italiano

La splendida cittadina di Pienza, circondata dalla sua poderosa cinta di mura, è una terrazza di incredibile bellezza affacciata sulla pittoresca Val d’Orcia.

Pienza è il simbolo del Rinascimento italiano e come tale e’ stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità’ dall’UNESCO nel 1996. Essa è una delle più belle cittadine della meravigliosa Toscana, e questo la dice lunga. Qui ci si può sentire parte delle vecchie gloriose trame del Rinascimento, camminando fra i meravigliosi monumenti della città; oppure si può dimenticare il mondo, perdendosi con gli occhi e il cuore nel favoloso panorama della Val d’Orcia; oppure ancora indulgere ai piaceri del gusto, sperimentando i succulenti prodotti locali, come il celebre cacio pecorino della zona, la Caciotta di Pienza.
Arrivare a Pienza con la macchina è già di per sé un’esperienza speciale: che si provenga da Firenze via Siena, o da Roma via Viterbo, guidando lungo la Cassia, il tragitto sembra trasportare fuori dal tempo in un’epoca lontana. Chilometri e chilometri di paesaggio toscano quasi incontaminato accompagnano l’approccio a Pienza. Cittadine arroccate su colli, ettari di arato color dell’oro, pochi segni dell’avvento della modernità, tutto questo e’ il miglior annuncio dell’imminente arrivo nel gioiello del Rinascimento Italiano.
La storia lega Pienza a Papa Pio II, nato Enea Silvio Piccolomini, che nacque nel 1405 in quello che allora era l’insignificante villaggio di Corsignano. Una volta eletto papa, Pio II, un uomo cui non mancavano ne’ visione, ne’ mezzi, decise che il suo luogo di nascita sarebbe diventato una città, il cui nome avrebbe immortalato il suo pontificato nei secoli. Oltre cinquecento anni dopo, possiamo confermare che la sua impresa e’ stata coronata da successo. Il progetto di Pio II di trasformare il piccolo borgo di Corsignano, dove era nato, nella “città ideale”, il centro urbano perfetto, e’ una realtà che affascinerà i visitatori fino alla fine dei tempi.
In soli tre anni, i migliori architetti e artisti del Rinascimento italiano concentrarono il loro genio su una cittadina di nuova concezione, ora ribattezzato Pienza, in onore di Papa Pio II. Nel 1462 fu inaugurata Piazza Pio II, dominata dalla bellissima cattedrale, e il Palazzo Piccolomini. Nello stesso anno vennero inaugurati la via principale – che porta il nome del papa – e alcuni maestosi palazzi. Non contento il papa ordinò a cardinali e nobili di edificare lussuosi palazzi e residenze a Pienza, ovviamente in sintonia con lo stile della città ideale e ovviamente essi eseguirono senza lesinare mezzi e sfarzo. Nel 1464, la morte di Pio II interruppe il progetto, ma nel frattempo la nuova città gioiello era nata.
Oggi Pienza è una destinazione di alta fascia per il turismo culturale, una perla di architettura, urbanistica e paesaggistica. All’interno delle sue mura, la città è interamente decorata e illuminata a festa, mentre dalle vetrine dei suoi negozi alla moda fanno bella mostra prodotti di alta qualità, principalmente artigianato locale e deliziosi tesori gastronomici, primo fra tutti il classico pecorino toscano, e vini per intenditori.
E’ un piacere fare una passeggiata lungo la via principale, visitare la stupenda cattedrale e poi sedere in uno dei tanti pittoreschi locali a degustare il buon vino della zona: non mancate di assaggiare un bicchiere di Rosso di Montalcino o del Chianti Classico; fateveli servire accompagnati da pane toscano, prosciutto nostrale, cacio pecorino, e finocchiona, il tipico salame locale.
Una volta rifocillati e rallegrati dai gustosi sapori pientini, e’ ora di fare un’altra passeggiata, percorrendo strade che hanno nomi che difficilmente dimenticherete, come Via dell’Amore e Via della Fortuna. Se siete in buona compagnia, questo e’ il momento di baciare il vostro partner: si dice che questo porterà ancora più felicità nel vostro rapporto. Il viale degli innamorati si svolge lungo il lato esterno di Pienza; da questa prospettiva si potrà godere del paesaggio della Val d’Orcia, uno spettacolo romantico ed evocativo, soprattutto durante l’estate, quando le giornate sono più lunghe ed i tramonti sono bellissimi.
Quando si comincia ad essere stanchi e si sente che è arrivato il momento di ritirarsi, non vi allontanate troppo, per il vostro soggiorno scegliete uno dei tanti agriturismo confortevoli e convenienti nella campagna attorno a Pienza. Qui potrete apprezzare la tipica ospitalità toscana e degustare alcuni speciali piatti tradizionali, come i succulenti pici, degli spaghetti fatti in casa che vengono ancora preparati e cucinati secondo l’antica tradizione gastronomica della regione.
Andate a Pienza, entrerà senza problemi nei vostri “Posti del Cuore”.

