L’Aikido e i Bambini

Lezione di Aikido per Bambini a Sligo (IRL), 2008

Oggi, nel momento in cui due miei praticanti che hanno cominciato la loro pratica dell’aikido quando avevano 8 anni raggiungono (dopo dieci anni di impegno) lo Shodan, ripropongo una nuova versione di un mio articolo sull’ Aikido e i bambini…

di NINO DELLISANTI

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Il mio primo incontro su un tatami con dei bambini, nel contesto di una lezione di Aikido, risale a circa venticinque anni fa. Avevo offerto, alla direzione del dojo nel quale praticavo, la mia disponibilità affinché si potesse sostituire l’insegnante che fino a quel momento aveva avuto la responsabilità del corso bambini.
Nuovi impegni lavorativi gli rendevano impossibile proseguire il corso.
Ovviamente raccolsi con entusiasmo l’opportunità che mi si offriva.
L’idea stessa dello “sperimentare” l’insegnamento faceva parte di un ideale traguardo, idea diffusa e collettivamente condivisa, che si poteva cogliere in tanti praticanti della disciplina…
Aprendo una parentesi si può dire che molto è cambiato da allora…
Per tornare a quel periodo, fu così che mi ritrovai con quattro giovani aikidoisti e con un numero di problemi mai immaginati prima.
Se non fosse chiaro il dato personale di partenza, bisogna ricordare e sottolineare che ero un giovane praticante, inoltre posso tranquillamente affermare che ero nello stato in cui prevaleva la condizione del “furore” fisico. L’immagine della pratica “Aikido” che predominava in me, ma anche in quel preciso periodo storico, era costituito quasi esclusivamente da una sostanziale fisicità che tutto poteva e doveva rendere possibile.
Certo, vi erano gli aspetti profondi della pratica, quelli cosiddetti “filosofici” ma in primo luogo si ascoltava il corpo nel suo lavoro e se ne trovava compiacimento e soddisfazione.
Insomma, credo che questo non sia molto diverso da quanto probabilmente alberga in un odierno praticante giovane di età e con una fisicità che cerca le occasioni per esprimersi. Oggi una riflessione mi farebbe dire che è un dato insito nell’età di chi pratica, una determinata idea della pratica.
Ecco che trovarmi ad insegnare a dei bambini mi metteva di fronte, all’improvviso, ad un’altra dimensione della pratica. Mi sono immediatamente reso conto che non ero pronto, e, a dire il vero (ma non per trovare facile giustificazione), non erano pronti nemmeno i tempi.
In quegli anni i bambini, nella pratica dell’aikido, erano visti come dei marziani.
Diversi gli argomenti contrari ad un impegno rivolto ai più giovani: Le leve sono pericolose!!! I bambini non possono cogliere gli aspetti “filosofici” dell’arte!!! L’aikido è troppo complicato tecnicamente perché un bambino possa riprodurne i gesti!!! E molti altri luoghi comuni.

