Il Compagno d’Allenamento

"Uke è soggetto attivo nell’allenamento dell’altro"

Nell’Aikido, ma possiamo estendere l’osservazione anche a altre Arti Marziali e Sport da Combattimento – apprendiamo la maggior parte delle cose grazie alla pratica con un compagno di allenamento, un training partner. È un ruolo sostanzialmente comprensibile da tutti già ad una prima lettura, eppure è importante e fondamentale per i progressi d’ognuno di noi. Infatti, nonostante la semplicità apparente, tale ruolo è ben più complicato e pieno di valori di quanto possa sembrare

di MARCO MARINI

Il primo fraintendimento è nei termini. In Aikido il training partner viene chiamato Uke, parola giapponese tradotta in tanti modi e con le più svariate interpretazioni, lasciata per il suo valore tradizionale, ma causa di interpretazione talora bizzarre. Spesso, infatti, il termine uke viene tradotto e inteso come colui che ‘riceve’ (soggetto passivo), o anche come ‘colui che sa cadere’, ma anche come ‘colui che non dà fastidio e subisce’. Ma nessuna di queste interpretazioni tiene conto del fatto che uke è soggetto attivo nell’allenamento dell’altro.
Saper cadere e cadere non fa parte del ruolo di uke. Cadere è una conseguenza non scontata e soprattutto attiene alla salvaguardia personale del praticante: non è, quindi, prerogativa di questo ruolo.
Andiamo a vedere, invece, quale sono (o dovrebbero essere, almeno secondo me) le caratteristiche di un buon compagno di allenamento nella pratica ‘normale’ in una palestra.
A mio avviso, per ottemperare alla sua funzione di allenatore l’uke dovrebbe seguire alcuni principi generali:

  • cercare di comprendere le direttive e gli obiettivi che l’insegnante intende in quel momento raggiungere;
  • essere sempre soggetto attivo e ‘vivo’;
  • saper motivare, stimolare;
  • curare la salvaguardia fisica come prerequisito di ogni sua azione;
  • variare e adattare il suo lavoro (forza, velocità, reattività) al partner e all’obiettivo da raggiungere.

Di seguito un po’ di pensieri sparsi…

Saper essere attivi

significa concedere aperture, ma richiuderle se non vengono colte;
significa non ostacolare, ma nemmeno crollare a peso morto sulla tecnica;

"Darsi al massimo, sempre rispetto al livello dell’altro"

significa reagire se qualcosa è scorretto o si vede una perdita d’equilibrio;
significa reagire sulla linea che lo consentirebbe non per ribaltare una situazione, ma per stimolare la reattività del compagno;
significa comprendere il livello del compagno e cosa può essergli utile al suo livello. È  inutile pretendere da un principiante la conoscenza, che so, del radicamento;
significa anche NON permettergli di ridere tenendolo sotto pressione, ma sorridendo noi stessi, cioè non deve aver paura, ma ‘sentire’ la pressione e l’invito a dare il massimo;

Saper motivare

significa, secondo il proprio livello naturalmente, lasciare nell’altro una sensazione positiva e comunque la sensazione di non aver ‘perso tempo’;
porsi sempre nella condizione di permettere all’altro lo studio;
essere altruista;
cercare di capire le lacune e fargliele sentire/trovare;
dare l’esempio;
accettare gli errori dell’altro;
non correggere se non esplicitamente richiesto perché se gli suggerisco lui non impara, meglio cambiare apertura e fargli riuscire la tecnica (o quel che gli riesce) spontaneamente;
stimolare facendo ‘sentire’ cosa non va, se si tratta di lotta un ribaltamento, una contro tecnica accennata, un colpo (leggero) sul lato lasciato scoperto, p.e., e seguitare a reagire evitando di finalizzare per due o tre volte poi finalizzare se proprio non comprende. L’importante è stimolare senza distruggere il suo amor proprio;
non fare facce strane;
emanare gioia, accettazione e volontà di pratica;
accettare cattivo odore, saliva e sangue;
darsi completamente e al massimo, sempre rispetto al livello dell’altro, cioè di quello che pensiamo possa reggere fisicamente;