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Basta Sognare, E’ Ora di Andare in Giappone – Parte 2

Aikikai Hombu Dojo

Spostarsi a Tokyo
Il modo più comodo, veloce ed economico di muoversi a Tokyo è la rete metropolitana e la ferrovia JR. Esse coprono ogni parte di Tokyo e si intersecano più volte, il che consente di raggiungere praticamente ogni zona della città fra le 05:30 e l’1:30 del mattino. I cartelli di tutte le fermate sono bilingui e le stazioni sono pulite e sicure anche di notte.
Si consiglia di evitare sia JR che metropolitana nelle ore di punta a causa della massa incredibile di persone in viaggio verso il lavoro o in ritorno verso casa che affollano le carrozze. I treni sono così pieni che ci sono speciali addetti il cui compito è quello di spingere i viaggiatori, e così permettere di chiudere le porte… Lo fanno il modo giapponese, educatamente, infatti indossano guanti bianchi! Si dovrà acquistare il biglietto presso i distributori automatici. Sopra ognuno di essi vi è una lista di destinazioni possibili con la tariffa corrispondente. In caso di dubbio pagare la tariffa minima e aggiungere la differenza quando si raggiunge la stazione di destinazione.
Si può anche andare in giro in autobus, ma i cartelli dei bus sono solo in giapponese – quindi assicurarsi di sapere già dove scendere o vi perderete senza problemi. E’ possibile usufruire di uno dei molti taxi che popolano la citta’. Questa è una scelta costosa ma necessaria dopo l’una di notte, quando JR e metropolitana finiscono il loro servizio. Un taxi libero è riconoscibile da una luce rossa sul parabrezza. Non cercare di aprire la porta del vostro taxi per entrare, se non si vuole fare la figura degli sciocchi: le porte non si aprono dall’esterno, il taxi driver fa entrare e uscire il cliente, dopo aver pagato, ovviamente! E’ raro trovare un taxi driver che parla inglese, quindi è una buona idea di chiedere a qualcuno di scrivere la vostra destinazione in ideogrammi giapponesi per voi.
Una cosa che sicuramente colpirà uno straniero in Giappone è che la zona abitata è molto piccola in proporzione alla popolazione. Questo e’ verificabile in modo inequivocabile nella stazione di Shinjuku a Tokyo: infatti oltre un milione di persone ogni giorno passano attraverso la stazione di Shinjuku, quella più vicino al Aikikai Hombu Dojo…
Tokyo è una grande metropoli piena di colori moderni e luci. E’ composta da una stratificazione di strade, incroci di metropolitana e linee ferroviarie dove i treni super veloci accelerano fino a 300 chilometri all’ora in mezzo ai grattacieli, separati tra loro da strade a volte non più larghe di un paio di metri. E’ possibile trovare un nuovo grattacielo, costruito con la tecnologia più innovativa proprio a fianco di una vecchia casa a due piani in legno e persino stanno bene insieme uno di fianco all’altro. Molto spesso in Giappone si può notare questo mix incredibile ma armonioso di tradizione e modernità. A Tokyo si può prima visitare un centro commerciale alto 60 piani, e poi fare una passeggiata lungo un ruscello, mentre tutti intorno a te vanno in bici e i locali se ne vanno a casa attraversando un ruscello su un piccolo ponte di legno!

Food & drink
A Tokyo si trova ogni sorta di ristorante e cibo per tutti i gusti. I prezzi vanno da astronomico a buon mercato. Non è difficile trovare piatti insoliti e gustosi per spegnere la fame. Tutto quello che dovete fare è non essere troppo sospettosi e procedere per tentativi. I menu sono solo in giapponese, il che rende l’esperienza ancora più divertente e avventurosa, ma aiutatevi dando un’occhiata ai modelli numerati in plastica di ciò che è disponibile da mangiare: sono in bella mostra in una vetrina all’entrata di ogni ristorante!

