Corsi e Ricorsi Isterici

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Ambizioni! (della serie se vuoi mettermi i piedi in testa, almeno sii elegante)

Ormai sono un anziano giovane, come si direbbe adesso, ed avendo passato buona parte della mia vita a fare Aikido – dai diciannove anni ai sessantatré – soprattutto nell’associazione che mi ha accolto ed in cui mi riconosco, l’Aikikai d’Italia, a volte mi viene da ridere di cuore nel guardare le dinamiche delle generazioni che si susseguono di volta in volta sui tatami della conoscenza ed armonia

di RINO BONANNO

In quarantatrè anni ne ho viste tante, ma c’è qualcosa che si rigenera ogni volta ed a cui – come per una specie di magnetismo – non si salvano i vecchi come me ed i giovani emergenti. Siamo di fronte ad un vero giudizio universale in cui i pulcini che avete allevato e fatti diventare galli iniziano a beccare senza neanche sapere dove vanno a parare.

E’ nota a tutti la ribellione dell’allievo che si libera del maestro, giudicando il suo operato come non consono ai principii della nostra arte… l’armonia! Insomma lo trovo anche naturale che qualcuno si affranchi dalle regole, ma ciò che mi fa sorridere è che questo viaggio non è mai intrapreso da soli, ma creando complicità con i propri compagni di viaggio che poi, è naturale , si tradiranno perché lo scopo è emergere con un’aureola di santità. Ed è questo che mi fa sorridere di più, perché quell’aureola è frutto di insane manovre e lavoricchi sottobosco.

Rido tanto di questo. Rido del fatto che ognuno cerca di preservare una purezza nella continuità della nostra arte, ma operando in modo malsano. Ecco quello che penso: se non sei pronto all’armonia, che poi non è il significato reale di Aiki, allora fatti da parte, perché ci sono io portatore dei giusti valori. E così investito da non so chi e non so da quali ideali, troviamo che il castigamatti di turno crea altre divisioni, assembrando a sé chi in quel momento crede di essere puro.

L’ho visto in tanti anni e sentito : “Non seguite più il maestro XYZ. IO sono la verità ( K.K.)”. Basta con questi nostri maestri… non li chiamiamo più, non salutateli… liberatevi! Facciamo uno stage solo fra noi… il vecchio è passato!

Ed allora rido ancora perché poi dopo aver fatto l’unione e caso mai fatto uno stage tutti insieme, ricominciano le rivalità fra loro ed allora i loro pulcini stanno a guardare e quando saranno un po’ galletti si rivolgeranno contro e diranno in “corsi e ricorsi”: Ma questi non vanno d’accordo! E no adesso adesso tocca a noi far capire cos’è l’aikido. E la storia infinita continua.

Forse se avessero tutti meno attaccamento sarebbe almeno più onesto.

Dedicato a tutti gli insegnanti della mia Regione che parlano bene e razzolano male!

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Significato del Dojokun – Parte 2

Gichin Funakoshi, Masatoshi Nakayama, Left, Teruyuki Okazaki, Right

Gichin Funakoshi affiancato da Masatoshi Nakayama (a sinistra) e  Teruyuki Okazaki (a destra)

Significato del Dojokun – Parte 1

Hitotsu! doryoku no seishin o yashinau koto! Rafforza instancabilmente lo spirito

Questo principio si riferisce alla realizzazione dell’uomo in relazione ai suoi obiettivi di vita personali. Il principio significa anche “ Cura il tuo spirito di ambizione “: E’ legato indissolubilmente al primo e secondo principio in quanto qualsiasi obiettivo non può essere perseguito se non si ha un comportamento maturo, al fine di evitare effetti erronei. Essere ambiziosi con una condotta interna positiva può dare benessere anche a chi ci circonda. Questo principio ne racchiude altri sei:

1. Mosshoseki (Non lasciare traccia dietro di te ):
E’ il consiglio a vivere in naturalezza come un uccello che non lascia traccia nel cielo o un pesce nell’acqua. Essere naturali non si esplica nè nell’aggressività, nè nella passività. Nello Zen c’è lo stato della “ prima naturalezza “ cioè quella del lattante che ha tutte le porte aperte e quella della “ seconda naturalezza “ che deve essere elaborata. L’autoconsapevolezza non permette la sopportazione come quella animale che deve adattarsi alle circostanze che gli sono assegnate dalla natura. La vita conscia dipende dal divenire e dai nostri obiettivi. Eppure anche la vita consapevole deve fare i conti con la sua origine naturale. La vita umana matura su due coordinate: apertura nell’aspirazione e conservazione nell’amore. Mosshoseki si riferisce all’equilibrio tra i due poli di destinazione: dipendenza dalla natura e autonomia consapevole. “ Non lasciare tracce “ significa che l’individuo ( non divisibile, cioè unico ) deve considerare le esigenze personali con modesti e autocontrollo. Chi è in preda all’egocentrismo, dipendente dai propri desideri e avidità si pone al centro del mondo ( ne abbiamo parecchi esempi in politica ), arroga a sè ciò che appartiene agli altri o agisce in modo da pregiudicare gli altri. Tali individui non vivono in armonia con le basi vitali esistenti. Lasciano una traccia dietro di loro ( Goseki ) e in ragione della mancanza di rispetto delle regole prime della vita producono danni.

