La Via, la Pecora e la Tigre

Fare Nikyo all'incredibile Hulk?

Fare Nikyo all’incredibile Hulk?

Si parla di Budo come di una via da percorrere, di Aikido come di una via che porta all’armonia con l’energia universale che crea ogni movimento. Ci crediamo veramente o ci fermiamo poi, in ultima istanza al gesto atletico o tecnico? Pensiamo che l’Aikido sia una via e che le tecniche, la pratica siano strumento di una più ampia conoscenza del sé e della sua realizzazione o in buona sostanza pensiamo che l’importante sia saper fare nikkyo anche all’incredibile Hulk non consenziente?

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Lasciatemi fare una premessa, io credo che, sia pur in maniera meno plateale, la tecnologia matrix sia una verità. Penso che ci sia un ipnotizzatore che condiziona ogni gesto della nostra vita, che ci rende sempre più dormienti, convinti di essere pecore in un grande gregge. Non penso che questo ipnotizzatore sia un signore, francamente me ne infischio di sapere chi sia e se sia interno o esterno, ne vedo gli effetti. Dormiamo, siamo pecore in un grande, enorme gregge. Qualcuno però si è svegliato, e i risvegliati vengono percepiti da quelli che anelano a svegliarsi. L’allievo trova il maestro quando è pronto per incontrarlo. Lo diciamo sempre ma questo cosa vuol dire in pratica? Che il maestro ci farà un sorriso aprirà le sue braccia pelose e ci dirà ” vieni figliuolo caro che ti do il settimo dan?? Rido come un matto a pensare alla scena perché altro non è che una proiezione (realisticamente banale) dell’ipnotizzatore che ci invita a girarci dall’altra parte nel letto e continuare a dormire, sempre più profondamente.
Le tradizioni spirituali di ogni cultura insistono sull’esigenza di vigilare, di svegliarsi, di anelare al risveglio alla salvezza. Alcuni ci riescono.
Cosa si prova in loro presenza? Che sono desti. Sono loro ad agire, a parlare. Non c’è più l’ipnotizzatore a impartire ordini. Ecco perchè è tanto importante la libertá dalla sessualitá, non necessariamente in senso di astinenza ma almeno in senso di liberazione dal bisogno mentale. Lo stesso dicasi per il bisogno impulsivo al mangiare, al possedere, il bisogno di comunicare, la libertá e la liberazione sono rotonde, e a tutto tondo.
Quale è la differenza tra un essere che non ritenete saggio e uno che invece lo è quale che sia la sua provenienza? Il primo è uno che si fa guidare dall’ipnotizzatore e in qualche modo sentite che non è saggio, mentre colui che vi sfugge, colui sul quale l’ipnotizzatore non ha effetto sará saggio perchè non sta dormendo.
La prima grande suggestione dell’ipnotizzatore è farci dimenticare la nostra vera natura e farci identificare con gli oggetti illusori e posticci che noi comunemente chiamiamo realtá!

difesa personale

Se pensate che l’Aikido sia difesa smettete di leggere 

Se pensate che l’aikido sia un modo per imparare a difendersi dai malintenzionati vi prego smettete di leggere ora, questo articolo non vi riguarda e buttereste via il vostro prezioso tempo a leggerlo.

C’è una storia molto antica che si tramanda nelle scuole di yoga.
Una tigre che faceva spesso incursioni in un villaggio, decimando i greggi venne infine uccisa. Allora arrivò un tigrotto neonato, inoffensivo, sconvolto che si mise a gemere in mezzo agli ovini, iniziando a prendere il latte dalla mammella di una pecora.
Siccome quel tigrotto era carino il pastore lo adottò.
Così il piccolo felino , bisognoso di latte e accudimento prese a vivere con gli ovini.
Quando i cani abbaiavano e il pastore faceva la voce grossa il tigrotto si impauriva. Sentendo belare dalla mattina alla sera si esercitava il più possibile ad emettere questo verso, e vedendo che tutte le altre bestie brucavano l’erba non gli veniva in mente altro che mangiare erba.
Chiaramente non parliamo di una tigre felice, perché quel nutrimento e quello stile di vita non erano adatti alla sua natura.
Stiamo fondamentalmente parlando di una tigre che aveva visto solo pecore in vita sua, si suppone che non guardasse mai le sue zampe e non avendo specchi disponibili finì per pensare di essere una pecora come le altre.

Un giorno gli abitanti del villaggio furono messi in agitazione dall’avvistamento di una nuova tigre ai confini del villaggio.
La belva attaccò il gregge ma con sua somma sorpresa vide che in mezzo c’era anche un tigrotto.
Allora rinunciò a divorare qualche pecorella decidendo di recuperare il suo simile per riportarlo nella foresta.

Tuttavia avvertendo la paura nelle altre pecore e nei pastori il tigrotto a sua volta si impaurì alla vista dell’enorme bestia e si rifugiò nel gregge, belando e gemendo. Tentò di scappare ma la tigre fece un balzo e lo prese per il collo, tenendolo tra le fauci, strappandolo all’unico mondo che esso conosceva,quello dei pastori, dell’ovile e delle pecore terrorizzate.
Una volta nella foresta , la tigre provò a spiegare al tigrotto la sua vera natura e il suo vero destino, ma quello continuava a tremare di paura , a belare.
Allora lo portò ai bordi del fiume , obbligandolo a specchiarsi.