Allenamento di Aikido in Giappone
L’Aikido in Giappone presenta un quadro molto diverso da Aikido in Europa. Ci sono più praticanti in Giappone che in tutti i paesi europei insieme …. Esistono varie organizzazioni di Aikido in Giappone, l’Aikikai la prima fra di loro, che sembrano co-esistere in armonia. Nel 1968, con la collaborazione e la dedizione di persone provenienti da tutto il mondo, Aikikai Hombu Dojo è stato ricostruito dalla sua struttura originaria in legno in un moderno edificio in cemento armato. Il dojo ora e’ una palazzina di cinque piani di altezza e comprende tre distinte aree di allenamento per un totale di 250 tatami, oltre a spogliatoi e uffici.
Doshu Moriteru Ueshiba ha la sua residenza nella villa accanto al dojo. Circa 15 istruttori tengono lezione regolarmente, passando dal Doshu Ueshiba medesimo a Shihan come Endo, Yokota, Kobayashi, ecc. e anche Shidoin 4 e 5 dan che si preparano a diventare istruttori professionisti a tempo pieno. La pratica inizia alle 6.30 ogni mattina con una lezione tenuta normalmente da Doshu Ueshiba. Nel dojo principale ci sono 5 lezioni al giorno, e ognuno degli insegnanti in programma fa la propria lezione senza seguire una linea di insegnamento comune. Durante la mia permanenza presso l’Hombu ho visto una gamma completa di stili. Le variazioni sono evidenti.
Ho incontrato molti studenti stranieri che praticano presso l’Hombu Dojo. Alcuni sono venuti in Giappone per imparare l’Aikido e allenarsi all’Hombu, sostenendo la loro modo permanenza in Giappone con l’insegnamento delle loro lingue native. Le grandi dimensioni dell’Hombu possono essere piuttosto scoraggianti e parecchi stranieri preferiscono l’atmosfera di dojo tradizionali piu’ piccoli, come il dojo di O’Sensei a Iwama, un appuntamento da non mancare. Personalmente a volte mi sentivo ostacolato dal non essere in grado di comunicare in giapponese e questo è sicuramente un problema. Consiglio quindi a chiunque stia pensando di andare in Giappone per praticare di imparare un po’ di conversazione base giapponese prima di partire.

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Basta Sognare, E’ Ora di Andare in Giappone – Parte 1

Il Monte Fuji

Di questi tempi un gran numero di studenti di arti marziali si reca in  Giappone per allenarsi, al punto che è diventato quasi un luogo comune per ogni budoka che si rispetti di fare almeno una visita al paese del Sol Levante, a mo’ di mussulmano alla Mecca.

Dopo aver atteso almeno un decennio di troppo, io l’esperienza l’ho fatta, e mi e’ piaciuta così tanto da ripeterla per tre volte di fila nel breve arco di meno di due anni. Se siete tra i fortunati pronti a partire o state appena iniziando a pensarci, leggete le mie note, poi mettete in valigia dizionario, tenute da allenamento, bacchette per il riso e via… Basta sognare e’ ora di andare in Giappone!

Se non vi è possibile farlo ora, continuate a sognare e sperate in future opportunità.

Prima di andare

Prima di tutto vi consiglio vivamente di evitare di viaggiare in Giappone per allenarvi durante la stagione estiva, quando il clima è mortalmente caldo e umido – la stagione delle piogge va da metà giugno a metà luglio. Non fate come me, che la prima volta che andai a Tokyo lo feci a giugno del 2000 e quasi morii soffocato nel tentativo di praticare una timida parvenza di Aikido aerobico presso l’Hombu Dojo Aikikai a Shinjuku. Il colore purpureo del mio incarnato attrasse persino le attenzioni del Doshu (Guida) dell’Aikido mondiale, Moriteru Ueshiba, evidentemente preoccupato dall’idea di veder collassare il figlio di suo vecchio amico italiano sul glorioso tatami del fondatore dell’Aikido.

Se potete programmare liberamente il vostro viaggio, andate in primavera o in autunno, come io ho imparato a mie spese e messo in pratica con il mio secondo e terzo viaggio giapponese. E’ essenziale fermarsi in Giappone per almeno 3-4 settimane, meglio se più a lungo, per aver il tempo di abituarsi al nuovo ambiente e sfruttare al meglio l’esperienza, specie in termini di allenamento. Altrimenti fra sfasamento dovuto al fuso orario, 8 ore di differenza rispetto all’Italia, stanchezza generale e necessità di adattamento del fisico ai nuovi ritmi, appena sarete pronti a praticare a pieno regime sarete anche pronti a rifare le valigie e tornarvene a casa. Quindi pensateci bene, se non volete fare solo un turistico toccata e fuga con contorno di fotografie nei più famosi dojo della capitale, ma niente sostanza in termini di apprendimento, partite solo quando potete fermarvi per un periodo sufficientemente lungo.

