Intervista a Ichiro Shishiya

Ichiro Shishiya

Ichiro Shishiya esegue una forma di Iai

In occasione del suo seminario annuale in Svizzera, organizzato dall’Aikidoschule Sangallo, abbiamo avuto la preziosa opportunità di parlare su Skype con Ichiro Shishiya, uno dei maggiori esponenti mondiali di quel sistema di Aikido che si rifà ad uno dei più grandi allievi diretti del Fondatore, il compianto Shoji Nishio. Eccovi i risultati di quella chiacchierata cibernetica

di SIMONE CHIERCHINI

Ichiro Shishiya nacque  a Tokyo nel 1947. Iniziò a praticare Judo all’età di 10 anni presso il Sugamo Police Dojo. Nel 1963, quando era al suo terzo anno di scuola media, si iscrisse al Sugamo Kenshyukan Dojo diretto da Noboru Ishibashi, e iniziò lo studio dell’Aikido sotto la guida di Shoji Nishio. Nel 1966 frequentò anche l’Aikikai Hombu Dojo. Dopo essersi laureato presso la Dokkyo University nel 1970, lavorò per alcune società diversi anni, prima di fondare la sua società di computer engineering systems nel 1979. Da allora, ha trascorso il proprio tempo giostrando fra lavoro e insegnamento dell’Aikido. Attualmente ha la qualifica di 7 ° Dan Aikikai e tiene annualmente seminari in molte città europee, oltre ad essere il Dojo-cho della Meisei Kai di Tokyo. E’ inoltre il presidente della Toshima Ward Aikido Federazione, delegato della All Japan Aikido Federation, fiduciario della Tokyo Aikido Federation e membro permanente del Consiglio di Amministrazione della Toshima Ward Physical Education Association

CHIERCHINI

Questa è una perfetta occasione per la comunità aikidoistica italiana di iniziare a conoscerla, Sensei. Lei ha un ruolo estremamente importante all’interno del Nishio Aikido, ma in Italia non c’è Nishio Aikido. E’ quindi molto interessante per noi ricevere informazioni di prima mano su di esso.

SHISHIYA
Felice di aiutare. Per cominciare, devo fare una piccola ma importante correzione. Tutti si riferiscono all’Aikido di Nishio Sensei come Nishio Aikido, ma va subito detto che Nishio Sensei non amava affatto questa espressione. Io l’ho sentito ripetere in più di un’occasione che non esiste Nishio Aikido, c’è solo Aikido, perché l’Aikido è uno solo, ed è quello di O’Sensei.

O'Sensei & Nishio

Shoji Nishio in compgnia di O’Sensei

CHIERCHINI
Questo è molto bello ed istruttivo: nell’atteggiamento di Nishio Sensei quindi non vi era spazio per egocentrismo e divisioni: tutti uniti – pur nelle differenze – nel nome di O’Sensei.

SHISHIYA
In passato ci sono stati diversi grandi maestri che erano allievi diretti di O’Sensei e Nishio Sensei è stato uno di loro. Il Fondatore aveva rispetto e concordava con le loro idee sull’Aikido. All’interno dell’Aikikai c’era spazio per visioni dell’Aikido come quelle di Morihiro Saito Sensei e Hiroshi Tada Sensei, ma andando un passo più in là, il Fondatore viveva armonicamente anche con chi aveva scelto la propria strada, tipo Gozo Shioda Sensei e il suo Yoshinkan. O’Sensei non disse mai di non essere d’accordo con quello che facevano, e questo è meraviglioso.

CHIERCHINI
Lei ha trascorso davvero tanti anni di fianco all’uomo Nishio e conserva, sono sicuro, decine di immagini e aneddoti su di lui. Come le successe di incontrare l’Aikido e Shoji Nishio?

SHISHIYA
Incontrai Nishio Sensei all’età di 15 anni e da allora l’ho sempre seguito, anche se, quando avevo 18 anni, per un anno studiai all’Hombu Dojo, soprattutto con Kisaburo Osawa Sensei. Tuttavia Nishio Sensei insegnava presso il mio dojo locale, ad appena quindici minuti a piedi da casa mia, mentre l’Hombu Dojo era veramente lontano; la mia scelta iniziale fu quindi dettata soprattutto dalla comodità, ma una volta fatta ne fui così felice da seguire Nishio Sensei per tutta la vita. Quando mi avvicinai all’Aikido per la prima volta, la società era molto diversa da quella di oggi: dopo tutto è passato mezzo secolo nel frattempo. Al tempo, tutti erano in cerca di un’arte che fosse soprattutto valida come metodo marziale. A 10 anni avevo iniziato a fare Judo, ed ero abbastanza bravo. Vinsi anche parecchie gare, finché un giorno conobbi il sapore della sconfitta: il mio avversario era così grosso – anche se eravamo solo dei ragazzini pesava almeno 80 chili – che le mie tecniche non funzionavano contro di lui. A un certo punto finimmo entrambi a terra e lui mi si mise sopra: per quanto provassi, non riuscii più a muoverlo e persi l’incontro. Dopo, riflettendo sull’avvenuto, decisi che dovevo trovare il modo di diventare più forte e studiare meglio, e questo potevo farlo solo scegliendo un’altra arte marziale: questa era l’Aikido. Andai presso il dojo del mio quartiere e lì ci insegnava Nishio Sensei.

CHIERCHINI
Era un insegnante severo?

SHISHIYA
No, affatto, era un uomo molto gentile. Anche all’inizio non mi incuté per niente timore, anche se ero assai giovane, perché l’espressione del suo volto era sempre sorridente. Nel suo dojo c’erano diversi esperti senpai – che tra l’altro erano anche senpai di altre arti marziali come Sumo, Judo e Karate – e tutti mi dicevano: “Nishio sensei è un grande. Non c’è verso che possiamo attaccarlo e metterlo giù”. Nel

Ichiro Shishiya

Ichiro Shishiya durante un seminario in Svezia

corso degli anni poi, fui io stesso diverse volte testimone di questo fatto. Nishio Sensei nel corso della sua carriera aveva sviluppato un’enorme esperienza in fatto di fighting. Non va dimenticato che in questo periodo, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone era sotto il controllo degli USA. Molti degli shihan dell’Aikikai, come Nishio, Tada e Kobayashi vennero inviati a dare dimostrazioni di Aikido presso le basi militari americane. Dopo una dimostrazione di Nishio Sensei in uno di questi campi militari, alcuni soldati dissero che la dimostrazione di Aikido gli era piaciuta, che l’Aikido era bello, ma loro avevano tra le loro fila un campione dei pesi massimi di pugilato: avrebbe avuto piacere Nishio Sensei di dimostrare il suo Aikido con lui come avversario, invece dei suoi uke? Nishio Sensei non poté rifiutare, quindi si trovò davanti il campione dei pesi massimi di pugilato; va detto che Nishio Sensei non era un uomo di grossa corporatura e pesava forse attorno ai 60 Kg. L’americano gli si avventò contro tirando rapide serie di colpi, ma Nishio Sensei semplicemente si spostò sul suo lato debole e lo fece finire per terra. Ora, mentre per un judoka o un aikidoka è abbastanza normale lottare anche a terra, per un pugile questa è una situazione inusuale, e il campione si ritrovò in momentanea confusione. Una volta rialzatosi riprovò a colpire Nishio Sensei, che nuovamente si spostò e lo atterrò dalla nuova vantaggiosa posizione. Questo successe diverse altre volte, finché Nishio Sensei notò negli occhi dell’americano: la concentrazione e la determinazione se ne erano andate, ed erano state sostituite dallo sconcerto. Allora il maestro si fermò, ma nessuno della massa di soldati che stava a guardare capì il motivo, e tutti gli chiedevano perché avesse interrotto il combattimento senza finire l’avversario. Nishio Sensei rispose “Perché il vostro campione è il vincitore, mentre io ho perso”. I soldati capirono ancora meno queste parole e si alzò un mugugno di proteste: avevano visto il giapponese atterrare diverse volte l’americano, quindi per loro era ovvio che fosse il primo ad aver prevalso nel confronto. Invece Nishio Sensei disse: “Il vostro campione è caduto parecchie volte, ma si è sempre rialzato, pronto ad attaccarmi, mostrando uno spirito indomito, da vero Samurai, e quindi lui è il vincitore e io il vinto”. Questa è una bellissima storia e piena di insegnamento per tutti noi.

CHIERCHINI
Sono passati tanti anni da allora e adesso è lei, Sensei, ad essere un insegnante di valore internazionale, con tanti allievi che la seguono all’interno della sua associazione ombrello e con le tante relative responsabilità. Che cosa è l’Aikido per lei oggi?