Pausa.

Considerazione intermedia: a questo punto il lettore occidentale medio starà dicendo dentro di sé, si sto parlando a te che leggi perché se capisci la lingua in cui sto scrivendo sei un lettore italiano quindi occidentale, beh starai dicendo “Sì, ho capito dove va a parare questa storia, ho già capito!”. Ed è qui il nostro limite, abbiamo già capito! Ma vi invito a riflettere su questo, intuire il fine di un percorso significa averlo capito? Significa averlo percorso? Ecco gli orientali, oltre a saper fare gruppo direi geneticamente, per quello che li conosco se si trovano di fronte ad un maestro ascoltano, ascoltano parola per parola, percorrono e non credo che si fermino in continuazione a ritradurre quello che viene letto nel proprio personalissimo ” ho già capito”. Perciò se tu che leggi ti riconosci nella persona che a già capito, non andare avanti a leggere, davvero. Se invece pensi che possano nascerti dei dubbi , buona continuazione di lettura.

tigrotto

Chi sono io?

Fine pausa.

Il tigrotto fu portato a specchiarsi e si intimorì ancora di più perché nello specchio d’acqua vide due tigri anziché una sola.
Il tigrotto si guardò meglio e si domandò: “che cos’è? Vedo bene la grossa tigre ma , invece che una pecora come tutte quelle che conosco da quando ho aperto gli occhi, vedo un altro felino”. Provò a capire: “Chi sono io?” . Si osservò meglio di quanto avesse fatto fino ad allora. Vide che aveva le zampe striate di nero e iniziarono già a vacillare la sua memoria, la sua esperienza e la sua mentalità ovina.
La tigre lo condusse nella sua tana e gli offrì carne da mangiare. Il tigrotto si mostrò nervoso dapprima e ne ebbe orrore, dato che non era l’erba alla quale era abituato. Ma poco alla volta superò la sua ripugnanza , perché oltre alla paura iniziava a sentire una certa attrazione per chi lo aveva catturato.
Così tentò di assaggiare la carne. All’improvviso si svelò e risvegliò la sua vera natura, che lo induceva a divorare il pasto a quattro palmenti, a scoprire un gusto che , oltre a dargli soddisfazione, faceva vibrare e scuotere dentro di lui un istinto profondo. Per mostrare la sua gratitudine emise un belato, contemporaneamente la tigre emise un ruggito come quello che aveva terrorizzato tutte le pecore. Invece di spaventarsi il tigrotto sentì l’eco dello stesso verso nascere nella sua gola ancora piena del sapore della carne ed emise il suo primo piccolo e timido ruggito. Ecco perché si tramanda la massima zen: “La pecora belante si è trasformata in tigre che ruggisce” .

Non si cambia una vera pecora in una tigre ma si può trasformare un tigrotto convinto di essere un ovino in una tigre adulta. Quella forza fatta di sonno e schiavitù che ho chiamato l’ipnotizzatore, ha convinto splendide tigri di essere delle pecore spaventate.
Ma l’ipnotizzatore non si accontenta di questo, per essere certo che la tigre non si guardi allo specchio non si limita a convincerla di essere una pecora qualunque , ma una pecora migliore delle altre, una pecora speciale…
I suoi strumenti sono tutti i nutrimenti dell’ego, la vanità il possesso, il desiderio carnale, il potere ( quello finto posticcio e mutevole).

Quando il praticante nel quale è “nato” il tigrotto scorge il maestro, ne è attratto ma dapprima il nutrimento che il maestro propone all’allievo spaventa, sembra estraneo, scomodo. Solo attraversando, FACENDO, si ha l’eco della propria natura in quello che si fa. Finché si pensa di fare, si guarda, si rimugina e si commenta ci si comporta da pecora seduta su una poltrona comoda che nel suo sonno sogna di essere una pecora davvero speciale.
La ricerca estetica , l’imitazione del maestro per propria gratificazione, sono gesti che possono portare, nella migliore delle ipotesi, nell’altalenarsi di frustrazione e gratificazione, a scorgere in vera lontananza il bagliore dello specchio.
Quando il maestro chiama l’allievo non lo fa per dargli una pacca sulla spalla e dirgli “bravo figliuolo sei diventato settimo dan” questo è uno dei più bei sogni della pecora, quando la tigre chiama il tigrotto lo fa con un ruggito che spaventa , lo prende per il collo, e lo porta a mangiare carne cruda sanguinante, e lo fa perché solo così il tigrotto può riconoscere la sua vera natura.
Nella realtà il maestro può fare questo solo se ne ha ” l’ autorizzazione” , se l’allievo si mostra pronto per essere stimolato. Per il resto si può continuare a fare quello che si è sempre fatto, migliorando il proprio vello, lucidandosi gli zoccoli, e continuando a dormire beati. Una delle cose che si è sempre detta nella filosofia orientale, che fa inorridire la nostra coscienza democratica occidentale, è che il risveglio non è per tutti, riscattando il favore dei non predestinati con il principio della reincarnazione secondo il quale magari non è ancora arrivato il momento per il mio risveglio.