2. Hito kome, hito ase ( Un chicco di riso, una goccia di sudore ):
Rappresenta l’idea che un’arte marziale non può essere appresa come una scienza, ci vuole una giusta condotta e soprattutto la capacità al sacrificio. Non bisogna pensare puntando
subito in alto agli obiettivi, tralasciando ciò che è in basso e soprattutto ciò che si ottiene viene sudando.

3. Ko gaku shin ( Mantieni lo spirito aperto all’apprendimento ):
E’ compito dell’allievo creare in se stesso le premesse giuste che lo mettano in condizione di apprendere ( Jitoku: vantaggio per se stesso ). Non pretendiate di sapere però ciò che è giusto o errato imparare. Avere fiducia in chi è più avanti nella via è la cosa giusta da fare. Nel Budo non vi sono gerarchie di progresso al di sotto dello status di Maestro. Parliamo di comprendere la Via e questo non è raggiungibile in tappe. Il progresso è legato alla vicinanza stessa del Maestro ( ishin deshin ). L’importante è essere aperto all’ascolto.

4. Do mu kyoku ( Un’intera vita senza limiti ):
Se si prende in considerazione il perfezionamento interiore allora non vi sono limiti nell’esercizio del Budo. Ancora oggi questa è la differenza tra Budo e sport. Nel Budo la perfezione tecnica ( Shosa ), almeno in Giappone non viene apprezzata particolarmente. La dimensione di cui parliamo è diversa. Richiede un lungo periodo di maturazione spirituale sotto la guida di un maestro della Via. Solo così si può capire “ un’intera vita senza limiti “. Nel Budo c’è un’espressione che è “ ikken-hissatsu “: indica la tecnica ben affinata, ma significa “ uccidere in un sol colpo “. Non si intende l’atto materiale, ma nell’interpretazione filosofica il Maestro utilizza tale espressione per indicare l’azione che origina dall’agire puro, autentico. Attenzione perchè è una meta irraggiungibile dato che si lega al concetto di assoluto, al superamento dell’ultimo limite. ikken-hissatsu nella pratica include sempre il Sundome ( attenzione ), cioè la capacità di fermarsi due centimetri prima di colpire l’obiettivo. Hikken-hissatsu e Sundome sono i due poli della capacità d’azione dell’uomo. Efficacia e controllo vanno a braccetto. L’esecuzione di tecniche prive di efficacia o concentrazione ( noi in Aikido diciamo senza kokyu ), induce ad un atteggiamento interiore sbagliato.

5. Nana korobi ya oki ( Se cadi sette volte, devi alzarti otto volte ):
Fu Bodhidharma ad enunciare tale principio insegnando nel tempio di Shaolin. Non bisogna aver paura di sbagliare. Non dobbiamo sentirci paralizzati, perchè ne risentirà il progresso. Bisogna osare, sbagliare, imparare, rialzarsi e continuare.

6. Karate wa yu no goto shi taezu netsudo wo ataezareba moto no mizu ni kaeru ( Il vero karate è come l’acqua bollente, si raffredda se non provvedi a mantenerla sempre calda )
Questo è l’undicesimo principio del Dojokun. Il M° Funakoshi intendeva dire che il progresso si ottiene con regolarità e costanza dell’esercizio.

Hitotsu! reigi o omonzuru koto! Onora i principi dell’etichetta

La giusta condotta di comportamento rende l’individuo degno di fede, aperto e semplice. Contribuisce a mantenere l’armonia nelle relazioni interpersonali. L’etichetta permette di comunicare ad un altro individuo di essere pronto, nell’ambito del giusto, ad una reciproca comprensione. Il M° Funakoshi definì la cortesia come la base di ogni educazione ed il saluto ( Rei ) come il simbolo più importante. I praticanti che oltraggiano il saluto con la propria negligenza, si dimostrano persone immodeste, egoiste e non capaci di adattamento.
Karate-do wa rei ni hajimari, rei ni owaru koto wo wasuruna Il karate-do comincia nel rispetto e finisce nel rispetto
Senza cortesia il senso del Karate viene meno! E’ uno dei principi del M° Funakoshi che lo pone al primo posto nel Nijukun. In tutte le scuole tradizionali l’etichetta viene osservata alla lettera. L’esercizio senza etichetta aprirebbe la strada alla violenza e ad un concetto distorto di Budo. L’espressione simbolica del giusto comportamento nel Dojo è il saluto (Rei) attorno al quale si sviluppa l’intera etichetta comportamentale (Reigi-saho).

Omoiyari Prenditi cura sinceramente degli altri
Tradotto alla lettera significa “riflessione sincera” e si riferisce alla giusta comprensione dei problemi degli altri. Da tale esercizio si sviluppa l’amore universale (Jin). I praticanti di un Dojo dovrebbero incontrarsi sempre con “omiyari”, con spirito di benevolenza.