SHISHIYA
Quest’anno (2012 NdR) ho celebrato il mio cinquantesimo anniversario di pratica dell’Aikido. Quando iniziai, da ragazzo, il mio obiettivo era di diventare più forte, per combattere ed essere un vincente: una visione molto semplicistica, mi rendo conto, ma all’epoca ero solo un adolescente… nell’arco degli anni mi sono reso conto che la parte marziale dell’Aikido è solo uno dei suoi aspetti, e non necessariamente uno dei più importanti. Nishio Sensei verso la fine della sua vita ci ha spiegato come l’Aikido fosse Yurusu Budo, l’espressione che dà anche il titolo al suo libro. L’espressione giapponese Yurusu Budo non può essere resa letteralmente nelle lingue occidentali, ma con una locuzione più ampia possiamo tradurla come “Budo intriso di generoso perdono”. Come si esprime poi in termini pratici? Nella concezione normale di arte marziale, appena l’avversario mi attacca, io devo contrattaccare. Nishio Sensei invece la vedeva in modo diverso: quando l’avversario mi attacca, io non devo contrattaccare, ma lo devo generosamente perdonare; se mi assale nuovamente, lo devo perdonare nuovamente, e ancora se mi attacca una terza o una quarta volta e così via. L’obiettivo del nostro studio in Aikido, quindi, non è il combattimento, ma il perdono. L’ultima parola di un aikidoista è generosità. O’Sensei definì il

Ichiro Shishiya

L’obiettivo dell’Aikido è il perdono

suo Aikido con la parola “Amore”, Nishio Sensei con l’espressione “Generoso Perdono”. Qual’è la mia idea? Dopo tanti anni trascorsi sul tatami, oggi la mia idea è che l’Aikido serve a sviluppare il rapporto relazionale con il partner: questo include tanto l’idea di “Amore” che di “Generoso Perdono”. Secondo me chi vede nell’Aikido una serie di tecniche da combattimento incorre in un clamoroso equivoco; qui il concetto di vincere o perdere non entra. Certo, io non voglio essere ferito, e quindi studio come mettermi in una posizione di sicurezza in caso di scontro; per questo fine, non è necessario ferire l’avversario. L’idea normale sul modo in cui terminare uno scontro è di infierire più possibili danni all’opponente e poi chiedergli se si arrende è ormai superata e fuori posto nel nostro mondo.

CHIERCHINI
Grazie per la magnifica opportunità offerta ad Aikido Italia Network, Sensei.

SHISHIYA
Sono io che ringrazio voi per l’intervista.

Si ringrazia Renato Filippin per aver reso possibile questa intervista

Il sito dello Shishiya Umbrella: http://www.shishiyaumbrella.org

Copyright Simone Chierchini ©2013 Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/

Annunci

Intervista a Danilo Chierchini – Parte 2

Danilo Chierchini sul tatami del Dojo Centrale di Roma (1985)

Danilo Chierchini è il grande vecchio delle Arti Marziali in Italia. Pioniere del Judo in Italia negli anni Cinquanta e campione nazionale a squadre nel 1954, fondatore del primo dojo di Aikido regolare in Italia e firmatario della lettera all’Hombu Dojo che portò Hiroshi Tada in Italia negli anni Sessanta, primo Shodan Aikikai in Italia (in compagnia di altri 18 pionieri) nel 1969, direttore del Dojo Centrale di Roma dal 1970 al 1993, socio fondatore e poi Presidente dell’Aikikai d’Italia per 12 anni, 5° Dan Aikikai nel 1979. Una colonna del Budo nel nostro paese, anche se da anni si è ritirato e da un pezzo non dà notizie di sé. Io l’ho stanato nel suo ritiro toscano, e con l’aiuto di un po’ di Vino Nobile di Montepulciano gli ho sciolto la lingua, ma non aspettatevi la classica intervista sull’Aikido…

di SIMONE CHIERCHINI

Leggi la Prima Parte dell’Intervista

SIMONE
In tutto questo periodo hai mai fatto sport attivo?

DANILO
Mai.

SIMONE
Nel frattempo sei arrivato a Roma. Come se sei capitato a far Judo? Come ti è venuta voglia di fare arti marziali? Cosa ti ha fatto interessare?

DANILO
Di arti marziali non se sapevo niente, come la stragrande maggioranza della gente, all’epoca. Si favoleggiava di colpi mortali, tecniche segrete e roba del genere. C’era persino una pubblicità sui giornali che prometteva “L’inerme Vince” e giù tutti a ridere come pazzi…C’erano anche parecchi ciarlatani in giro che si erano autopromossi cintura nera 30° Dan!

SIMONE
Ci sono ancora… Almeno in questo le cose non sono cambiate.

DANILO
Una sera seguii degli amici in una palestra di Judo. Era il Judo Kodokan Club di Roma. Rimasi a vedere e mi piacque molto, perché in un mondo dominato appunto dai ciarlatani, l’organizzatore di questo circolo, che era ubicato nei pressi di Via Veneto, quindi in una zona di prestigio, il maestro Maurizio Genolini, era un vero e sincero appassionato di Judo. Mi iscrissi e iniziai a praticare con entusiasmo. Dopo due o tre anni per me divenne quasi un problema, perché praticare un’arte marziale agonistica a 20 anni non era semplice: tra virgolette ero già vecchio. Proprio in quel periodo mi capitò di vedere un documentario trasmesso dalla RAI su una strana arte, che si chiamava, appunto, Aikido. Questo documentario era imperniato sulle gesta del Fondatore O’Sensei Ueshiba. Nel documentario veniva spiegato che la sua famiglia aveva ereditato delle tecniche particolari, risalenti addirittura all’epoca dei samurai, trasmesse di padre in figlio e non insegnate a chicchessia. Quello che vidi mi colpì profondamente e stimolò la mia curiosità. Tuttavia non riuscii a trovare nessuno che mi potesse insegnare questa disciplina.

I Campioni a Squadre di Judo del 1954: Otani al centro, D. Chierchini all'estrema destra

SIMONE
Non c’era nesuun a Roma?

DANILO
Non c’era nessuno in Europa, con l’eccezione della Francia. In quello stesso periodo venni a sapere che era arrivato a Roma uno studente giapponese che aveva vinto una borsa di studio come scultore all’Accademia di Belle Arti. Il suo nome era Ken Otani ed era un graduato dilettante di Judo; Genolini immediatamente nominò Otani direttore tecnico del nostro dojo di Judo. Iniziò così un rapporto didattico che durò per parecchi anni, ma la cosa più interessante e piacevole per me fu che sotto la guida di Otani Sensei – nonostante avessi iniziato tardi Judo e non avessi affatto il fisico adatto per la disciplina – dopo 3 anni di allenamento arrivammo a vincere i campionati italiani a squadre. In questa squadra io ero il peso leggero. Era il 1954. Fu una delle migliori soddisfazioni che ebbi dal praticare arti marziali.

SIMONE
Dopo aver praticato per diversi anni al Judo Kodokan Club con Otani, attraverso il lavoro hai l’occasione di aprire il tuo dojo personale di Judo all’interno del Dopolavoro dei Monopoli di Stato di Roma.

DANILO
Negli anni ebbi l’opportunità di avanzare di grado e mi venne voglia di insegnare. Dato che i Monopoli di Stato avevano dei locali chiusi, praticamente abbandonati, di cui ero al corrente, essendo parte dell’Ufficio Manutenzioni, a forza di insistere riuscimmo a convincere la dirigenza a destinarli ad una palestra di arti marziali. Effettuammo i restauri e aprimmo un bel dojo nel cuore di Roma, a Trastevere. Questo dojo, che partì come scuola di Judo, avrebbe più tardi ospitato il primo corso di Aikido tenuto in modo organizzato e continuativo nella storia della disciplina in Italia. Fino ad allora la storia dell’Aikido in Italia si era limitata alla sporadica apparizione di qualche maestro giapponese per dei seminari di un giorno o due in una palestra di altre arti marziali; gli allievi in questi seminari erano judoka e karateka curiosi di provare una nuova disciplina, ma senza programmi di stabilire l’arte e insegnarla regolarmente e coerentemente. Il nostro corso invece era stabile e stabilito con l’idea di diffondere l’Aikido a Roma.

SIMONE
Hai incontrato Haru Onoda, una di questi pionieri pre-Monopoli prima o dopo aver incontrato il tuo primo insegnante di Aikido, Motokage Kawamukai?

DANILO
L’incontro con questi due pionieri fu più o meno contemporaneo, tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964. Kawamukai all’epoca era un ragazzo di 18 anni che già aveva fatto dell’esperienza di insegnamento dell’Aikido negli Stati Uniti. Aveva avuto delle responsabilità nell’avvio dell’Aikido a New York in collaborazione con un italoamericano e un’americana, Oscar Ratti e Adele Westbrook, che sarebbero poi diventati famosissimi per il libro da loro scritto, l’Aikido e la Sfera Dinamica. A un certo punto il loro rapporto andò in crisi e Kawamukai decise di trasferirsi a Roma, ove aveva il contatto di un vecchio appassionato di arti marziali, Tommaso Betti Berutto, l’autore di un manuale sulle arti marziali che all’epoca andava per la maggiore.