Quando il discepolo è pronto il maestro si rivela.
Nessun maestro degno di questo nome ha mai avuto bisogno di conservare chicchessia in stato di dipendenza, il suo unico fine è condurre il discepolo all’assoluta non dipendenza !
Con questo non voglio auspicare alla solitudine o all’isolamento, la frequentazione e l’affezione corrono su binari paralleli rispetto alla crescita, ma in fondo non c’è bisogno di chiarirlo, tutti sappiamo cosa si intende per rapporto di dipendenza a tempo indeterminato (infinito) tra maestro e allievo e il suo contrario, cioè il piacere di scegliere liberamente di frequentarsi e trarne reciproco beneficio.
L’invito che faccio a me stesso e a chi legge è di vigilare sulla comodità della propria poltrona guardandosi intorno in continuazione per riconoscerne gli effetti.

Copyright Massimiliano Gandossi © 2013 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta il 
07/02/2013 su
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I 4 Stadi dell’Apprendimento

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In quale fase dell’apprendimento ti trovi?

Vi riporto qui di seguito una suddivisione in fasi di apprendimento che trovo possa essere utile ad un insegnante per comprendere meglio le difficoltá dello studente e avere degli spunti per il loro superamento, indipendentemente dalla disciplina studiata

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Incompetenza inconsapevole

In questo stadio il praticante ha scarse o nulle competenze tecniche nella materia studiata e non è praticamente in grado di riconoscere questo limite o l’utilitá delle competenze necessarie per la pratica, necessita quindi di prendere coscienza di non sapere e questo processo, e la sua durata dipendono principalmente dallo stimolo all’apprendimento

Incompetenza consapevole

In questo stadio il praticante prende sempre più consapevolezza dei propri limiti e identifica, pur non avendole ancora, le competenze necessarie per superarli. In questa fase l’errore è parte integrante del processo di apprendimento

Competenza consapevole

Il praticante inizia a padroneggiare il gesto tecnico e ad acquisire sempre maggiore competenza. Gli è necessaria una grande dose di concentrazione nel gesto e può studiarlo , praticarlo ed elaborarlo anche senza una costante guida esterna, questo coincide ad esempio con i momenti di pratica libera, con gli stage , interni ma soprattutto esterni al proprio contesto, momenti nei quali il praticante mette la testa fuori dal nido. Nello zen si parla di shoshin o attitudine mentale del principiante per identificare quello stato di apertura all’apprendimento che inizia nella incompetenza consapevole e prosegue certamente in questo stadio.

Competenza istintiva

Esempi comuni sono la guida di un mezzo e destrezze manuali specifiche di attivitá ripetute a lungo. Diventa possibile per certe attivitá lo svolgimento parallelo con altre attivitá ( fare la maglia mentre si segue un film o si legge un libro etc..) , nel caso dell’Aikidom l’esecuzione di un gesto tecnico con questo livello di apprendimento coincide con il rischio di disperdere la mente nel flusso dei vortici di pensiero ed è fondamentale che il praticante sviluppi a questo punto la consapevolezza dello hara e del suo movimento energetico nel kokyu, che diventa la ” seconda attivitá” svolta parallelamente alla prima.

Padronanza consapevole della competenza istintiva

Questo è il livello che è richiesto a chi insegna una materia , la destrezza è inconsapevole ma può essere ” attivata ” a volontá, scorporata in elementi didattici e condivisa con l’esempio e la spiegazione.

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Pubblicato per la prima volta il  22/01/2013 su
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La Pratica, i Dan e il Valore del Sé

Come è possibile valutare la propria crescita nell’ambito di una discoplina?

Quando si manifesta il cambiamento? La crescita ? E come? Come è possibile valutare la propria crescita nell’ambito di una disciplina, di un cammino? Nella nostra disciplina abbiamo i dan, tanto blasonati quanto criticati, origine di desiderio, di ammirazione, di invidia, di rispetto, di autostima e della sua mancanza, i dan…

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Chiaramente il troppo riflettere porta ad avere il mal di testa, ma credo che qualche volta valga la pena di correre il rischio.

Gli indicatori del nostro valore, nella societá in cui viviamo, sono la fama, la quantitá di denaro che abbiamo, l’auto che guidiamo etc…
Sarebbe a dir poco arrogante da parte nostra sentirci realmente e completamente scevri da questi parametri, magari possiamo con buona pazienza ritenerci interessati a liberarcene o a vivere con equanimitá il rapporto con il successo e il fallimento nelle questioni materiali e quotidiane, e dedicarci al sacro fuoco della pratica con dedizione ed impegno disinteressati.

Questo rapporto però è un grande punto di arrivo, una meta spirituale di per sé, nello yoga si chiamano abhyasa ( dedizione) e vairagya ( consapevolezza della natura infinita di ognuno, non turbata dalla polaritá di riuscita o fallimento, gioia e dolore) . Spesso si parla di percorso spirituale connotandolo come un cammino iniziatico alle segrete facoltá oscure della mente, che liberano superpoteri , mentre io davvero amo parlare del cammino che percorro, quello fatto di una misurazione propria, consapevole di quanto sono vicino alla mia vera natura e all’integritá in quello che faccio oppure a quanto vado vicino alla dissolutezza che genera dal rincorrere la soddisfazione continua dei bisogni del corpo e della mente e l’alimentarli di continuo attraverso il pensiero.

