Illusionista o demistificatore?

Illusione o realtà?

Durante il periodo estivo, quando l’attività preferita è il “dolce farniente”, il caso mi ha regalato un film che non avrei mai pensato di guardare in altre circostanze. Si intitola: “Magic in the Moonlight”, scritto e diretto da Woody Allen. Succintamente, narra dell’incontro (che finirà con una bella storia d’amore) tra un famoso illusionista/prestigiatore e una sensitiva/medium. Lui viene chiamato per smascherare lei che sta turlupinando una ricca famiglia inglese in villeggiatura sulla Costa Azzura negli anni trenta. Chi, in effetti, meglio di un illusionista può smascherarne un altro?

di DANIEL LECLERC

Non siete tenuti a guardarlo anche se è simpatico, magistralmente interpretato da Colin Firth e Emma Stone, e se alcuni dialoghi possono avere il sapore del “déjà vu”! La ragione per cui ve ne parlo è che ho rilevato delle attinenze nei rapporti esistenti tra, l’illusionista con il suo pubblico da una lato e il maestro di Aikido con i suoi allievi dall’altra. Il prestigiatore crea degli effetti, dei trucchi, dei “numeri” che sembrano sfidare le leggi della natura usando dei mezzi naturali. Altrettanto il maestro d’Aikido crea dei movimenti armoniosi che producono effetti “micidiali” applicando le leggi della fisica. In effetti, né l’uno né l’altro possono vantare di possedere poteri paranormali, anche se entrambe ci lasciano con l’impressione di aver assistito ad un evento magico, impossibile nella realtà fisica.

Quest’articolo è dunque un tentativo di elencare i meccanismi neuronali che imbrogliano, raggirano, confondono la percezione del praticante al punto di fargli credere che il suo movimento corrisponda a quello mostratogli dal maestro. Questa difficoltà non si manifesta solo a livello dell’attenzione e vedremo, servendoci delle tecniche usate dagli illusionisti per sviare l’attenzione del pubblico, quanto un insegnante di Aikido può, inconsapevolmente e involontariamente, illudere i praticanti quando dimostra il suo movimento, sia in modo visivo che uditivo o tattile, ecc. Per la parte neuro-psico-fisiologica, mi sono basato sui lavori del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale (1) , che fa parte dell’European Council of Skeptical Organizations.

Ovviamente, la correlazione tra prestigiatore e maestro di Aikido si limiterà a dimostrare che i meccanismi neuronali su cui si basa l’illusionista per “ingannare” il suo pubblico e fargli credere di assistere ad un fenomeno paranormale sono gli stessi che, spesso, conducono il praticante di Aikido a riprodurre un movimento differente da quello dimostrato dal maestro pur essendo convinto del contrario, anche quando lui si accorge di non raggiungere lo stesso risultato. Non voglio dimostrare che i maestri di Aikido siano dei grandi illusionisti, ovviamente!

Per non appesantire l’articolo, troverete annessa una lista dei principali stratagemmi usati dai prestigiatori. Ho volontariamente evitato di elencare le tecniche usate dai borsaioli perché finalizzate al furto. Tuttavia, molte tra esse si basano sugli stessi meccanismi cerebrali per sviare la nostra attenzione : gli illusionisti se ne servono per distrarci divertendoci, i borsaioli per derubarci distraendoci.

Questi studi sono ancora ai loro primi passi ma sono più che sufficienti al nostro scopo. Sicuramente la lettura di questo breve elenco ha già permesso a parecchi tra voi di legare cause ed effetti. Riprendiamo comunque questi meccanismi e vediamo in quali circostanze si attivano durante lo studio di un movimento. E’ importante ricordare che il trucco in un numero di magia non chiama in gioco un solo meccanismo cerebrale ma ne utilizza diversi, proporzionalmente all’effetto ricercato o a quello che il mago vuole occultare alla vista del pubblico.

In un primo tempo vedremo in dettaglio come questi meccanismi neuronali possono guidare la nostra percezione: come spettatori quando assistiamo ad un numero di magia, o come praticanti quando osserviamo l’esecuzione di un movimento di Aikido. Per questo, approfitteremo dei risultati delle ricerche (2) condotte congiuntamente da maghi e neuroscienzati che, da qualche tempo, lavorano alla scoperta di alcuni meccanismi del nostro sistema cerebrale, in particolare su temi di interesse comuni come l’attenzione, la coscienza, la percezione.

In seguito affronteremo l’idea di “pensiero magico” e di “pensiero razionale” perché molti praticanti sono più attirati, sedotti, stregati dal lato mistico, magico dell’Aikido che dallo studio di passi e spostamenti, dimenticando che si tratta principalmente dell’applicazione di leggi fisiche e non solo di ricerca spirituale.

Infine, e perché a volte si rivela necessario distruggere i miti, parleremo della figura del demistificatore che, ovviamente, sarà egli stesso un mago ma di cui converrà definire la funzione.

Durante la conferenza sono stati esaminati diversi aspetti dell’attenzione. Si sono aperti i lavori spiegando che il cervello costruisce la nostra esperienza della realtà basandosi su un insieme di strumenti biofisici totalmente imperfetti e, in ultima analisi, crea una “grandiosa simulazione” di ciò che ci circonda. Le nostre pupille dispongono di un megapixel quando una macchina fotografica ne ha otto. Oltre a raccogliere una quantità relativamente ridotta di informazioni, l’occhio ha in più una grossa macchia cieca dove il nervo ottico, che trasporta l’informazione al cervello, passa attraverso la retina. E’ il cervello che riempie il buco del campo visivo creando l’illusione che la vista funzioni come una cinepresa in modalità continua.

Il quadro della realtà che creiamo interiormente è dunque soggettivo e soggetto a diverse influenze. La nostra percezione è condizionata da alcune forme di cecità, lontane dall’essere patologiche quali la cecità da disattenzione (inattentional blindless), la cecità per distrazione (attentional blink) e la cecità al cambiamento (change blindness).

Gli studi condotti su questo argomento sottolineano che poche informazioni sono mantenute in memoria da un istante all’altro. La nostra esperienza visiva sarebbe dunque una “grande illusione”, tanto importante è lo scarto esistente tra l’immagine che vediamo e la scarsità di quello che percepiamo. E’ stato evidenziato che l’attenzione è indispensabile all’esperienza percettiva cosciente e che le informazioni visive molto vicine al punto di focalizzazione non sono percepite se non vengono sottolineate. Questo fenomeno è chiamato cecità da disattenzione.

Molto spesso le scelte didattiche portano l’insegnante ad insistere su dei punti specifici come, per esempio : “La mano deve essere tenuta sopra la testa o al centro, il monuchi parallelo al suolo, la distanza tra i piedi uguale alla larghezza delle anche, ecc.”, tutte eccellenti indicazioni che però conducono l’allievo a cadere in cecità da disattenzione. Ciò significa che le altre informazioni visive vicine al punto focalizzato passeranno inosservate perché non sufficientemente sottolineate dall’insegnante. Quindi, in un certo senso, rimarranno nascoste, “in ombra”.

Il metodo didattico che chiamo “fermo immagine” utilizzato da certi insegnanti, me compreso, consiste ad interrompere l’esecuzione del movimento per evidenziare un momento, una posizione chiave, un timing preciso. Così facendo, l’allievo si concentra e cerca di riprodurre solo la posizione di arrivo del movimento, senza tuttavia percepirlo nella sua interezza a partire dall’inizio. Ciò che diviene importante per lui di fatto è riprodurre la posizione esatta al momento del fermo immagine, pur non avendo capito come arrivarci. E d’altronde non comprende perché il suo movimento non produca lo stesso effetto di quello del suo maestro nonostante la sua posizione sembri uguale a quella mostrata al momento del fermo. Considerato ciò, cercherò di rivedere questo metodo o almeno evitare agli allievi di subirne gli effetti collaterali.

Nella cecità per distrazione è postulato che l’identificazione corretta di un movimento produce un deficit marcato dell’attenzione che condiziona l’osservazione del movimento successivo, quando questo è eseguito in un intervallo compreso tra i 200 e 500 ms. Si è dunque ipotizzata l’esistenza di una carenza attentiva che risulterebbe dall’interferenza tra la presentazione del secondo movimento e il trattamento dei dati ancora incompleto del primo. Sembra quindi che lo sforzo di identificare il primo movimento consumi interamente le risorse attentive e, in conseguenza, che il secondo movimento non sia visto. Così potremmo dire che ogni dettaglio supplementare diminuisce la precisione del tutto.

Questa è un’informazione preziosa per gli insegnanti che desiderano migliorare la loro didattica. Dovremmo orientare le nostre scelte sui dettagli realmente importanti che l’allievo deve padroneggiare per incrementare, piuttosto che diminuire, la sua precisione del tutto. Alcuni insegnanti non spiegano, o lo fanno molto poco, e si limitano a mostrare parecchie volte il movimento. Era il caso dei maestri giapponesi, in parte per il problema della lingua ma anche perché la pedagogia orientale è tradizionalmente basata sulla ripetizione del gesto. Il rischio di questo metodo è di provocare il fenomeno di cecità per distrazione se si considera che una tecnica di Aikido è costituita da un insieme di movimenti concatenati che produce un preciso risultato. Possiamo avere un’idea dell’effetto di questo meccanismo quando guardiamo il pattinaggio artistico da profani. Quello che percepiamo dell’esibizione sarà soggettivo perché l’attenzione richiesta per individuare la totalità dei gesti tecnici attuati dal pattinatore è troppo sollecitata. Gli specialisti, al contrario, li distinguono perfettamente.

Altri studi hanno evidenziato la sorprendente difficoltà di un’osservatore a notare la presenza di un nuovo elemento introdotto in una scena visuale. Questa cecità al cambiamento può anche manifestarsi, ed è quello che ci interesserà, senza una reale interruzione visiva se il cambiamento si manifesta in modo progressivo ed a un ritmo lento.

La prima volta che ho osservato questo meccanismo senza comprenderlo è stato insegnando tenchi nage. La difficoltà di questa tecnica sta nel combinare le energie del cielo e della terra. Per arrivare a questo, faccio studiare prima l’una, magari con un altro movimento, poi l’altra e i praticanti sembrano più o meno riuscirci. Ma quando si tratta di unirle, si trovano di nuovo in crisi. Potrebbe dipendere dal fatto che l’attenzione fatica a fissarsi simultaneamente su due movimenti apparentemente opposti. Se il praticante pone la sua attenzione sulla mano che si alza verso il cielo non nota quella che scende verso terra, e così al contrario. Il problema è che l’Aikido utilizza costantemente questa combinazione.

Una delle regole sacre della magia è che tra tutti i movimenti visibili lo spettatore tenderà a seguire con lo sguardo quello più ampio o più rapido. L’assioma magico è: “Un grande movimento copre uno più piccolo.” sia questo concomitante o successivo. Ugualmente quando un movimento avviene tra due punti – per esempio quando una mano si sposta da sinistra a destra – l’occhio tende a saltare dal punto iniziale a quello finale e poi a tornare indietro di colpo. Invece, se un movimento della mano è eseguito da sinistra a destra seguendo una linea circolare, l’attenzione del pubblico si fissa sull’arco e non ritorna al punto di partenza. Le curve sono qualcosa di molto particolare per il sistema visivo perché il movimento circolare induce gli occhi a seguirlo più attentamente di un movimento rettilineo. Si tratta di un fenomeno che ci interessa enormemente visto che l’Aikido è basato sul principio della spirale.

Nello stesso ordine di considerazioni, i movimenti nuovi, insoliti, in forte contrasto con il contesto sono più evidenti e catalizzano l’attenzione del pubblico. Questo fenomeno induce un controllo bottom-up (3) dell’attenzione ed è utilizzato per ottenere la famosa “distrazione passiva” (in magia) o la “cattura attenzionale esogena” (in psicologia).

Gli insegnanti avranno certo notato questa distrazione passiva: la possono leggere sui visi dei praticanti che li ascoltano. E’ dunque probabile che introdurre un oggetto insolito nel corso della dimostrazione della tecnica porti l’allievo ad uno stato di distrazione passiva e l’insegnante a procedere, senza saperlo, ad una cattura attenzionale esogena sui suoi ascoltatori.

La narrazione, cioè la capacità mentale di elaborare una trama interessante che l’auditorio seguirà con piacere, è largamente utilizzata dai maghi ed è stato dimostrato che una linea narrativa continua può stornare l’attenzione degli spettatori perché li impegna in un dialogo interiore. Per la stessa ragione è stato anche osservato che il pubblico è più facilmente portato ad accettare con entusiasmo delle suggestioni o delle informazioni sottintese piuttosto che delle affermazioni dirette.