Salvaguardia fisica

si tratta di tenere bene a mente che ogni incidente porta uno stop o una riduzione nell’allenamento (personale o del compagno), quindi non correre rischi inutili;
un buon compagno d’allenamento si adatta in base all’esperienza, alla tipologia corporea, all’età del suo partner;
un buon training partner si accerta (o cerca di capire) se il compagno ha qualche infortunio. Sostanzialmente, devi avere la certezza di poterti allenare, sia quando sei in forma che quando sei infortunato, perché sai che il tuo partner si allenerà ‘intorno’ ai tuoi infortuni;
un partner che ha paura di farsi male sarà rigido e timoroso (l’incidente è dietro l’angolo);
un partner morbido e reattivo, che ha fiducia, ci offrirà infinite occasioni di crescita;

"Un buon compagno d’allenamento deve lasciare l’ego da parte"

bisogna fare attenzione alla routine, che abbassa le difese e favorisce l’incidente, quindi bisogna sempre tenere il partner sulla corda cambiando ritmo e velocità, ma anche uscendo talvolta dai canoni stabiliti (senza malizia);
tenere sempre presente che l’allenamento finisce quando si è sotto la doccia. La maggior parte degli incidenti avvengono quando si abbassa la tensione, quando ormai pensiamo che manchi poco alla fine della lezione;
avere grande considerazione del partner, che ci sia simpatico o meno: ognuno è li per la nostra crescita;
sentire le sue rigidità significa comprendere come non fargli male, ma anche come non cozzare contro un muro;
osservare sempre tutto intorno a noi e non concentrarci solo sulla tecnica da eseguire o sulla caduta da fare;
Dare il massimo della nostra forza, non in assoluto, ma in base a quello che riteniamo l’altro possa ricevere/contrastare;
anche se colpiamo/muoviamo piano e lentamente, la nostra mente deve porsi come se lo stessimo facendo con la massima determinazione;
abituarci a praticare con tutti, preferendo anzi quelli che ci mettono in difficoltà, con i quali non ci sentiamo in sintonia: essi rappresentano il miglior allenamento;
lo spirito generale deve essere quello che: se succede qualcosa… è sempre colpa mia;
un buon compagno d’allenamento deve lasciare l’ego da parte, in quel momento è solo uno strumento di formazione di qualcun altro (anche se in realtà si sta formando anche lui);

Il ritmo e il saperlo variare per non favorire il rilassamento

questo lo reputo molto importante, ed in parte l’ho toccato  precedentemente.

Nell’allenamento in palestra spesso ci troviamo con compagni conosciuti (quindi sappiamo grosso modo come reagiscono e si muovono). Come spesso pratichiamo tecniche o sequenze in qualche modo stabilite.
Variare ritmo, velocità, inserire qualche cambiamento, seppur rimanendo nella sequenza stabilita, favorisce l’attenzione e l’allenamento.
La routine, seppur necessaria all’inizio per apprendere la coreografia di un movimento, è deleteria per l’allenamento vero dello stesso (il problema dei kata)
Naturalmente non ce l’ho con i kata come metodologia d’allenamento, ma con il modo in cui molti interpretano ed eseguono gli stessi senza tenere in conto questo parametro e gli altri che ho citato.

La giusta forza

"Mai dare l’impressione che sia troppo facile"

anche questa già accennata…
Una delle cose meno semplici da capire.
Da tenere presente è l’obiettivo: far lavorare il compagno perché migliori il più veloce possibile.
In generale:
poca, se deve apprendere un movimento (è inutile mettere in difficoltà una persona quando ancora non sa cosa fare);
sempre più per allenarlo (mai dargli l’impressione che sia troppo facile);
massima per consolidarlo (deve comprendere quanto sia difficile applicare quello che pensa di sapere).
Bisogna anche tener presente l’aspetto psicologico. Se sentiamo che quel quantitativo di forza, che noi reputiamo corretto, crea disagio o stimola malamente, dobbiamo modificare, ridurre la stessa.
Per il principio che l’altro deve migliorare ‘con noi’ e non ‘nonostante noi’.
Alla fine di un vero allenamento, tutti si dovrebbero sentire bene, stanchi, distrutti, ma con la voglia di ricominciare.