Questa è per me la via spirituale di liberazione per l’essere umano, non certo un film pieno di effetti speciali e di inseguimenti mozzafiato, piuttosto un lungo primo piano su un’immagine che porta a stare con le emozioni che questa evoca.

Quindi come potremmo definire la validitá della pratica? Nella qualitá fisica del nostro movimento o nel suo vigore? per certi versi questi parametri possono realmente cambiare indipendentemente dalla nostra volontá, incidenti, invecchiamento, cambiamenti di vita possono minare seriamente la qualitá del nostro corpo e delle sue performances, ci definiremmo allora praticanti dilettanti? Ex praticanti?

Magari allora potremmo valutarci in base alle comprensioni profonde che raggiungiamo, ai livelli di respiro, energia vitale, e armonia con i cicli dell’universo, che raggiungiamo, allora misureremo la nostra riuscita in base al numero di ritiri che facciamo col dato maestro, o alle ore di meditazione che riusciamo a reggere, anche se poi si crea un divario sempre più evidente tra quello che facciamo e quello con cui misuriamo la pratica.

I metri di valutazione cambiano nel tempo

Oppure, insidia delle insidie, ci misureremo in un’ottica devozionale, e allora attenderemo il plauso del maestro e misureremo la nostra riuscita in base all’affezione che il maestro prova per noi o , se siamo noi stessi maestri in base al numero di allievi che frequentano le nostre lezioni. In ognuno di questi casi qual’è il grado dan che pensiamo di meritare? E qual’è il parametro seguito dalla persona in carico di valutarlo? Siamo in attesa come il mio gatto quando mi fissa e mi segue alla sera al mio ritorno perchè si aspetta che gli dia il suo adorato pranzetto? A chi abbiamo riconosciuto il potere di valutarci ? È una persona che sentiamo realmente come un Maestro? O è una persona che ha questo potere all’interno di un’organizzazione? Ma soprattutto questi parametri valutano realmente la qualitá della nostra pratica?

Questi metri di valutazione ci rendono sempre vulnerabili al ciclo dei cambiamenti, e rendono praticamente ( non teoricamente ma praticamente si) impossibile l’instaurarsi di un solido rapporto con se stessi, e l’affermarsi del principio di equanimità sopracitato, che, per esempio nello yoga , è un prerequisito per camminare sulla via.

La minaccia del fallimento e della non affermazione sociale continueranno così a spaventarci e renderci insicuri ( così riverseremo l’insicurezza in proiezioni di ricerca di sicurezza tipo l’efficacia marziale e altre boiate del genere) .
Einstein affermava che non sempre ciò che è misurabile conta qualcosa, e ciò che conta non sempre è misurabile.

Nella pratica cerchiamo tra i cespugli del pensiero e delle forme mentali qualcosa che c’è dentro di noi, col quale allacciare una relazione durevole. Per poter misurare questa relazione possiamo solo chiederci ” in che genere di persona mi sto trasformando con questa pratica? La mia relazione armoniosa con me stesso, la mia vita e gli altri regge quanto sono sotto pressione o va in briciole al primo sconosciuto che mi taglia la strada? È solida o si sgretola quando le nostra aspettative non vengono appagate?”

Nella Bhagavad Gita Krishna dice ad Arjuna ” quando si rinuncia a tutti i desideri che turbano il cuore e la mente quando si è appagati in se stessi e da se stessi, ecco quel che si dice essere consolidato in saggezza” e ancora Gandhi ” Quello che fai può sembrarti insignificante ma è importantissimo che tu lo faccia” .

E allora come saremo distaccati dai risultati ed equanimi se dobbiamo dedicare tanta parte di noi , della nostra energia e del nostro tempo ad una pratica? Sará forse paradossale ma è proprio la forza della dedizione ad un progetto, finanche ad una meta che aiuta a conoscere il significato di imparzialità, perché l’intensità della propria volontà dona una dimensione gioiosa all’esperienza, favorendo il distacco dal risultato stesso.

Ma chi e come può misurare questo livello di realizzazione del praticante in termini di dan? Certamente non può che essere una persona che almeno mi conosce bene, ma poi ne sento realmente il bisogno?
Arriverò a dire, parafrasando Fantozzi nella scena della corazzata Potemkin che i dan sono una cagata pazzesca? O mi terrò il dubbio che possano avere o no valore senza esprimere giudizi arroganti e in cuor mio coltiverò sempre più il distacco da essi?

Un paragone che potranno capire tutti coloro che amano usare la bicicletta per i propri spostamenti quotidiani, perché col tempo, diventa sempre meno importante il luogo da raggiungere rispetto al piacere di compiere il percorso.