Lorena Chierchini, 4 anni si diverte a giocare al Buki-Waza

Ciò nonostante e nonostante il fatto che io non fossi pronto fui, però, sedotto da quell’esperienza così difficile per me. Ricordo, ad esempio, l’orgoglio che nutrivo ogni qualvolta trovavo risposte didattiche che producevano risultati positivi. Questo senso di soddisfazione che mi portò, in un’occasione, a far vedere quelli che erano i progressi dei “miei bimbi” a colui che era il mio Maestro di Aikido. Ricordo ancora, in modo indelebile, che alla fine della dimostrazione mi avvicinai a lui per raccogliere un’opinione con l’intima convinzione che ne sarei stato gratificato. Immaginate se ero preparato al fatto che l’opinione potesse essere condensata in “sono solo dei bambini”.
Quello era il comun sentire della comunità Aikido e il mio Maestro non poteva pensarla diversamente e in fondo ero d’accordo con lui.
Ma quanto accaduto, la frustrazione di ciò, non mi impedì di cogliere che in quella pratica si esprimeva qualcosa che non sapevo ancora definire ma che non avrei fatto cadere nel vuoto.
A questo punto c’è una pausa che mi porta al 1992. Anch’io dovetti lasciare quel corso per sostituire quel tempo, non più “libero”, con il lavoro, ma nel ‘92 fondo insieme ad altri la nostra piccola Associazione con un dojo tutto nostro, e per scelta dell’associazione decidiamo di aprire un corso bambini.
Lo si propone per la sua valenza educativa, la mancanza di competizioni contrapposta a discipline e attività che domandano di vincere.
Anche qui, nella scelta di queste motivazioni (vere per altro) si potrebbe dedurre che non vi era ancora fiducia nel fatto che la pratica dell’Aikido fosse veramente accessibile ad un bambino.
Di questo periodo ricordo la fatica, la mia e quella di chi, con me, portava avanti il corso per trovare una coerenza tra ciò che gli adulti praticavano e il lavoro di quei bambini, ricordo lo sforzo nel formarci partendo quasi da zero.
Fino a quel momento si sapeva dell’esistenza di corsi di Judo e karate. Corsi di Aikido per bambini?
Se ne vociferava ma poco si sapeva, l’informazione non circolava. Nel mentre l’attenzione ci faceva osservare come erano continuamente possibili scoperte, e come artefici di queste scoperte fossero i bambini stessi.
La passione, innanzitutto, che si trasforma in applicarsi negli esercizi, sempre vissuti come scoperte di un mondo nuovo, fatto di potenzialità organizzabili. Insomma, apprendere attraverso il gesto ludico poiché è indubbio che per un bambino il gioco sia vita, apprendimento. E poi c’è la fiducia che viene riposta nell’insegnante, che per qualche ragione viene chiamato maestro – se non per la maestria posseduta piuttosto per il ruolo di trasmissione di un sapere. Quello che colpì, e colpisce ancora, la mia percezione è il carattere di esperienza vissuta in modo “assoluto” che un’attività svolta da bambini disvela.

Aiki Kids! il Ki del sorriso

Ecco il senso del Budo, di via marziale, ben prima di una razionalità che vi ci si impegna, ma è lì, naturale, nel suo esserlo nella sostanza.
Una rivelazione.
Mancavamo solo noi, eravamo diventati consapevoli che non era l’Aikido ad essere difficile per i bambini, eravamo noi che non possedevamo sufficienti strumenti per stabilire la relazione a livello tecnico.
E’ a questo punto che avviene l’incontro determinante. Così come è stato determinante per il mio aikido l’incontro con Christian Tissier, accade che per l’aikido giovani conosco Jean Michel Merit. La prima volta che lo vidi al lavoro e avevo così la possibilità di ascoltarlo, molto mi fu chiaro: tutto si può insegnare ai giovani aikidoisti, è esclusivamente questione di essere in grado di osservare quanto esprimono se liberi di farlo, per arrivare a comprendere quali elementi possono riprodurre, senza concedere nulla a interpretazioni semplificatrici e con un’attenzione continua che rispetta e salvaguarda un giovane corpo che si va costruendo. Nulla è impossibile, è questione di metodo e di gradualità, unito ad un rigore negli obiettivi motori da raggiungere per uno sviluppo coerente con l’età ma che, soprattutto, non sottovaluta (come sovente fanno gli adulti quando hanno a che fare con i bambini) le potenzialità naturali di ciascuno.

Il secondo punto di riflessione a cui mi ha condotto Jean Michel Merit è, se possibile, ancora più potente: la funzione educatrice è un autentico lavoro di “restituzione”.
La realtà e la società (aikido incluso) in cui viviamo, nonostante i difetti che possiamo riconoscere, hanno dato, ad ognuno di noi, molto. Insegnare ai bambini ci dà la possibilità di restituire qualcosa alla società e renderci cittadini del mondo.