Detto più chiaramente: il discorso trasporta l’allievo in un processo di dialogo interiore che lo conduce ad essere inattento al gesto avendo l’impressione del contrario.

Una tecnica utilizzata spesso volontariamente dai maghi e inconsciamente dagli insegnanti è quella del priming, che si basa sull’influenza della prima presentazione di uno stimolo sulla percezione dello stimolo seguente. In particolare perturba il processo di ricostruzione del trucco per lo spettatore o, nel nostro caso, di riproduzione del movimento per l’allievo. Ne esistono parecchi tipi ma quello che ci interessa è conosciuto in psicologia come priming da ripetizione. Questo meccanismo si verifica quando l’insegnante insiste più volte, per esempio perché uke lo tenga più forte o lasciando che uke lo attachi ripetutamente per poi passare improvvisamente alla conclusione della tecnica. E’ vero che né i neuroscienzati, né gli psicologi hanno ancora identificato i processi neurali implicati ma l’importante qui è capire che se l’allievo si focalizza sulla ripetizione lo fa a scapito dell’obiettivo o, detto in altre parole, incassare l’attacco diventa più importante che fare irimi.

E’ stato anche dimostrato che la tecnica del priming può generare effetti illusori. Questo è ancora più preoccupante vista la propensione con cui il praticante tende a compiacersene.

Certamente questo elenco di meccanismi neuronali e delle loro conseguenze sull’attenzione e la percezione non è esaustivo. Il suo scopo è di invitare gli insegnanti a riflettere sugli effetti collaterali della didattica, qualunque essa sia. Suppongo che molti tra noi avranno notato, osservato, analizzato le difficoltà incontrate dai praticanti, noi compresi, nell’impare la tecnica. Se fosse possibile trasporre l’Aikido in musica, sarebbe verosimilmente più facile notare chi stona perché non è accordato, non in misura o non in ritmo. Purtroppo, o forse no, l’Aikido non si scrive, si interpreta. Personalmente conosco pochi insegnanti che non si lamentano dello scarso livello generale dell’Aikido ma ne conosco ancora meno che si interrogano sinceramente sul perché la grande maggioranza dei loro allievi non riesca, anche dopo più di 20 anni di pratica, ad eseguire correttamente le loro tecniche. Certo, per l’insegnante è sempre più facile pensare che “è l’allievo che non pratica a sufficienza” e, per l’allievo, che “è l’insegnante che fa dei numeri talmente meravigliosi che solo lui può fare”.

Fin qui, abbiamo trattato la percezione del movimento in funzione dei diversi modi secondo cui può essere presentato, nonché dei loro effetti collaterali. Ora ipotizziamo di lavoro che il movimento dimostrato sia perfetto o, per quelli che hanno immaginazione, che stiano assistendo ad un corso di O’Sensei. Quello che percepiremo del suo movimento dipenderà in gran parte dal modo in cui sarà stato dimostrato ma non solo. C’è di più, come vedremo ora descrivendo il fenomeno delle aspettative coscienti, altrimenti chiamate correlazioni illusorie (Illusory Correlation): ovvero come precedenti convinzioni, o conoscenze stereotipate, possano farci percepire la realtà diversa da quella che è realmente.

Alcuni studi hanno dimostrato che “l’effetto da aspettativa” prodotto dal processo top-down4 può farci credere che stia per succedere qualcosa quando non è così. In altre parole, abbiamo una visione deformata della realtà a causa della nostra aspettativa rispetto a quello che ci piacerebbe che accadesse: vogliamo essere stupiti e saremo stupiti, vogliamo essere disgustati e saremo disgustati. Così, quello che mi aspetto di vedere diventa più reale di ciò che vedo in realtà. Se si aggiunge a questo che l’occhio capta solo una piccola parte delle informazioni di quello che vede, direi che siamo nei guai!

Spesso ho assistito alla manifestazione di questo effetto durante gli stage condotti da Tamura Sensei, in particolare dopo la prima tecnica dimostrata. La grande maggioranza dei partecipanti, e non credo di esagerare, eseguiva la stessa tecnica ma con un movimento diverso, e una minoranza, per fortuna, eseguiva in apparenza lo stesso movimento ma con un’altra tecnica rispetto a quella dimostrata da Sensei. L’effetto da aspettativa potrebbe esserne la ragione, ma per motivi differenti relativamente al numero di anni di pratica. Un principiante (diciamo fino a 20 anni di pratica) perché non ha ancora abbastanza discernimento per riprodurre quello che vede della dimostrazione ; un avanzato perché si accontenta di estrapolare da quello che gli è mostrato ciò che è già repertoriato nel suo cervello che, in genere, si limita alla conoscenza formale della nomenclatura: quello che gli interessa è sapere che Sensei ha dimostrato shiho nage e non come l’ha eseguito.

A questo punto dell’articolo, è ora di far entrare in scena l’illusionista nella relazione insegnante/allievo. In effetti, tenendo conto dei numerosi meccanismi neuronali che ci fanno percepire la realtà diversa da quella che è, diventa possibile, se non indispensabile per l’allievo, arrivare a considerare il suo insegnante come un mago per spiegare la sua incapacità a riprodurre il movimento e, per l’insegnante, di utilizzare questa fascinazione per convincersi della sua abilità basandosi, consciamente o incosciamente, sul fatto che conosce molti più trucchi dei suoi allievi. Diventa mago perché l’allievo si concentra, è attento a tutto quello che lui mostra ma ignora, conseguentemente, tutto quello che non mostra.

Così come il cervello crea una simulazione per colmare la carenza di informazioni proveniente dagli occhi e si inventa una realtà, così il praticante sopperirà alla sua difficoltà a riprodurre le tecniche del suo sensei ricorrendo al pensiero magico.

Uno dei maggiori studiosi dello sviluppo del pensiero umano è sicuramente J. Piaget che ha tracciato le caratteristiche delle principali fasi dell’evoluzione del pensiero, dalla nascita all’età adulta. E’ stato uno dei primi ricercatori ad occuparsi in psico-pedagogia del pensiero magico, che egli colloca nello stadio preoperatorio dello sviluppo cognitivo del bambino e nella mente dell’uomo con un funzionamento di tipo “primitivo”. Oggi, in realtà, l’idea di contrapporre la mentalità primitiva alla mentalità occidentalemoderna, razionale e scientifica, è stata superata. Pensiero magico e pensiero razionale sono strutture mentali che convivono, in età adulta, in costante interazione nella sperimentazione quotidiana della realtà. La caratteristica principale del pensiero magico è quella che viene definita partecipazione ed è la capacità di percepire un rapporto tra due fatti o fenomeni indipendenti quando, in realtà, è assolutamente inesistente o irreale.

La magia che opera nasce dall’illusione, più o meno consapevole, di poter modificare la realtà. Ecco ciò che differenzia il pensiero magico dal pensiero razionale :

1. la rottura della classica organizzazione spazio-temporale,
2. la coincidenza tra il tutto e le sue parti anche in presenza di un’evidente scissione,
3. l’esistenza di legami causa-effetto non limitati nel tempo.

Questa modalità di pensiero, definito pre-logico, che si forma nella prima infanzia, sopravvive in ognuno di noi e rappresenta una parte fondamentale della capacità adattiva al reale e del pensiero artistico, creativo e scientifico. Certo è la logica a guidare l’interpretazione che diamo agli eventi attorno a noi ma spesso, soprattutto quando non abbiamo tutti gli elementi a disposizione o siamo stressati, frustrati o spaventati, tendiamo a ricorrere al pensiero magico che non ci ha mai abbandonato del tutto.

Se sopravvive è anche per un’altra sua importante caratteristica : l’impermeabilità all’esperienza. Le persone la cui mente segue una modalità di ragionamento magico non sentono il bisogno di spiegare l’insuccesso, anzi ricercano delle giustificazioni per dare fondamento alle loro convinzioni, ad esempio facendo riferimento a forze invisibili che agiscono in modo imprevedibile o a manifestazioni di abilità “sovrannaturali”.

Il pensiero magico nell’infanzia assolve una funzione importantissima : è un mezzo di adattamento. Grazie al legame partecipativo, il bambino stabilisce relazioni tra gesti, oggetti, eventi, pensieri e intenzioni. (Un esempio è il bimbo che, compiendo un gesto, pensa di poter influire su un evento : se tengo in mano il mio peluche portafortuna, il dentista non mi farà male!)

Vediamo ora come si giustifica il permanere del pensiero magico in età adulta. Ci sono tre principali funzioni :
1. difensiva, fondata sulla convinzione di poter controllare la realtà.
2. propiziatoria, fondata sulla convinzione che ci sono forze che regolano gli eventi.
3. conoscitiva, secondo la quale il pensiero magico “riempie” i vuoti delle altre forme di pensiero e “spiega” o “svela” ciò che non può essere conosciuto con la logica e con le informazioni che il nostro sistema percettivo ci mette a disposizione.

L’attività di ragionamento nell’adulto è determinata da vari fattori come le capacità logiche, o fattori specifici individuali come esperienze o funzionalità fisiologica, per citarne alcuni. Così è possibile individuare diversi esempi di comportamenti guidati dal pensiero magico che si verificano nella vita di tutti i giorni e implicano principalmente una rottura SPAZIOTEMPORALE nei principi di causalità e lo stabilirsi di una partecipazione.

Essere privi di pensiero magico non è affatto sano, anzi : molti studi hanno verificato un’associazione tra mancanza di ideazione magica e anedonia, ossia incapacità di provare piacere. In realtà, potremmo dire che il pensiero magico rientra in quei meccanismi difensivi che fungono da “occhiali con lenti rosa” e che ci permettono di accettare più facilmente noi stessi, gli altri, gli eventi che non riusciamo a gestire. Molto frequentemente è il senso di spiazzamento della coscienza, che si sorprende e scopre l’inaudito, l’inatteso, l’evento imprevisto, che ci allontana dall’intenzione logica e dai nessi causali.

Venendo all’Aikido : chi non ha provato almeno una volta, soprattutto da neofita, quel senso di meraviglia assoluta nel guardare un insegnante eseguire delle tecniche che sembrano sfidare le leggi delle fisica ? Il lavoro dei maestri talvolta appare così sbalorditivo e irripetibile da suscitare in noi emozioni fortissime, incredulità e magari profonda confusione : “Ma come fa?”.

La meraviglia è la risposta spontanea ad una esperienza nuova e Platone per primo la indicò come causa del desiderio dell’uomo di capire e approfondire, come radice della conoscenza. Cartesio la considerò emozione primaria, stupore che non si arrende al mistero e che muove la nostra capacità cognitiva per tentare di svelarlo. In effetti, le reazioni immediate del sistema nervoso ai nuovi, sorprendenti stimoli provenienti dal mondo esterno, che provocano questa meraviglia, sono subito ravvisabili : rimaniamo senza fiato, a bocca aperta, il viso cambia colore, ecc. Questa esaltante energia ci spinge a muoverci, a cercare, capire, trovare risposte.

Ma tornando al praticante d’Aikido: cosa succede se malgrado l’esercizio fisico, l’attenzione, di cui abbiamo precedentemente visto alcuni limiti, e la perseveranza l’effetto della tecnica eseguita dal maestro resta impossibile da riprodurre? La frustrazione che nasce da una situazione di “stallo” nella progressione, che richiede impegno e fatica e ci gratifica ben raramente, ci spinge a trovare risposte facili e veloci. Possiamo dunque cercare le ragioni di tale difficoltà in qualcosa di esterno alla nostra volontà e capacità operativa, oppure trovare conforto in pensieri che possano magicamente e senza sforzo darci delle risposte. Spostare l’attenzione su forze esterne, incontrollabili e irriproducibili è più semplice da accettare.

“Ma certo ! Il mio maestro è un MAGO !” E’ molto facile lasciarsi andare all’impermeabilità dell’esperienza di cui abbiamo trattato prima e, grazie alle tre funzioni del pensiero magico (difensiva, propiziatoria e conoscitiva), possiamo crogiolarci nell’idea rassicurante che tutto dipende da questa verità : non è possibile riprodurre quello che vediamo (o crediamo di vedere) perché è il nostro maestro che è speciale. Si, speciale e unico ! Deve certamente avere un qualcosa “in più” di imprecisato e indescrivibile o forse conosce dei trucchi, ma quello che fa sembra davvero magico.