Oshi shinobu osu Sii paziente con te stesso e gli altri
Lo scopo del Karate è quello di consentire a ciascun praticante il superamento dei propri limiti fisici e psichici. Bisogna progredire passo dopo passo con pazienza e costanza
Osu Aspirazione e pazienza
L’Osu ( Oss,Uss) spesso nel karate viene usato come suono che accompagna il saluto. L’Osu è la resa fonetica di due ideogrammi cinesi. Il primo significa “cozzare” ( dare una botta) e simboleggia l’atteggiamento per cui una persona si impegna a superare i problemi quotidiani con il proprio agire. Il secondo significa “soffrire” e designa la capcità a tenere duro nelle situazioni difficili. L’Osu comprende per questo due opposti( l’aspirazione e la pazienza) che tuttavia fusi portano ad una vera condotta. Nel dojo si usa l’Oss quando si saluta il Sensei o i compagni oppure come segno che si è capito e che si è d’accordo.Se un praticante ne fa uso nel Dojo segnala che è pronto a conformarsi allo spirito dell’Osu.

Hitotsu! kekki no yu o imashimuru koto! Rinuncia alla violenza

Se un praticante di arti marziali è in grado di arrecare danni agli altri e usa questa capacità è un essere indegno e pericoloso.

Karate ni sente nashi Nel Karate non c’è chi attacca per primo
Pur essendo veicolato dal M° Funakoshi, questo principio è del Bushido giapponese che vietava ai Samurai di sfoderare la spada alla prima provocazione. Questo principio vuole rammentare al praticante il significato dell’intelletto sereno. E’ chiaro che la norma mostra che il karate è per autodifesa. Il secondo significato è legato all’atteggiamento generale nei confronti della vita. La convivenza pacifica tra gli uomini rappresenta un problema da lungo tempo la cui soluzione va trovata più nella maturità individuale che in soluzioni politiche. Ricordate che nel kata del Karate la prima e ultima sequenza è sempre una difesa. Voglio ricordare anche che nel Budo la persona si esercita per vincere se stesso, nella competizione per vincere gli altri. La competizione teoricamente è una violazione di questo principio.

Gijutsu yoi shinjutsu L’intuizione conta più della tecnica
L’intuizione rende vigile un uomo prima che incontri il pericolo. Alla persona senza intuizione rimane solo la tecnica che è ben poca cosa.

Heijoshin kore michi La coscienza abituale è la Via
Definisce in senso traslato lo spirito quotidiano quieto ed imperturbabile che caratterizza il fondamento dell’azione trasparente

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Nijukun i venti principi

1. Il karate comincia e finisce col saluto.
2. Il karate non è un mezzo di offesa e danno. Karate ni sente nashi.
3. Il karate è rettitudine,riconoscenza.
4. Il karate è capire se stessi e gli altri.
5. Nel karate lo spirito viene prima dell’azione.
6. Il karate è lealtà e spontaneità.
7. Il karate insegna che le avversità colpiscono quando c’è rinuncia.
8. Il karate non si vive solo nel dojo.
9. Il karate è regola per tutta la vita.
10. Lo spirito del karate deve animare tutte le azioni.
11. Il karate va tenuto vivo con il fuoco dell’anima.
12. Il karate non è vincere ma l’idea di non perdere.
13. Lo spirito deve essere diverso a secondo degli avversari.
14. Concentrazione e rilassamento devono essere usati nel tempo giusto.
15. Mani e piedi come spade.
16. Pensare che tutto il mondo può esserti avversario.
17. Il karateka mantiene sempre la posizione di guardia (kamae),la posizione naturale (shizentai) è solo per i livelli altissimi.
18. Il kata è perfezione dello stile:l’applicazione è un’altra.
19. Come l’arco il karateka deve avere contrazione, espansione, velocità ed analogamente in armonia, rilassamento, concentrazione, lentezza.
20. Lo spirito deve tendere al livello più alto

( Diciamo che leggere questo mio lavoro fa bene a tutti quelli che praticano un’arte marziale )

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Significato del Dojokun – Parte 1

Le Regole del Dojo con l'occhio dell'aikidoka

Le Regole del Dojo con l’occhio dell’aikidoka

Questo articolo è stato scritto dopo una pressante richiesta da parte di un maestro di karate 7° dan (di cui non faccio il nome), il quale mi chiedeva di interpretare il Dojokun del Karate alla luce delle mie conoscenze aikidoistiche. Ho accettato e non so se ho fatto bene!

