Il Messaggio, l’Esempio e la Via

La tecnica segreta dell’Aikido?

Dal blog confratello Aikido Vivo, abbiamo il piacere di proporvi un interessante intervento di Fabio Branno sul messaggio del Fondatore, messaggio su cui si sono accapigliate già generazioni di Aikidoka, ma che potrebbe essere semplicemente riassunto nel calore di un sorriso

di FABIO BRANNO

Recentemente con l’amico Luis riflettevamo su una cosa importante.

Si fa un gran parlare di O Sensei, tra Aikidoka, ma troppo spesso ci si riferisce ad aspetti ingannevoli di quella figura.
Il suo Hanmi era così, il suo Ikkyo cosà, usava le armi ispirandosi a questa scuola, si scaccolava con il mignolo o l’indice…
La classica storiella di chi guarda il dito mentre gli indichi una bella ragazza.
A conti fatti, la biografia di Morihei Ueshiba non la conosciamo VERAMENTE.
Un certo Stevens è stato scritturato dai suoi discendenti per descrivere alcune parti della sua vita e per tirarne fuori una figura decisa a tavolino.
Un po’ come hanno fatto con Gesù, San Francesco o Totò.
Negli ambienti più smaliziati, si sa bene che O Sensei praticò varie scuole di Jujutsu e Kenjutsu e che si cimentò negli atemi come nella lotta a terra, nella naginata come nella baionetta e che non vinse esattamente tutti i combattimenti che affrontò.
Ma questo è irrilevante.
E rende irrilevante decretare quali fossero i suoi strumenti di lavoro.
Morihei aveva l’esperienza e la capacità di adeguarli alle sue esigenze, raggiungendo sempre il suo scopo al di là della forma.
La questione è un’altra.
Ad un certo punto del suo percorso marziale, Morihei sente di dover lasciare un messaggio.
La sua cultura personale e quella del suo popolo gli hanno insegnato che c’è un sol modo perché un ideale abbia il peso desiderato: l’esempio.
Quindi O Sensei comincia a diffondere un’immagine, quella che ha in mente, con l’esempio e con l’insegnamento.
L’immagine che vuole passare è quella di una pratica vissuta con uno spirito differente.
Un Budo di adattamento, di ascolto dell’altro, sia sul piano fisico che su quello interiore.
Un’azione di fusione, nata per fini strategici, ma che sfocia irrimediabilmente nella comprensione e nella compassione.
Qualcosa che O Sensei si ostina a chiamare “Amore” e che il mondo leggerà con accezione Romantica.
Nel suo percorso evolutivo, Ueshiba parlò di tempo fulmineo, di percezione del proprio centro, di consapevolezza di sé e del mondo, di armonia, di energia, di sentire l’altro evolvendolo da “avversario” in “compagno”.
Mai, però, pronunciò le parole “Dolore”, “Sofferenza”, “Leva articolare”, “Spezzare”, “Rompere”, “Distruggere”.
Non parlò mai di forzare la situazione o il compagno e non fece mai nulla che desse priorità alla tecnica che aveva in mente piuttosto che alle condizioni proposte dall’attacco.
Non lo fece lui e non lo fecero altri prima di lui.
Musashi,che non era esattamente il buon padre di famiglia, utilizzava le stesse parole di Morihei.
L’immagine che vediamo oggi nei video del fondatore, è quella di un vecchietto che gesticola e la gente che gli cade intorno.
Un’immagine quasi finta, tanto è incomprensibile.
E’ l’immagine che lui ha voluto che ricevessimo.
Avrebbe potuto colpire in faccia uke e mettergli in leva un gomito.
Non lo fece.
Questa è l’immagine che io voglio tenere per la mia pratica.
Voglio che i miei uke non sentano dolore.
Voglio che non possano stare in piedi e che si sentano controllati in ogni istante.
Ma voglio vederli ridere come bambini mentre cadono senza capire come.
E’ per questo che pratico subito con i principianti un po’ di Jiyuwaza.
E mentre ridono tra stupore e curiosità, chiedo loro “Ti sei fatto male?” “No!” “Bene. Questo è Aikido!”
Per me questa è la strada che O Sensei ha tracciato.
Possiamo percorrerla a piedi, in bici, in auto o in moto.
Possiamo correre a perdifiato o passeggiare tranquillamente.
Possiamo camminare dritti o a zig zag.
Ma dobbiamo impegnarci a non uscire fuori da quella Via.
E, esattamente come faceva lui, dovremmo cercare di attraversarla col sorriso.