I giusti stimoli

Altra cosa importante e difficile, ancorché trasversale alle considerazioni precedenti.
Non esiste una regola, anzi spesso gli stimoli da dare sono completamente antitetici a seconda dei soggetti o delle situazioni.
Sempre presupponendo il nostro ruolo di partner e cioè di “allenatore” momentaneo del compagno.
Solo l’esperienza e l’attenzione ci possono aiutare, ma di fondo dovremmo ricercare sempre il suo miglioramento.
Sbagliare fa parte del suo e del nostro addestramento, non deve rappresentare un problema.
Fregarsene è un problema (in teoria, in pratica nella squadra c’è bisogno anche del grosso egocentrico/killer che pensa solo a se stesso).
Quindi fare sempre attenzione a quel che ci ritorna, alle sensazioni che l’altro ci rimanda, con quelle possiamo facilmente comprendere come stimolarlo e quando.
p.e. se accelera i movimenti oltre quello che è in grado di controllare, probabilmente siamo stati noi ad aver velocizzato troppo il nostro attacco, o se si irrigidisce siamo noi che lo stiamo mettendo troppo in difficoltà, o ancora se si ammorbidisce troppo è perché noi siamo troppo accondiscendenti.

Favorire lo spirito di gruppo/squadra

Cosa c’entra con l’essere un buon partner?
C’entra se si considera il gruppo importante per la nostra crescita. Un gruppo/team/squadra ben affiatato, rappresenta una fonte di stimolo incredibile per ognuno dei componenti .
Quindi non aiutare un compagno, non coinvolgerlo in uno spirito comune di crescita reca danno a tutti, toglie delle opportunità a tutto il gruppo. Sul momento può sembrare noiosa la pratica con un principiante, ma non sappiamo se quel principiante, di li ad un anno, ci potrà offrire delle ottime occasioni d’allenamento, di stimolo.

Favorire uno spirito agonistico (crescita individuale) a discapito del gruppo, secondo me, reca danno anche a chi lo fa, a chi pensa solo a sé stesso. Quindi darsi, per una parte dell’allenamento, a partner diversi e magari meno stimolanti (apparentemente) porterà comunque frutti positivi, se visti in ottica ‘crescita del gruppo’.

La “guida”

Certo il ruolo principale, affinché tutte le cose dette avvengano, è rivestito dall’insegnante. È lui il principale ‘motore’, l’esempio da seguire.
Nondimeno ognuno, per il proprio livello, è una ‘guida’ quando si allena con un compagno.
Creare un clima di crescita generale è responsabilità di tutti.

Ho voluto condividere con voi solo la mia esperienza di praticante, non certo fornire un decalogo da seguire.
Sarei felice se altri di voi condividessero con me le proprie sensazioni e/o idee.

Copyright by Marco Marini ©2011
Pubblicato la prima volta su
http://www.aikido2000.it/Articoli/il-compagno-dallenamento.html

Considerazioni (Personali) Sull’Aiki

Marco Marini e’ un insegnante del Progetto Aiki

Cosa rappresenta l’Aiki?
Cosa significa essere sulla via dell’Aiki (quindi praticare l’Aikido)?
Perché per Ueshiba l’Aiki era così importante al punto da identificare con esso la sua disciplina?
Esistono varie forme di Aiki?