di RINO BONANNO

Pur non essendo un karateka ma un praticante di Aikido e come tale cultore del Budo, ci è sembrato doveroso una sistematizzazione dei principi spirituali che sottendono all’arte del Karate sebbene non sia il mio specifico campo, ma affinchè i praticanti di questa arte marziale abbiano una consapevolezza più chiara dei principi a cui noi maestri ci ispiriamo ed a cui gli allievi stessi possono attingere per realizzare la loro vita spirituale in un contesto a prima vista fisico diamo vita a queste nostre fatiche. Questo lavoro di organizzazione dei principi nasce dal nostro studio personale delle arti marziali giapponesi e della cultura giapponese nei suoi aspetti storici, artistici, religiosi e filosofici.
L’origine del Dojokun risale all’origine delle arti marziali. Il primo Dojokun lo dobbiamo a Bodhidarma del monastero di Shaolin. Col tempo e confortati dalle esperienze dei Maestri fondatori come Funakoshi, Kano e Ueshiba si è addivenuti a principi definiti per ogni arte e che aiutano il praticante a superare gli ostacoli interiori della Via del Budo. Si comprende che il Dojokun non è una mera elencazione di principi a cui sottostare, ma al contrario è una spinta pratica all’esercizio della giusta condotta.. Il Dojokun è il “trait d’union” tra la filosofia della Via e l’esercizio della forma con l’intento che le conoscenze acquisite con la pratica non rimangano solo a livello dell’intelletto ma che abbiano una valenza ed un contenuto nel comportamento. E’ il punto nodale della pratica spirituale senza la quale il Budo è solo forma. Non bisogna vedere i principi del Dojokun solo teoricamente ma come ispiratori all’esercizio di un giusto atteggiamento. I principi del Dojokun fanno sì che si possa perseguire un unico obiettivo: la crescita spirituale di un individuo ( non divisibile, unito) in rapporto a sè stesso, agli altri uomini, alla vita ed al mondo intero. In definitiva i principi che sono cinque danno informazioni riguardo alla collocazione dell’allievo nel mondo. Si deve probabilmente al Maestro Sukagawa di Okinawa il Dojokun del Karate adottato poi dalle varie derivazioni del Karate originario.
I cinque principi che regolano il cammino spirituale dell’adepto ed il suo sviluppo in sintesi regolano:

il rapporto con sè stessi
il rapporto con il mondo
la giusta aspirazione
l’etichetta della condotta
l’agire non violento

Si noti appunto come letteralmente vi sia una corrispondenza con:

cerca di perfezionare il carattere
percorri la via della sincerità
rafforza instacabilmente lo spirito
osserva un comportamento ineccepibile
astieniti dalla violenza e acquisisci autocontrollo

Riportiamo il Dojokun del Karate che normalmente viene recitato alla fine di ogni lezione al fine di tenere a mente i principi ispiratori:
Da sinistra a destra e la cui traduzione è stata già fatta sopra riportiamo la versione giapponese:

Hitotsu! Jinkaku kansei ni tsutomuru koto!
Hitotsu! makoto no michi o mamoru koto!
Hitotsu! doryoku no seishin o yashinau koto!
Hitotsu! reigi o omonzuru koto!
Hitotsu! kekki no yu o imashimuru koto!

Spiegheremo più dettagliatamente i cinque principi in linea generale e poi in modo più particolareggiato tenendo presente che ogni principio ne comprende altri specifici e che spesso all’occhio inesperto dell’allievo passano come semplici frasi dette dai Maestri, ma che invece si iscrivono come sottoclassi del primo livello, dato che ogni frase può essere racchiusa in una delle precedenti. Ad esempio esplicativo spesso l’allievo nel Dojo pronuncia la parola Oss senza sapere che fa parte del quarto principio e cioè “osserva un comportamento ineccepibile – onora l’etichetta”.
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Hitotsu! Jinkaku kansei ni tsutomuru koto! Cerca di perfezionare il carattere!

Questo principio si riferisce al rapporto che l’allievo ha con se stesso. Sta a significare che non è sufficiente solo la perfezione a livello corporeo o della forma del karate. Richiama a rendersi conto di numerosi aspetti devianti del carattere: egoismo, presunzione, autostima eccessiva o vittimismo. E’ necessario questo lavoro pratico dato che il corpo ha una fine mentre lo spirito ed il carattere possono continuare a crescere. Questo principio come abbiamo detto ne racchiude altri sei espressi come è abitudine dei Maestri giapponesi attraverso delle frasi:

Ichi michi issho – Un giorno, una vita
Meikyo shi sui – Uno specchio limpido riflette la verità
Kenjo no bitoku – La forza reale nasce dalla modestia
Todai moto kurashi – C’è buio ai piedi di un faro
Ken Zen ichi – Spada e Zen sono una sola cosa
Ri no shugyo, waza no shugyo – L’allenamento austero dello spirito è l’allenamento austero della tecnica

Passiamo alla spiegazione dei sottoprincipi ricordando che si iscrivono nel primo principio del Dojokun, quello che indaga sul rapporto con se stesso:

1.Ichi michi issho ( Un giorno, una vita ):

Lo scopo della vita non è perseguire il benessere economico, questo crea ansia e preoccupazioni e ci si allontana dal senso della vita. Non si pratica per uno scopo: è nell’arte stessa lo scopo. Nonostante i modelli devianti dell’attuale nostra società è buona regola non applicarli alle arti del Budo….ricordo che quando avevo 18 anni il M° Hiroshi Tada (Direttore Didattico dell’Aikikai e allievo diretto oltre che di Ueshiba anche di Gichin Funakoshi con cui conseguì il grado di cintura nera 4° dan) spesso diceva: “ L’Aikido si fa senza scopo “. Pur non capendo a quel tempo che intendesse dire, con la pratica le cose mi sono diventate chiare. L’asservimento ad uno scopo impedisce finalità più alte. L’importante è trasferire un proprio contenuto a ciò che si fa e non si fa per ottenere….e poi una vita può durare un solo giorno.