Per accedere al Giappone, se si intende soggiornare per meno di tre mesi, gli italiani hanno solo bisogno di un passaporto valido e di un volo andata e ritorno. Per quel che riguarda i voli, state alla larga dalle agenzie di viaggio, quasi mai convenienti. E’ una buona idea di guardarsi intorno sul web, ove e’ possibile di tanto in tanto scovare voli ‘economici’ per Tokyo, a volte anche sotto i 500€. Il volo può durare tra 15 e 20 lunghe ore, a seconda della tratta, quindi equipaggiatevi di Ipod, buone letture e tanta pazienza.

Prima di partire, e’ consigliabile di acquistare il Japan Rail Pass dall’agente di viaggio del vostro quartiere. E’ garantito che vi guarderanno come se foste appena atterrati da Marte, ma vi garantisco che si può fare! Con il vostro JRP in tasca sarete in grado di viaggiare su tutto il sistema ferroviario giapponese senza limiti (ci sono versioni da 7, 14 o 21 giorni) e risparmiare un sacco di soldi. Il trasporto pubblico è essenziale, non potrete farne a meno sia durante il vostro soggiorno a Tokyo che per visitare città culturali come Nara e Kyoto. Da non dimenticare: senza JRP i trasporti sono estremamente costosi!

Questioni di denaro

La moneta ufficiale giapponese è lo yen. Al momento ¥ 1.000 corrispondono a circa 9 € o 12 $. Cambiate la vostra valuta in yen a casa, il cambio e’ sempre migliore. Se avete intenzione di portare contanti o travellers cheques, meglio che siano in dollari, e’ più facile cambiarli. A Tokyo praticamente ogni negozio e quasi tutti i ristoranti accettano carte di credito. Prima di partire assicuratevi di essere finanziariamente solidi: il vostro viaggio giapponese intaccherà il vostro gruzzoletto come nessun altro! Il costo della vita quotidiana in Giappone è molto alto, circa il doppio di quanto si è abituati a casa. D’altra parte le possibilità di spassarsela sono quasi infinite … e questo è il motivo per cui bisogna fare in modo di avere molto da spendere!

Arrivo a Tokyo

Non lasciate che la destinazione del vostro volo vi inganni: non è a Tokyo che atterrerete, ma a Narita, a 70 km dalla megalopoli giapponese. Dopo aver ritirato i bagagli ed aver espletato le formalità di frontiera, visto turistico nuovo fiammante alla mano, vi troverete ad affrontare il primo problema del vostro viaggio: raggiungere Tokyo.

Niente panico: quasi ogni insegna intorno a voi è bilingue, ideogrammi giapponesi e inglese. Fate come me, un bel respiro profondo e dirigetevi verso lo sportello informazioni turistiche dell’aeroporto. Qui fatevi dare la mappa gratuita di Tokyo, sulla quale le reti di metropolitana e JR sono bene evidenziate, e fatevi spiegare come arrivare al vostro alloggio. Avrete la prima bella sorpresa, le addette parlano un ottimo inglese! Voi non capite l’inglese? Allora fatevi marcare sulla mappa dove cambiare stazione nel vostro percorso verso l’albergo.

Per andare da Narita a Tokyo ci sono tre possibilità. È possibile prendere un taxi (e spendere immediatamente la metà del vostro intero budget di viaggio), o l’autobus (che è il sistema più pratico), o il treno espresso Keisei Skyliner fino alla Stazione di Ueno e quindi continuare verso la destinazione finale con metropolitana o JR (il modo più economico). Io, ovviamente, ho deciso per l’ultima opzione e tutto ha funzionato perfettamente. Tra l’altro è così che la gente del posto viaggia da Narita a Tokyo: vi potrebbe accadere di essere l’unico occidentale sull’intero treno! Io l’ho sperimentato in prima persona, ed una esperienza che consiglio a chiunque sia malato di razzismo, in modo da sentire sulla propria pelle, anche se per pochi insignificanti e tranquilli minuti, cosa significa essere diversi.