Copyright Fabio Branno ©2012 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta su
http://aikidovivo.blogspot.it/2012/05/il-messaggio-lesempio-e-la-via.html

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La Tradizione, il Carosello e la Famosa Salsa

Sumo, una tradizione che cambia ma non muore

In contrappunto a La Salsa Piccante di Mia Nonna di Carlo Cocorullo, continuiamo a seguire il dibattito innovatori-tradizionalisti a base di  metafore culinario-aikidoistiche con un intervento di Fabio Branno, che si chiede: Cosa significa Aikido tradizionale oggi? Ha senso utilizzare sistemi e strutture didattiche del passato, dal momento che furono pensate per un’umanita’ che viveva ad un’altra velocita’ e con scopi e aspettative diverse? Le risposte che Fabio fornisce potranno non piacere a chi non ama l’innovazione, ma quanto meno aiuteranno a riflettere sul tema

di FABIO BRANNO

A casa mia il giorno di Natale è tradizione mangiare la famosa salsa. E’ una salsa che non ha un nome specifico, perché forse esiste solo a casa mia, ma per la mia famiglia è un rituale che si perde nella notte dei tempi e quando ne parliamo, parliamo della famosa.
“Nonna, ma quest’anno la prepariamo LA FAMOSA SALSA?!?” col rombo del tuono alla finestra…
L’intingolo in questione nasce in un modo molto popolare. Gli scarti di pesce utilizzati per il cenone della vigilia, finivano a macerare in pentola tutta la notte per ritornare, quali zombie gastronomici, il giorno dopo, in formato poltiglia, su un abbondante piatto di linguine e spolverato da granella di noci tritate.
Giuro che quando eravamo bambini, la gioia di ricevere dei regali sotto l’albero era completamente bilanciata dal terrore profondo di dover forzatamente mangiare il piatto di famosa.
E’ tradizione!
La tradizione voleva che gli scarti di capitone, di baccalà, di alici e di merluzzo finissero in un pentolone gigantesco ad esalare fetidi effluvi che si attaccavano ai vestiti, ai regali e all’albero di Natale in maniera violenta ed indelebile, senza scampo alcuno. Per non parlare della sensazione di trovarsi davanti ad un piatto guarnito con una testa di capitone semisciolta che ti guardava, con il solo occhio residuo, sfidandoti a stuzzicarlo con la forchetta, mentre portavi alla bocca una forchettata di pasta, spine di pesce e gusci di noci, che erano state polverizzate a mano, come tradizione vuole, finendo con lo spaccare scorza e frutto.
Un giorno ci facemmo coraggio, e tenendoci per mano, andammo a parlare coi Grandi Vecchi della famiglia per ottenere il permesso di sottrarci al rito. Mi ricordo ancora come suonò altisonante il loro “NO”. Definitivo, austero e senza scampo, decise che “A tradizione ce vò e tutti l’ hann’à rispettà!”
Mia madre, allora, intervenne prontamente ed elaborò un piano per l’anno successivo. Si sarebbe occupata lei personalmente della preparazione della famosa. Lo sconcerto fu generale e dalla piccionaia si sentirono le donne bisbigliare rumorosamente! Ma siccome lei era la miglior cuoca della famiglia, nessuno poté opporsi a questa sua richiesta e dovettero darle fiducia.
L’anno successivo, mamma fece una spesa in pescheria specifica per la famosa. Comprò dei pezzi di capitone scelti, della colatura di alici e filetti di merluzzo e baccalà. Li fece cuocere a dovere, dopodiché estrasse un magico strumento dalla credenza: il BIMBY. Una bella passata di salsa nel Bimby la trasformò in una vichyssoise vellutata e saporita, che sposò perfettamente la pasta ruvida di Gragnano e fu esaltata dalla polvere di noci, ottenuta frullando appena appena solo i malli.