Così, influenzato anche dal lato esoterico intrinseco all’Aikido di cui abbiamo letto e studiato, il praticante finisce per ammantare l’insegnante prescelto di un’aura quasi sacrale proporzionalmente al numero di trucchi che conosce e che suscitano ancora ed ogni volta in lui profonda meraviglia.

A questo punto ci sembra utile un piccolo riassunto per metabolizzare quello che è stato finora esposto. La materia è nuova e può rivelarsi un po’ ostica. Permette tuttavia di mettere in evidenza alcune delle difficoltà inerenti all’apprendimento di un movimento che, secondo le neuroscienze, potrebbero provenire:
• dalle limitazioni proprie del sistema visivo dell’essere umano,
• dai meccanismi neuronali che lo confondono su quello che percepice realmente,
• dal ricorso al pensiero magico per giustificare l’insuccesso malgrado la perseveranza.

Queste difficoltà sembrano dunque insormontabili perché legate alla nostra condizione umana. Eppure, alcuni tra noi sono riusciti a scoprire dei trucchi e sono divenuti essi stessi dei maghi, dimostrando così che non si tratta di una fatalità e che esistono delle soluzioni per risolvere il problema. Certo, non tutti hanno ancora svelato quelli del Grande Mago dell’Aikido che restano tuttora misteriosi, contribuendo così ad alimentare la confusione e a ricorrere al pensiero magico per spiegare l’inesplicabile e i nostri insuccessi. Ma come hanno fatto alcuni tra di noi a scoprirne abbastanza da poter indossare il prestigioso cappello di mago?

Il successo dell’illusionista dipende dalla sua capacità di non svelare i suoi trucchi, di tenerli segreti, che si tratti di incantare sul palco di un teatro o di approfittare della sua abilità per truffare la gente. Uno dei principali elementi che dovrebbe differenziare l’illusionista dal maestro d’Aikido è che quest’ultimo non dovrebbe avere nessun segreto, nessun trucco non rivelato, perlomeno nel contesto Do. Si può capire come in un contesto Jutsu sia necessario mantenere segrete le tecniche se si vuole che siano efficaci ma per quanto concerne il Do (la cui finalità è di uccidere sé stesso e non l’altro) questo non ha alcun senso. O allora capita che il maestro faccia dei trucchi senza saperlo, come nel caso di Tamura Sensei che ogni volta ci raccommandava di rubargli la tecnica, ovvero i suoi trucchi. Ma, in fondo, non è quello che facciamo in molti? Questo forse spiegherebbe perché dimostriamo la tecnica trascinando involontariamente i praticanti nei meccanismi neuronali di cui abbiamo parlato prima. E così, poiché il pensiero magico non ha abbandonato neanche noi, finiamo per convincerci di essere veramente il Babbo Natale al quale i nostri allievi vogliono credere.

Forse allora, e contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la confusione non è solo appannaggio dei praticanti: regna tra tutti i maghi che eseguono i loro numeri di magia senza conoscere i trucchi, fra tutti gli insegnanti che dimostrano la tecnica senza capirne la chiave.

Tuttavia, penso sinceramente che sia possibile arrivare alla comprensione del movimento attraverso la ripetizione, soprattutto quando il modello è impeccabile, motivo per cui gli allievi di O’Sensei sono tutti divenuti maghi. Ma se il praticante resta sotto incantesimo, potrà ripetere il movimento un’infinità di volte senza mai riuscire a riprodurre la magia. Preferisce credere o gli è più comodo pensare, che non ce la farà piuttosto che togliere all’insegnante prescelto l’aureola di mago. Se vuole scoprire i trucchi, dovrà rivolgersi ad un demistificatore. E chi meglio di un’illusionista può rivelare i trucchi di un’altro? Se ha veramente la volontà di sciogliere l’incantesimo e alleviare la sua frustrazione cercando una spiegazione a quello che non si spiega, dovrà indirizzarsi ad un altro sensei e rischiare l’anatema da parte dei suoi compagni o addirittura dal suo stesso maestro. Ma evidentemente, molti preferiscono continuare a credere a Babbo Natale…

Tuttavia guai ai demistificatori che rivelano i trucchi senza che gli sia richiesto. Ho commesso quest’errore fino ad oggi e me ne scuso con quelli che ho coinvolto. Il fatto è che ogni insegnante, che lo voglia o no, che se ne renda conto o meno, è al contempo mago e demistificatore. Egli ha, come insegna la disciplina stessa, un lato omote e un lato ura. Egli è le due faccie della medaglia. Sta a lui, e lui solo, prenderne coscienza e decidere quando lavorare un lato o l’altro, quando tenere i trucchi per sé e quando rivelarli, rischiando di perdere forse un po’ della sua aura magica, ottenendo però più stima ed ammirazione per le sue reali capacità.

Ma non temete! Di questi tempi c’è più lavoro per i demistificatori che per i maghi, anche se i praticanti fanno fatica ad uscire dal pensiero magico che libera l’immaginazione e che è ben più ludico del rigoroso studio dei passi e del resto. Concludendo, ammetto che quest’argomento mi ha letteralmente conquistato talmente vasta e inesplorata è ancora la materia. Mi ha fatto pensare che forse la mancanza di armonia che regna paradossalmente nel mondo dell’Aikido potrebbe trovare la sua causa in questa confusione su quanto realmente percepiamo e quanto invece inventiamo, in queste stoccate tra insegnanti a “colpi di bacchetta magica”, che ci travolgono tutti nel mondo della fantasia. Uno dei presenti alla conferenza ha concluso dicendo: “I maghi orientano il riflettore dell’altrui attenzione in una sorta di jujutsu mentale”. Non si poteva dire di meglio e facciamo in modo che questa nuova conoscenza ci permetta di perdere una parte delle nostre illusioni.

Daniel Leclerc, Milano – Ottobre 2015

NOTE
(1) https://www.cicap.org/new/articolo.php?id=274030
(2) Conferenza “Neuromagic 2012” tenuta ad Île Simon (Quebec – Canada East Coast) dal 7 al 10 maggio 2012.
(3) Un mezzo con cui un prestigiatore potrebbe ottenere un controllo bottom-up dell’attenzione è il volo improvviso di una colomba.
(4) L’effetto top-down è utilizzato per ottenere la “distrazione attiva” (in magia) o la “cattura attenzionale endogena” (in psicologia). Un esempio di controllo top-down dell’attenzione è quando un prestigiatore chiede al pubblico di guardare attentamente un oggetto che viene manipolato in una mano, mentre contemporaneamente sta eseguendo una manovra nascosta con l’altra mano. In Aikido è legato, per esempio, al problema delle prese in katate: cioè cosa fa l’altra mano?

ALLEGATO

Elenco dei principali stratagemmi usati dagli illusionisti
(fonte CICAP: https://www.cicap.org/new/articolo.php?id=274030)

1. Illusioni visive. Gli inganni della visione – così come quelli degli altri sensi – sono fenomeni in cui la percezione soggettiva di uno stimolo non coincide con la sua realtà fisica. Si hanno gli inganni visivi perché nel cervello i circuiti neurali amplificano, sopprimono, fanno convergere e divergere l’informazione visiva in modo tale da lasciare alla fine l’osservatore con una percezione soggettiva diversa della realtà. Ad esempio, nel primo stadio della visione, i circuiti inibitori laterali aumentano il contrasto dei bordi e degli angoli, così che queste caratteristiche visive sembrano più rilevanti di quanto siano dal vero.

2. Illusioni ottiche. Diversamente dalle illusioni visive, le illusioni ottiche non sono un risultato di elaborazione del cervello: esse manipolano le proprietà fisiche della luce, come la riflessione (gli specchi) e la rifrazione (una matita immersa in un bicchiere d’acqua sembra spezzata a causa dei diversi indici di rifrazione di aria e acqua).

3. Illusioni cognitive. Le illusioni cognitive possono essere distinte dalle illusioni visive per il fatto che non sono di natura sensoriale: esse coinvolgono funzioni cognitive di livello superiore, come l’attenzione e l’inferenza causale (la maggior parte dei giochi di prestigio con monete e carte ricade in questa categoria).

4. Correlazioni illusorie (Illusory correlation). Le correlazioni illusorie possono derivare da una valutazione errata delle informazioni disponibili, dalle aspettative dei partecipanti (come una precedente convinzione o una conoscenza stereotipata) e/o da attenzione e codifica delle informazioni selettive. In questo caso, le correlazioni illusorie possono presentarsi quando alcuni eventi catturano più attenzione o sono più facilmente codificabili nella memoria e ricordati rispetto ad altri eventi meno evidenti.

5. Ripetizione apparente, la tecnica del priming. Nella vita quotidiana osservando ripetutamente un processo siamo capaci di dedurne il funzionamento. Il priming è un effetto ripetitivo nel quale la presentazione di uno stimolo simile a quello target genera successive presentazioni del target che risulta essere percettivamente più cospicuo.

Il Ruolo Dell’Uke nell’Aikido – Parte 2

"La presa non è un attacco in sé, ma un simulacro di attacco"

Presentiamo oggi la seconda parte dell’intervento di Daniel Leclerc sul ruolo dell’Uke in Aikido, un tema a noi caro qui su Aikido Italia Network, e che abbiamo già affrontato in passato da angolature diverse grazie ai contributi di Marco Marini e Max Gandossi

di DANIEL LECLERC

Leggi la Parte 1

"La caduta, in Aikido, è tutto salvo una sconfitta"

Ora, constatiamo che l’apprendistato del ruolo dell’Uke si limita, sovente, alla sola caduta, al solo Ukemi, cioè: «come cadere senza farsi male», e si riduce alla caduta in avanti, indietro, e a volte laterale. Ciò equivale a ridurre l’apprendistato della scrittura a: «come tenere la penna», o l’apprendistato del nuoto a: «come non bere nuotando». Non che sia inutile, è ugualmente indispensabile, però insufficiente per scrivere o nuotare. I numerosi libri di Aikido trattano delle cadute in modo fin troppo laconico e, per la maggior parte, ignorano totalmente il ruolo dell’uke.
Per queste ragioni, ci avvaliamo dell’approccio eloquente ed espressivo alla caduta di Franck Noël , nel suo libro: «Aikido : frammenti di un dialogo a due incognite»:
“La caduta, in Aikido, è tutto salvo una sconfitta. Riveste una dimensione utilitaria, simbolica, magica, eroica, ritmica ed estetica allo stesso tempo. In quanto esplorazione sistematica di tutti i modi di contatto possibili col suolo, acquisisce forme diverse : capriole, scivoloni, rimbalzi, addirittura appiattimenti… Il suolo, che non pensavamo che a calpestare senza rimorso né tanto meno piacere, si pone improvvisamente come il partner di lunghe conversazioni, come l’interlocutore di negoziati stringati, difficili, nei quali bisogna confrontare tutti i punti di vista, considerare le esigenze e fare delle concessioni”.
Perciò, incoraggiamo il praticante a cadere fino a quando il suo corpo glielo permetta e a non interrompere questo doloroso – ma talmente istruttivo – negoziato con l’elemento «terra».
Però, il concetto di Uke va oltre l’apprendistato alla caduta che è, per Uke come per Tori, solo una parte del movimento, la sua fine, la sua conclusione, la sua apoteosi, come l’orgasmo lo è del coito. E sono tutti d’accordo del resto nel pensare che ne costituisca il momento migliore: per Tori la soddisfazione del risultato ottenuto, per Uke quella di essersi rialzato e per i due quella di potere ricominciare. Ma bisogna anche dire, che questo momento così esaltante dipenderà dalla «messa a punto, in qualche modo dai «preliminari» e, per quanto riguarda Uke, dalla sua capacita di tenere, perché molti restano «ejaculatori precoci».
In Aikido, non può esserci caduta senza attacco e questo ci riporta al ruolo di Uke. Ahimè, molto spesso, per paura o per ignoranza, l’attacco è raramente quello che dovrebbe essere e il praticante si ritrova goffo nel suo attacco come un bambino sul campo di calcio quando riceve il pallone che non ha chiamato: se ne disfa.
In Aikido, la presa è il modo educativo a disposizione del praticante per permettergli di imparare e capire fisicamente, intellettualmente ed emozionalmente i principi che sottendono la pratica e che costituiscono, per essere esatti, una delle specificità di questa arte marziale.
Fisicamente perchè tiene o è tenuto – secondo che sia Uke o Tori; intelletualmente perché deve riconoscere e ordinare, tramite questa presa, leggi e principi da utilizzare per disfarsene o mantenerla ; ed emozionalmente/emotivamente perchè rappresenta, simbolicamente, un attacco destinato ad abbatterlo. È a questo livello che si incontra la principale ambiguità della pratica
dell’Aikido. Infatti, la presa non è un attacco in sé, ma un simulacro di attacco. Marzialmente, potrebbe piuttosto avvicinarsi ad una minaccia dissuasiva, eventualmente ad un tentativo di controllo, o essere il preludio di un attacco più definitivo, come un atemi, un pugno o altro.
Tuttavia, un attacco, qualunque esso sia: presa, pugno, calcio, colpo di bastone, coltellata, freccia, pallottola, missile, è sempre costuito da una direzione, da una dinamica – forza, velocità o energia, secondo la concezione che ne abbiamo – e da una distanza. Nella terminologia marziale, questo concetto è chiamato Ma-Ai: lo spazio-tempo. Che si lanci un missile o che sferriamo un calcio, l’obiettivo da ragguingere necessita la compresenza di questi tre fattori. Il risultato, certo, dipenderà dalla potenza dell’arma usata: più sarà distruttiva, più i suoi effetti saranno difficilmente controllabili. Spesso, i mezzi utilizzati sono sproporzionati rispetto all’obiettivo da colpire. Questo constatazione si può applicare all’ultima guerra in Irak, che ha fatto l’impressione «di un elefante che schiaccia un top », come ad un taglio di spada o ad una presa al polso.