Haru Onoda a Torino (1968)

Betti, contattato da Kawamukai, lo consigliò di mettersi in contatto con me, dato che avevamo uno dei più bei dojo di Roma, e Kawamukai mi telefonò. Era notte fonda e parlava in inglese, che entrambi masticavamo ma non troppo; tuttavia riuscimmo a capirci e organizzammo un appuntamento per i giorni successivi. Quando incontrai Kawamukai, mi trovai davanti ad un ragazzo con una grande forza di volontà e determinazione. Voleva fare Aikido a Roma, e mi offriva su un piatto d’argento l’opportunità di poter fare quella disciplina che avevo visto solo nel documentario RAI, ma che mi aveva veramente affascinato. Nel giro di pochi giorni decidemmo di inserire un corso di Aikido da lui diretto all’interno delle attività del dojo dei Monopoli di Stato in Trastevere, e da lì prese avvio il movimento Aikido in Italia.

SIMONE
Avete mai ospitato anche Haru Onoda presso i Monopoli di Stato? Questa pioniera dell’Aikido in Italia viveva a Roma in quel periodo, dopo esser stata segretaria di O’Sensei.

DANILO
Onoda non faceva lezione, ma veviva spesso a praticare. Era una giovane e gracile signorina che risiedeva a Roma per gli stessi motivi di Ken Otani: studiava all’Accademia di Belle Arti, dopo aver vinto una borsa di studio. Probabilmente anche Onoda avrebbe voluto insegnare, il che la portò in contrasto con Kawamukai, quindi finimmo per non vederla più.
Tra i miei insegnanti, in tanti decenni di pratica, quello che ricordo con più affetto e rispetto rimane Ken Otani, con cui sviluppai una vera amicizia. Otani era un tipo strano, almeno agli occhi dell’italiano medio dell’epoca e gli aneddoti che mi raccontava erano veramente affascinanti. Per dirne una, come tutti gli allievi del suo corso presso la Meiji University di Tokyo, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Otani si arruolò in aviazione, ed era quindi un pilota. Mi raccontava come per loro l’uso del paracadute fosse inconcepibile: la sola idea di andare in battaglia con uno strumento che gli consentisse di buttarsi e abbandonare la lotta, fosse un abominio, un disonore. Ciascuno di loro era pronto a sacrificare la vita per la patria, questo concetto era luogo comune, indiscusso e vissuto tranquillamente. Il loro aereo era dotato di paracadute, ma loro lo tiravano fuori dal suo contenitore e ci si mettevano a sedere sopra a mo’ di cuscino, perché era morbido e comodo… Otani era sulla lista dei piloti destinati alle missioni suicida, e aveva svolto la preparazione per immolarsi come kamikaze. Si salvò per pochi giorni, perché la nazione giapponese crollò prima che arrivasse il suo turno. L’amicizia con Ken Otani fu qualcosa che non dimenticherò mai, come anche la sua umanità e simpatia: mai mi fece pesare il fatto che lui era il maestro e io l’allievo. Fu attraverso Otani che conobbi e arrivai ad apprezzare la mentalità giapponese dell’epoca, che era caratterizzata da certe virtù che per me erano e sono rimaste fondamentali: rispettare la parola data, essere onesti, seguire le regole che ci si è dati… in parole poche l’esatto contrario di quello che si vede nel comportamento degli italiani. Otani è stato il maestro che mi ha aperto la strada verso la comprensione del Bushido attraverso il suo comportamento personale.

SIMONE
Come è successo che tu e Kawamukai scriveste all’Aikikai Hombu Dojo richiedendo un insegnante residente e vi mandarono Hiroshi Tada?

H. Tada e D. Chierchini: Demo Salesiani Roma (1968)

DANILO
Kawamukai all’epoca non aveva né l’età né la scienza per diventare il volano della diffusione dell’Aikido in Italia, e inoltre aveva altri progetti personali in testa oltre alle arti marziali. Fu proprio lui che mi disse che era necessario chiamare un insegnante professionista da Tokyo e si diede da fare attraverso i contatti che aveva con Hirokazu Kobayashi – che nel 1964 avevamo ospitato per un seminario al dojo – per cercar di realizzare questo ambizioso progetto. Caso stranissimo, ci indovinò, perché il maestro Tada desiderava venire a insegnare in occidente, come avevano fatto nello stesso anno Tamura e Yamada; quindi accettò il nostro invito e arrivò in Italia il 26 Ottobre 1964. Chissà perché lo fece? Forse desiderava cambiare vita, confrontarsi e provarsi in un paese completamente diverso dal suo in termini di mentalità ed educazione. La scelta del maestro Tada di venire, il suo atto di coraggio mi ha sempre fatto riflettere. Non c’è dubbio che i giapponesi dell’epoca fossero veramente delle persone da tenere nella più alta considerazione.

SIMONE
Il maestro Tada quindi iniziò a insegnare Aikido in Italia presso il tuo dojo in Trastevere.

DANILO
Si, è così. Io lo andavo a prendere in macchina dall’alloggio che gli avevo trovato e gli facevo un po’ da scorta in giro per Roma. All’epoca ci allenavamo per 2 ore 3 volte a settimana. Utilizzai i miei contatti nella federazione del Judo e organizzammo delle dimostrazioni, tra cui una nel 1965 che entrò negli annali: la dimostrazione presso la Scuola di Pubblica Sicurezza di Nettuno. Portammo i tatami su un piazzale all’interno della caserma e attorno avevamo alcune centinaia di aspiranti poliziotti come spettatori. Tada fece un’impressionante dimostrazione con Kawamukai e me come uke e ottenne un grande successo tra i presenti.

SIMONE
Degli aikidoka del tempo chi ricordi?

DANILO
Si stava formando il primo gruppo di appassionati, tra cui ricordo Brunello Esposito di Napoli, Nunzio Sabatino di Salerno, Fausto De Compadri, Francesco Lusvardi e Giorgio Veneri a Mantova, Claudio Bosello a Milano, e Claudio Pipitone a Torino. Grazie a questo primo gruppo l’Aikido mosse i primi passi, al punto che si fu in grado di invitare un secondo maestro giapponese per prendersi cura del meridione, Masatomi Ikeda.

SIMONE
Quali ricordi hai della prima sessione per esami Dan Aikikai che si tenne in Italia?

DANILO
Il primo gruppo di aikidoisti italiani a ricevere la certificazione Aikikai Hombu Dojo fu abbastanza numeroso. Gli esami vennero tenuti dal maestro Tada nel corso dell’anno accademico 1968-69 e qualificarono i primi 19 yudansha di Aikido italiani: Bosello Claudio (Milano), Burkhard Bea (Napoli), Chierchini Carla (Roma), Chierchini Danilo (Roma), Cesaratto Gianni (Roma), De Compadri Fausto (Mantova), De Giorgio Sergio (Roma), Della Rocca Vito (Salerno), Esposito Brunello (Napoli), Immormino Ladislao (Torino), Infranzi Attilio (Cava dei Tirreni), Lusvardi Francesco (Mantova), Macaluso Marisa (Mantova), Peduzzi Alessandro (Milano), Pipitone Claudio (Torino), Ravieli Alfredo (Roma), Sabatino Nunzio (Napoli), Sciarelli Guglielmo (Napoli), Veneri Giorgio (Mantova).
All’epoca gli esami erano molto duri, o almeno a noi pareva così. Io personalmente lo ricordo come un massacro, Tada faceva le cose veramente sul serio e non guardava in faccia nessuno.

Il maestro Tada firma degli autografi (Roma, 1968)

SIMONE
Circola una leggenda metropolitana secondo cui in quei primi anni il maestro Tada fosse molto duro nella pratica. Ti risulta?

DANILO
Assolutamente no. Al contrario i duri erano gli italiani, duri come sassi, perché credevano di essere già diventati delle specie di campioni di Aikido… Il maestro Tada era veramente dotato di un’energia notevole e se avesse voluto giocare a fare il cattivo avrebbe potuto spezzare due-tre principianti a sera, ma ovviamente se ne guardava bene, dato che stava con estrema fatica cercando di costruire la sua scuola.

SIMONE
In questa fase iniziale, quando avete ricevuto i primi approcci da parte del CONI al fine di integrare l’Aikido tra le discipline regolate a livello nazionale, formando un’apposita federazione nazionale riconosciuta dallo stato, come mai si è deciso di tenere l’Aikikai d’Italia fuori dal CONI? Questa decisione si rivelò epocale, sul lungo termine, perché lì è il seme di quello che vediamo a tuttora: dopo quasi 50 anni infatti non esiste in Italia un diploma nazionale di Aikido, non esiste una federazione riconosciuta dallo stato, ecc. ecc. Come è successo? Perché?