Il Grande Vecchio

I Grandi Vecchi guardarono il piatto con molta diffidenza, lo ammetto. Abituati com’erano a mangiare avidamente una sorta di cimitero marino, quella raffinatezza sembrava quasi fuori luogo e poco invitante. Ma il sapore non lasciò dubbi! Solo il buono della famosa, all’ennesima potenza!
Ad oggi, questo racconto mi fa pensare all’Aikido. Ok, il mio psicologo dice che sono un monomaniaco psicotico. Ma non gli ho dato il link di questo blog…
Troppo spesso si parla dell’Aikido come di una disciplina tradizionale. Tralasciando il fatto che fondamentalmente, questa disciplina è più giovane di mia nonna, perché la data di nascita ufficiale è 1942, mi viene da domandarmi COSA si intende per tradizione.
“Tradizionale – starete pensando – è l’Aikido del Fondatore!”
Partiamo dal fatto che Morihei Ueshiba fu aggredito ed insultato dal suo Maestro, Takeda Sokaku, perché aveva rotto una tradizione, abbandonando il Daito ryu e tralasciando il sapere degli antichi. La tradizionalità di un non tradizionale è proprio una contraddizione in termini, concedetemelo!
Ad ogni modo qualcuno dovrebbe definire QUALE fosse effettivamente l’Aikido del Fondatore, dato che in ogni ripresa video esistente, Morihei faceva cose differenti, in modi assai differenti, in situazioni completamente differenti.
Cosa credo io? Penso che “Tradizione” sia rispettare l’obiettivo dell’arte. O’ Sensei puntava ad un Budo che educasse al rispetto della vita. Questo era l’obiettivo.
Il linguaggio passava attraverso una rivisitazione dei movimenti dei Daito. Rispettarne il traguardo è rispettare la tradizione. La strada per perseguirlo è solo figlia dell’epoca. Il metodo di allenamento non è tradizione. E’ scienza.
Il Kata era la maniera in cui il popolo giapponese educava al suo tempo. Un tempo nel quale la televisione,per esempio, era ancora appannaggio di pochi. Ci sarebbero voluti vent’anni prima di vedere il primo carosello, uno spot pubblicitario che per passare lo slogan impiegava tre minuti di storiella.
Oggi viviamo in un mondo nel quale gli spot sono un flash che compare durante una partita di calcio su Sky. Senti la campanella, vedi il logo e già la tua mente ha attivato il processo di comprensione e metabolizzazione dello stimolo. Cani di Pavolv ad alta velocità? Può darsi. Ma dalla mente dannatamente rapida, agile e pronta a mille informazioni.
Uno studio dice che leggere un giornale oggi ti fornisce più informazioni di quante un uomo dei primi del 900 ne potesse ottenere in tutta la vita. Ad una mente come la nostra si può parlare nella lingua del secolo scorso?
Se qualcuno volesse curarvi con la Pennicillina, perché è un medicamento TRADIZIONALE, voi accettereste?
Se qualcuno vi scrivesse in alfabeto morse, tramite onde radio, voi lo ricevereste e decodifichereste?
Se Morihei avesse avuto a disposizione i nostri strumenti, in merito alla psicologia, alla didattica, alla comunicazione, alla biomeccanica, davvero credete che non se ne sarebbe servito?
I tradizionalisti dissero a Musashi che due spade erano un’eresia, a Morihei che l’Aikido era irrispettoso verso il vecchio Budo, a Ford che l’auto non avrebbe mai rimpiazzato i cavalli ed ai Beatles che la loro musica era rumore.
Il valore della storia è tale se ci permette di non incorrere negli errori dei nostri avi. Studiamo la storia, va bene. Ma per vivere al meglio i nostri tempi, gente.

Ah, se a Natale passate di qua, vi faccio assaggiare un buon piatto di pasta!

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Il Saluto: Ma Non Bastava un “Ciao”?

Il Saluto nell'Aikido

Il Saluto nell'Aikido

Il primo intervento di Fabio Branno su Aikido Italia Network ha scatenato un mezzo putiferio di commenti positivi e negativi e risposte contrastanti, finendo per risultare uno dei piu’ letti di sempre nel blog. Vediamo cosa succede con questo secondo articolo, in cui Branno tratta del saluto nelle Arti Marziali

di FABIO BRANNO

Recentemente qualcuno mi faceva notare che quando un principiante, col suo keikogi giallino, in genere immenso, sale per la prima volta su un tatami di aikido, sono molte le cose che lo straniscono, ma quella che noi insegnanti diamo assolutamente per scontato è il saluto.
Eppure se per un istante ci mettessimo nei panni e nella testa del nostro neofita, potremmo facilmente immaginare che vedere una schiera di gente accovacciata ad occhi chiusi in una posizione dolorosissima, in un ordine apparentemente casuale e invece rigoroso, che si prostra pronunciando uno strano gramelot giapponesizzante lascia quantomeno interdetti!