Copyright Nino Dellisanti © 2011
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Aikido: Perché Vergognarsi di una Disciplina che non è Efficace ma Piuttosto Efficiente?

Aikido

I tre Kanji di Aikido

Nino Dellisanti, insegnante di riferimento dell’Associazione Shisei Torino, aderente al Progetto Aiki, esordisce sulle colonne di Aikido Italia Network con un importante contributo sul tema dell’efficacia/efficienza nell’Aikido che fa da contralto ai precedenti interventi sul tema da parte di Fabio Branno e Simone Chierchini

 

di NINO DELLISANTI

Non c’è contenuto senza che vi sia prima una forma. Dovrebbe risultare facile essere tutti d’accordo.
Possiamo inoltre porre l’accento sul fatto che per la cultura giapponese (ma non solo) la forma è sostanza. Anche su questo dovremmo essere tutti d’accordo.
Così dicendo affermiamo che le proprietà di quella “specifica” forma costituiscono di per sé un elemento che possiede una “sostanza” valido per se’ e non solo per quello che contiene.
Nella lingua tedesca si parla della gestalt (traduzione di forma) riferendosi, ad esempio, a situazioni complesse, per sottolineare la configurazione di diversi elementi nel costituire un tutto armonico, che ha. Quindi, significato.
Noi, che studiamo una disciplina giapponese (che questa sia l’aikido o un’altra del budo), accettiamo senza particolari problemi tutte quelle “forme” che costituiscono il reishiki e gli riconosciamo immediatamente uno status che supera il semplice gesto per arrivare ad un contenuto profondo… ma apprendere quella forma è “tecnica”! Si apprende, si interiorizza, se ne assume il significato, agisce su di noi modificando il nostro modo di penetrare la pratica…. Tecnica! Sapersi sedere, compiere un rei, andare a prendere un diploma di grado… qualcuno pensa che sia poco importante apprenderne la tecnica?
Poi improvvisamente si passa a quelle altre forme che definiamo Ikkyo, nikyo etc… e improvvisamente ci si ribella ad assumerne il significato “oltre”. In questo caso può capitare che con fatica si accetti di essere costretti in un preciso ambito arrivando a teorizzare che tutto ciò ne possa minare l’efficacia.
Efficacia? Di cosa stiamo parlando?
Il dizionario (uno qualunque) definisce efficacia come: Il rapporto tra i risultati ottenuti e gli obiettivi posti.
Ancora:
1 Che produce l’effetto desiderato, SINONIMO valido, utile: rimedio efficace
2 Che ha forza espressiva, SINONIMO incisivo, persuasivo: una scena molto efficace.
Ma l’effetto desiderato che ci poniamo nell’eseguire Ikkyo o Chudan Tzuki è quello di atterrare un avversario, colpire un bersaglio per neutralizzare o piuttosto quello di compiere un lavoro su di sé?
Siamo certi di cogliere la vera differenza tra un gesto che può arrivare ad essere gesto sportivo piuttosto che di autodifesa e il budo?
Il problema è che se diciamo che il budo non è sport siamo tutti d’accordo ma se con la stessa motivazione teorica affermiamo che il budo non è ricerca dell’efficacia fine a se stessa ci troviamo su posizioni, tra loro, molto diverse.
Il problema è, a mio modesto avviso, che ci siamo lasciati distrarre dai temi di attualità piuttosto che compiere una riflessione più specifica del nostro dedicarci ad una disciplina. Non siamo noi che abbiamo imposto il tema dell’efficacia come possibilità di difenderci nella strada da un attacco in virtù dell’aver appreso tecniche micidiali, è la “strada”, quella che percorriamo ogni giorno nel tragitto da casa nostra al lavoro, che, diventata luogo dell’insicurezza, propone il suo tema.
Si è snaturato il senso di “effetto desiderato”. Non il lavoro su di noi ma la possibilità di difenderci… errore, orrore.
Ormai è troppo tardi, il lemma “efficace” nei nostri ambienti assume il significato di “adatto ad essere applicato, così come è, alle situazioni reali di scontro”.
E’ un termine che non ci serve più. È diventato inutile. Nel senso comune è divenuto un elemento che ci distrae nella pratica, se siamo praticanti, e nell’insegnamento, se siamo istruttori.
Il termine “efficienza” mi pare essere, quindi, più adatto.
Riprendo il dizionario:
1 Che produce o può produrre un effetto / Competenza e prontezza nell’assolvere le proprie mansioni: e. nel lavoro; con riferimento a cose, capacità di raggiungere i risultati richiesti: controllare l’efficienza. di una macchina || essere in piena, perfetta e., rendere al massimo.