"C’è un abisso tra un attacco sul tatami ed un attacco «reale»"

Dunque sembra indispensabile, per tentare di capire il ruolo dell’Uke a questo punto, non considerare la presa come un attacco nel senso reale della parola, ma piuttosto come lo schizzo è al pittore, il disegno all’architetto, la trama al tessitore. È lo schema, l’imbastitura, l’abbozzo, con il quale l’artigiano praticante potrà, con l’aiuto degli arnesi che l’Aikido mette a sua disposizione, lavorare e dare forma al movimento, migliorarlo, adattarlo di continuo. Più l’abbozzo sarà grossolano, più arduo sarà il compito del Tori per giungere al prodotto finito. Al contrario, più l’abbozzo gli si avvicinerà, più il lavoro del Tori sarà facilitato, migliore e più
veloce la sua comprensione del movimento esatto e della sua esecuzione. Comunque, la didattica dell’Aikido comprende nel suo repertorio degli attacchi che tentano di avvicinarsi, quanto possibile, alla realtà, cioè : shomen, yokomen, tsuki e gli attacchi con le armi, per esempio. Ma anche qui, c’è un abisso tra un attacco sul tatami ed un attacco «reale», cioè un attacco che minaccia realmente la nostra vita e che lascia intravvedere la sua possibile fine. Nessuno si augura, del resto, di vivere una tale esperienza, a meno di avere tendenze suicide.
Sarebbe ridicolo credere il contrario, sia a livello di Uke che di Tori. Nessuno viene al Dojo per uccidere chicchessia, anche se la pratica impone di crederci. Non dispiaccia ai nostalgici, non si accetta alcuna perdita in un dojo, come poteva invece essere nei Ryu in un’epoca in cui si imparava il mestiere delle armi. In caso contrario, il responsabile sarebbe accusato di omicidio volontario o involontario e citato in giudizio. Potrà sempre perorare che pratica le arti marziali e convincere i giurati che questo studio comporta dei rischi!
Per chiudere questo capitolo sull’attacco nell’Aikido, quello che non è ma che rappresenta, ci rifacciamo ancora a Franck Noël:
“L’attacco è uno degli elementi del dialogo attraverso il quale l’Aikido impegna i suoi adepti a comunicare; dovrebbero elaborarlo mentre lo usano. Come nella buona retorica, le domande sollecitano risposte, ma queste elementi di risposte inducono le domande a precisarsi. Pertinenza delle une e adeguamento delle altre usciranno rinforzate da questo scambio”.
Prima di esaminare qualche suggerimento utile e pratico per migliorare la nostra comprensione del ruolo dell’Uke, è utile ricordare alcuni dei concetti fin qui sviluppati:
– Da quando ha adottato la posizione verticale durante la sua evoluzione, l’uomo non è predisposto a fare l’apprendistato della caduta a causa di fattori psicofisiologici che le sono cosciamente o incosciamente correlati, sopratutto la perdita dell’equilibrio.
–  L’apprendistato alla caduta permette di entrare in contatto con le paure viscerali legate alla nostra natura e di modellare il corpo necessario alla realizzazione delle tecniche dell’Aikido.
– La caduta, anche « padroneggiata », rimane dolorosa ed estenuante.
–  Uke non si limita al solo Ukemi. Sta alla ricerca dell’equilibrio come la tecnica di Tori a quella dello squilibrio.
– La presa non è un attacco in senso reale. È il suo abbozzo.
– È lo strumento educativo a disposizione del praticante (Uke e Tori) per permettergli di imparare e capire fisicamente, intellettualmente ed emozionalmente i principi che sottendono la pratica.
– Nell’ambiente del Dojo, un attacco non è portato con lo scopo di attentare alla vita di Tori o di nuocergli, anche se la pratica impone di crederci.
La questione rimane dunque di sapere come Uke deve comportarsi per giocare il suo ruolo.
Non converrebbe forse, dapprima, precisare quale è questo ruolo ?

"Uke deve comportarsi come un padre col suo bambino"

Per diversi motivi, Uke deve comportarsi come un padre col suo bambino. Per questa ragione, questo ruolo dovrebbe essere sostenuto da un praticante avanzato, cioè giunto a maturità. È un fatto assodato nei Budo classici che usano le armi. Infatti, non manipoliamo un’arma, neppure in legno, come una presa o una mano.
Nella maggior parte delle tradizioni orientali, la vita umana si svolge per periodi di 7 anni. Un detto giapponese consiglia : «Fino ai 7 anni, servi il tuo bambino come un principe, dopo servitene come di uno schiavo».
Quelli che hanno la fortuna di avere educato i loro bambini capiranno facilmente di cosa si tratta.
Durante il difficile passaggio dalla posizione seduta alla posizione verticale, il bambino ha bisogno dei suoi genitori. È loro compito assisterlo durante questo apprendistato. In un primo tempo, lo aiutano a reggersi in piedi tendendogli le braccia accoglienti per incitarlo ad alzarsi e rassicurarlo, cercano di ridurre al massimo le sue cadute o almeno badano che non si faccia male o «tropp » male, poiché sanno che le cadute e le botte hanno un valore educativo. Poi, quando riesce febbrilmente a tenersi in piedi, aggrappandosi a loro o ai mobili, lo aiutano pazientemente a fare i suoi primi passi prestandogli le loro dita, si armonizzano al suo ritmo, ricalcano i suoi
passi, in una parola dedicano il tempo necessario perché questa esperienza unica si svolga nelle migliori condizioni possibili. Poi, quando si avventura ed abbandona questa protezione rassicurante lasciando una mano e poi l’altra, per lanciarsi solo sulle due gambe con passi titubanti ed instabili, lo accompagnano, pronti a intervenire al minimo squilibrio, a sosternerlo in caso di incertezza e non smettono di incoraggiarlo con parole confortanti. Finalmente, cammina.
Poi, corre, salta gradini, uno, poi due. Dopo vengono pattini a rotelle, la bicicletta, il calcio e tante altre cose che i genitori si entusiasmeranno a mostrargli, e questo durante sette anni.
Ma cosa sono, esattamente, 7 anni della vita di un Aikidoka? Su questo punto ugualmente sussiste una certa ambiguità. Sette anni in ragione di due corsi di due ore per settimana sono una cosa, sette anni in ragione di un corso di due ore al giorno una altra cosa. Nel primo caso, costituiscono 1450 ore, nel secondo più di 5000, cioè 3 volte di più. In materia di aeronautica, per esempio, sono solo considerate le ore di volo per determinare le attitudini di un pilota. In Aikido, questa imprecisione è all’origine di molti fraintendimenti sulla qualità, sulle capacità e sul valore degli uni e degli altri. In generale, i praticanti parlano più volontieri del numero dei loro anni di pratica e sono discreti sulle loro ore di volo.
Ma possiamo normalizzare questa situazione ? La formula migliore consisterebbe nel rifarsi alla pratica degli Uchi-deshi di O’Sensei. Quando il Maestro Tamura è arrivato in Francia, aveva 12 anni di anzianità…, ma quante ore di pratica?
La sola ragione per la quale mettiamo in evidenza questa ambiguità è di permettere al praticante di realizzare che i 7 primi anni della vita di un Aikidoka si devono misurare in ore più che in anni di pratica e così capire che la prima infanzia può durare molto più tempo per la maggior parte dei praticanti. In altre parole, Uke dovrà conservare verso loro le stesse attenzioni che un padre ha per il suo bambino. Nella scala di misura proposta sopra, la fine del primo periodo di 7 anni potrebbe corrispondere al grado di Yondan che conferma la fine dell’apprendistato della tecnica. Il praticante arrivato a questo stadio ne ha fatto il giro – in lungo, in largo e attraverso -, conosce tutte le sue specificità, come il pianista conosce il tecnicismo delle dieci dita e della pedaliera del suo pianoforte.

"Perché tenere duro o forte, quando il partner non sa ancora camminare solo?"