LA STORIA
Il rito del saluto è legato in maniera indissolubile alla gestualità dei campi di battaglia. Nel  Giappone Medieval le battaglie erano composte da una sequenza di duelli singoli, nei quali si cercava la gloria e la vittoria sconfiggendo (e decollando) rinomati guerrieri e generali nemici.
L’atto del saluto era legato alla presentazione di sè stessi all’avversario, enunciando a grande voce il proprio nome e reclinando di qualche grado il capo, come a dire “mi dispiace, ma ti devo ammazzare!”…Dal campo al dojo, il rituale assume nuovi significati. Il Sensei non era solito condurre esercizi di riscaldamento e preparazione, area che veniva solitamente devoluta al Sempai più anziano che, terminato il suo compito, faceva accomodare (in SEIZA, ovviamente!) l’arrivo dell’insegnante per proseguire la lezione.
L’insegnante entrava nella sala, si sedeva prima accanto agli studenti come per aspettare che lo Spirito del Fondatore incominciasse la lezione (ahhh lo shintoismo!), poi gli si inchinava, come per dire “Nonostante non sia te, cercherò di fare del mio meglio” e lo stesso faceva con la classe, che rispondeva inchinandosi a sua volta, in segno di rispetto per ciò che comunque avrebbero imparato da lui.

LA FORMA
Partendo in posizione di Seiza, con le mani sulle ginocchia, la schiena dritta ed il mento retratto, si poggia al suolo prima la mano sinistra, poi quella destra a formare un triangolo tra indici e pollici, verso il quale scende la punta del naso quando ci si inchina.
Si rialza lo sguardo, il capo, prima la mano destra e poi la sinistra.
Questo per tenere occupata il meno possibile la mano addestrata al combattimento.
Il saluto di inizio allenamento lo si fa pronunciando la formula “ONE GAESHI MASU”; che vuol dire, grossomodo, “Piacere di scambiare insieme”, ed alla fine si chiude con “ARIGATO GOZAIMASU”, “Grazie per lo scambio”.
Nel saluto al Fondatore, il Maestro si inchina per primo e si rialza per ultimo, al contrario, nel saluto al Maestro, lui si inchina per ultimo e si rialza per primo.

IL SENSO
Ok, abbiamo sviscerato un momento tutto il casino del rituale e le storielle sui campi di battaglia.
In realtà ci sarebbero ancora tanti particolari, che prometto solennemente di risparmiarvi….
Ma dopotutto, oggi, che cosa rappresenta tutto questo salutarsi? Ma un “Ciao Maè!” non sarebbe sufficiente???
Il saluto è un interruttore. E’ il momento che sancisce un limite temporale, una frattura fra ciò che è fuori dal dojo e ciò che è dentro.
Nel momento del saluto, la nostra mente deve riuscire a spegnere la luce su ciò che rappresentiamo per accenderla su ciò che siamo.
Il sesso, il ruolo, l’età, la dichiarazione dei redditi, il moroso geloso, la moglie rompiscatole ecco….questa roba resta nella borsa. Insieme ai jeans e ai calzini…
Restiamo noi,resta il nostro corpo, il nostro sentire intorno a noi e dentro di noi.
Quando il maestro si inchina, il suo gesto sottende una domanda: “Dove siamo?”.
Quando l’allievo si inchina, il suo gesto sottende una risposta: “Qui ed Ora!”