DANILO
Furono fatti dei tentativi in quella direzione, che portarono anche ad un tavolo di discussione per portare avanti il progetto. Tuttavia ogni tentativo di accordo andava a cozzare sul fatto che la gestione dell’intero movimento sarebbe dovuta passare al CONI attraverso l’allora Federazione Italiana Atletica Pesante, il che per il maestro Tada era semplicemente inconcepibile. L’idea era che la famiglia Ueshiba fosse proprietaria come di una specie di brevetto, di invenzione. Gli shihan inviati a diffondere gli insegnamenti della famiglia Ueshiba non erano disposti ad alcun compromesso. Cose come federazioni, associazioni democratiche, elezioni dei rappresentanti erano – all’epoca – totalmente aliene in relazione alla cultura e al modo di agire dei maestri giapponesi inviati in occidente dall’Hombu Dojo. Zero, neanche a parlarne. Secondo la legge italiana questo stato di cose era precluso. Ci si arenò quindi sull’impossibilità di coniugare il sistema democratico, previsto dalla legge e proposto dal CONI, con il sistema di gestione piramidale tipico delle arti marziali tradizionali. Così si decise di procedere in modo autonomo rispetto al CONI, cercando di tutelare il lavoro del maestro Tada e allo stesso tempo dando alla nostra associazione una forma legale accettabile per l’ordinamento italiano. Questo fu l’immane lavoro di un amico scomparso da tanti anni, l’avvocato Giacomo Paudice, che dedicò anni di sforzi volti a realizzare questo progetto. Con mio modesto contributo escogitammo un escamotage che consisteva nel costituirci come Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese, di cui l’Aikikai d’Italia era una sezione. Come disciplina di tipo culturale ci staccavamo dal CONI e uscivamo dalla loro sfera di influenza, che si limita alle discipline sportive. Infatti nel 1978 ricevemmo il riconoscimento di Ente Morale su proposta del Ministero dei Beni Culturali.

Chierchini e Yoji Fujimoto scherzano in un non-armonioso kokyunage (Roma, 1984)

SIMONE
Già che abbiamo rimestato nei panni sporchi di famiglia, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su un altro punto estremamente controverso della storia dell’Aikido in Italia. Come è successo che tutti gli aikidoka non conformi alla linea Tada sono stati esclusi dall’Aikikai o gli è stato impedito di partecipare con pari dignità alla vita dell’associazione? Questo è un altro dei semi dei problemi che ancora affliggono la nostra disfunzionale comunità, decenni dopo. Come mai questa associazione che riuscì con le proprie forze a formarsi con tutti i crismi, e che godeva del carisma di uno dei più grandi aikidoka mondiali, non è stata poi capace di gestire il movimento Aikido italiano nella sua interezza? Fin dall’inizio la politica dell’Aikikai fu quella di escludere i non-conformi, politica poi espressasi e consolidatasi con la purga periodica di tutti gli elementi di disturbo di questa conformità. Da dove nasce questo atteggiamento?

DANILO
Questo che hai detto non è che mi piace, ma penso sia quasi inevitabile. Dove ci sono i grandi maestri, ci sono i grandi interessi. Anche su piccola scala, il fenomeno si ripete esattamente uguale, con gelosie e invidie tanto più grandi quanto è più piccola la comprensione tecnica e morale della disciplina. Sinceramente come presidente e dirigente dell’Aikikai d’Italia io non sono stato capace di ovviare a tutto quello che è successo, e anche adesso non sono in grado di immaginare come avrei potuto fare per evitarlo. Io ho avuto la disgrazia di fare il presidente dell’Aikikai d’Italia per parecchi anni, e ho perso amici, tempo e denaro dietro a questi problemi. Gestire le assemblee dell’associazione mi ha messo a rischio di infarto in più di un’occasione.

SIMONE
E’ pertanto esatto dire che man mano la gestione dell’Aikido, la politica dell’Aikido ti hanno ucciso il gusto di praticare Aikido?

DANILO
Forse. Voglio però mettere in chiaro che a me di fare il presidente, di gestire, delle scartoffie non me n’è mai importato assolutamente nulla. Chi mi conosce sa che sono schivo e odio stare in prima fila. Tuttavia, con modestia, in un certo momento storico della comunità aikidoistica italiana, io ero uno dei pochi ad avere le qualità umane e culturali per reggere il peso della gestione e questo peso mi fu affibbiato da altri, a cominciare dai miei maestri. Così è andata a finire che quotidianamente mi sono dovuto occupare della burocrazia necessaria per mandare avanti un’associazione con alcune migliaia di iscritti in un paese come l’Italia. Lo ho fatto per anni, trascurando la mia famiglia, e senza ricevere troppi ringraziamenti, né dai colleghi, né dai maestri. Addirittura ho dovuto sentire gente parlarmi alle spalle, suggerendo l’idea che io traessi vantaggi economici dalla gestione dell’Ente, quando in più di un’occasione ho tappato i buchi con il mio conto in banca. Poi un giorno ne ho avuto abbastanza, e ho tagliato tanto con la politica dell’Aikido, che con l’Aikido.

SIMONE
Dopo 25 anni senza arti marziali, giunto a 82 anni di età, stai meglio o stai peggio?

DANILO
Penso che ci sia un periodo per ogni cosa. Vi è un periodo in cui certe cose si fanno e si prova gusto a farle, e periodi – con il passare degli anni – che questa prospettiva cambia. Gli obiettivi cambiano, le percezioni cambiano. A me le chiacchiere non sono mai piaciute. Da judoka ho fatto l’agonista, non lo storico del Judo. Nell’Aikido ho fatto parte della generazione dei pionieri, con tutto l’entusiasmo e l’energia che ciò ha comportato. Sono rimasto nell’Aikido per quasi 30 anni, ed è normale che la mia visione sia cambiata. Un giorno, quando mi sono accorto che quello che facevo non mi piaceva più, ho semplicemente detto basta. La mia più grande soddisfazione rimane il fatto che ancora oggi, ovunque vada, incontro ex-allievi che mi manifestano il loro affetto e la loro riconoscenza per quello che abbiamo condiviso. Sono orgoglioso della mia reputazione nell’ambiente, come nelle altre cose della mia vita. La reputazione è una cosa che noi lustriamo quotidianamente con le nostre azioni; dopo di che possiamo tranquillamente tirare dritto per la nostra strada, ignorando gli squittii dei ratti che infestano ogni aspetto delle cose umane.

SIMONE
Saliresti ancora sul tatami?

DANILO
Mai.

SIMONE
Mai dire mai?

DANILO
Se salissi sul tatami oggi, lo farei solo per dire o ascoltare un sacco di chiacchiere. Invece sul tatami ci si dovrebbe andare come Ken Otani mi raccontava facessero i vecchi giapponesi: arrivavano, buttavano i vestiti in terra in un angolo, indossavano il keikogi, saltavano sul tatami, facevano un inchino al primo che capitava, si davano una scarica di botte, si rivestivano e se ne andavano. Io la vedo così, il resto sono tutte chiacchiere.

Copyright Simone Chierchini ©2011-2012Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/

Intervista a Danilo Chierchini – Parte 1

Il grande vecchio delle arti marziali in Italia

Danilo Chierchini è il grande vecchio delle Arti Marziali in Italia. Pioniere del Judo in Italia negli anni Cinquanta e campione nazionale a squadre nel 1954, fondatore del primo dojo di Aikido regolare in Italia e firmatario della lettera all’Hombu Dojo che portò Hiroshi Tada in Italia negli anni Sessanta, primo Shodan Aikikai in Italia (in compagnia di altri 18 pionieri) nel 1969, direttore del Dojo Centrale di Roma dal 1970 al 1993, socio fondatore e poi Presidente dell’Aikikai d’Italia per 12 anni, 5° Dan Aikikai nel 1979. Una colonna del Budo nel nostro paese, anche se da anni si è ritirato e da un pezzo non dà notizie di sé. Io l’ho stanato nel suo ritiro toscano, e con l’aiuto di un po’ di Vino Nobile di Montepulciano gli ho sciolto la lingua, ma non aspettatevi la classica intervista sull’Aikido…

di SIMONE CHIERCHINI

SIMONE
Partiamo da lontano e poi avviciniamoci a ciò che più ci interessa. La Seconda Guerra Mondiale è finita e c’è una generazione di giovani italiani che è scampata agli orrori della guerra. Un mondo, quello vecchio, è finito distrutto e ora tutto viene rifatto da capo, con l’influsso di migliaia di fattori esterni, principalmente sotto l’ala della cultura americana. Quali sono i tuoi ricordi del Dopoguerra? Come è la situazione in Italia alla fine degli Anni Quaranta?