Copyright Massimiliano Gandossi © 2012 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta il  02/11/2012 su
http://gorinbushidokai.blogspot.it/2012/11/la-pratica-i-dan-e-il-valore-del-se.html

Il Maestro e l’Insegnante

Max Gandossi nel suo Dojo

Oggi ho chiesto al dojo di chiamarmi solo per nome e di non rivolgersi a me con l’appellativo di Maestro. É da un po’ di giorni che sento crescere in me questa esigenza e penso che abbia a che fare con il rapporto che ho con l’aikido e con il mondo dell’aikido

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Aikido per me é aria fresca del mattino in montagna e il mare al tramonto, é gioia di sentire fatica e dolore e poi di non sentirli piú, é il sorriso del compagno di pratica a fine lezione, é la metamorfosi degli allievi che diventano praticanti.
Il mondo dell’aikido é tutto il resto, e ritengo che quanto cresce al suo interno sia prevalentemente frutto di una sostanziale mancanza che, se non c’é, almeno si percepisce nella nostra discipina, un impianto e un percorso etico e spirituale che affianchi l’apprendimento e la pratica della tecnica.
É sicuramente poetico e affascinante pensare che l’acquisizione di maestria tecnica marziale spinga naturalmente il praticante ad una comprensione superiore della vita e dell’universo, ma dobbiamo fare i conti con la realtà, noi praticanti dell’era moderna dedichiamo assai poco tempo alla pratica e nella miglio delle ipotesi, quando siamo diligenti e costanti, andiamo 4 o 5 volte alla settimana al dojo me per il resto del tempo siamo full immersion nella modernità e nei suoi ritmi e regole, e ne facciamo parte a pieno titolo.
Quindi il nostro percorso iniziatico e il nostro cammino diventano zoppicanti e interrotti quotidianamente da chi ci taglia la strada in macchina o da quel vestito che tanto vorremmo o da quella donna che sa solleticare le nostre fantasie dalle 8 alle 5 in ufficio facendoci allontanare mentalmente dalla nostra compagna, da quel progetto lavorativo multinazionale da cui sembra poter dipendere il destino dell’umanità, quella conference call, quel commitment, quella change request che é easy perché si crossfertilizza con l’altra country, e tutte quelle cose che ci fanno uscire presto da casa e tornare quando i bambini già dormono dopo aver affrontato il dolore di non aver visto il papà ancora un altro giorno.
Non siamo artisti marziali nel senso tradizionale del termine perché non impegnamo la nostra vita nel gesto artistico continuativo che, secondo tradizione, faceva diventare, trasformandolo nel tempo, il praticante un Maestro.
Abbiamo bisogno, chi consapevolmente chi non, di un sostegno etico che accompagni la nostra pratica per far si che essa getti le sue radici nel quotidiano e TRASFORMI i gesti quotidiani in quel gesto artistico, affinché possano avere la stessa valenza di un Ikkyo, per la nostra psiche.

Oggi il nostro percorso iniziatico procede a singhiozzo

Lo yoga é molto strutturato in questo e per questo, scandisce tempi e modalità che permettono al praticante di capire quando sta avendo un risultato nella sua pratica e quando sta diventando pronto per cercare oltre e affrontare la strada per il risultato successivo.

Temo, ma non posso certo sostenerlo con ardire superiore ad una semplice congettura, che O’ Sensei sapesse bene , almeno istintivamente, cosa animava la sua pratica e la sua ricerca di vita, e magari ha anche cercato , mai imponendolo, di suggerire e mostrare ai suoi allievi questa via ma che non sia stata colta.
Il Maestro Shimizu mi ha detto chiaramente che quando O Sensei faceva i suoi riti spirituali o quando andava alle riunioni di Omoto Kyo, tutti osservavano e rispettosamente non dicevano nulla, ma, a dirla tutta, non capivano nulla! E nessuno si é mai peritato di andare oltre a quella osservazione, forse anche perché si trattava di giovani virgulti appassionati di Budo, che sicuramente apprezzavano maggiormente i sacrifici e le austerità della pratica fisica alle silenziose attese e , magari, anche la noia della pratica religiosa.
Peró noi sappiamo per certo che nella vita di O’Sensei c’é stata una svolta, una svolta che non ha avuto a che vedere con la comprensione di un modo nuovo di torcere il polso, non ha avuto a che vedere con la comoscenza di una nuova tecnica di spada, non ha avuto a che vedere con la conoscenza della lancia e la sua declinazione in bastone, ma ha avuto a che vedere con l’esperienza mistica del Satori, con l’incontro della setta religiosa Omoto Kyo e con le conseguenze che questo incontro ha portato in lui e nella sua visione della vista e di quello che faceva nella vita.
Potremmo dire che lui si é trovato ad avere per le mani un bagaglio tecnico marziale precedentemente accumulato negli anni per fare fronte all’esigenza psicologica di sentirsi forte perché era piccolo e magro di nascita, e che poi, successivamente alla comprensione profonda del senso della vita, almeno della sua vita, ha utilizzato come grammatica per una pratica che voleva avere finalità superiori a quelle marziali, ma nella quale non é stata colta , o non é stata insegnata la profonda coesione con il percorso iniziatico dell’uomo spirituale e religioso che il suo fondatore é stato.
Credo che molti stiano cercando questo, una soluzione per mettere l’aikido piú concretamente al servizio dei suoi scopi, per renderne il contenuto altamente etico piú comprensibile e facilmente fruibile al pubblico giovane e moderno.
Forse si tratta della fatica di Sisifo, forse l’arte nipponica é e deve rimanere avvolta dal mistero del silenzio e dalla trasformazione che la ripetizione dei suoi gesti porta.
Peró, a parlare sinceramente, vedendo gli effetti sul mondo dell’Aikido, direi che invece si risente molto della mancanza di una guida etica strutturata e di un percorso iniziatico e spirituale che vada di pari passo con quello tecnico marziale.
Certo sono molti gli insegnanti che riversano nel loro lavoro di dojo le proprie esperienze e conoscenze etiche e filosofiche per sostenere il lavoro stesso, e guarda caso si tratta di contenuti NON mutuati dal budo!
Per sintetizzare al massimo la mia esperienza in questo argomento posso dire che ho iniziato l’Aikido grazie alla visione del Film Nico di Steven Seagal per capirne il significato nella mia vita grazie a Bert Hellinger e ai suoi scritti ed esperienze. In entrambi casi , si potrebbe dire che le fonti di ispirazione non hanno avuto nulla a che fare col budo o con la sua pratica.
Certo nel mezzo c’é stata la pratica, tanta e incessante, come ovvio, la pratica é l’ossatura ma certamente l’etica e la filosofia sono i muscoli e i nervi.