2.Meikyo Shi sui ( Uno specchio limpido riflette la verità ):

E’ necessario essere trasparenti e limpidi, essere uomini di onore. La disonestà fa perdere onore e rispetto. Ciò che diciamo deve essere mantenuto e seguito da un’azione giusta.
3. Kenjo no bitoku ( La forza reale origina dalla modestia ): Nonostante molti perseguono il potere e così porsi sugli altri a proprio vantaggio questo non realizza una vera forza. L’autoaffermazione nasconde pozzi neri e vuoti da colmare. Chi persegue le proprie manie di grandezza, immature offre ai non dormienti solo un quadro interiore estremamente primitivo, tanto più nocivo se radicato in dirigenti politici dove allora la situazione si colora di pericolosità ( …come è attuale tutto questo! ). Non è forza reale…..invece la modestia come antagonista dell’Ego fa scaturire la forza interiore, ci permette di scacciare i demoni dell’arroganza e della superbia. La modestia ci porta alla pace ed all’armonia ( ….come è attuale tutto questo! ) perchè consapevoli di qualcosa che ci unisce come essere umani.

4. Todai moto Kurashi ( L’oscurità è ai piedi del faro ):

Tutti vorrebbero essere il faro che illumina gli altri e questo ci riporta al concetto del potere…solo che molti non si rendono conto che ai loro piedi per quanto si ergono, alla loro base c’è l’oscurità. Siamo in un mondo di falsi fari che trasformano gli istinti più bassi come forieri di luce ( basta accendere la televisione ). Una luce forte proviene dagli strati più intimi della propria persona…non dimentichiamolo!

5.Ken Zen ichi ( La spada e lo Zen sono una sola cosa ):

Si deve al monaco Takuan nella sua famosa lettera detta Taiaki e inviata a Yagyu Munenori rappresentante della Yagyu ryu questa frase che sta ad indicare come la vera unità si deve alla fusione di Ri e waza, cioè di spirito e tecnica. Takuan intendeva dire che solo l’apprendimento della parte corporea sarebbe stato un
insuccesso, perchè la maggior parte degli adepti non è disposta allo spirito. Anche qui si propugna l’idea di liberarsi dal proprio Io affinchè non vi sia più Zen e Ken..allora apparirà sia il Ken che lo Zen perchè la spada è rivolta ad uccidere il proprio Io. Non si tratta di vincere avanzando o indietreggiando, ma di vincere conservando la propria posizione, e questo è possibile solo svuotandosi dai desideri come una montagna inamovibile. E conclude: “ In uno spirito totalmente privo di pensieri ed affanni neanche una tigre saprebbe dove porre gli artigli “.

6. Ri no shugyo, waza no shugyo ( Studio dello spirito e studio della tecnica ):

Superando l’Io e non facendosi fagocitare dai moti interni ( emozioni, desideri, pregiudizi ) si è liberi, si ha una consapevolezza inconscia che vale a dire una incoscienza inconsapevole. Qui nasce il vero guerriero a mio avviso. La vera maestria in un’arte è se si è padroni dello spirito e della tecnica

7. Hitotsu! makoto no michi o mamoru koto! Segui la via della sincerità

Questo principio si riferisce al rapporto tra l’uomo e il mondo circostante.
Nel cammino verso un fine è necessario un’equilibrio armonico tra se stessi e le circostanze esterne. La comunicazione viene meno se il comportamento è errato, egoistico o superficiale. Se si pretende più di quanto si dà o viceversa si promette e non si mantiene o peggio ci si propone grandi cose, ma si conclude poco, allora si suscita l’indignazione degli altri inficiandone il rapporto che diventa superficiale e non più sincero. Solo nella via della sincerità fra esterno e interno l’uomo può essere libero.
Tale principio ne racchiude altri nove:

1 Dojo nomino Karate ta omou na :Il Karate non si pratica solo nel Dojo
2 Karate wa gi no tasuke :Il Karate aiuta la Giustizia
3 Fugen Jikko: Le tue azioni parlano per te
4 Gassho :Sii riconoscente
5 Mizu no kokoro :Spirito come l’acqua
6 Wazawai wa getai ni shozu:La sventura è figlia della disattenzione
7 Koe naki o kiki, katachi naki o miru :Il non-suono che puoi udire e la non-immagine che puoi vedere
8 Setsu do motsu: Sii forte e comprendi quando cedere
9 Mazu Jiko wo shire, shikosite tao wo shire: Prima conosci te stesso, poi l’altro

Spieghiamo questi sottoprincipi che fanno capo al secondo precetto: Difendi la via della verità e che analizza il rapporto con il mondo.

1 —–Dojo nomino Karate ta omou na ( Il Karate non si attua solo nel Dojo ):

Questo principio si trova all’ottavo posto del Nijukun ( venti precetti ) elaborato dal M° Funakoshi. Sta a significare che l’esercizio della tecnica nel Dojo non è più importante dell’esercizio della sua condotta interna nella quotidianità. Il progresso nelle arti marziali non è il risultato esclusivo della tecnica. Il segreto è nella propria condotta interiore. Nel Budo conta solo il valore di cui un praticante dà prova nella lotta contro se stesso.
Non dimentichiamo che Dojo non significa solo “ luogo dove si pratica la Via ” ma più dettagliatamente “ luogo dove si uccide l’ Io “.

2——Karate wa gi no tasuke ( Il Karate aiuta la giustizia ): E’ un principio che si trova al terzo posto del nijukun. L’esercizio nelle arti marziali crea uno spirito che serve anche alla giustizia nel quotidiano. Una giustizia fondata solo sulle leggi, ma priva di un pensiero giusto e di un comportamento giusto non ha molto valore.