DANILO
Dopo il passaggio del fronte da parte  delle truppe alleate della V Armata, che aveva assorbito l’esercito coloniale francese – sbaragliato dai tedeschi a suo tempo e quindi presi in carico dagli americani – gli italiani erano rimasti scioccati dalle “imprese” di questi soldati, che si erano distinti soprattutto per le violenze sui civili e gli stupri delle donne. I nostri liberatori, quindi, ci fecero una pessima impressione. Paradossalmente, i tedeschi, che all’epoca occupavano il mio paese, Radicofani, essendo gestiti in maniera ferrea dai loro superiori in termini di disciplina, avevano l’ordine di non infastire in alcun modo la popolazione civile, a meno che ovviamente non fossero armati o collusi con la resistenza. Così il nemico si comportò con noi meglio che l’amico: io avevo 13 anni e ho ancora questo ricordo bruciante dell’impatto con i liberatori. Noi sentivamo la radio badogliana, che trasmetteva da un settore dell’Italia che si era staccato dai fascisti e ricompattato sotto al re, che ci presentava gli americani come i salvatori, l’energia positiva del mondo. Invece sul campo avemmo il trauma tremendo di vedere che i tedeschi, cioè il nemico, i cattivi, erano dei gentiluomini in confronto ai militari della V Armata, che ne fecero assolutamente di tutti i colori.
Potrei citare mille episodi, ma la realtà è questa. Anche se ho 82 anni, purtroppo certi fatti me li ricordo come se fossero accaduti ieri, come rammento perfettamente la delusione cocente che noi tutti provammo. Chi viveva sul lato adriatico d’Italia non dovette sperimentare le nostre pene, in quanto quel settore del fronte fu affidato alle truppe britanniche e del Commonwealth, la cui disciplina era perfetta, mentre noi che eravamo sul lato tirrenico venimmo lasciati in completa balia dei liberatori, al punto che buona parte della gente iniziò subito a chiamarli invasori.

Danilo Chierchini parla della storia italiana del dopoguerra

Sono stati tempi molto duri. Se non fosse stato per l’aiuto concreto a base di centinaia di milioni di dollari da parte degli Stati Uniti, non so se sarei qui a parlare. Gli americani prima ci hanno bastonato, umiliato e mandato della feccia in divisa a combattere sul nostro territorio, poi una volta occupato e preso il controllo del paese, si sono resi conto della fame che imperversava in Italia, che era popolata da legioni di straccioni scalzi. Con l’avvio del Piano Marshall iniziò a piovere dal cielo un’enorme quantità di cibo, vettovaglie e vestiti. Da qui, piano piano, iniziammo a risalire la china. Mi ricordo che all’epoca facevo le medie e la nostra scuola era stata occupata dagli sfollati, quindi facevamo lezione a turno. I banchi erano dei tavolacci su treppiedi, al posto dei quaderni usavamo dei fogli di giornali su cui si scriveva sul bordo, l’illuminazione era una lampadina da 25W che penzolava da un cavo sul soffitto. Sono stati dei tempi veramente duri.
Gli americani ci hanno rimesso in piedi e ci hanno avviato sulla strada della democrazia dopo 20 anni di dittatura fascista, anche se, bada bene, all’italiana, cioè all’acqua di rose. Anche in questo gli italiani sono speciali: prima hanno leccato il posteriore al dittatore per un ventennio, poi lo hanno appiccato per i piedi. L’episodio di Piazzale Loreto è uno dei più bui della nostra storia recente, a mio parere.
La ripresa dallo sfacelo della guerra fu incredibile. Nel giro di pochi anni si passò dalle macerie al boom economico, accompagnato dall’inurbamento di massa. Io stesso lasciai la campagna del basso senese, ove la mia famiglia – che era una famiglia di piccoli possidenti – aveva vissuto per generazioni e mi trasferii a Roma. Tutte le strutture sociali che erano normali fino a prima della guerra crollarono. Chi lavorava la terra smise di farlo, restituì la chiave del podere al padrone e se ne andò a vivere in città. Le campagne si svuotarono di botto, cosa che è visibile ancora oggi, oltre 60 anni dopo. Dopo la fame, la paura, i sacrifici, gli italiani si buttarono con entusiasmo a lavorare. Questa è stata la base della rinascita.

SIMONE
Oltre al denaro americano, non è errato dire che sono arrivati anche i valori americani, che hanno preso il posto di quelli tradizionali nel momento in cui la gente aveva abbandonato il vecchio: anche perché il vecchio aveva portato agli orrori della guerra e agli stenti che ne erano derivati.

DANILO
Non è che avessimo neppure una gran possibilità di scelta. Quello era il sentimento del tempo: tutto quello che era italiano, ogni oggetto italiano era spregiato e considerato inferiore, mentre tutti correvano dietro alle novità che arrivavano dagli USA.

SIMONE
Il cambio del gusto è stato rapidissimo. Nel giro di un decennio ci si trova davanti a tutto un altro mondo, con la conseguenza anche che la gente ha buttato dalla finestra i mobili originali della secolare tradizione italiana per sostituirli con quelli in plastica e formica. Gli italiani hanno buttato via l’acqua sporca del bagnetto e il bambino che ci era dentro.

DANILO
E’ così.

SIMONE
Dopo ogni tragedia c’è un momento di rinascita e grande energia. La vostra generazione ne è stata al centro, caratterizzandosi per il desiderio di vivere, divertirsi, sognare e sperimentare. La vostra generazione è stata la prima a fare cose che precedentemente erano inaudite presso la popolazione media.

Il vecchio samurai nel suo ritiro toscano

DANILO
La generazione della ricostruzione ha fatto miracoli, lavorando con energia ed entusiasmo instancabili. Questo certamente non per motivi puramente patriottici, ma perché l’economia era improvvisamente mutata e anche l’uomo qualunque poteva istruirsi, lavorare e guadagnare bene, cosa che in passato era preclusa ai più. Gli italiani erano fieri di essere in grado di fare, e di essere in grado di guadagnare. Questo significava sul breve termine di poter mangiare a sazietà e vestirsi con eleganza, poi essere in grado di comprare a rate un appartamento in città, una motocicletta, una piccola utilitaria. Vennero vendute decine di migliaia di Fiat Topolino, la gente prese a viaggiare e a fare turismo, ad assaporare il lato buono della vita. Considera che fino a prima della guerra la stragrande maggioranza non aveva mai messo piede fuori dal paese e i più non sapevano cosa fosse il mare! Io, che nel frattempo ero andato a lavorare come geometra a Bari, comprai una Lambretta e ci facevo viaggi pazzeschi tipo Bari-Taranto…
Poco dopo comprai una piccola motocicletta di marca Rumi, una 125cc che era assai ambita perché faceva un rumore strano, come se fosse una macchina da corsa! Per la mia cricca di amici romani il colmo della beatitudine era questo: partire dalle mura romane in cima a via Veneto con le moto smarmittate che facevano un chiasso di inferno e fare tutta via Veneto a velocità da rompere il collo fino giù a piazza Barberini, rischiando di ammazzare pedoni e passanti. Altri tempi, ci sentivamo ed eravamo senza limiti.

SIMONE
Raccontaci del tuo on-the-Road Roma-Siviglia.

DANILO
A metà anni Cinquanta prendemmo in affitto una Fiat 1100 che faceva ridere solo a vederla, e decidemmo di andare a visitare la Spagna. All’epoca il paese era sotto la dittatura franchista ed era ridotto alla fame. Spaventati da quello che si sentiva dire sulle condizioni della Spagna sotto Franco, riempimmo la nostra 1100 di pezzi di ricambio, perché in caso di guasto non saremmo stati in grado di trovarli nella penisola iberica. Infatti le leggi spagnole al tempo vietavano l’importazione di beni di lusso dall’estero, e le automobili erano ritenute tali: il parco macchine spagnolo era costituito da mezzi antidiluviani. La Spagna che vedemmo noi era un paese meraviglioso, incontaminato, genuino. Dato che avevamo due lire in tasca, prendemmo anche un aeroplano da Barcellona a Palma de Maiorca che all’epoca era un semplicissimo villaggio di pescatori con un fascino spettacolare. Con la caduta di Franco e l’entrata di nuove idee e molto capitale alcuni di questi posti divennero tra i più famosi per il turismo europeo.

SIMONE
Come mai un incallito non fumatore è finito a lavorare per la Manifattura dei Tabacchi dei Monopoli di Stato?

DANILO
Dopo aver preso il diploma di geometra vinsi un concorso e come prima destinazione il 1° Settembre 1952 mi spedirono alla Manifattura dei Tabacchi di Bari come geometra addetto alla manutenzione. Vivevo a Bari Vecchia, davanti al Castello Svevo; le condizioni del quartiere erano pazzesche, sembrava di stare in un paese del terzo mondo… Per fare un esempio illuminante, dato che le case non avevano impianti igienici, al mattino un piccola autobotte faceva il giro dei vicoli, e fuori dalla porta dei bassi c’era un secchio di liquami pronti ad attendere i poveri addetti. D’altra parte la mia camera d’affitto era in una posizione meravigliosa, con un panorama da sogno e il lusso del bagno e dell’acqua corrente. L’esperienza di Bari per me fu un punto di svolta: avevo 20 anni e due soldi nel portafoglio, la vita mi sorrideva. A volte a mezzanotte con altri amici prendevamo una barca e dal porto vecchio ci dirigevamo al largo; qui buttavamo l’ancora e ci divertivamo a fare il bagno e a vedere le luci del famoso lungomare di Bari, l’orgoglio dei baresi. Mi ricordo ancora che in dialetto dicevano: “Se Parigi teniv ‘u mareiev ‘na piccola Bari”.