Fino a questo punto, se letta superficialmente, sembrerebbe di trovarci di fronte ad un sinonimo ma poi arriva la seguente definizione:
“L’efficienza è la capacità di azione o di produzione con il minimo di scarto, di spesa, di risorse e di tempo impiegati. Il termine varia ampiamente a seconda delle diverse discipline.”

L’efficacia, quindi, è riassumibile come la capacità di raggiungere l’obiettivo prefissato, mentre l’efficienza si occupa delle qualità intrinseche ad un agire.
Altro che sinonimi!
Ci siamo finalmente arrivati: “efficace” è occuparsi di tecnica nel suo risultato mentre “efficiente” è preoccuparsi dei principi sottointesi nel movimento che stiamo eseguendo (la tecnica).
Ecco che se studiare una tecnica, nella sua forma viene finalizzato ad un comprenderne l’efficienza piuttosto che l’efficacia cominciamo ad agire per ritrovare lo spirito del budo quando si è separato dal Bujutsu, il Do, la ricerca di una Via. Sempre a mio modesto avviso naturalmente.
Perché vergognarsi di una disciplina che non è efficace ma piuttosto efficiente?
Esistono veramente discipline autenticamente efficaci? Non credo, non in quelle che definiamo come arti marziali. L’efficacia (intesa come capacità offendere-difendere) attiene all’individuo e non allo strumento. Alla soggettività e non all’oggettività.

La questione del Metodo
Si apre un nuovo capitolo, sgombrato il panorama da un termine pesante e non pensante (che non aiuta il pensiero) rimane il problema del cosa insegnare e come insegnarlo.
Credo che sia esclusivamente un problema del punto di vista.
Uno studente passa 13 anni della sua vita a conoscere e re imparare le stesse cose, un programma di storia, di matematica, ETC.
Se arriva all’università (facoltà di lettere) senza conoscere la grammatica qualcuno dovrà re insegnargliela oppure tutti noi dovremo accettare il fatto che i neo laureati siano incapaci di scrivere, e di leggere correttamente (con il senso giusto e profondo) ciò che altrove è scritto. Tecnica.
Il desiderio di saltare dei passi è fortemente presente. E’ una attitudine che posso facilmente capire negli studenti, decisamente meno negli insegnanti…
Saltare dei passi nell’insegnamento è dimenticarsi del proprio percorso e proporre il proprio livello come propedeutico. Sarebbe come trovare normale che un maestro elementare proponesse lo studio della storia per come sono le sue conoscenze universitarie piuttosto che tenendo conto del livello dei suoi discenti.
Ma nel budo questo è normale… invece è egoistico. E’ proporsi come modello piuttosto che come docente, o meglio è proporsi esclusivamente come modello affermando che questa sia la condizione sufficiente perché i praticanti possano essere bagnati dal sapere ed esserne ispirati.
Certo, ispirati lo sono, ma per un talento che riesce ad emergere vi sono mille individui ai quali non è stato dato alcuna possibilità per progredire veramente. Una solida base.
La base non è divertente? Neppure la grammatica e a me manca il fatto di non averla studiata a sufficienza quando era il tempo di farlo.

Chi e’ Nino Dellisanti Sensei

Copyright Nino Dellisanti © 2011
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