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Ikkyo, Nikkyo e Quaqquaraquà

Fabio Branno Sensei

L'autore del'intervento, Fabio Branno Sensei

Un’altra penna/spada di qualita’ si aggiunge da questa settimana alla multiforme comunita’ che sta prendendo forma su Aikido Italia Network e alcuni altri blog di simile ispirazione: si tratta della talentuosa voce di Fabio Branno, animatore di Aikido e Dintorni e Aikido Vivo, e da oggi contributore fisso della nostra “Libera Comunita’ di Aikido Italiana”.

di FABIO BRANNO

Mi ricordo ancora l’immensa felicità di quando, da ragazzino, mi regalarono la prima chitarra. Era uno strumento da quattro soldi, giusto giusto un pezzo di legno con sei corde, ma mentre tornavo a casa  mi sentivo già Santana, o Slow Hand Clapton… Neanche entrai dalla porta che mi chiusi in camera a suonare: sgabellino da pub, gamba destra accavallata alla sinistra, unghie della mano destra già mezze cresciute e…
Niente di più. Giuro. Niente!
Per quanto mi agitassi, per quando mi dannassi a schiacciare tasti e vibrare corde, dalla mia chitarra veniva fuori poco meno che uno starnazzare d’anatre….. 😦
Se non che, il giorno dopo, scesi a comprare il migliore dei libri per studiare da autodidatta. Mi ricordo ancora che mi costò settimane di paghetta e parecchi sabati a casa, ma per la gioia che provai tornando a casa dalla libreria, ne valse davvero la pena. Mi dedicai con tutto me stesso ad accordi, barrè ed arpeggi ed alla fine, dopo qualche giorno di allenamento, riuscii a suonare “La canzone del Sole”, di Lucio Battisti. Un must per chiunque cominci ad imparare la chitarra…
Ricordo ancora la prima festa, in cui mi portai dietro il mio strumento, orgoglioso come un concertista, camminavo impugnando la mia fender come la spada di un samurai, girando tra gli invitati aspettando solo il momento buono per cominciare il mio show!
Così fu: “Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi……….” Fu un bel coro di 3 minuti.
Poi il mio sogno svanì come una nuvola di fumo non appena la ragazza di turno mi chiese “Ma la sai quella che fa “Nannannanae Nannananae”…
Probabilmente se mi avesse messo davanti gli accordi della canzone, qualcosa avrei anche improvvisato… Ma “Nannanae”, era proprio chiedere troppo!
Cosa c’entra questo con l’Aikido? C’entra,c’entra…. ora mi spiego.
Più mi guardo in giro, più vedo gente che parla di tecniche pensando di parlare di Aikido. Vedo Maestri improntare interi stages sul dettaglio di Ikkyo e sulla variazione di Shihonage… Leggo sui forum gente che si minaccia di morte per sostenere la validità assoluta del proprio Sankyo e del proprio Iriminage a dispetto di quello dell’altro utente… Mi imbatto in una serie di video su youtube, nei quali ognuno cerca di vendermi la sua verità, spiegandomi che il suo Nikkyo è migliore perchè il suo mignolo è in posizione dritta piuttosto che rovesciata e che il suo Aikido è “REAL” perchè le tecniche (sempre le tecniche!) le fa con un pugno prima del disequilibrio.
La chitarra serve per fare Musica, ma NON E’ la Musica.
La tecnica serve per fare Aikido, ma NON E’ Aikido.
Sono strumenti. Conoscerne il funzionamento è indispensabile, ma il virtuosismo non è l’arte.
Saper suonare “La canzone del Sole”, non significa saper suonare.
Conoscere 4 forme su Katatedori Ikkyo, non significa saper applicare l’Aikido.
Suonare la chitarra non è mettere il barrè. E’ come usi quel barrè quando serve.
Conoscere l’Aikido non è fare un movimento in un modo piuttosto che in un altro.
L’Aikido è come ti servi di quel movimento quando sei in azione col compagno.
E’ per questo che oggi, quando mi spacciano per Applicazione solo un’ennesima coreografia, non posso fare a meno di sorridere… Quando insegno applicazioni, il mio ruolo è proporre un problema con una serie di spunti….. E’ l’allievo che deve “Applicare” le proprie conoscenze per venirne fuori. Cosicchè ognuno trovi la propria verità, e non la mia.
Una verità mai definitiva ed assoluta, intendiamoci. Ma una verità che giorno dopo giorno valga la pena di essere ritrovata.
Ah, a proposito…
Non ho mai più imparato a suonare la chitarra.
Ma non è detto che un giorno non ricomincerò! 😉

Copyright Fabio Branno ©2011 
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