Fine della Prima Parte
(Continua)

Leggi la Seconda Parte dell’Intervista

Copyright Simone Chierchini ©2011-2012Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/

Botta e Risposta con Yoshimitsu Yamada

Yoshimitsu Yamada

In occasione del Seminario Internazionale di Aikido a Sant’Ilario d’Elsa, organizzato da Aikido Insieme lo scorso ottobre e diretto da Yoshimitsu Yamada, Aikido Italia Network ha avuto la possibilità di incontrare il maestro, uno degli ultimi uchideshi storici del Fondatore dell’Aikido, e sottoporlo ad una breve raffica di domande

di SALVATORE DI FUSCO & SIMONE CHIERCHINI

AIN
Lei ha avuto il privilegio di vivere l’esperienza dello studente interno all’Hombu Dojo. Quali sono i suoi ricordi dei suoi giorni da uchideshi?

YAMADA
Penso di essere stato molto fortunato ad essere accettato come uchideshi, ero molto contento di avere l’opportunità di praticare. Tuttavia essere un uchideshi non vuol dire solo praticare, ma anche prendersi cura quasi 24 ore al giorno del dojo e di tutto ciò che ad esso è correlato. Un’esperienza cosi puoi farla solo da giovane, ed ha moltissimo valore.

AIN
Quale è il suo ricordo del Fondatore?

YAMADA
In realtà ce ne sono molti, cosa potrei dire… In questo momento mi preme ricordarlo come una persona normale, ordinaria… non è sempre necessario parlare della sua abilità come aikidoka.

AIN
1964: Lei lascia il Giappone. Come furono i suoi inizi a New York City?

YAMADA
Se guardo indietro non c’è stato nulla di facile, ma è stata comunque un’ottima esperienza. Se fosse stato già tutto facile fin dall’inizio, non avrebbe avuto lo stesso valore…  La difficoltà nel partire con l’Aikido a New York è stata notevole e per questo gli attribuisco un significato particolare nella mia esperienza.

AIN

Yamada sensei ha visitato l'Italia lo scorso ottobre

Come sono stati i suoi rapporti con gli altri shihan giapponesi che hanno lavorato negli US?

YAMADA
Certamente ho intrattenuto rapporti con tutti loro a più riprese, ma ora sono tutti, sfortunatamente, morti…

AIN
Un nome, un mito: Koichi Tohei.

YAMADA
Indimenticabile… tantissime esperienze in comune, siamo stati così vicini negli anni… La sua uscita dall’Aikikai è stata una cosa sfortunata, ma aveva le sue ragioni. E’ venuto a mancare morto da pochissimo, e a prescindere da qualsiasi cosa sia accaduta nel passato, deve essere ricordato da tutti come un grande dell’Aikido per via della sua vasta influenza sulla pratica della nostra disciplina.

AIN
Come si è formato il suo Aikido nel corso degli anni, sensei? In quale direzione sta andando?

YAMADA
Ho diffuso l’Aikido nel mondo, non da solo, ma con altri grandi maestri, e mi sento responsabile per questo. Devo quindi essere certo che tutti i miei allievi stiano bene e pratichino in modo appropriato. Tengo moltissimo ai miei allievi. Questa è la mia direzione, spenderò il mio tempo prendendomi cura di loro.

AIN
Quali sono gli errori fondamentali del praticante medio di Aikido? Quali consigli per evitarli?

YAMADA
L’Aikido come arte marziale è unica, tuttavia vi sono molti che credono che sia molto facile praticare e lo prendono alla leggera. Come tutte le arti marziali, l’Aikido richiede una grande determinazione nella pratica.

AIN
L’Aikido di oggi deve essere ancora tradizionale, ossia ancorato agli insegnamenti del suo Fondatore, oppure in qualche modo deve sganciarsi da essi e seguire il nuovo mondo che abbiamo attorno e il tipo di pratica che lo rappresenta nelle sue nuove forme?

YAMADA
E’ una domanda molto difficile… Una cosa molto particolare nell’Aikido è che puo essere insegnato in molti modi, la sua pedagogia è estremamente flessibile. Questo è direttamente correlato al fatto che tutti hanno un tipo di apprendimento diverso, comprendono l’Aikido in maniera diversa ,non univoca. Senza dubbio, l’Aikido che si vede in giro risente di interpretazioni particolari, e questo va bene; tuttavia le basi devono rimanere stabili. Se da una parte l’Aikido presenta questa ricchezza e flessibilità, dall’altra va ancorato alle sue fondamenta.

"Tengo moltissimo ai miei allievi"

AIN
Dieci anni fa la tragedia delle torri gemelle. Il suo ricordo di allora e l’eredità di quei fatti con gli occhi di oggi.

YAMADA
Quando successe l’attentato alle Twin Towers a New York nel 2001, io ero in Europa e non riuscivo a tornare a casa… Quello che mi ricordo é che pensavo che per un po’ di tempo nessuno sarebbe venuto ad allenarsi, poiché il dojo è vicinissimo al luogo della catastrofe. E invece il giorno dopo il dojo era pieno…

AIN
Viviamo in un momento di crisi economica e morale profonda. Cosa ne pensa della situazione attuale, sensei? Qual’e’ la strada per uscirne?

YAMADA
(ride) …mi dispiace, mio padre è un economista ma io no… Tutto quello che mi auguro e che l’America diventi più forte e che lo yen giapponese scenda, di modo che divenga più accessibile per gli studenti di Aikido. E questo è un buon augurio anche per il Giappone.

Guarda l’archivio Interviste di Aikido Italia Network

Copyright Simone Chierchini ©2011Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/

Intervista a Hitohira Saito – Parte 2

Hitohira Saito: Taijutsu Kinonagare (Modena 2011)

Lungamente attesa, arriva la seconda parte dell’intervista a Hitohira Saito Sensei, nella quale si tratta del rapporto speciale fra i due Saito, padre e figlio, della scissione tra Dento Iwama Ryu e Aikikai Foundation, ma anche dello strano destino del Bukiwaza del Fondatore

di SIMONE CHIERCHINI

Version Francaise

Version Francaise

CHIERCHINI
La prossima domanda riguarda il rapporto fra Morihiro e Hitohira, sia come padre e figlio, che come maestro e allievo, un rapporto ovviamente molto speciale.

SAITO
Nel dojo non mi sono mai rivolto a mio padre come “papa’”, l’ho sempre chiamato “sensei”, come tutti gli altri. Lui, a sua volta, nel dojo non mi ha mai trattato da figlio, ero esattamente come tutti gli altri, cioè un allievo tra gli allievi. Quando ero una cintura bianca, facevo le pulizie come tutti gli altri, non avevo nessun privilegio. D’altra parte, in casa non ho mai fatto domande su questioni concernenti il dojo o sulle tecniche, a casa non si parlava mai di waza; al massimo mio padre mi diceva che c’era da tagliare l’erba attorno al tempio o che bisognava fare qualche lavoro di manutenzione. Nel dojo quindi avevamo un tipo di rapporto, che era quello tra maestro e allievo, e in casa un altro, quello familiare.

CHIERCHINI
Arriviamo adesso ad una questione un po’ spinosa: la sua rottura con l’Aikikai Foundation e la nascita della sua nuova associazione, l’Iwama Shin-Shin Aiki Shuren-kai. A proposito di questi eventi sono state dette tante cose, ma io penso che la cosa più corretta sia chiedere a lei, direttamente, la sua versione dei fatti.

SAITO
O’Sensei, quando si ammalò ed era in punto di morte, convocò mio padre, giunse le mani e gli disse: “Saito san, per favore prenditi cura del dojo e dell’Aiki Jinja”. Per questa ragione mio padre rimase all’interno dell’Aikikai e si è preso cura delle cose come gli aveva richiesto O’Sensei.

Morihiro saito di fronte all'Aiki Jinja Originale (1948)

Contemporaneamente, oltre a mantenere il dojo e il tempio, mio padre ha insegnato le tecniche di Buki-waza a schiere di aikidoka, conferendo loro una certificazione. In vita, mio padre aveva ricevuto uno speciale compito e un titolo per rappresentarlo, cioè quello di Tutore dell’Aiki Jinja. Dopo la morte di mio padre, l’Aikikai mi chiese di non usare più questo titolo e di non conferire piu’ i diplomi di Buki-Waza. Io accettai, ma dissi che avevo una richiesta: che l’Aikikai pubblicasse sul suo periodico Aiki Shinbun una dichiarazione con la quale l’Aikikai Foundation si impegnava a tutelare l’Aikido come si era sviluppato a Iwama, riconoscendone la differenza rispetto a quello praticato a Tokyo. Se avessero esaudito questa mia richiesta, non mi avrebbero messo in difficoltà con le persone che avevano ricevuto una certificazione da mio padre, quasi tutti aikidoka residenti all’estero. Questo favore, tuttavia, l’Aikikai Foundation non me lo concesse.
Per la famiglia Saito l’essere stata investita da O’Sensei del titolo di protettori dell’Aiki Jinja era stato un onore molto importante: questo era un titolo di cui andavamo fieri.
E’ vero, all’interno dell’Aikikai l’Aikido di Iwama è diverso. Io volevo tutelare e difendere questa cosa, ma non e’ stato possibile, perche’ l’Aikikai non ha voluto riconoscerla. Io sono l’anima, l’erede di queste due persone che sono venute prima di me, ossia O’Sensei e mio padre Morihiro che è stato vicino al Fondatore tutta la vita e da lui ha ricevuto il compito di tutelare il dojo e l’Aiki Jinja. Io sono la persona che ha raccolto questa eredita’.
Ancora oggi noi siamo grati e viviamo la presenza di O’Sensei con grande rispetto. L’Aikikai e’ composta di tantissime persone diverse e la viviamo in un altro modo, non sono per noi la stessa cosa. Cosi’ mi sono scusato con Moriteru Ueshiba sensei e ho detto che in futuro avremmo fatto da soli. Questo e’ il quadro completo della questione.