Alloggio

Insieme con i trasporti, è qui che scomparirà la maggior parte dei vostri soldi, perché rispetto ai nostri standards non esiste alloggio economico. Le diverse categorie di alloggio disponibili includono alberghi, Ryokan, ostelli e Gaijin Houses. È possibile trovare una varietà di alberghi di differente livello, ma poco cambia perché sono tutti fuori dalla vostra portata, soprattutto se avete intenzione di soggiornare per un lungo periodo, a meno che non abbiate vinto al lotto. Una categoria speciale di alloggio sono i Love Hotels. Per decenni gli alberghi dell’amore hanno fornito alle coppie giapponesi un posto dove poter fare l’amore in pace, cosa che a casa non e’ possibile, essendo le abitazioni piccolissime e completamente prive di ogni forma di privacy. Mi dicono i bene informati che i Love hotels sono arredati a tema e che ce n’e’ per tutti i gusti, dal romantico al kitsch al sadomaso… ma forse non sono esattamente il tipo di alloggio ideale per chi va in Giappone a fare sport!

Contrariamente al precedente, ho esperienza diretta e consiglio vivamente di provare almeno una notte in un Ryokan, il meraviglioso albergo in stile giapponese. Il posto è concepito e arredato in modo tradizionale: qui potrete dormire su un comodo futon, indossare una ampia yukata di cotone nel tempo libero, fare un bagno nella tipica vasca a livello del pavimento (acqua bollente, attenzione!), gustare le specialità della cucina giapponese, camminare a piedi nudi sutatami di paglia di riso. I Ryokan sono cari, ma vale assolutamente la pena di andarci per un paio di notti per gustare l’atmosfera tradizionale che ancora conservano.

Gli ostelli della gioventù sono sicuramente una scelta più economica, ma se si sta cercando di spendere il meno possibile, allora cercate una Gaijin House, una casa per stranieri, o per barbari, come la parola simpaticamente può essere tradotta, dato che la lingua giapponese non fa differenza. Alcune di esse sono una mezza schifezza, quindi informatevi presso chi c’e’ già stato e soprattutto controllate il bugigattolo che vi verrà assegnato prima di pagare. La mia Gaijin House era decorosa, la mia stanza microscopica (4 tatami, ossia 8 metri quadrati) ma perfettamente pulita. Ho dormito sul mio bel futon che ogni mattino ho arrotolato e riposto nel suo apposito sportello, e come ogni abitante di Tokyo ho maledetto le pareti di cartone e la mancanza di spazio. D’altra parte ho rapidamente fatto amicizia con altri viaggiatori provenienti da tutto il mondo e ho così trovato compagnia per i miei viaggi esplorativi, diurni e notturni, di Tokyo e dintorni. Ma di questo e di altre interessanti avventure, marziali o meno, parleremo prossimamente.

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Autunno in Irlanda

Abbazia di ClonmacnoiseUna settimana d’autunno a spasso per l’Irlanda scuote la tipica immagine ormai luogo comune del verde paese celtico e consegna al visitatore europeo, nutrito di stereotipi e preconcetti, un paese complesso in pieno sviluppo economico e sociale

L’Irlanda non e’ solo verde, come tutti la vediamo nel nostro immaginario: questo e’ un paese ricco in colore – oltre ai tradizionali verdi, in autunno gli occhi del viaggiatore vengono deliziati da un’infinita gamma di arancione, oro e ocra che si illuminano come fuoco liquido quando sfiorati dai rari squarci di sole che il piovoso clima locale concede ai turisti. La Repubblica di Irlanda e’ anche una nazione ricca in denaro, con tutti i chiaro-scuri delle società consumistiche occidentali in piena azione. Gli ultimi due  anni hanno visto il paese piombare in una crisi economica degna dei tempi bui del paese sotto gli inglesi, ma il tutto e’ arrivato dopo dieci anni di assoluta prosperità che avevano proiettato il paese ai vertici di tutte le classifiche di consumo in Europa.

Viaggiare in Irlanda oggi significa apprezzare ampi spazi ove la natura la fa ancora da padrona e la vista si estende su morbide colline, laghi cristallini e aspre scogliere. La mente si rilassa e vaga, lasciandosi contagiare da un’atmosfera quasi magica e ricca di sogno, specie agli occhi di un continentale urbanizzato.

Per quanto ricchissimo delle testimonianze artistiche del glorioso passato celtico, e come tale meta di primissimo richiamo per gli appassionati di archeologia e tradizioni nordiche, l’Irlanda del XXI secolo e’ anche un paese moderno, disperatamente in cerca di una collocazione in Europa come tale. La tradizionale immagine della verde Irlanda con contorno di cottages, pecore e pinte di Guinness e’ oggi profondamente detestata dai locali, che giustamente rivendicano la loro crescita economica e culturale, che negli ultimi dieci anni ha stravolto e reso obsoleta quell’immagine così cara ai turisti. Centri commerciali e sviluppo edilizio sono la vera storia dell’Irlanda di questi giorni – anche se, per tranquillizzare gli amanti di questo straordinario paese, gli spazi a disposizione sono tali e il numero degli abitanti così limitato da lasciare ben sperare per la sopravvivenza della magia che pervade l’isola di smeraldo.