Cercherò di esprimere il mio punto di vista su questi interrogativi.
Perché?
Perché penso che chiunque si accinga a praticare Aikido dovrebbe averne chiaro il principio cardine, quello con cui la stessa disciplina si identifica.
Naturalmente sarà il “mio” punto di vista, senza nessuna pretesa di verità. Ma credo sia importante – un dovere, oserei dire – per un insegnante, dichiarare le proprie convinzioni, la sua visione dell’arte e come pensa di trasmetterla.
E’ inutile far finta che tutti si faccia comunque Aikido.
Sì, certo, facciamo tutti Aikido, ma ognuno con la propria visione, della disciplina come del modo di trasmetterla e di allenarla. Quindi credo non sia sufficiente dire: «faccio Aikido e seguo quel Maestro/Stile piuttosto che l’altro». Trovo questo atteggiamento riduttivo e parziale.
Il fatto che io segua gli insegnamenti di un grande tecnico non implica necessariamente che io lo sia, né che io abbia capito le stesse cose che ha capito lui.
Oltretutto un insegnante/praticante, ad un certo punto del suo percorso, ha secondo me il dovere di costruire il suo Aikido e cercare di trasmetterlo. Solo così quest’arte potrà rimanere viva e vitale.
Fatta questa doverosa premessa, vediamo di rispondere alla prima domanda: cosa rappresenta l’Aiki (ribadisco sempre e solo per me).
Il principio “Aiki” (ai = armonia, ki = spirito/energia vitale) potrebbe tradursi in “armonizzare le energie/spiriti”, ma ci farebbe capire ben poco da un punto di vista pratico.
Secondo me l’Aiki si stabilisce, per prima cosa, tra due o più persone (estendendo se si vuole anche all’ambiente circostante e/o a noi stessi) già nel momento in cui tali persone entrano in contatto.

L’Aiki si stabilisce già nel momento in cui le persone entrano in contatto

Dal primo contatto visivo, o comunque percettivo, si deve stabilire una relazione indissolubile, ma priva di sentimento (aspettativa, rancore, aggressività, etc). Stabilita la relazione iniziale inizia il lavoro sulla dinamica del movimento tra il nostro corpo, quello dell’altro, il movimento d’attacco, l’evasione, lo sbilanciamento o la rottura della struttura avversaria ed infine la tecnica che noi applichiamo.
La Qualità del rapporto tra tutte queste cose e la capacità di gestirle in armonia ed efficacia, padroneggiando o meno la situazione, fanno la differenza tra una tecnica Aiki e una tecnica non Aiki, ancorché efficace.
In sostanza bisogna essere in grado di ricevere, gestire e seguire il movimento, lo stimolo che ci arriva in modo armonico, attraverso una ricerca continua di sbilanciamento, fino a rompere/destabilizzare la struttura avversaria (caduta o leva finalizzante).
Questo idealmente… ma nella pratica molto spesso ci ritroveremo a subire l’iniziativa o a doverla prendere per evitare di subirla.
Per questo si devono allenare tutte le possibili situazioni e tutti i possibili tempi: ne consegue la necessità di studiare i kaeshi waza (contro tecniche), i sutemi (tecniche di sacrificio), gli henka waza (concatenamenti di tecnica), gli ushiro waza (attacco da dietro), etc.
E’ altrettanto necessario allenare gli atemi, le schivate e il kiai , che possono contribuire efficacemente nel ritrovare quel controllo e sbilanciamento di cui abbiamo bisogno per essere Aiki.
Medesima importanza riveste la preparazione e tenuta fisica generale del praticante.
Tutto va sempre finalizzato alla percezione, controllo e neutralizzazione del partner per risolvere il conflitto. Stanley Pranin, in una sua pubblicazione sulla visione dell’Aiki da parte di Takeda Tokimune, ha scritto:
«Aiki è tirare quando vieni spinto e spingere quando vieni tirato. E’ lo spirito della lentezza e della velocità, dell’armonizzare il tuo movimento con il ki del tuo avversario. Il suo opposto è il kiai, cioè spingere fino al limite, mentre l’aiki è non resistere mai»
Quindi:
Il principio Aiki è oltre la tecnica, ma ne fa uso; oltre il tempo, perché è lui (teoricamente) a gestirlo; oltre la forza, perché non ne ha bisogno (sempre relativamente parlando).
Un traguardo difficile se non impossibile da raggiungere, al quale dovremmo tendere attraverso un allenamento sempre più rigoroso.
Da qui la risposta al secondo quesito: praticare Aikido cosa significa?