CHIERCHINI
Collegandoci a quest’ultimo argomento, ve ne e’ un altro che direttamente connesso, ossia i suoi rapporti con gli altri insegnanti occidentali che si rifanno alla stessa tradizione e quindi la diatriba rispetto alla corretta trasmissione dell’eredita’ di Iwama in Italia e nel resto del mondo.

SAITO
Gia’ all’epoca di O’Sensei in verita’ c’erano diverse correnti, basti ricordare Tomiki, Yoshinkan, Ki no Kenkyukai, o Mochizuki Sensei. Molte persone vennero a Iwama a imparare Buki Waza e Tai Jutsu, e dopo si sono impegnate e hanno fatto del loro meglio per trasmettere in altri luoghi queste tecniche. Quando un albero cresce, poi spuntano i rami. Io non mi sento di dire che questo o quello non e’ Iwama Ryu; io stesso sono uscito dall’Aikikai, quindi non mi pronuncio.

CHIERCHINI
Domanda di riserva, che poi ci riportera’ sullo stesso argomento. Io sono di scuola Aikikai Hombu Dojo, attraverso l’Aikikai d’Italia, e i miei rapporti con l’Iwama Ryu sono recenti. Devo dire che sono molto arrabbiato e che mi sento anche un po’ truffato, in un certo senso: perche’ l’Aikikai non insegna Kihon e Buki Waza di Iwama Ryu?

SAITO

Il Fondatore e Morihiro Saito pronti per il Bukiwaza nei campi di Iwama

Prima dell’ultima guerra mondiale O’Sensei non aveva ancora codificato il sistema con cui trasmettere le sue tecniche. Dopo la guerra mio padre era l’unico che stava con lui tutto il giorno e con lui praticava jo, ken e yari. Gli altri allievi venivano a praticare alla sera, mentre i vecchi allievi di O’Sensei – che viveano a Tokyo – stavano una giornata e poi se ne andavano via.  Il fatto che queste tecniche dopo la guerra non siano state trasmesse a molti è dovuto anche a questi motivi contingenti. Nessun maestro dell’Hombu Dojo ha potuto praticare le tecniche di Iwama come mio padre.
Tuttavia, devo dire che quando O’Sensei andava a insegnare all’Hombu Dojo prendeva la spada e diceva a qualcuno: “Attaccami” e mostrava delle tecniche. Dimostrava delle tecniche, ma poi non faceva usare il bokken a tutti e gliele faceva provare. Quando vedeva che gli allievi dell’Hombu Dojo prendevano il bokken ed eseguivano delle tecniche, tecniche che lui non aveva mai spiegato, diceva: “Siete pazzi! Chi ve l’ha detto di fare questo? Chi vi ha detto di fare così? “ e si arrabbiava moltissimo.
Il Fondatore era molto fiero del proprio pensiero e quindi non tollerava che qualcun altro lo “reinterpretasse”.
(Mostrando alcune pagine del manuale Budo di Morihei Ueshiba del 1935, NdR ) Qui c’e’ scritto che lui pretendeva che nel suo dojo si facesse solo Aikido e non Iaido o quant’altro. Se è un dojo di Aikido, fai solo aikido, se vuoi fare Iaido, te ne vai presso un dojo di Iaido.
Se vedeva qualcuno all’Hombu Dojo con un bokken in mano gli diceva: “Se tu non sei mai stato ad Iwama, perché allora fai bokken?”
Così, forse, gli allievi dell’Hombu Dojo, fraintendo le sue intenzioni, pensarono che li’ fosse vietato toccare il bokken, visto che O’ Sensei si arrabbiava se vedeva una cosa del genere. La sua idea invece era che chi voleva fare Iaido dovesse andarsene a farlo in un dojo di Iaido, o Jodo in un dojo di Muso ryu, ecc.
L’Aikido non è altro che la pratica dei Samurai, ma se ci si allena senza usare la spada, allora decisamente non e’ l’allenamento dei Samurai! Secondo alcuni le armi devono essere solo praticate da un certo livello in poi, mentre secondo noi no. Tutto deve essere praticato contemporaneamente, Taijutsu e Bukiwaza. Quelli che non sono d’accordo dovrebbero lamentarsi con O’Sensei… Per essere dei Samurai bisognava imparare ad andare a cavallo, impugnare la lancia, scoccare una freccia, maneggiare una spada… è ovvio, no? Cavalcare e fare tiro con l’arco richiede degli spazi molto ampi, e inoltre mantenere un cavallo è molto costoso; invece usare bastone e spada è possibile, perché questo si può fare ovunque: ecco perché si usano. Tutti possono lavorare con le armi fin dall’inizio, perché O’Sensei ha intrecciato le tecniche di Taijutsu con quelle di Bukiwaza, questa e’ la caratteristica del suo lavoro.
Siccome tutti possono farlo, anche l’Aikikai potrebbe sempre farlo. Io sono disposto ad aiutare; se lo vogliono fare, io sono qua.

CHIERCHINI

O'Sensei pratica ken suburi all'aperto

Per capire e puntualizzare meglio: gli shihan di estrazione diversa dall’Iwama ryu, che sono stati inviati ad insegnare in giro per il mondo negli ultimi 40-50 anni, hanno proposto il loro Bukiwaza, che non ha nulla a che vedere con quello di O’Sensei.

SAITO
Tra gli shihan di stile Aikikai alcuni hanno appreso le loro tecniche di Bukiwaza da mio padre, anche se io non ho visto molti maestri venirlo a trovare a Iwama. Il maestro Kobayashi si, anche se poi ho visto che faceva cose un po’ diverse.

CHIERCHINI
Qual è la sua posizione, maestro, rispetto alla dicotomia tra tradizione e innovazione nell’Aikido? E’ giusto e corretto conservare l’Aikido come formulato dal Fondatore, ma è anche giusto e corretto continuare ad evolverlo, oppure bisogna solo mantenere la tradizione?

SAITO
Penso che l’innovazione sia inevitabile, perché proprio O’Sensei ha usato l’espressione Takemusu Aiki, ossia le tecniche nascono e poi si moltiplicano spontaneamente. Pertanto se dieci persone apprendono da un maestro, visto che le persone non sono tutte uguali, è inevitabile che avremo dieci risultati lievemente diversi. Il fatto che nel tempo le cose cambiano io ritengo che sia un fatto inevitabile.

CHIERCHINI
Vorrei concludere con un messaggio di speranza, di incoraggiamento da parte sua nei confronti di chi sta cominciando il cammino dell’Aikido adesso: i nostri principianti.

SAITO
In Giappone da secoli c’e’ questo atteggiamento: quando uno vuole apprendere una cosa, qualunque cosa sia, da un maestro, non è che si precipita a fare questa attività nel primo luogo che incontra. Prima c’e’ una fase di studio, preparatoria. Se io sono interessato al tiro con l’arco, se voglio fare Kyudo, io mi guarderò intorno, oppure chiederò ad altri, mi informerò, in sostanza, per vedere di andare nel luogo migliore, dal maestro che e’ ritenuto tale.
Questo deve essere l’atteggiamento di fondo di chi si avvicina ad un’arte marziale. Quindi io consiglio, come detto poc’anzi, di visitare più dojo per vedere quale sia l’Aikido più adatto alla persona e quindi scegliere di conseguenza. Per venire all’Aikido in modo più specifico, esso è un’attività non solo fisica ma possiede anche un altissimo livello spirituale grazie al Fondatore O’Sensei Ueshiba. Io penso che sia una bellissima attività da intraprendere, e attraente per un principiante.
Le arti marziali non sono né sport né divertimento. Di fianco c’e’ sempre la morte, che è il concetto alla base della scelta che anticamente in Giappone si faceva quando si decideva di apprendere un’arte marziale. Bisogna avere sempre questa consapevolezza. (Non è una cosa da frequentare con leggerezza, è una cosa seria NdT). Non è un’attività solamente fisica o corporea: quando si pratica avendo sempre presente che abbiamo accanto la morte, l’arte marziale diviene un’attività dell’anima. Una volta compreso questo, benvenuti, per favore iniziate a fare Aikido.