Per noi italiani, abituati a vivere in spazi ristretti e congestionati, dove il grigio del cemento e’ spesso la nota più evidente, una semplice gita in automobile in qualsiasi meta irlandese al di fuori di Dublino e’ fonte di piacere e meraviglia. Tra le numerose chicche paesistiche e monumentali, imbattibili in quanto a fascino, in cima al mia personale lista di posti del cuore irlandesi pongo una visita a Newgrange e a Dun Aengus.

A Newgrange, ad un’ora scarsa di macchina da Dublino, durante il solstizio di inverno, quando, unica volta all’anno, un raggio di sole penetra all’interno del complesso funerario megalitico forando un buio color carbone, e come un rivolo d’oro scorre sul pavimento fino ad illuminare la lastra sacrificale posta nel ventre dell’edificio, regalando ai fortunati presenti un brivido di emozione lungo la schiena.

Altro contatto con l’infinito ve lo darà una passeggiata nel tardo pomeriggio su Inis Mór, la maggiore delle Isole Aran, al largo delle coste occidentali irlandesi, meta il forte celtico di Dun Aengus. Si tratta di un semicerchio megalitico a picco sull’Atlantico, che si nasconde all’estremità occidentale dell’isola, in fondo al sentiero, gemma di pietra su uno sfondo di azzurro capace di regalare l’esplosione di un tramonto a 180 gradi e un milione di colori che rimangono negli occhi. Chi vede questa meravigliosa isola ancora lontana dal mondo non potrà, come me, fare a meno di tornarci.

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ALTRE LETTURE CONSIGLIATE DA AIKIDO ITALIA NETWORK:

Vivere l’Aikido

Eventi and Seminari

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Il Cammino della Citta Perduta – Parte 8

Scacchi nella Giungla

Siamo alla fine dell’avventura, ancora pochi chilometri e qualche gioiello nascosto prima di tornare a Santa Marta

di SIMONE CHIERCHINI

Continua il mio cammino a ritroso dalla Citta’ Perduta a El Mamey, sempre lentamente e per conto mio. Faccio un sacco di foto per futura memoria e per la gioia di parenti e amici a casa. Vorrei che fossero qui, anche se adesso so che nessuno di loro ce l’avrebbe mai fatta.
Oggi e’ caldo e appiccicoso e la maggior parte del percorso è esposto al rovente abbraccio del sole colombiano. Questa è la principale sfida della giornata, insieme a un paio di colline molto ripide da scalare e ridiscendere. Ho trovato un bastone da passeggio che qualche altro escursionista si è lasciato alle spalle e supportandomi con questo le cose vanno molto meglio.
Mi sto davvero godendo il fatto di essere tutto solo, lontano da gente che fa rumore e fuma tutto il tempo. Ora è più facile assorbire le immagini e i suoni della natura intorno a me. Ad un certo punto mi ricongiungo ai miei compagni di viaggio per un tuffo nel fiume Buritaca, che faccio buttandomi tutto vestito e con le scarpe da una roccia, lavando me e i miei vestiti in un colpo solo.
Ben presto arriviamo alle nostre cabanas e alle adorate amache. Ce la spassiamo alla grande con una zuppa fuori programma e una siesta pomeridiana, quindi seguendo una dritta di Castro, facciamo una camminata di 20 minuti per arrivare alle cascate. Queste devono essere raggiunte scivolando giù lungo un ripido pendio, aggrappandosi a una fune per non precipitare contro le rocce che popolano il fondo.
La cascata vola in aria da un salto di 20 metri con un forte boato e una spruzzata feroce, finalmente finendo pacificata in una bella piscina di acqua fredda e profonda, il tutto circondato da rocce che gli dei hanno messo lì per il piacere dei tuffatori.