Apprendere il maggior numero di tecniche di ogni arte marziale

Significa allenarsi ad apprendere e praticare il maggior numero di tecniche d’ogni arte marziale (ma anche SDC) partendo, per cominciare, da una base di jujitsu, ma allargando il campo delle nostre conoscenze ad altre AM, consapevoli di essere su di un percorso psico-fisico con caratteristiche marziali, aperto e continuamente implementabile.
Significa non avere un punto d’arrivo.
E’ in base a ciò che affermo, ma ribadisco, secondo me, che non possono esistere Maestri d’Aikido, ma solo praticanti più o meno avanzati (nessuno si può dire maestro d’Aikido fino a quando non sia in grado di contrastare, con l’Aiki, qualsiasi conflitto).
Vi prego di considerare questa affermazione riferita al “Maestro” come persona che padroneggia la via e non come qualifica federale/associativa alla quale tutti possiamo aspirare per evidenti ragioni pratiche di diffusione della disciplina. In questo caso “maestro” significa solo più avanti di altri sulla via (educatore, insegnante). Ma torniamo all’Aikido.
Come avrete notato ho chiamato l’Aikido “disciplina psico-fisica” e non AM, per il semplice fatto che le AM sono per l’annientamento, la morte o quantomeno la vittoria sull’avversario.
Ma questo sarebbe contrario ad uno spirito di mutua crescita ed accettazione: non esisterebbe armonia nella distruzione dell’altro, ma neanche nella semplice vittoria sull’altro.
Per questo ci sono discipline ben più efficaci rapide e performanti.
Il valore fondante è l’accettazione dell’altro e del suo portato (bello o brutto che sia) attraverso un confronto non competitivo.
Quindi si apprende a lavorare con chiunque, che sia bello o brutto, pulito o sporco, simpatico o antipatico, lasciandogli la libertà di sbagliare e anzi cercando di favorire la sua reazione più istintiva e naturale.
Non ci sono rituali che esulino dalle normali regole di convivenza civile.
Il reishiki deve essere qualcosa che si sente, si apprende e si comprende per emulazione ed accettazione, non per imposizione.
Si esclude la competizione non perché non sia valida come allenamento, ma perché comporterebbe la necessaria esclusione di alcuni. Un bravo insegnante non dovrebbe astenersi dal provare le sensazioni di una gara, ma ritengo lui sia abbastanza avanti sulla via per poterselo permettere. E comunque il bagno d’umiltà e le paure di una competizione
l’aiuteranno poi nel compito di docente.
L’aggressività, come la violenza e qualsiasi altro comportamento e pulsione umana, è un valore e va considerato come tale senza moralismi e falsità, ma l’Aikido dovrebbe insegnarci a gestirla e conoscerla. Solo chi riconosce la propria aggressività e i propri difetti può comprendere e accettare quelli dell’altro senza giudizi.