3—Fugen jikko ( Le tue azioni parlano di te ):
E’ inutile discutere privi del senso del realismo. Alla base di un’affermazione deve esserci cognizione e non solo teoria vacua. E’ innegabile che il mondo attualmente è più pervaso di parole e di opinionisti senza che essi abbiano cognizione pratica di ciò che affermano. E’ una saggezza facile esportata quotidianamente nelle nostre case ( sic! ) dai mass media.

4—-Gassho ( Sii riconoscente ):
Gassho è un gesto che deriva dal Buddhismo Zen. Consiste nell’unire le mani davanti al petto con gli avambracci orizzontali, le spalle rilassate e le mani verso l’alto. Ci si concentra sul Tanden e si predispone l’animo ad una sensazione di riconoscenza ( genitori, divinità, vita ). Senza il senso di gratitudine saremmo solo animali. E’ un gesto che gli aikidoisti compiono all’inizio ed alla fine di ogni lezione.

5—-Mizu no kokoro ( Uno spirito come l’acqua ):
Lo spirito di un guerriero è chiaro e limpido come la superficie di un lago. Questa superficie riflette tutti gli accadimenti nel proprio ambiente, così l’esperto di arti marziali è in grado di decifrare naturalmente le azioni del suo avversario e di conseguenza sarà capace della giusta azione. Se la mente è offuscata da pensieri e illazioni si diventa come un lago la cui superficie è percorsa dalle onde. In tal caso privi delle giuste cognizioni l’agire risulterà errato. E’ un concetto che si ritrova spesso nei testi tradizionali, come l’Hagakure o il Gorinnosho di Musahi o del monaco zen Takuan quando si rivolge a Yagyu.

6—Wazawai wa getai ni shozu ( Le sventure accadono per disattenzione ):
La disattenzione è nemica della concentrazione e di conseguenza di tutti gli obiettivi. Per essere un buon guerriero bisogna avere una consapevolezza desta e vigile, e tutto sarà possibile.

7—-Koe naki o kiki, katachi naki o miru ( Il non rumore che puoi udire e la non immagine che puoi vedere ):
Con un austero allenamento un Maestro può mettersi in condizione di percepire cose e situazioni per la cui percezione non basta uno spirito attento. Qui entriamo in un’altra dimensione in cui si riesce a differenziare tra più stimoli sensoriali l’essenziale dall’inessenziale. Pensate alla scena del film di Kurosawa “ I sette samurai “, quando uno di loro prima di essere sottoposto al test del bastone, ride e non varca la porta. Qui è necessario un allenamento profondo affinchè si riesca a sentire il ki intorno a noi: è come creare intorno a noi una sfera impalpabile e rendersi conto di chi la infrange o di chi vuole infrangerla. Il M° Tada Hiroshi spesso ci diceva che dovevamo ascoltare con “ le orecchie dello spirito “.

8—–Setsu do motsu ( Sii forte, ma consapevole di quando cedere ):
Ci comportiamo in modo opportuno quando c’è equilibrio interno tra sentimenti e superamento dell’io. Quando ci sopravvalutiamo dobbiamo sempre mostrare una forza che non abbiamo e così si distruggono i propositi che ci eravamo prefissi sulla Via. Bisogna praticare l’etichetta del Rei che ci porta al rispetto e quindi all’esercizio della giusta condotta. Chi demolisce le cose degne di rispetto si colloca in una posizione debole. E’ necessario inchinarsi ed uccidere il proprio Io se si vuole progredire nella Via. Accettare questo e cedere all’inchino, per esempio dimostra forza e capacità di liberarsi dall’io.

9—-Mazu jiko wo shire, shikoshite tao wo shire ( Conosci te stesso, poi l’altro ):
Tutti pensano che la propria opinione sia quella esatta. Non si dovrebbe dire agli altri ciò che è giusto o sbagliato se non abbiamo trovato la verità in noi stessi. E’ necessario conoscersi a fondo ed avere uno spirito aperto e non specialistico in un solo ambito. Lo spirito concentrato in una specializzazione vieta di aver una visione più grande ed è il contrario della maturità. Purtroppo questi specialisti nel mondo odierno vengono spacciati per modelli da seguire nonostante siano poi inadeguati. Se conosco me stesso posso dare agli altri e spingermi alla comprensione, come recitavano anche gli antichi: “ Nosce te ipsum “.