Ricercare con il sorriso sul volto

Nello yoga si identificano tre stadi o modalità per esperire la vita, Tamas , la materia forte stabile e statica, inerte, Rajas, il movimento, l’azione , la passione, e Sattva, l’ispirazione, la leggerezza, l’anelito al movimento di trasformazione ed evoluzione. Un buon rapporto tra queste tre sfere conferisce stabilità nella crescita ed evoluzione del praticante.

Non mi dilungheró oltre su questo tema, ma voglio tornare al principio di questa riflessione, chi sono l’insegnante e il Maestro di Aikido?
L’insegnante é colui che lavora nel dojo con gli studenti alla costruzione di un percorso condiviso che spinga il praticante volenteroso a sfidarsi nel complesso mondo della vita ad evolvere dai semplici bisogni del corpo e dalla costante ricerca della loro soddisfazione verso la capacitá di essere e vivere al servizio di uno scopo, e , sempre l’insegnante, é colui che ricerca con attenzione gli strumenti didattici adeguati per le persone con cui lavora.
Il Maestro é colui, o colei , che ha dimostrato con il suo esempio concreto, di saper camminare su questa Via e trovarne il senso, mettendo a frutto le sue qualità e realizzando il suo potenziale di essere umano , non certo solo per sé ma nel mondo e per gli altri.
Per questo ho chiesto a chi c’era stasera al dojo di chiamarmi Max, e basta, e magari, lo spero, un giorno , quando saremo tutti vecchi e felici, se saró ancora innamorato di mia moglie e lei di me, e se avró ancora un bel rapporto coi miei figli, mi faró chiamare volentieri Maestro.

Copyright Massimiliano Gandossi © 2012 
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Pubblicato per la prima volta il  31 Luglio 2012 su
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Salire Sul Tatami Continua ad Essere un’Emozione…

Inizio dello stage di Kenji Shimizu a Novi Sad

Oltre al piacere e all’entusiasmo di apprendere e praticare l’Aikido, scoprendo incredibilmente sempre qualcosa di nuovo, devo riconoscere che quando sono arrivato al centro sportivo di Novi Sad in Serbia, in attesa dell’arrivo del Maestro mi sono scoperto essere emozionato come un adolescente che vede per la prima volta una persona importante

di MASSIMILIANO GANDOSSI

E mi ha fatto piacere , sinceramente sentirmi e riscoprirmi emozionato, pur avendo oggi ben altri strumenti per gestire emozioni ed emotività, non ho voluto adoperarli e mi sono gustato fino in fondo il piacere di attendere quella camminata lenta e cadenzata del Maestro verso il Kamiza che annuncia l’inizio del Seminario.
Come sempre vedere il Maestro Shimizu in movimento e vedergli dimostrare le tecniche rende immediata e semplice la comprensione di cosa sia l’Aikido, e questa volta oltre ad esprimerlo coi fatti ha voluto soffermarsi su qualche concetto e approfondirlo anche con le parole.
“Aiki sono due Kanji, “Ai” e “Ki” , nell’aikido proiettiamo, controlliamo mediante leve, ma l’Aiki non é solo la proiezione o la leva, è soprattutto (mimando con le mani due linee che da direzioni differenti convergono in una) Awase, muoversi nel modo e con il tempo giusti affinché si utilizzi l’energia del partner per fare la tecnica e non la propria forza.
Facile concettualmente, facile vederlo fare da lui, bello quando capita di sentirlo nel proprio corpo, ti senti VIVO.
“Rei é un concetto che riguarda la cultura giapponese, quando siamo sul tatami impariamo e pratichiamo il rei rispettando il compagno ma rispettando anche tutti coloro che sono sul tatami e questo ci aiuta a capire il valore costruttivo del rispetto anche fuori, se avviene n contatto accidentale con qualcuno che sia io a provocarlo o a subirlo faró un PASSO INDIETRO e un INCHINO. Trovo che da un esempio del genere si possa imparare tantissimo sulla vita quotidiana, basta una riflessione e ognuno di noi troverà l’applicabilità di “Rei” nel proprio vissuto, nei propri demoni, nelle proprie insofferenze e bisogni. Peraltro questo si inserisce con un tempismo eccezionale in un momento in cui sto riflettendo molto sui limiti che ostacolano la nostra crescita spirituale come esseri umani. Proprio in questi giorni rifletto sul fatto che un buon punto di partenza nel cammino sia imparare a STARE in quel periodo che intercorre tra l’insorgere di un bisogno e la sua soddisfazione, imparando ad osservare e gestire il nervosismo, l’insofferenza e i comportamenti che ne conseguono, e penso che i contatti accidentali , per volontà nostra o subiti spesso siano un amplificatore delle emozioni negative che si generano in quel periodo. Rei, rifletteró molto su questo.