È capace di suonare senza difficoltà i grandi pezzi del repertorio.
Può ormai cominciare ad interpretare la musica, ma non possiede ancora la SUA musica.
Ma allora, perché tenere duro o forte, perché testare quando il partner non sa ancora camminare solo? Che penseremmo di un padre che, non rispettando i tempi del suo bambino, invece di sosternerlo gli afferrasse la mano, imponendogli il suo ritmo, i suoi passi, e che lo rimproverasse se non segue ?
Riprendendo il parallelo tra il praticante di Aikido e il bambino durante i primi 7 anni di vita, potremmo considerare che lo stare in piedi corrisponde all’apprendistato dell’Ukemi ed il camminare a quello della tecnica, per Tori come per Uke poiché, come abbiamo visto, questi due aspetti sono indissociabili dalla pratica.
Un’altra incomprensione del ruolo dell’Uke sta nel fatto che, nella maggior parte dei casi, Uke non sa camminare più di Tori, o appena meglio, o addirittura meno. Al contrario e paradossalmente, perché sta a lui attaccare, può falsare il gioco non offrendo a Tori la presa di cui ha bisogno per capire e realizzare la tecnica.
Abbiamo troppo dissertato a proposito della «compiacenza» dell’Uke. Tanti, troppi, considerano che non vi sia motivo di cadere se il movimento eseguito non li costringe, non li trascina. Sono quelli che potremmo chiamare assolutisti, i «Cristo, poiché sei Cristo, scendi dunque dalla croce!», o in altre parole: «Poiché devi farmi cadere, provami che ne sei capace!». Volendo ben guardare, ai fini della dimostrazione, che questo modo di fare sia dettato da considerazioni di ordine pedagogico, può sembrare utopistico da parte di un praticante che non sa ancora camminare, o quasi, che realizzi un movimento imparabile, o vinca i 100 metri ai giochi olimpici! Non è meno presuntuoso esigere che Tori cammini quando si tiene appena in piedi. Di solito, questa attitudine è dettata per la preoccupazione di risparmiarsi perché, come abbiamo visto, la caduta, anche «padroneggiata», rimane faticosa e dolorosa. Così, col pretesto di non essere compiacenti con Tori, si finisce per essere compiacenti con se stessi. La maggior parte delle volte, si tratta più di una manifestazione dell’ego che di una vera vocazione pedagogica, nel senso che ostacolare la realizzazione della tecnica permette di rassicurarsi sulla propria incapacità a realizzarle essi stessi. Pensano: «Non riesco a fare la tecnica, ma non ci riesce neanche lui !… e non faccio niente per permettergli di riuscirci». Questo comportamento, un po’ sterile, avvelena letteralmente la pratica sui tatami. In effetti, è molto simile ad un’ingerenza del ruolo di Uke su quello di Tori; è esigere che lui faccia correttamente la sua parte di lavoro per accettare di fare la propria. Ora, entra nel ruolo e nella funzione dell’Uke di fare il primo passo creando le condizioni favorevoli, proponendo l’abbozzo il più affinato.
Infatti, per aiutare un bambino a camminare, non gli facciamo attraversare un campo minato, non seminiamo di ostacoli il suo percorso, non mettiamo ai suoi piedi scarpe di piombo. Al contrario, liberiamo il terreno, allontaniamo gli ostacoli e gli infiliamo scarpe adatte alla marcia. Inoltre, si privano essi stessi della parte della pratica di cui il loro corpo ha bisogno per formarsi: rifiutare
di cadere è una caduta persa definitivamente: «Val più la pratica che la grammatica». Da qui, sta all’Uke fare coscienziosamente il suo lavoro e al Tori il suo, indipendentemente ma insieme. Il concetto è chiamato Awase.
Ma guardando le cose in faccia, questa ultima proposta può sembrare profondamente egoista. In effetti, lo è. «Conosci te stesso e conoscerai gli altri » potrebbe dunque tradursi, nel linguaggio dell’Aikido: «Conosci la caduta e conoscerai il movimento». Dunque importa poco per Uke, in un certo senso, che Tori arrivi o no a realizzare la tecnica giusta, purché il suo embrione di movimento gli permetta di cadere e di insegnare al suo corpo le legge dell’equilibrio e dello squilibrio.
I praticanti che hanno già una certa esperienza sanno quanto è difficile realizzare una tecnica su un principiante che ha solo qualche ore di pratica. Ed è ugualmente difficile ma istruttivo arrivare a cadere, cioè a fare che la tecnica si avvicini il più possibile a quella che dovrebbe essere, con qualcuno che non possiede ancora le chiavi che gli permettano di realizzarla correttamente.
Ma tutte queste digressioni non ci dicono quello che dovrebbe essere una presa. Tuttavia le idee sviluppate qui sopra hanno permesso di capire meglio quale deve essere il ruolo dell’Uke. Una presa dove essere dura, molle, potente, forte, solida, morbida, rapida, energica, passiva, dinamica? In effetti, il problema non è là. Se l’insegnante domanda un lavoro in Kotai, sarà potente e solida. Se lo domanda in Jutai, sarà morbida et dinamica. In ogni caso durante tutti i tentativi del Tori di realizzare la tecnica, Uke deve, quando è possibile (nessuno è «tenuto» a fare l’impossibile) e nel limite della biomeccanica, mantenere la sua presa e non ostacolare il
movimento, anche se non è «giusto», per lasciarla solo quando è trascinato nelle sua caduta e poi rialzarsi. Se Tori lavora con le braccia, Uke riproduce il movimento con le sue. Se il primo spinge, l’altro si sposta indietro; se tira, si sposta in avanti, etc… Uke deve, in altre parole, divenire lo specchio di Tori, divenire quello che la foto è per il negativo: il suo rivelatore.
Idealmente, deve riprodurre il risultato e gli effetti reali del movimento di Tori, un po’ come lo sketch dei due pagliacci con lo specchio rotto. È così che Tori perverrà a vedere e capire quello che fa e che Uke svilupperà la flessibilità del corpo e dello spirito indispensabile alla comprensione dei principi dell’Aikido.
Questi pochi suggerimenti non hanno la pretesa di esaurire l’argomento, né di portare soluzioni miracolose. Il ruolo di Uke si sperimenta e si affina sul tatami prima di tutto. Il nostro desiderio è dare un contributo, un nuovo punto di vista a quest’altro aspetto della pratica, troppo spesso discreditato. Questo articolo è un tentativo di impegnare i praticanti a comunicare ed elaborare
insieme questo dialogo a due incognite: FARE DI DUE : UNO.
Per arrivarci, è indispensabile conoscere e possedere entrambe i ruoli.
Per concludere, ricorderemo che Uke deriva dal verbo Ukeru che significa: Ricevere.
Però, per ricevere, bisogna dare. Uke, attraverso la sua presa, il suo attacco, deve fare il dono della sua energia, del suo corpo, della sua comprensione, della sua disponibilità, della sua esperienza (anche se minima), della sua sensibilità e mette simbolicamente la sua vita nelle mani di Tori per permettergli di realizzare Aiki, l’Unità. Ma il praticante non potrà sperare di raggiungere il Tao se non accetta di esplorare questi due elementi della pratica, Tori e Uke, che costituiscono la tecnica dell’Aikido.

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Tutti gli Interventi di Daniel Leclerc

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Il Ruolo Dell’Uke nell’Aikido – Parte 1

"Uke"

Uke, quello che cade nella pratica dell’Aikido, opposto a Tori, colui che esegue la tecnica, gioca un ruolo essenziale nella didattica marziale in generale e giapponese in particolare, perlomeno per quanto riguarda le discipline che insegnano le forme di combattimento faccia a faccia (corpo a corpo). Il bersaglio non ha meno valore nel Kyudo, per esempio, però non ci sono gli stessi criteri. Questo ruolo è spesso misconosciuto o mal compreso, a volte screditato, da molti praticanti in particolare a causa della funzione passiva che gli attribuiamo ingiustamente

di DANIEL LECLERC

Questo articolo si propone di analizzare questo ruolo, sotto tutti i suoi aspetti, per permettere allo shugyo-sha di trovare gli elementi suscettibili di orientare il proprio lavoro verso una migliore comprensione della sua o delle sue pratiche. In un primo tempo, proveremo a capire e ad analizzare le ragioni che potrebbero giustificare quell’apparente mancanza d’interesse. Poi, tratteremo i differenti significati conferiti a questo ruolo nella pratica. Infine, proporremo qualche strumento utile per migliorare la nostra pratica a questo riguardo.
Uno dei principali fattori che contribuisce a screditare il ruolo dell’uke è di ordine psicologico, visibile in particolare nelle tecniche corpo a corpo, cioè la paura collegata alla caduta. Questa paura trova verosimilmente la sua causa nell’inconscio impegnato nell’evoluzione della specie umana in generale e di ogni individuo in particolare, quando fa i suoi primi passi. È comunemente riconoscuto, infatti, che la specie umana è nata il giorno in cui un animale si è
rizzato sui suoi arti inferiori per adottare la posizione eretta. Possiamo facilmente immaginare che questa mutazione non si sia realizzata senza dolore e basta osservare, in mancanza di ricordi, le esperienze faticose di un bambino quando passa dallo stare coricato alla posizione seduta ; poi dal gattonare, per imitazione, al rizzarsi sulle sue gambe. Quante cadute, ferite, botte non sono state sperimentate in quest’epoca della vita? Esse resteranno scolpite inevitabilmente nella nostra memoria per lasciare che sussista una paura viscerale della caduta.
Da allora, l’apprendistato alla caduta, ad una età in cui i fattori genetici legati ad una delle specificità della nostra specie si sono stabiliti definitavamente, ci porta a affrontare lo stesso processo al contrario, cosa che inconsciamente ci rifiutiamo di accettare. Basta, per convincersene, raccogliere le diverse locuzioni verbali usate in tutte le lingue per esprimere questa paura.

La caduta delle foglie

Si parla, infatti:
– delle caduta delle foglie, di massi, dei capelli, dei prezzi, della borsa, della moneta, dell’impero, di una città, degli angeli, di tensione.
Si dice:
– cadere in acqua, dal sonno, dalle nuvole, nella disperazione, sul campo di battaglia, sotto il dominio, dalla padella nella brace, etc.
Chi non ha sentito sua madre dirgli : «Bada a non cadere, potresti farti male!», oppure ancora: «A forza di fare il matto, finirai per cadere» (sottinteso «farti male!»).
Dunque sembra che la caduta sia associata al dolore, al declino, alla mancanza, alla decadenza, alla perdita d’equilibrio fisico, mentale e sociale. Infatti, non è strano che l’uomo diffidi della caduta istintivamente. Perché si tratta in fondo di
una sfida, dal momento che il praticante impara la caduta, va incontro ad una delle paure inscritte nei suoi geni.
Parallelamente a questa paura congenita ci sono altre paure più soggettive, più personali. Effettivamente, c’è un abisso tra cadere da solo, per mancanza di abilità, per debolezza fisica, per inavvertenza, e farsi cadere (diciamo, piuttosto, farsi proiettare). Questo abisso è l’altro e la fiducia relativa che gli concediamo. Poiché Uke non si limita all’Ukemi (comunemente tradotto con caduta). C’è infatti una parte di ignoto nell’idea di abbandonarsi fisicamente e psicologicamente. Proprio per questa ragione possiamo comprendere quelli che concedono a Uke il solo diritto di morire. Cadere è in fondo un pò morire, almeno avere la possibilità di prenderne coscienza e di accettarne la possibilità. Sfortunatamente, la cattiva compresione del ruolo dell’Uke, unitamente a una certa rigidità fisica – che le condizioni
della vita moderna non migliorano -, e alle carenze tecniche di Tori e la sua difficoltà a realizzare un movimento giusto, non incitano il praticante a rinnovare l’esperienza della sua morte per trovarci niente altro se non «un brutto momento da passare!»
Per altro, non possiamo passare sotto silenzio il ruolo che l’ego può giocare in questa situazione. Nell’Aikido, nel Judo, nel Karate-do, Uke è quello che «perde», in contrasto con Tori che lo annienta, o almeno tenta di farlo. Infatti, quando due individui, due animali, due insetti combattono, per una qualunque ragione – la predominanza tra maschi nel
gruppo, la difesa del suo territorio, dei suoi piccoli, del suo onore -, cercano a farsi cadere, di far perdere l’equilibrio all’altro, e il combattimento finisce, almeno nel mondo animale, quando l’uno dei due cade a terra. Questo sistema di combattimento prevale ancora attualmente nel Sumo, per esempio.
Spesso, nel quadro della pratica, la caduta può sembrare devalorizzante, per il praticante stesso come per lo spettatore neofita. É certo più gratificante sentirsi dire: « Diavolo, ma cosa gli hai fatto al tuo Uke!» piuttosto che : «Non sei riuscito a stare in piedi, vecchio mio!».

Morihei e Kisshomaru Ueshiba

La realtà è un’altra o dovrebbe essere un’altra. Nell’Aiki-ken, per esempio, è Uke che controlla la situazione perché deve tenere il centro in ogni momento, prima, durante e dopo il o gli attacchi di Uchi. Ciò costituisce del resto una specificità di lavoro dell’Aiki con le armi, che non esiste negli altri Budo con armi come il Ken-Jutsu o il Jo-Do, per esempio.
Nelle discipline classiche, Uke è quello che «perde». É una dei ragioni per la quale questo ruolo è normalmente sostenuto da un istruttore, addirittura dallo stesso insegante. Avremo occasione di tornare su questa nozione in seguito perché, ovviamente, il lavoro sul tatami non si riduce a vincere o perdere.
Da quello che precede, possiamo dedurre che la paura viscerale legata alla caduta genera un certo blocco fisico, o almeno una riluttanza, in rapporto col nostro inconscio collettivo e con la nostra memoria.
Però, non potremmo non considerare che anche lo squilibrio è all’origine di questa paura. Infatti, sta alle leggi fisiche come la paura sta ai fattori psicologici, cioè entrambe possono essere causa della caduta, che sia fisica, psicologica o sociale.
Lo abbiamo visto, la specie umana è nata il giorno in cui si è rizzata sui suoi arti inferiori, cioè è passata da una posizione perfettamente stabile, che le assicurava i suoi quattro punti d’appoggio, a una posizione di ricerca perpetua dell’equilibrio – o di perenne squilibrio – costringendola a sviluppare una morfologia che, per quanto perfetta, è insufficiente per garantirlo senza rischi. Il canguro, per esempio, che si sposta sui suoi due arti inferiori, possiede una coda, cioè un terzo punto di equilibrio che gli assicura una perfetta stabilità. Lo stato di perpetuo squilibrio, o di
equilibrio precario, dell’uomo non l’ha solamente reso instabile fisicamente, ma anche psicologicamente. Rizzandosi sui suoi arti inferiori, ha generato infatti una situazione che gli fa temere ad ogni istante di cadere.
Qual’è il riflesso di un’uomo che non ha imparato a cadere quando cade ? Cerca meccanicamente di appoggiare le mani per attutire la caduta, cioè usa istintivamente i suoi arti superiori. Non gli viene in mente di rotolare.
Dunque è evidente che questa instabilità genera, nell’uomo, una paura incosciente, quella di perdere l’equilibrio tanto caramente acquisito e di cadere.
Ma la questione non è di sapere oggi chi è nato prima, l’uovo o la gallina, quanto piuttosto di valutare che la caduta potrebbe non essere inscritta nei geni della natura umana. Infatti, l’uomo non è naturalmente predisposto a farne l’esperienza o l’apprendistato.
Il secondo fattore chi contribuisce a screditare il ruolo dell’Uke è di ordine fisico e fisiologico.
Infatti, chi può pretendere di cadere per o con piacere? La caduta, anche «padroneggiata», rimane dolorosa e può lasciare postumi irreversibili al corpo (es. il famoso «tasto di pianoforte»). Da questo punto di vista, il fatto di affrontare la caduta ad un’età in cui il corpo non è ancora muscolarmente formato, cioè prima dei 25 anni circa, può presentare un sicuro vantaggio. Dunque, non è strano che la propensione a cadere diminuisca proporzionalmente all’età. Per fortuna, come vedremo in seguito, la caduta è solamente uno degli aspetti del ruolo dell’Uke, certo il più faticoso fisicamente.