Fine della Prima Parte
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Significato del Dojo

Il dojo di Iwama

L’area deputata all’esercizio marziale nella tradizione Giapponese è denominata Dojo 道場, ovvero “luogo dove si segue la Via”, intendendo con questo termine oltre ad un luogo fisico, anche una zona permeata di sacralità, dove i praticanti si trovano ad esprimere le proprie energie al conseguimento della maestria nella loro arte e al superamento della stessa

di RINO BONANNO

L’Aikido, 合気道 in quanto arte tradizionale giapponese, si pratica anch’essa in un Dojo.
Tale luogo deve necessariamente avere una configurazione ed una struttura atta a svelare il proprio significato spirituale se vuole meritare l’antico appellativo Buddhista di Dojo.
Molti praticanti di arti marziali hanno dimenticato la sacralità del luogo che li accoglie.
Sappiamo tutti che all’interno del Dojo va praticato il silenzio e forme di rispetto le cui regole confluiscono nel campo più ampio dell’etichetta, ma certamente non è solo l’osservanza a tali norme che definisce un luogo “sacro”.
Intendiamo proprio affermare che un Dojo deve avere una conformazione architettonica che lo rende, al pari di un tempio, chiaro nei suoi disegni spirituali.
Deve cioè esprimere nella sua struttura l’organizzazione stessa dell’Universo.
In contrapposizione all’uomo Occidentale, che vede nel Sud, dimora della massima luce solare, l’espressione del Divino (Egizi, Incas ed altre culture), l’Orientale, invece, ascrive al Nord, dimora della notte, il massimo della valenza spirituale.
Egli considera la luce solare un evento esteriore della Natura.
Afferma che l’oscurità della notte va rischiarata dalla luce interiore e divina.
Questa premessa è necessaria affinchè si comprenda l’assegnazione degli spazi all’interno di un Dojo.
In relazione a ciò che è stato detto appare chiaro che una sala con le sue quattro pareti avrà un orientamento in base ai quattro punti cardinali e che il Nord sarà il lato superiore ( Kamiza ) ed il Sud, il lato inferiore ( Shimoza ), da un punto di vista squisitamente spirituale.

KAMIZA 上座 è il lato superiore posto a Nord, privo di finestre, che non riceve la luce solare, ma è illuminato dalla presenza dei Kami o Divino.

Il Kamiza dell'Aikikai Hombu Dojo

Da qui scaturisce l’insegnamento.
E’ qui che si siede il Maestro, che è l’unico a dare le spalle allo Shinden 寝殿 (altare) che nei Dojo di Aikido accoglie una calligrafia o la foto di O Sensei.
Sempre dal lato del Kamiza vi è il Tokonoma 床の間 (spazio sopraelevato).
Si comprende che il Maestro rappresenta il punto di unificazione tra O Sensei, in quanto incarnazione della Via, e gli allievi, posti non solo lontano, ma al lato opposto del Centro spirituale, ma in grado di poter vedere la luce che da essa emana.

SHIMOZA, la parete Sud, è il lato inferiore dove si siedono gli allievi.
E’ da qui che essi accedono al Dojo attraverso un ingresso da cui può entrare la luce solare (esteriore), che avranno alle spalle, mentre il loro sguardo sarà rivolto di fronte alla luce interiore del Kamiza.
Gli allievi Anziani o Sempai 先輩 siedono più vicini alla parete Est o Joseki, dove, per altro, prendono posto gli assistenti.
E’ da Est che sorge il sole, quasi a voler significare che gli assistenti e i gradi avanzati sono illuminati per primi rispetto ai gradi più bassi o Kohai 後輩 , che invece sono più vicini alla parete Ovest o Shimoseki al tramonto.
Sono ancora all’oscuro della luce della Via.
E’ singolare che l’ingresso del Maestro nella sala è posto sulla parete Ovest in modo che il Maestro dia le spalle al tramonto e di conseguenza all’oscuro.
E’ implicito che il Maestro essendo più avanti nella Via è anche quello più vicino al centro spirituale, rappresentato dallo Shinden.
L’Aikido si pratica su materassine o tatami (2 x 1 metro), una volta costruite in paglia di riso.
I tatami devono essere posizionati in un ordine preciso al fine di disegnare figure simboliche, che ricordano ai praticanti l’ordine che regola l’Universo.
Essi vanno posizionati in quadrati affiancati.
Ogni quadrato deve constare di otto tatami allineati due a due in senso verticale e orizzontale.
Si viene così a creare un simbolo molto conosciuto nella tradizione orientale e che sta a significare la rotazione intorno ad un polo.
E’ chiara la relazione con le leggi dell’Universo.
D’altro canto in rapporto alla concezione degli opposti e complementari, ormai nota ai più, e cioè alla coppia Yin e Yang che, insieme, formano l’unità (tao) si possono considerare passivi o negativi (yin) i tatami orizzontali e attivi o positivi (yang) quelli verticali.
Anche qui risulta chiaro il significato intrinseco del simbolo e della forza di tale dipolo.
Viene dato un senso del movimento a strutture fisse che è il movimento in natura degli accadimenti (giorno/notte etc).
Gli allievi di un Dojo, secondo la tradizione più pura inoltre, dovrebbero non soffermarsi mai sulle linee di separazione dei tatami, perseguendo essi l’unità, ma camminare secondo linee parallele alle pareti stesse.

Per ogni praticante degno di tale nome il Dojo assume, dunque, una valenza differente.
E’ un luogo da curare, rispettare, pulire e purificare, perché espressione dello spirito di coloro che lo frequentano. La conoscenza della sacralità del luogo spingerà gli allievi al giusto atteggiamento per l’acquisizione della propria arte e dei suoi valori spirituali.
Il Dojo non è una palestra, deve risplendere del lavoro degli adepti.
E’ la nostra seconda casa, quella spirituale, in cui si entra lasciando fuori egoismo, preoccupazioni, competizione e gli affanni quotidiani.