Un salto di 20 metri con un forte boato e una spruzzata feroce

Un ragazzo colombiano si tuffa da uno scoglio a 15 metri di altezza e sfida poi i gringos a fare lo stesso. Nessuno è pazzo abbastanza da raccogliere la provocazione, invece siamo favorevoli a fare un tuffetto da una delle lastre a 4 metri di altezza, un trampolino ideale per i nostri gesti più borghesi.
Quando torniamo al campo lanciamo una mezza festa. Bottiglie di rum Medellin Añejo e lattine di birra Aguila appaiono come in un sogno dalla consistente scorta del proprietario delle cabanas, bellamente immerse nella loro scatola di ghiaccio.
La gente si suddivide in gruppi.
Alcuni iniziano a cimentarsi in rumorosi e chiassosi giochi di carte, mentre altri si sfidano in interminabili e macchinose partite a scacchi alla luce di romantiche candele.
Castro la guida porta un mucchio di dolcetti per tutti i suoi ragazzi viaggiatori, una meritata ricompensa per aver completato il Trek, superando narcos, serpenti e selvaggi americani.
La mattina successiva ce la facciamo ad arrivare a El Mamey e dopo aver divorato un pasto piccante ed esserci scolate un paio di Aguilas, ci  diamo subito da fare con un partita semiubriaca di tejo, la versione colombiana del gioco delle bocce che sembra una gara di lancio del peso con contorno di esplosioni di polvere da sparo.
La mia performance è tra le più disgraziate del secolo: con un lancio super storto quasi riesco a uccidere un cane di passaggio, a 5 metri di distanza dai bersagli esplosivi del tejo, tra le risate a squarciagola tanto dei trekkers che degli abitanti del villaggio.
Infine arriva il momento per l’ultima parte del nostro incredibile viaggio. Come in un film demenziale di serie B, la nostra sfida finale consiste nel cercar di fare entrare in una piccola Jeep Isuzu il seguente: 9 trekkers, Castro, il conducente, sua moglie e la figlia, più zaini, scatole di provviste e due polli! Dopo vari tentativi comici falliti, riusciamo a iniziare le nostre 12 miglia di calvario verso la strada principale asfaltata per Santa Marta con la seguente formazione: conducente/proprietario, moglie e figlia accomodati sani e salvi nella parte anteriore, 7 escursionisti perfettamente adattati a mosaico nella parte posteriore del veicolo in compagnia di polli e un po’ di provviste, fuori Castro, appeso alla grande ruota di scorta sul portellone posteriore della Isuzu, 2 coraggiosi inglesi sul portapacchi del tetto della jeep, seduti in mezzo un oceano di sacchetti e scatole.
In questa formazione a forma piramidale affrontiamo la perfida pista sterrata scendendo dalle montagne verso il mare, godendo di un comfort tipo scatola di sardine e livelli di sicurezza stile rally Parigi-Dakar, mentre il conducente va a zig-zag tra buche profonde come canyon, rocce che sporgono in mezzo al sentiero in terra battuta e i ristretti spazi carrozzabili sul bordo della strada.
La valle e la sua giungla al di sotto ora non sembrano più così invitanti o pittoreschi, mentre il motore fatica a tenere il passo e il fondo dell’Isuzu raspa più volte contro le rocce.

Uomini e galline in un felice mucchio…

Infine la jeep si arrende e si rifiuta di andare oltre. La trasmissione è andata.
Noi ci ritiriamo all’ombra di una abitazione nelle vicinanze, alcuni si addormentano, altri giocano a calcio con una palla di stracci, io guardo Castro e il conducente diventare tutti neri di grasso e sudore nel tentativo di riparare il danno.
Un altro colombiano arriva con la sua moto e si unisce al team di meccanici dopo esser corso a casa a prendere la cassetta degli attrezzi.
La jeep viene sbudellata, rigirata e riparata, quindi siamo pronti a riprendere il viaggio di ritorno verso la civiltà e tornare ai nostri separati percorsi, non prima però di esserci scolati un succo di frutta appena spremuto, generoso omaggio ai trekkers sudaticci da parte della signora che abita sulla strada per la Città Perduta.

Fine dell’Ottava e ultima parte

PARTE 1
PARTE 2
PARTE 3
PARTE 4
PARTE 5
PARTE 6
PARTE 7

 

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Il Cammino della Città Perduta – Parte 7