Kenji Shimizu e O'Sensei

“Dopo i vent’anni una persona dovrebbe essere sempre pronta a morire”. Trasaliamo! Come?! “La forza nel tempo diminuisce e il ki aumenta se noi lo nutriamo con atti di volontà, se viviamo pensando che quello che é stato é passato, e ora siamo nel presente, senza sapere se ci sarà un futuro o no, troveremo l’energia, la voglia di fare quello che va fatto indipendentemente dal fatto che sia facile o difficile, comodo o scomodo, troveremo la voglia di alzarci presto per un asakeiko, di dare tutto ció che abbiamo con un principiante alla sua prima lezione e con un superesperto che pretende la nostra massima concentrazione e il nostro ki crescerà, col passare del tempo. Forse il tempo stesso sembrerà passare in modo diverso.
“Se vogliamo passare dal kata al waza, cioé dal movimento alla tecnica, e fare progressi tecnici, é essenziale che ci sia il kimochi , che mettiamo spirito ed energia nel movimento, altrimenti faremo solo movimento, potrebbe essere bello , divertente , utile ma non svilupperà la tecnica. Asobi é una conseguenza del fatto che abbiamo praticato bene non un bisogno da soddisfare quando si sale sul tatami”. Ho riflettuto anche su questo, tempo fa, scrivendo una risposta ad un articolo di Simone Chierchini avevo parlato del asobi, del divertimento sostenendo la necessità di dare spazio a quest’elemento affinché la pratica dell’aikido non spaventi e permetta alle persone che vi si accostano di entrare nello spirito gradualmente, senza fanatismi. Continuo a pensare questo ma mi rendo conto che man mano che un dojo e le persone che vi praticano crescono in termini di anni di pratica, sentono sempre piú bisogno di concentrazione, silenzio e intensità proprio per sentire quella soddisfazio e che diventa a tutti gli effetti il divertimento della pratica! Kimochi, silenzioso, non giudicante ne tantomeno rimproverante verso chi ancora non ha quel doo da fare all’altro perché ancora il suo grado evolutivo non glielo permette, un esempio da seguire, donato con umiltà e disponibilità.
“Ci sono tanti modi di fa shihonage e sanche quando sono già stato afferrato il mio movimento sarà tale da sfruttare l’energia di uke per fare la tecnica, quella forza con cui effettua la presa” quante volte capita di FARE la leva e quante volte capita di muoversi in un modo tale che la forza usata da uke lo metta in leva, due cose apparentemente simili ma realmente molto molto diverse.
“Quando ero uchideshi di Osensei, un commerciante di profumi Francese chiese di poter avere lezioni private con O’Sensei. Pagó una fortuna per quelle lezioni e O’Sensei, per alcuni mesi gli diede lezioni con grandissimo impegno e mi usó come uke per quelle lezioni, per mostrare le tecniche e per farle praticare allo studente. Lui non era abituato a praticare e quindi i ritmi del keiko erano troppo duri per lui e spesso doveva sedersi a riposare cosí io ne approfittavo per fare domande a O’Sensei. ” O’Sensei, come faccio a fare le tecniche se vengo afferrato con la forza di un judoka? Allora O’Sensei mi chiedeva di afferrarlo con la forza che avrei usato in uno shiai di judo e puntualmente venivo colpito prima ancora di organizzare la mia presa! Ma poi si lasciava anche afferrare e applicava, ogni volta in un modo diverso le tecniche adattandole alla mia presa, trovando dove e come io applicavo la mia forza e sfruttandola, senza fare alcuno sforzo e mettendomi sempre nella condizione di essere sbilanciato o in leva.”
Mostra un repertorio immenso di tecniche di Aikido con il ken e il jo, rendendo evidente come padroneggiando il taijutsu sia semplice adoperare lo spetto principio anche attraverso l’arma con alcuni piccoli accorgimenti.
Kimochi, Asobi, Awase, Rei, Aiki, quante lezioni, quanto materiale, quanta bellezza tra una goccia di sudore e l’altra, quanta strada da percorrere con gioia, quanta emozione in alcuni attimi che é impossibile dimenticare.

Vivo con rinnovato entusiasmo l’attesa di Luglio quando il Maestro tornerà a Milano per aiutarci a crescere con lui.