Sperare di cadere senza troppi danni...

Al contrario e paradossalmente, la caduta aiuta a modellare il corpo secondo la biomeccanica propria all’Aikido. E protremmo ugualmente dire che costituisce il solo modo che il praticante ha a sua disposizione per educare muscoli, tendini ed altri legamenti. Il riscaldamento all’inizio del corso non basta, per quanto completo sia, permette appena di sgranchire i muscoli, un po’ come il mattino al risveglio ci stiracchiamo per stimolare il corpo.
D’altra parte, è necessario essere in possesso di tutte le propria capacità fisiche per sperare di cadere senza troppi danni. Dolori cronici, in particolare a livello della colonna vertebrale, o malformazioni congenite possono svantaggiare il praticante nell’effettuare la caduta, a prescindere dai fattori psicologici che già li accompagnano. Anche le caviglie giocano un ruolo fondamentale. Infatti, il principio base della caduta è ridurre al massimo la distanza dal suolo. In biomeccanica, questa funzione è regolata dalle caviglie. La posizione accucciata, usata in estremo e medio oriente per riposarsi, come dai cow-boys davanti al fuoco di un bivacco, permette di dare alle caviglie la flessibilità necessaria.
In fine, la caduta è strettamente legata al respiro. Cadere è più estenuante che proiettare, nessun praticante sosterrà il contrario. A buon diritto, cadere assomiglia a una gara di fondo e, a volte, secondo il ritmo imposto da Tori, a una gara di velocità. Infatti, il cuore e il sistema polmonare sono fortemente sollecitati e necessitano una buona costituzione. In più, molti praticanti dissociano cadere e rimettersi in piedi. Cadono e si rialzano in un secondo tempo. Non usano la dinamica della caduta per rialzarsi, sottoponendosi ad un maggiore sforzo e restando così senza fiato.
Così, abbiamo visto, l’uomo non è naturalmente disposto a cadere. Dunque, non è strano che sia riluttante ad impararlo. Tuttavia, è padroneggiando, quanto più possibile, la sua caduta e il proprio squilibrio, che riuscirà a riconoscere e controllare questa paura viscerale e ad usare la legge di gravità indispensabile alla realizzazione della tecnica marziale.
Infatti, come possiamo sperare di squilibrare un avversario se non abbiamo sperimentato su noi stessi la legge di gravità? Ora, il principio base delle tecniche nell’Aikido, o nel Judo, è di usare la dinamica, l’energia di un attacco, per trascinare l’avversario nel suo proprio squilibrio.
Dunque, potremmo dire che l’apprendistato della caduta per Uke sta alla ricerca dell’equilibrio come l’apprendistato della tecnica per TORI alla ricerca dello squilibrio. Queste due aspetti della pratica sono indissolubilmente legati, come il positivo e il negativo, come ying e yang. Ed è solo a questa condizione che Aiki potrà manifestarsi.
È interessante constatare, a questo proposito, che secondo una giusta spartizione dei ruoli, si trascorre la metà del tempo sul tatami facendo UKE e la metà di questo tempo – nelle condizioni ideali – a cadere.

Fine della Prima Parte
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Tutti gli Interventi di Daniel Leclerc

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Riflessioni Sulla Pratica – Parte 2

Il Budo possiede un modo diretto e specifico di farci entrare nelle nostre paure...

Arriva la seconda parte dell’intervento di Daniel Leclerc sui significati profondi della pratica dell’Aikido e sui mezzi per conseguire il risultato di una pratica soddisfacente, matura e realmente unificante

di DANIEL LECLERC

PARTE 1

La pratica emozionale

A mo’ di introduzione, vorrei precisare che in questo capitolo non si cercherà di repertoriare e di analizzare l’insieme delle emozioni che ognuno di noi proverà praticando. In effetti, questo tipo di disciplina passa necessariamente dal contatto fisico e ciascuno ha il proprio modo di reagire ad una presa/attacco/aggressione, anche se simulata e codificata. Questo contatto potrà provocare, in particolare nei principianti, una gamma di emozioni che si manifesteranno con delle reazioni fisiologiche involontarie, tipo: accelerazione dei battiti cardiaci, sbattere involontario delle palpebre, risate nervose, forti tensioni muscolari, sudorazione eccessiva, dimostrando che il praticante è inevitabilmente immerso nell’emozionale dal suo primo corso. Il contatto lo condurrà, più o meno consapevolmente, ad entrare in relazione
con l’altro. Aiutato dalla pratica fisica, che gli consentirà una risposta tecnica adeguata, e dalla pratica intellettuale che gli ha fatto capire il come e il perché, sarà pronto a gestire queste reazioni emozionali affinché non disturbino né il suo
movimento, né il suo avversario/partner.
Tuttavia, queste sono comuni a tutte le pratiche corporee dove ci sia un contatto fisico, dal ballo da sala al calcio, e saranno sicuramente diverse da quelle che proverà un praticante di Zen assumendo la sua postura di meditazione.
Eppure, l’arte marziale possiede un modo diretto e specifico di farci entrare nelle nostre paure perché propone, con il suo sistema di allenamento, di avvicinare l’ultima paura : quella della morte. Ovviamente, per affrontarla, il guerriero dovrà combattere realmente per la propria vita. Certo, non serve praticare le arti marziali per farne l’esperienza, tuttavia la particolarità di questa pratica è creare una situazione per studiare, capire e controllare la paura. Oppure, per essere più precisi, per familiarizzare con l’idea senza dover necessariamente rischiare la vita. Ma se si può dire obiettivamente che tutti i praticanti proveranno questa paura prima o poi, non si può dedurre che si manifesterà nello stesso modo per ognuno di loro.

Ubaldo Chiossi

"L’uomo non è psicologicamente programmato per entrare di sua spontanea volontà in un attacco"

Come dico spesso durante i miei stage, l’uomo non è psicologicamente programmato per entrare di sua spontanea volontà in un attacco. Al contrario, la sua programmazione genetica lo spinge a fuggire. La pratica marziale propone dunque un’alternativa a questo istinto di sopravvivenza perché insegna che è spesso meglio affrontare un problema che cercare di evitarlo.
Questa infatti ci permette di entrare progressivamente nello stato emotivo che il praticante potrebbe provare se combattesse realmente per la propria vita. Ciascuno ha vissuto o vivrà virtualmente quest’esperienza, che sia durante una gara, un passaggio di grado oppure facendo Uke per un Sensei.
Questo approccio è progressivo perché dipende dalla nostra capacità di ricevere e portare l’attacco fino al punto in cui Tori abbia paura per sé stesso e Uke paura di toccare Tori. Daltronde, non è raro vedere Uke interrompere il suo attacco con la sensazione che avrebbe colpito Tori. Molti esitano ad entrare in questo spazio/tempo e direi che hanno ragione di ascoltare il loro istinto di sopravvivenza perché li avverte che non sono ancora pronti.
Esiste in Ken un esercizio di taglio a due in cui, mentre Shitachi perfeziona le sue traiettorie, Uchidachi sviluppa la propria capacità di ricevere (ukeru) il taglio di Shitachi sul suo bokken. Questo esercizio, di un valore educativo riconosciuto,
sprofonda subito i due praticanti nell’emozionale e, forse, Uchi ancora più di Shi perché è lui che «riceve il colpo» mentre il suo istinto di sopravvivenza gli suggerisce di evitarlo.
Un altro è Kiri-Otoshi (Chokusen Irimi, in Aikido) perché la tecnica è efficiente solo se Shitachi lascia Uchidachi entrare più a fondo nel suo attacco fino a fargli credere che lo toccherà.
Nel suo libro “Aikido”, Tamura Sensei lo esprime così :
«Più importante è dimenticare il proprio corpo, entrare e trafiggere pensando di essere trafitto, entrare direttamente senza la minima esitazione.
Spingete Aite con la vostra potenza mentale, fino a costringerlo ad attaccare; usando, prendendo il suo attacco, entrate! »
Conosco molti praticanti che si mettono in pericolo senza neppure accorgersene. Ma in questo caso, è solo la prova che non hanno studiato abbastanza e che non valutano appieno la situazione.
E’ necessario aver raggiunta una buona pratica fisica e intellettuale per poter intraprendere un reale e obiettivo lavoro su questo terzo aspetto. In effetti, la sola comprensione intellettuale della situazione non dà al praticante i mezzi fisici-tecnici per affrontarla. Ciò non vuole dire che non proverà nessuna emozione, anzi al contrario ne avrà troppe, al punto di esserne travolto e impedirto nel fare, nell’essere Aiki.
Oppure, se possiede la capacità fisica-tecnica – ed in particolare un buon potenziale atletico -, senza una comprensione sufficiente rischierà di ferire Uke e, anche in questo caso, gli sarà impossibile di fare, di essere Aiki.
Devo riconoscere che il lavoro con le armi, forse in ragione del pericolo che rappresentano nell’imaginario popolare, è un eccellente modo per entrare in questo aspetto della pratica. Ciò non significa che l’Aikido non lo sia, anzi al contrario ! Ma
ricordo qualche serie di kata con cari amici alla fine dei quali le armi letteralmente fumavano! Altrettanto bene ricordo il mio inizio in Aikido quando facevo Uke per Tamura e Chiba Sensei: anche allora ho sperimentato una varietà impressionante di emozioni !…
Vorrei dunque, ancora una volta, precisare che il praticante non potrà studiare – da non confondere con provare – realmente l’aspetto emozionale della pratica che dopo aver acquisito «l’intelligenza del corpo». O perlomeno capirà, in occasione delle esperienze emotive che vivrà durante il suo percorso marziale, che ha bisogno di questa capacità se non vuole essere la vittima delle manifestazioni fisiologiche involontarie che provocheranno.
Per fare un paragone, lo studio di questo aspetto della pratica sarebbe un po’ come mettersi al volante di una Ferrari quando si conoscono tutti i segreti della guida. A cosa servirebbe un’auto del genere a qualcuno che non sa neanche cosa siano una «doppietta» o un «tacco-punta»? Il parallelo è interessante perché effettivamente l’arte marziale mette subito una Ferrari a disposizione dei praticanti ma molti la usano come se guidassero una 2 cavalli o un Suv, anche dopo anni e anni di guida.