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Arti Marziali e Bambini

Rivolgere la propria attenzione al "pianeta bambini"

Ognuno di noi come individuo, vale a dire “non divisibile”, unico, ha il dovere di contribuire in qualche misura al miglioramento della comunità in cui viviamo. In qualità di maestri di arti marziali, certamente quello che possiamo fare è rivolgere la nostra attenzione a quelle forze piccole, innocenti, ma al contempo grandi nella loro potenzialità, che corrispondono al “pianeta bambini”

di RINO BONANNO

E’ indubbio che la nostra società, con gli attuali accadimenti degli ultimi anni, vive momenti difficili se non oscuri e di incerta comprensione. Sembra che non ci sia un assestamento né sociale né individuale che possa soddisfare le spinte spirituali verso cui naturalmente gli esseri umani sono sospinti. Ognuno di noi come individuo, vale a dire ” non divisibile”, unico ha il dovere di contribuire in qualche misura al miglioramento della comunità in cui viviamo.
In qualità di maestri di arti marziali, certamente quello che possiamo fare è rivolgere la nostra attenzione a quelle forze piccole, innocenti, ma al contempo grandi nella loro potenzialità, che corrispondono al “pianeta bambini”… il mondo di domani, forse una società differente.
Certo lo sport, quello cosidetto minore, non asservito a logiche economiche e ad alti interessi in questo senso, privo di corruzione che tanto serpeggia altrove, può dare un contributo educativo notevole allo scopo che ci siamo prefissi: creare nel nostro piccolo i mattoni di un mondo diverso, più giusto affinchè risaltino cristallini i valori etici. Senza dubbio molti maestri di arti marziali hanno ben definita questa autoconsapevolezza, che li spinge con gioia ai sacrifici e alla pazienza che richiede l’educazione dei nostri piccoli allievi.
Il lavoro di noi maestri ha sempre presente un solo fine, curare certo il corpo, ma soprattutto l’autostima e la mente del bambino affinchè da adulti saranno persone oneste e sincere.
Vorrei a questo punto elencare quelli che sono i diritti dei bambini:
Diritto di divertirsi e di giocare
Diritto di vivere lo sport
Diritto di beneficiare di un ambiente sano
Diritto di essere trattato con dignità
Diritto di essere allenato e circondato da persone qualificate
Diritto di seguire allenamenti adeguati ai propri ritmi
Diritto di misurarsi con giovani che abbiano la stessa probabilità di successo
Diritto di partecipare a manifestazioni adeguate e gioiose
Diritto di partecipare in sicurezza e serenità
Diritto di avere tempi di riposo
Diritto di non essere un campione

Diritto di divertirsi e di giocare

L’ Aikido si può considerare come un complesso spartito musicale, la cui lettura consente al principiante un’interpretazione che agisce, in ultima analisi, sull’ intelligenza creativa, sulle emozioni e sulla rivisitazione dell’esperienza e del vissuto, modificando nel percorso lo status pregresso e influenzando la qualità del nuovo agire.
L’ Aikido è utile al potenziamento ed alla coordinazione delle qualità psicofisiche del bambino, concedendolo ad un rafforzamento progressivo della volontà e della concentrazione. Attraverso il laboratorio corporale, basato sulla espressività del movimento e sull’alibi marziale, utilizza la visualizzazione mentale, i colori ed i suoni, nonchè lo studio precipuo sui vari aspetti della relazione e del ruolo, educando così il principiante ad un corretto rapporto tra il riconoscimento della propria identità e la socializzazione.
Lavorando sui segmenti del gesto, così come su una partitura musicale, il bambino realizza un’azione efficace destinata al successo che implementa la sua consapevolezza e l’ascolto della propria energia in relazione all’evento esterno. Pensiamo all’ educazione dei bambini samurai di un tempo e come è attuale il tutto. Noi in Aikido non ci discostiamo troppo da ciò che segue:
C’è un modo di educare i figli dei samurai, come conviene alla loro classe sociale: per prima cosa bisogna insegnare loro ad essere coraggiosi sin da bambini.
Non si deve impaurirli o dir loro delle bugie neanche per scherzo. Se si diventa paurosi da piccoli, non si guarisce per tutta la vita.
Genitori imprudenti insegnano ai bambini ad avere paura dei lampi e dei tuoni e raccomandano loro di non andare al buio. E’ ancora più disastroso raccontare loro fatti paurosi per farli smettere di piangere.
Se si rimproverano troppo duramente i bambini finiscono per diventare timidi.
Bisogna educarli a non prendere brutte abitudini dalle quali è difficile liberarsi anche da adulti.
I bambini debbono imparare gradualmente un buon linguaggio e la cortesia, evitando l’avarizia e l’egoismo. Se nascono in una famiglia normale e ricevono una simile educazione, crescono in modo ideale. E’ naturale che i figli di genitori che non vanno d’accordo tra loro manchino di pietà filiale.
Anche gli animali e gli uccelli, fin dalla loro nascita, crescono imitando quanto sentono e vedono.
Per di più ci sono delle mamme insipienti che mettono in contrasto il padre con i figli. Quando le mamme amano in modo esagerato i loro bambini, cercano di proteggerli se vengono rimproverati dal padre. Tali madri col loro modo superficiale di vedere le cose si appoggiano ai figli confidando in loro per l’avvenire.

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