Copyright Massimiliano Gandossi © 2012 
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http://gorinbushidokai.blogspot.it/2012/03/salire-sul-tatami-continua-ad-essere.html

Aiki Kokyu e il Jazz

Kokyu Nage, Morihei Ueshiba

Il vecchio Patanjali scriveva “yogas chitta vritti niroddah”, cioè “lo yoga é acquietare i vortici della mente”. Vorrei, dovrei e vorrei seguire questo principio ma fatico molto, sinceramente parlando, a farlo

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Complice la mia età che mi chiede di pensare tanto ed essere attivo, complici i social network, le discussioni che fomentano e le riflessioni che ne conseguono. Ma questi pensieri vorticano, continuamente, fatta forse solo eccezione per le ore quotidiane di pratica in cui effettivamente , planando si appoggiano a terra e si acquietano. E allora danziamo con questi pensieri e osserviamoli così da scoprire, magari, qualcosa di interessante.
Penso spesso all’Aikido, rileggo mentalmente i movimenti, le emozioni, le difficoltà, mie e di chi condivide con me il cammino. Oggi, come spesso succede sto pensando al kokyu, a questa parola utilizzatissima e al suo misterioso valore nascosto, nel lato ura del nostro essere, quello che viene offuscato dai ben più rumorosi sensi, e che purtuttavia dipende da essi in quanto parametri di riferimento del mondo, diciamo così, terreno.
Kokyu ho, kokyu nage, due radici comuni come lo sono le sorgenti di fiumi che sfociano a centinaia di kilometri di distanza. In entrambi i casi, il corpo e la tecnica sono gli strumenti di avvicinamento per il principiante che devono essere trascesi quanto prima DURANTE la pratica onde evitare che diventino il limite del praticante, super specializzato nelle leve favorevoli e nelle posizioni ben piantate del corpo e così sicuro di esse e fermo in esse da essere completamente incapace di ascolto profondo e di CREATIVITA’.
Kokyunage non é una tecnica, non é una posizione, é un MODO.
Mi spiego:
se attendo di vedere il movimento di uke, usando gli occhi, il senso della vista, sono già in ritardo. Inutile dire che se aspetto il contatto o la presa, la possibilità che ciò che faccio sia un kokyunage é pari a quella di rianimare un morto partendo dalle sue ceneri. Il movimento di uke è giá un effetto, effetto di un atto di volontà, di un guizzo decisionale che noi possiamo percepire, così uke prenderà aria inspirando per sferrare l’attacco e noi faremo lo stesso e nello stesso momento, così il tempo del nostro movimento sarà armonizzato non con il movimento di uke, ma con ciò che lo genera e faremo kokyunage.

Charlie Parker e Miles Davis a New York (1947)

Similmente nel jazz il musicista necessita di avere preparazione tecnica per suonare uno strumento ma deve guardarsi dalle deformazioni che vengono prodotte dalla tecnica e dall’eventuale eccesso di enfasi che si dà alla tecnica. Il musicista che ha studiato troppo, che si è esercitato per molti anni e troppo sui libri di tecnica attribuendo ad essa la buona riuscita del suo essere un musicista, sarà arido, risulterà quadrato, quasi pacchiano quando cercherà di suonare jazz e improvvisare perché tenderà a rifugiarsi sempre in quei tecnicismi che lo rendono sicuro, nella sua grotta calda senza kokyu, legato alla carta dello spartito più di quanto lo sia alla sua stessa mente, alla sua stessa anima.
Come sopra , un audace esploratore dei sentimenti musicali, privo di tecnica produrrà melodie mal suonate e cacofonie senza ne capo ne coda.
E allora? Meglio la tecnica o la liberazione dalla tecnica?
La ma risposta è MEGLIO TUTTE E DUE! Ed è possibile, ad opera del LAVORO dell’ insegnante che fin dall’inizio dia un colpo al cerchio e uno alla botte, aspettando pazientemente di veder crescere i propri studenti, senza smaniare dalla voglia che esprimano prima possibile il suo modo di vedere o la destrezza in uno o l’altro ambito.
Non si può pensare che un aikidoka che ha sempre praticato in maniera statica per anni e anni considerando GIUSTE, e non possibili, le sue tecniche, un bel giorno dopo 15 anni e con il terzo dan decida di mettersi in gioco e rinunciare alle sue sicurezze fluidificando la pratica e mettendo in movimento il suo lavoro svincolandosi dalla logica del contatto come segnale di partenza, perché non succede!
Non ci si può aspettare che praticando solo il tempismo e l’unificazione del proprio asse mente corpo lo studente capisca da solo l’anatomia e fisiologia dei kata e waza per controllare e sbilanciare un uke che si è sempre e solo comportato in maniera asservente.
Ma ci vuole certamente piú tempo e pazienza. La pazienza che deve avere il jazzista, pur assetato di emozioni e ferocemente desideroso di suonare, che magari si trattiene, ascolta, aspettando un’ispirazione che gli faccia suonare le note da suonare e non quelle che sa suonare, i suoi personali tecnicismi, belli magari ma alla lunga decisamente ripetitivi.
Sicuramente è piú facile e veloce far ripetere in continuazione agli studenti un determinato movimento scomposto nelle sue parti didatticamente più semplici da ricordare per ottenere che lo sappiano fare bene in quel modo, ma alla lunga quel modo diventa IL MODO e diventa una comoda prigione dalla quale il praticante non vuole più uscire, e anzi col tempo ne fa un pregio e una scelta stilistica.
Ma l’Aikido non é un brano scritto sullo spartito che si esegue pari pari, è una composizione estemporanea che si suona a 4 mani e se uno dei due pianisti legge la carta e l’altro improvvisa il risultato sarà una musica sconnessa, magari anche bella ma sconnessa; se entrambi leggono la carta rappresenteranno magari in modo sublime la musica di qualcun altro, se invece si guardano negli occhi e dimenticandosi di essere divisi da 88 tasti iniziano a comunicare e sentire allora quello che si ascolterà sarà vero jazz. Certo è che non a tutti piace il jazz…

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