Simone Chierchini

Sapere come stare «immobile e impassibile» fino al punto di non ritorno dell’attacco di Uke

Il lavoro che consiste dunque a mettersi volontariamente in situazione di pericolo, cioè questa capacità di stare «immobile e impassibile» fino al punto di non ritorno dell’attacco di Uke, ci fa entrare in una nuova dimensione e valutare a quale punto i due altri aspetti della pratica sono tanto indispensabili quanto inutili. O, per usare le parole di O’Sensei:
«Non vi insegno come spostare i vostri piedi ma come muovere la vostra mente!». E’ però innegabile che si capisce meglio quando si sa come muovere i piedi…
Raggiunto il momento in cui la sua pratica fisica, intellettuale ed emozionale è diventata «un tutto» armoniosamente sviluppato ed equilibrato, il praticante come il musicista è capace di suonare tutti i brani del repertorio, senza errori tecnici e con tutte le sfumature imposte dallo spartito. Da un punto di vista marziale è diventato un guerriero, nel senso in cui ha acquisito tutte le competenze che gli permetteranno di ingaggiare un combattimento con la probabilità di uscirne vivo. Può da allora in poi dedicarsi totalmente a perfezionare la sua interpretazione, o la sua efficacia, secondo le sue motivazioni, tenendo presente che sono personali e dunque intrasmissibili : solo il solfeggio lo è!
A questo livello è grande la tentazione di voler insegnare il proprio stile piuttosto che il metodo che ha permesso di definirlo. Se si deve insegnare a scrivere a qualcuno, sarebbe improduttivo (perché prematuro) spiegargli subito tutte le figure retoriche.
Il percorso marziale del praticante potrebbe finire qua, cioè nel perfezionarsi mantenendo in equilibrio questi tre aspetti della pratica. Infatti, lo studio dell’arte marziale (Bu-Jutsu) si limita a questo : diventare sempre più efficace.
Tuttavia, esiste un’altra dimensione, una «quarta» pratica. La sua particolarità è che non è obbligatoria, né automatica e che non renderà il praticante più forte tecnicamente. Il fatto di tralasciarla non gli impedirà dunque di progredire, purché
continui a praticare fisicamente, intellettualmente ed emozionalmente.
E’ a discrezione del praticante di intraprenderla consapevolmente o meno. E’ comune a tutte le discipline con il suffisso «Do» nel loro nome ed è perfettamente riassunta con queste parole del Buddha:
«Il solo vero combattimento da ingaggiare è il combattimento contro sé stesso!»
Trattandosi di un combattimento, chi meglio di un guerriero potrebbe ingaggiarlo?
Si tratta, certamente, di una nuova dimensione della pratica. L’arte marziale (Bu-Jutsu) si limita a migliorare le performance dei suoi adepti e questa è la sua funzione.
Le discipline marziali (Bu-Do), invece, propongono al praticante di utilizzare il metodo marziale (diventato obsoleto dal punto di vista propriamente «guerresco») per perfezionarsi e diventare migliore dal punto di vista umano.
Da qui si può parlare di «pratica spirituale».

L’Aikido è un’arte di Pace, come lo definiva O’Sensei

La pratica spirituale

Molte persone sono attratte dall’Aikido e dalla sua «aura» per la dimensione spirituale, quasi mistica, a cui l’ha elevato il suo fondatore. E hanno ragione: l’Aikido è un’arte di Pace, come lo definiva O’Sensei. E’ dunque compito di chiunque ne intraprenda lo studio elaborare le strategie che lo trasformeranno in un Artigiano della Pace.
Per molti anni, il praticante d’Aikido studia e sperimenta la tecnica, la quale propone soluzioni per far fronte ad un eventuale aggressione senza che ci sia opposizione al movimento e alla dinamica. Quando i suoi livelli di pratica saranno equilibrati e sarà capace di rispondere tecnicamente con efficienza a tutti gli attacchi del repertorio, la sua riflessione dovrebbe naturalmente condurlo a chiedersi di più sulla natura del conflitto, la sua origine, ciò che l’ha generato. Poi, comincierà a percepire lo spazio e il tempo tra l’intenzione dell’attacco e la sua manifestazione fisica, e perfino tra la non-intenzione e l’intenzione. Più la sua percezione si affinerà, più realizzerà che può agire – e non più reagire – anche prima dell’attacco.
Yoyu è la parola usata in Budo per definire questa capacità : il margine. Quando il praticante avrà raggiunto questo livello, dovrà scegliere tra il male e il bene, tra distruggere Uke o convincerlo pacificamente a modificare il suo atteggiamento:
setsuninto (la spada che uccide) – katsujinken (la spada che dà la vittoria), Hei-ho Heiho desu (i metodi della guerra diventano i metodi della Pace).
La pratica spirituale si fonda principalmente sulla capacità di trasporre la nostra comprensione tecnica (fisica, intellettuale ed emozionale) dell’Aikido nella nostra vita quotidiana per gestire armoniosamente gli inevitabili conflitti a cui ci espone il nostro modo di vivere e di pensare. Come mi comporterò se qualcuno mi taglia la strada e investe la mia macchina mentre sono già in ritardo al lavoro a causa del traffico?
Come, non lo so ma esiste certamente una soluzione Aiki, altrimenti il sistema non sarebbe valido e il suo studio non avrebbe senso! In effetti, a cosa potrebbe servire un sistema di combattimento basato sull’unione delle energie e l’armonizzazione con l’avversario se non conducesse a modificare l’atteggiamento dei praticanti nel loro modo di entrare in relazione con l’altro, in particolare in situazione conflittuale?
Eppure, stranamente, per non dire paradossalmente, non esistono forse altre discipline marziali in cui le polemiche siano così diffuse come in Aikido!
Infatti questa pratica, che dovrebbe interessare tutti, i principianti come gli avanzati, i più e i meno dotati, si rivolge direttamente al nostro cuore «Kokoro». In questo combattimento, l’idoneità tecnica non serve e il suo esito dipenderà solo dalla nostra capacità di interagire con empatia.
Se si interroga sinceramente, il praticante dovrà prima comprendere le ragioni per cui dovrebbe combattere con sé stesso. Questa prospettiva potrebbe effettivamente risuonare in lui come un Koan tanto sembra assurda a priori. Ma se non ne capisce la necessità, quale sarebbe dunque il senso di questo combattimento per lui?
Se non fa niente per risolvere questo koan, la pratica rimarrà solo un modo di perfezionare la propria tecnica mentre dovrebbe essere il mezzo per perfezionare il proprio essere. In effetti, a cosa servirebbe essere più forti se non si diventa
migliori?

Fuori del Dojo, che ne è della pratica?

Tuttavia, per riuscirci, dovrà sviluppare la sua capacità empatica ed accettare di rimettersi in questione. In effetti mettersi al posto dell’altro permette di accettare l’idea che possa aver ragione e, di conseguenza, che il proprio orgoglio possa uscirne ferito. Spesso, questa situazione è vissuta come una perdita o una sconfitta, mentre può essere trasformata in una piccola vittoria su sé stesso. E’ quest’atteggiamento, quest’altro modo di pensare che lo aiuterà a capire che non c’è niente da guadagnare nell’opposizione e questa consapevolezza concorrerà alla sua crescita personale.
Etimologicamente, empatia è un neologismo che significa «sentire dentro» e che la psicologia ha definito come la capacità di mettersi al posto dell’altro, di provare quello che prova. Non è dunque insensato dire che lo studio di una disciplina basata sull’armonia e sull’unità con l’altro, come lo è l’Aikido, dovrebbe prima o poi condurre il praticante a trascendere la tecnica, realizzando che lo studio sul tatami gli insegna come evitare il conflitto nelle sue relazioni quotidiane. E’ Uke che recita il ruolo dell’altro sul tatami ma, fuori del Dojo, che ne è della pratica?
Ovviamente, si indirizza direttamente all’ego, quest’entità virtuale a cui diamo vita e spazio, come Dr. Jeckyll e Mr. Hyde ! Perché, di sicuro, il nemico da combattere è questo : una creazione unica e personale che proteggiamo da chiunque osi offuscarla.
L’ego non è cattivo in sé: è ! Il problema è l’importanza che gli diamo, il culto che gli dedichiamo. Ma se il «guerriero» ha capito bene la lezione dell’Aikido e se non vuole opporsi a tutti quelli che metteranno la sua imagine in questione, si convincerà man mano che l’opinione che l’altro ha di lui può, a volte, essere più obiettiva. Questa capacità di cambiare di prospettive, quest’elasticità mentale (Junanshin) nel giudicare, si sviluppa grazie all’empatia. Ma l’ego non è disposto ad ammettere così facilmente che l’altro possa aver ragione e si oppone.
Curiosamente, la crescita delle capacità tecniche è direttamente proporzionale a quella dell’ego : diventare più forte tecnicamente lo tranquillizza, lo gratifica e lo fortifica. In questo modo però si rischia di dimenticare o, meglio, si tende a rimuovere l’idea di questo combattimento contro sé stessi perché la rimessa in questione sarà sempre più difficile da accettare, quasi intollerabile. Come scrive Franck Noël nel suo libro (Aikido – Fragments d’un dialogue à deux inconnues) «A tale titolo, i rigonfiamenti dell’ego che sono l’arroganza o la sufficienza di colui che si crede bravo, che crede di aver capito tutto, sono tappe per cui è difficile non passare perché la valorizzazione dell’individuo fa parte integrante del percorso. E come non fermarsi per contemplarsi un po’ ?»
Ma, come dicevo in preambolo, la pratica spirituale non è indispensabile per afferrare e capire i principi dell’Aiki il cui studio può assolutamente limitarsi agli aspetti fisico, intellettuale ed emozionale,… così come a un poco di «contemplazione dell’ego!».

«Contemplazione dell’ego»

Intraprendere questa pratica significa ingaggiarsi consapevolmente a dichiarare guerra a sé stessi, all’ego, con le sue strategie, i suoi compromessi, le sue inguaribili ferite e i suoi rimpianti. Perché si tratta effettivamente di una vera guerra, con battaglie infinite e numerosi combattimenti, il cui numero dipenderà dalla nostra abilità a non cadere nelle sue trappole. Ogni battaglia persa ci rende più vulnerabili per le successive, un po’ come l’ostacolo che non siamo riusciti a superare la prima volta. E il drago non muore facilmente. Per ucciderlo, deve smettere di essere la nostra ragione di vita…
Questa è anche una delle risposte alla domanda: Perché si pratica?
E come dice O’Sensei stesso :
«L’approccio all’«altro» può essere considerato come un’occasione di testare la sincerità del nostro allenamento mentale e fisico, di vedere se siamo capaci di una risposta effettiva, in accordo con la legge divina».
Mi sembra difficile però chiudere questo capitolo senza evocare l’aspetto mistico dell’Aikido. Chi non ha visto O’Sensei pregare nella maggiore parte dei film e delle immagini che lo ritraggono? Tuttavia questo argomento presenta un carattere troppo personale e intimo per poter essere direttamente collegato alla pratica marziale, perché su questa via l’importante è avere Fede, non quello a cui si crede. Miyamoto Musashi, nel suo libro «Gorin-no-Sho», riassume ammirevolmente il comportamento che un guerriero dovrebbe adottare riguardo alla religione :
«Rispetta tutti gli Dei ma non aspettare niente da loro!»
Il misticismo è legato ai «misteri», ad un credo nascosto superiore alla ragione e l’Aikido, al contrario, non ha nulla da nascondere! Il praticante può dunque seguire questa via se pensa che gli spalancherà le porte dell’Aiki, convertito dall’esempio del Fondatore. Ma anche se O’Sensei non ha mai predicato una religione – o allora la sua si chiamava Aikido -, non si può traslasciare di ricordare le esperienze estatiche che hanno costellato il suo percorso e aperto la sua coscienza al punto di poter comunicare con gli Dei.
In conclusione, mi piacerebbe esporre brevemente le ragioni per cui ho scritto questo articolo. In effetti, si assiste ad una proliferazione di «scuole» di Aikido che, in modo curiosamente contraddittorio, si oppongono senza riuscire a trovare tra loro l’AI che dovrebbe invece unirle. Ciascuna è convinta di proporre la giusta interpretazione dell’Aikido senza accorgersi che la sua particolarità è data dall’essersi probabilmente specializzata in uno solo dei tre primi aspetti della pratica. Se li avesse equilibrati tra loro, si ritroverebbe a cooperare armoniosamente con tutte le altre.
Benché di natura idealistica, non sogno al punto di credere che il mondo sia di frutta candita! Spero semplicemente che questo articolo ricorderà agli Aikidoka di ogni obbedienza di non fissarsi su un solo aspetto della pratica perché, come detto, l’Aikido è costituito dall’insieme di questi approcci. Infatti, le differenze tra gli stili, in apparenza discordanti, dimostrano allo stesso tempo la diversità e la coerenza della nostra Arte e sottolineano il carattere universale dell’Aikido, come lo auspicava O’Sensei.

Traduzione dal francese di Valeria Glingani

Leggi la Prima Parte
Tutti gli Interventi di Daniel Leclerc

Copyright Daniel Leclerc©2010-2011
Pubblicato per la prima volta su
http://idam.altervista.org/articoli.php

Riflessioni Sulla Pratica – Parte 1

"Se la tecnica non è un fine, qual’è il fine della tecnica?"