Solo chi riconosce la propria aggressività può comprendere quella dell’altro

In caso contrario si è ipocriti, ma soprattutto non si è Aiki.
Un insegnante di Aikido, così come un praticante, deve saper anche cucinare e stirare, non solo eseguire il tai sabaki o un iriminage!
Il motivo è sempre lo stesso: se non si “desidera” conoscere “tutto” ci si priva di alcune occasioni di crescita e si è solo parzialmente sulla via.
Faccio in proposito un esempio banale.
Se non si è mai gestita una casa con figli completamente da solo almeno per qualche giorno, come si pensa di comprendere e gestire una relazione affettiva con chi lo fa normalmente? E una relazione affettiva non è una forma d’Aiki? Così come, se non si pratica e ci si confronta con praticanti d’altre AM, come si pensa di essere in grado di trovare quella relazione, quella armonia, con qualcosa che non si conosce e con la quale non si è mai entrati in contatto?
Dove non c’è conoscenza regna lo scontro. E lo scontro non è Aiki.
L’aikido non è solamente tecnica: l’Aiki dovrebbe essere qualcosa che ci permette di essere un passo avanti in qualsiasi relazione.
E’ per questo affermo che non ci sono Maestri, ma solo persone che, col proprio esempio, possono stimolarne altre nella ricerca.
A questo punto si comprende perché Ueshiba abbia chiamato così la sua Arte.
Attraverso il confronto, lo scontro, l’allenamento e sicuramente anche una particolare visione religiosa è arrivato ad una tale maestria nel gestire tutto questo rimanendo Aiki.
Ma non ci ha lasciato un mero numero di waza (tecniche), bensì una testimonianza di lavoro e di ricerca. Ha trasformato un principio applicato al combattimento, al conflitto (Aiki Ju Jutsu), elevandolo a qualcosa di più adatto ai nostri tempi e alle sue convinzioni religiose, sostanzialmente negando l’esistenza stessa del conflitto ed esaltando invece l’accettazione dell’altro, nella ricerca di un armonia universale, ma sempre attraverso un percorso “fisico”.
Naturalmente un insegnante ha il dovere di trasmettere al neofita un percorso didattico chiaro e ben riconoscibile. Non si può fin dai primi tempi dare questa idea d’Aikido “aperto”: sarebbe onestamente fuorviante e deleterio.
E’ necessario fornire delle basi tecniche ben definite e riconoscibili (ikkyo, nikkyo, etc) dalle quali un domani affrancarsi. Ma non oggi, non subito.
Fondamentale è una corretta percezione dello spazio e del corpo attraverso un allenamento guidato e didatticamente valido, basato su principi chiari e sperimentabili, possibilmente in accordo con l’evoluzione dei sistemi allenanti.
Reattività, forza, continuità nel movimento, salvaguardia del proprio corpo e di quello del partner sono alcune tra le qualità migliorabili.
Come è necessario impostare un corretto atteggiamento marziale, senza far diventare il neofita un burattino che si muova come gli viene detto (è facile trovare l’armonia così!). Inoltre ogni persona possiede delle qualità personali: renderemmo un cattivo servizio se le sostituissimo con altre stereotipate.

Un bravo insegnante migliora e valorizza il portato di uno studente

Secondo me un bravo insegnante dovrebbe esser capace di migliorare e valorizzare il portato di uno studente, aggiungendo qualità e capacità alla sua esperienza tecnica e fisica, per poi, un domani, intervenire ancora togliendo e sfrondando tutto quello di cui non c’è più bisogno.
«L’Aikido permette ad ogni individuo di seguire un sentiero adatto a sé, rendendo ogni essere umano capace di conseguire l’armonia dell’universo»
Queste parole di Ueshiba credo rappresentino bene il concetto Aiki e unite alla sua testimonianza di pratica ci offrono una metodologia d’allenamento.
Praticare, allenarsi, dare e “prendere mazzate”, per raggiungere un traguardo (Aiki), con l’obiettivo, che è anche una ricompensa, di vivere e far vivere meglio noi e gli altri in questo mondo.
Con questi presupposti mi accingo a rispondere all’ultima domanda: se esistono varie forme d’Aiki.
Sì, personalmente penso che ne esistano almeno due.
Una più “esoterica” e spirituale, quella di Ueshiba Morihei.
Un’altra più tecnica, quella di Takeda Tokimune.
Praticamente si differenziano solo nella finalità.
Nell’AikiJuJutsu, l’Aiki viene usato utilizzando la dinamica del movimento, lo sbilanciamento e la rottura della struttura avversaria, per raggiungere la vittoria nel combattimento.
Nell’Aikido, l’Aiki viene usato utilizzando la dinamica del movimento, lo sbilanciamento e la rottura della struttura avversaria, ma per ristabilire un armonia, nella consapevolezza che non esiste un avversario da combattere, ma un’ideale a cui aspirare.
Chiudo, citando sempre il Fondatore, con un motto che secondo me identifica bene la disciplina Aikido:
«Masakatsu Agatsu»[1]
La vera vittoria è la vittoria su noi stessi.

[1] Il motto completo è in realtà «Masakatsu Agatsu Katsu Hayabi», ovvero «La vera vittoria è la vittoria su noi stessi, vittoria qui e adesso». Lo stesso Ueshiba, d’altronde, utilizzava spesso la forma abbreviata, sia nelle calligrafie sia negli scritti.

Copyright by Marco Marini ©2011
Pubblicato la prima volta su
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