Spiegazioni di Hitohira Saito al suo intervistatore

CHIERCHINI
Sensei vorrei ringraziarla tantissimo per il tempo e l’attenzione che ci ha concesso. La ringrazio inoltre a nome della comunità dell’aikido italiano in generale, a prescindere dalle federazioni, dai maestri, dagli stili. Spero che il suo insegnamento possa trovare lo spazio che merita qui da noi.

SAITO
Arigato gozaimashita.

Si ringrazia l’interprete Giancarlo Giovannelli per la preziosa assistenza durante l’intervista e Carlo Cocorullo per l’utile lavoro di redazione

Leggi la Prima Parte dell’intervista

Guarda lo Slideshow H. Saito International Koshukai in Modena (Italy), June 2011

Copyright Simone Chierchini ©2011Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/

Interview With Hitohira Saito – Part 1

Hitohira Saito: Ken Suburi in Modena, Italy

Among the many questions that Hitohiro Saito Sensei politely replied to, you can read of the special connection between his father, Morihiro Saito Sensei, and the Founder of Aikido Morihei Ueshiba, at whose side he lived for 26 years; have an idea of the father/son, teacher/student relationship among Morihiro and Hitohiro; hear the version of Hitohiro sensei in relation to its break with the Aikikai Hombu Dojo… but also what it means the inheritance of the Founder of Aikido today and the prospects of Aikido in an increasingly disharmonious world 

by SIMONE CHIERCHINI

Versione Italiana

Italiano

Version Francaise

Francais

Versión en Español

Español

On the occasion of the Dento Iwama Ryu Aikido International Koshukai, held in Modena, Italy on 24-25-26 June 2011, Simone Chierchini had the opportunity to realize a video interview with Hitohiro Saito, Head Instructor of Iwama Shin-Shin Aiki Shuren-kai (岩 间 神 信 合 气 修练 会), the school founded by Hitohiro on the death of Morihiro Saito Sensei. The interview, held in the premises of Utensileria Modenese, generous sponsor of the Koshukai directed by Hitohiro Saito Sensei, took place in the presence of the European Senpai of Iwama Shin Shin Aiki Shuren-kai and was made possible thanks to the valuable work of Giancarlo Giovannelli, who acted as interpreter.

CHIERCHINI
The first question I would like to ask, Sensei, does not concern Aikido but rather the News: living in Japan today, what does it mean the tragedyof the Fukushima disaster for the average Japanese person?

SAITO
The earthquake and tsunami directly caused the Fukushima nuclear disaster. The world’s nuclear agency has revealed deficiencies in the management of the nuclear power plant, therefore there are also human responsibilities for what happened. However, let’s leave that aside. In the early days, the reading of data relating to the leakage of radioactive material from the plant were very high, but fortunately at this point the level of radiation in areas relatively distant from the central are gone down.
Currently, people who feel with the nuclear issue the most are the mothers who have young children, because the smaller is the child and more consequences of radiation exposure over time. Immediately after the accident we had the problem that the authorities did not provide correct information, there was a kind of censorship. This has caused a reaction and now I feel that what is communicated to us is the truth.

Finding a better balance with Nature

I live in the Ibaraki province, at about 150 km from the city of Fukushima and I think that we should not risk to be exposed to nuclear radiation: it’s a matter of time, of course. However the incident has made everyone more sensitive to the problem.

CHIERCHINI
In relation to the last problem, one could say that this is the tip of the iceberg: our world is gradually becoming further removed from its natural state and one could argue that it has become more and more disharmonious. In this context, how does it fit the practice of Aikido as a way of harmony? What responsibility lies with Aikido teachers in this kind of world?

SAITO
I don’t know if I can provide a correct answer.
Humans are an element of nature. There is a theory that if human beings disappeared from the planet, it would revert to its ideal state; this is paradoxical. In Aikido, however, the Founder thought that mankind had the role of governing nature in order to achieve an ideal condition.
The Founder used to speak of misogi, an activity of purification with which should training sessions in Aikido should start. When an inner conflict begins, from time to time we are faced with choices. If we possess decision-making skills, this is good, because each time we can make a conscious choice between good and evil.
I live in a rural area, away from the disaster area, however at the time of the nuclear accident I was still able to see the force of reaction of the nature. When practicing Aikido, if the students learn how to avoid negative, destructive attitudes towards others, that is their partners, certainly they will develop the same behavior in relation to nature, of which mankind is part.
O’Sensei preached non-violence. If one acts as I said, mankind could return to a more balanced condition of greater harmony between humans and nature.
The Way of the Warrior, Budo and agriculture, Nogyo, are complementary. The point of contact between the way of the warrior and agriculture is that both prepare for adversities and because of that it is also important to begin from the basics, the kihon. When we are forced to face nature’s caprices, we all must collaborate so that the problem at hand is solved or reduced.

CHIERCHINI
Next question brings us deeper in the world of Aikido and especially of Iwama Aikido: Sensei can you explain for our readers the role of Morihiro Saito Sensei in relation to the teaching of the Founder?

SAITO
When the second world war ended, my father became a student of O-Sensei’s dojo. There was only O-Sensei’s  practiced in the dojo. At the time, my father got a job with the state railways and used to work at night, returning home in the morning. According to the custom of the time, the ones who had worked at night were entitled to two days -with the night in between – off; therefore he could spend many hours with O-Sensei.

Morihiro Saito at a young age

The idea of O-Sensei when he came to Iwama was to practice both agriculture and Budo, so my father helped O’Sensei to work in the fields. The Founder was born in an era when those who taught martial arts were always with their students, who lived with their teacher. The teacher eventually tended to become attached to this type of student who worked the land and trained with him, because they were always together. This is the uchi-deshi system, where the internal student lives in the house of his sensei. My father experienced this situation.
Post-war Japan was a poor country, because all the resources were used during the war. Students who helped the Founder, also had their field to cultivate, because there was nothing to eat. Those who could not or would not help O’Sensei in his agricultural activities, gradually gave up and were not to be seen anymore. In the mentality of  a typical  Japanese of that period, the ones who could not or would not help the teacher in these other extra-dojo activities, did not feel that could be taught the techniques at all.
My father had the good fortune to continue to stand alongside his teacher; so at times, even as they cultivated the vegetable garden, O-Sensei would think of a new technique, put the hoe and say: “Saito! Go to the dojo to get the bokken!”.  Then, in the middle of the field, or wherever they were, they moved from farming to martial arts. In the evening came the other students of the dojo, known as soto-deshi (external students) and my father often had to go work for the railroad. During the day, however, for many years he was able to see and study with care the techniques of the Founder.
At that time the idea of paying in cash the teacher was unheard of; the student helped his teacher providing manpower. Since there was not much money and O-Sensei himself was not at all wealthy, to say the least, my father and the other students organised small money collections and donated what they could put together to the wife of the Founder, Hatsu, to pay for the electricity. Basically at the time O-Sensei did not earn anything, had no fixed income, just because there was not the idea of a fixed monthly fee to be paid to the teacher. Apart from the labor force received by the students, the only cash income for him came from the granting of Dan grades: once the ceremony was over, the student who had received the Dan put his offer on the kamiza. Also, when O-Sensei visited other dojos to give what nowadays we would call seminars, he received “thanks” in the cash. Some time soon after the war ended, some of the students used to bring sacks of rice to thank O-Sensei for his teaching efforts.
My father has always been close to O-Sensei and in many occasions he has declared that his role was to transmit all that he had lived in contact with the Founder. I repeat, this is what he always told me.

CHIERCHINI
What are your memories of the Founder, Sensei? Especially your memories of Morihei Ueshiba from a human point of view.

SAITO
My father was gifted the land on which to build his house from the Founder, then he got married and after we, brothers, were born. I remember that my mother was always  in the Ueshiba family home to help them. Therefore we newborn children lived in the house of O’Sensei, because our mother was always there.
I have not seen O’Sensei the first time when I started doing keiko, I saw him as soon as I was born! And I’ve also heard O’Sensei’s kiai when I was still a fetus in the womb of my mother… I do not think to the Founder like an outsider,  for me he is some kind of a grandfather.

Family photo: Morihei and Hatsu Ueshiba

He was a man who had something special: if the aspects of daily life that concerned him were common, he was a awesome person. My parents always addressed him using referential language and I felt the distance, the stature of this person.
His posture was always correct, I have never seen him break it: even when he drank, he took the cup with both hands, thanking the gods, then placed it down once more with both hands, formally, according to the traditional system. We saw that this person was so revered by our parents, therefore in his presence we were always polite, because it was natural that we respected him: he had an important aura around him.
I had a beautiful image of O-Sensei and his wife, I never perceived them as two elderly people similar to the other village elders. Both were very devoted. Mrs. Ueshiba, having been born in the Meiji period, a historical period of transition, was a person who paid great attention to food and knew how to manage the economy of the house.

End of Part 1 (To be continued)

Italian to English Translation by Simone Chierchini

Watch Slideshow from H. Saito International Koshukai in Modena (italy), June 2011

Copyright Simone Chierchini ©2011Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/