Arrivati in cima: ecco la Citta’ Perduta

Ultimo Giorno nella Citta’ Perduta: tutto passa, e alla svelta. Dopo giorni di fatica, avventure, paura e attesa, e’ gia’ ora di iniziare il cammino a ritroso verso la “Civiltà”…

di SIMONE CHIERCHINI

Ha piovuto per quasi tutta la notte, ma per una volta non il freddo umido della notte nella giungla non ce l’ha fatta a congelarmi. Troppa stanchezza addosso, sonno quasi svenuto al primo istante sdraiato nel sacco a pelo, senza preavviso.
La stratificazione di nuvole è ancora lì, non sembra che Jin riuscirà a fare il suo giro sopra Ciudad Perdida e la Sierra Nevada de Santa Marta con l’elicottero dell’esercito, come originariamente previsto. Il piede le si è gonfiato ancora di più, però ha avuto una notte decente e si sta lentamente tornando alla normalità.
Questa mattina siamo finalmente andati a vedere le rovine della Città Perduta. Esse sono sparse su tutto il colle principale e quasi interamente inghiottite dalla vegetazione. I siti sui diversi terrazzamenti sono collegati da una rete infinita di passaggi e gradinate.
Tutto il luogo è un mix maestoso di legno, pietra, muschio, fiori, sole e ombra.
Le pietre da costruzione vennero per lo più portate a mano dal fiume alla base di Teyuna o Buritaca 200, il nome ufficiale della Ciudad Perdida, a 500 metri di altitudine e 1300 gradini di distanza. Il processo di edificazione di questa città meravigliosa durò quasi 600 anni e al culmine del suo potere la Città Perduta arrivò ad ospitare quasi 10.000 Tayrona.
Oggi il sito è sorvegliato da un manipolo di soldati colombiani, la cui presenza è una garanzia per il benessere dei turisti contro possibili rapimenti. Dal 1987, quando il Trek della Città Perduta è stato ufficialmente inaugurato, si e’ verificato un solo sequestro di turisti per mano della guerriglia colombiana. Questo rapimento, accaduto nel 2003, è stato fortunatamente risolto senza perdite di vita; si potrebbe quindi sostenere che el camino de la Ciudad Perdida è molto più sicuro della maggior parte del mondo occidentale “civilizzato”…

La Sierra Nevada di Santa Marta

Tutti dicono che la parte migliore del viaggio verso la Città Perduta è in realtà il viaggio in sé, il senso di attesa, l’euforia di essere immersi in un mondo selvaggio, la coscienza interiore sempre presente di star continuamente superando i propri limiti, la sensazione prorompente di essere uno con la natura … Tutto questo dovrebbe essere il vero centro del viaggio, non la visita vera e propria al sito stesso. Anche se questo potrebbe essere in qualche misura vero, le rovine sono un luogo meraviglioso e veramente romantico da visitare.
Quando si arriva a Ciudad Perdida e si passeggia nei luoghi in cui camminarono i vecchi Tayrona, tutti i sacrifici, la lotta, sia fisica che psicologica, per arrivare quassù, finalmente tutto questo ha senso, si può urlare al cielo che ne e’ valsa la pena: quello che si ha davanti è veramente un cocktail insuperabile di emozioni.
Questi sono luoghi che non lasceranno mai la mia memoria, non importa quanti anni possano passare. Ciudad Perdida va al top della mia speciale lista “amero’ per sempre”, in compagnia di Tortuguero in Costarica, Pammukkale in Turchia, Dun Angus in Irlanda, Pozzo del Diavolo in Italia, Iguazu Falls in Brasile.
E’ tempo di tracciare i nostri passi all’indietro.
La prima cosa da fare è di scendere al fiume Buritaca attraverso gli infami gradini killer.
Le mie ginocchia li odiano, così ripidi, così bagnati e scivolosi, così stretti al punto che ci si può solo appoggiare il piede sopra lateralmente, così irregolari e accidentati, che tutto ciò che serve per fare il grande salto verso il dirupo è un secondo di disattenzione.
Quei 1.300 passi verso il basso sono un modo molto duro per avviare il nostro percorso, specialmente dopo aver camminato in giro per le rovine della Ciudad Perdida per tutta la mattina.
Una volta giunti alla base della collina, mezz’ora più tardi e con 4 ore di cammino ancora da fare, le mie ginocchia mandano il messaggio di non volersi piegare mai più, ma in qualche modo, un passo piccolo piccolo dopo l’altro, sono in grado di ripercorrerli tutti fino alle cabanas di Elio, dopo aver camminato per gran parte della giornata da solo nella giungla, circa un miglio dietro gli altri.
Tutti spingono come se stessero gareggiando in una corsa, ma almeno i portatori devono ricondurre Jin a El Mamey piu’ in fretta possibile, gli altri non so dove corrano. Io, dal canto mio, ho deciso di camminare al mio ritmo lento, assorbendo ogni dettaglio della giungla mentre avanzo, perché ora sono nella foresta e mi piace , e non so se potrò mai tornare nuovamente qui.

Fine della Settima Parte

(Continua)

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