Chi non ha mai sentito dire che la tecnica è solo un modo, non un fine ? Tuttavia, è proprio grazie ad essa che si apriranno le porte dell’Aiki. A questo punto, possiamo porci la domanda : «Ma se la tecnica non è un fine, qual’è il fine della tecnica?». Prima parte dell’intervento di Daniel Leclerc, di cui per ragioni di spazio pubblicheremo il seguito domani. Intanto riflettete sulle sue considerazioni iniziali e sospendete il giudizio fino ad aver il quadro completo del suo pensiero

di DANIEL LECLERC

Version Francaise

L’Aikido è innanzitutto una pratica corporea. E’ infatti attraverso il corpo che O’Sensei ci propone di trovare l’armonia in noi e con il mondo. E’ lo strumento che ci permetterà di studiare il movimento, entrando in relazione con l’altro, percependo infine che questo movimento è quello dell’Universo stesso e che occorre muoversi in accordo con le sue Leggi, fisicamente e mentalmente.
In un precedente articolo, scrivevo che l’Aikido si pratica fisicamente, intellettualmente ed emozionalmente. Qui di seguito mi piacerebbe spiegare cosa intendo con questo.
In primo luogo, tengo a precisare che non esiste una reale separazione tra questi tre aspetti della pratica che, al contrario, ritengo indissociabili. Infatti, una pratica solo fisica, o solo intellettuale, oppure solo emozionale porterà uno squilibrio nella crescita del praticante creando un ipertecnico insensibile, o un intellettuale senza concretezza, oppure un santo inconsapevole. Eppure, quasi inevitabilmente, durante il nostro percorso marziale tenderemo a soffermarci in particolar modo su uno di questi aspetti più che sugli altri.

La pratica fisica

E’ la più essenziale, la più concreta, la più evidente, il che non significa però la meglio compresa perché è basata sullo studio del movimento nel doppio ruolo di Tori e di Uke.
Uno dei primi obiettivi del praticante dovrebbe quindi essere quello di far acquisire al proprio corpo questo movimento attraverso la ripetizione. E’ ripetendo e ripetendo che il corpo può imparare a muoversi in accordo con i principi su cui si fonda la nostra disciplina. Ed è solo quando potrà muoversi secondo questi principi, senza pensarci, che comincerà a praticare Aikido, un po’ come il pianista che deve dimenticare le sue dita per «interpretare» La Musica.

Acquisire l'Intelligenza del Corpo

Tuttavia, dimenticare non vuole dire che non ha più bisogno della tecnica ma, piuttosto, che le sue dita hanno acquisito la capacità di muoversi naturalmente, senza che si debba prestarci attenzione, senza doverci riflettere. Solo a questo punto la sua pratica potrà entrare in quella dimensione in cui gli consentirà di dimenticare corpo e tecnica. Finché le sue dita, o la sua tecnica, costituiranno un problema, non potrà pretendere di fare musica o praticare l’Aikido.
Ovviamente, può sembrare insensato dire che lo studio della tecnica possa essere dimenticato. In effetti, non lo è mai realmente e lo prova che anche i più grandi virtuosi continuano a ripetere regolarmente gli esercizi di base. Questo vale ugualmente per un praticante di Aikido : non deve mai smettere di praticare, di ripetere, tanto Tori quanto Uke. L’età certo non aiuta, in particolare per il ruolo di Uke. Ma anche in questo caso, la padronanza fisica dei principi, cioè quella che chiamerei «la comprensione o l’intelligenza del corpo», dovrebbe permettere al praticante meno giovane di restare sul tatami serenamente, anche in età avanzata.
Con «intelligenza del corpo» intendo quell’istinto che si sviluppa con la ripetizione e che Consente di reagire ad uno stimolo anche prima che il cervello abbia avuto il tempo di ragionare sulla situazione. Gli esempi di praticanti di Aikido che sono usciti illesi da uno scontro frontale in moto grazie all’ukemi non mancano; e molti potranno raccontare di non avere avuto nemmeno il tempo di realizzare quanto stesse accadendo che il loro corpo aveva già reagito, istintivamente.
Se vuole poter continuare a praticare il più a lungo possibile, il praticante deve prima o poi porsi domande sul movimento che esegue, la sua ragione di essere, il suo senso. In effetti, la ripetizione meccanica di un gesto non garantisce che il corpo sarà educato bene e che «le dita si muoveranno sulla tastieria da sole». E ciò per almeno due ragioni:
1) Il modello del movimento da riprodurre deve essere perfetto. In generale, questo ruolo è devoluto all’insegnante ed è del resto la sua funzione principale. Ma come ottenere una bella grafia se quando impariamo a scrivere il modello delle lettere non è corretto? Si tratta di una grande responsabilità e si dovrebbe riflettere attentamente prima di decidersi ad insegnare. In effetti, se il praticante riproduce un gesto scorretto, di chi è l’errore?
Ma l’Aikido non si scrive come la musica. Invece, le leggi fisiche della biomeccanica, si!
E’ dunque essenziale rispettare lo spartito prima di poter interpretare un movimento. Gli insegnanti non dovrebbero mai dimenticare che devono, prima di tutto e indipendentemente dalla loro personale interpretazione, insegnare il «solfeggio» dell’Aikido. Quando si ascoltano Furtwängler o Toscanini dirigere la 9° sinfonia, si può avere l’impressione di sentire due brani completamente diversi, ma sappiamo che entrambe i Maestri rispettano scrupolosamente lo spartito scritto da Beethoven.
Questa responsabilità è ancora più grande verso i ragazzi che hanno ancora intatta la capacità di «cogliere» il movimento e di riprodurlo facilmente.
Si potrebbe dire anche che lo studio dei movimenti (delle tecniche) per un aikidoka è paragonabile a quello delle note per un musicista o dei passi per un ballerino.

Niente può garantire che l’allievo veda e riproduca correttamente

Certamente si può diventare musicista senza studiare il solfeggio. Questo è soprattutto vero per i ragazzi perché la loro intuizione (dal latino «intuito»: conoscenza immediata di q.c. senza intervento della riflessione – diz. etimologico Zanichelli) non é stata ancora corrotta dal dualismo della materia e della mente.
2) Posto che l’essere umano abbia la capacità innata di riprodurre un gesto per imitazione (secondo la teoria dei neuroni a specchio), ci si chiederà perché non pratichiamo tutti l’Aikido di O’Sensei. Dando per valida questa teoria scientifica, qualcosa nel nostro modello sociale, culturale ed educativo sembra atrofizzare tale capacità nel tempo, tanto che pochi adulti sembrano averla mantenuta. Di conseguenza, e anche supponendo che il modello sia perfetto, niente può garantire che l’allievo avrà la capacità di vederlo e di riprodurlo correttamente. I gesti che riprodurrà per imitazione all’inizio della sua pratica si discosteranno dunque da quelli del modello e, con tutta probabilità, il corpo ripeterà dall’inizio dei movimenti scorretti senza rendersene conto.
Riassumendo: la nostra incertezza nel percepire un movimento e nel tentare di riprodurlo fedelmente, associata alla nostra mancanza di competenza nel valutare il modello che abbiamo sotto gli occhi, ci dà quasi la certezza che passeremo i primi anni di pratica ad insegnare al nostro corpo dei movimenti scorretti. E la ciliegia sulla torta, per così dire, è che passeremo il resto del nostro tempo di pratica, purché sia seria e assidua, a correggere gli errori ed a «ri-imparare a camminare».
Nell’ambiente specificamente sportivo, la pratica agonistica è uno dei mezzi pedagogici che può condurre all’acquisizione di quest’«intelligenza corporea» perché si basa su un’allenamento fisico intenso e regolare che permette di modellare
strutturalmente il corpo in modo che risponda alle esigenze atletiche dello sport considerato. Trattandosi di formazione, è preferibile iniziare la pratica ad un età in cui la struttura muscolo-scheletrica si sta ancora trasformando, cioè tra 7 e 21 anni al massimo. Possiamo notare a questo riguardo che più la disciplina sportiva fa appello a capacità prettamente fisiche, più i campioni sono giovani. Per di più, lo spirito di competizione si accorda perfettamente a questo periodo della vita in cui si entra facilmente in conflitto con tutto e tutti e fornisce degli stimoli positivi. Ma con questo non miro a fare l’apologia della pratica agonistica oppure a schierarmi a favore della sua introduzione nell’Aikido. Vorrei insistere sul fatto che la didattica in ogni disciplina corporea, e l’Aikido ne fa parte, si basa sulla ripetizione fisica dei movimenti
che porterà al corpo ad agire istintivamente.
Ma esiste una differenza fondamentale tra un Do ed uno sport : il loro scopo. Il primo è un sistema per migliorare l’uomo inteso nel senso più ampio del termine e il secondo mira principalmente a migliorare le sue performance. Ciò non vuole dire che un nuotatore che si allena duramente non possa migliorare sé stesso, ma non è questo il suo scopo e/o non ci pensa neanche. Altrettanto, un adolescente accetterà di soffrire fisicamente durante l’allenamento perché ha l’obiettivo di vincere una medaglia : è la sua motivazione. Ma quale potrebbe essere quella di un praticante per fargli accettare
un’ora di suburi e più?

Nick Pitman

Non ci si può accontentare del solo lavoro corporeo per afferrare i principi della propria disciplina

Ciascuno deve avere la o le sue, almeno immagino ! Ma se bastasse allenarsi per crescere, tutti i campioni sportivi diventerebbero automaticamente dei Maestri e così non è. Invece, tutti i maestri che ho conosciuto hanno, in un momento del loro percorso, allenato seriamente il loro corpo.
Sembra quindi evidente che il praticante non può accontentarsi del solo lavoro corporeo per afferrare i principi della propria disciplina. Nel caso contrario, il suo corpo rischia di cristallizzare cattive abitudini che gli sarà difficile eliminare senza una completa rieducazione strutturale.
Uno dei mezzi di cui dispone è fare appello alla sua capacità di ragionamento e di discernimento, che ho chiamato l’aspetto intellettuale della pratica.

La pratica intellettuale

Come abbiamo visto, lo studio della tecnica non può limitarsi alla riproduzione della forma che ne è solo la sua rappresentazione grafica o, dovrei dire, coreografica. Più questa sarà semplice, più sarà facile da riprodurre e da trasmettere senza subire alterazioni. La forma è solo la manifestazione fisica di un principio e ognuno deve stare attento a non prendere il dito che mostra la luna per la luna.
Per introdurre questo aspetto della pratica che ho chiamato «intellettuale», vorrei subito precisare che non si tratta solo della curiosità naturale che porterà il praticante ad interessarsi alla cultura legata al sua disciplina, né di una semplice
accumulazione di conoscenze ma, piuttosto, di una ricerca, di uno studio teorico e speculativo sul movimento.
Con la pratica fisica, il corpo acquisisce il movimento ripetendolo. Ma occorre averne una buona comprensione prima di farlo ripetere dal corpo. Comprendere è preso qui nel suo doppio senso etimologico (dal lat. comprehèndere che significa abbracciare, includere in un insieme o capire i motivi e la natura di qualcosa cioè, nel nostro caso, del movimento). La pratica intellettuale si basa dunque sulle nostre capacità cognitive per apprendere il movimento attraverso l’analisi, l’introspezione, la critica e, al limite, la polemica se non ci fa cadere nell’emozionale. In altre parole, dovrà impegnarsi a
definire il come e il perché del movimento.
In effetti, se l’insegnante alza un braccio girando su sé stesso, l’allievo può limitarsi a ripetere all’infinito quello che ha visto, persuaso di riprodurre fedelmente il movimento dimostrato. Però, a un certo punto, dovrà arrendersi all’evidenza che la sua azione non produce gli stessi effetti di quella del Sempai, dell’insegnante o del Sensei.
L’imitazione della forma esterna del movimento o della tecnica riguarda l’aspetto fisico della pratica ma un movimento non può essere studiato indipendentemente dal suo effetto: qual’è il risultato che voglio ottenere riproducendo questo gesto? Se vuole andare avanti, il praticante dovrà interrogarsi sul suo come e sul suo perché, cioè il suo processo fisiologico, biomeccanico, fisico, strutturale e pluridimensionale.

Morotetori Kokyo-ho

Shodan, il grado dell'inizio: ma l'inizio di cosa?

Dovrà capire, per esempio, che per entrare nel movimento di Uke, dovrà necessariamente visualizzare la traiettoria del suo attacco – e dunque della sua energia cinetica – per poterla annichilire (Irimi) o guidare (Tenkan).
Questa ricerca dovrebbe permettergli di capire che il corpo umano funziona come una meccanica di alta precisione e gli consente di effettuare dei movimenti straordinari, se usato correttamente.
Questo percorso intellettuale dovrebbe naturalmente aprirsi verso il grado di Shodan, cioè quando il praticante ha dimostrato di aver acquisito la forma della tecnica. Lo conferma il fatto che questo grado corrisponde ad un «inizio». Ma un’inizio di cosa esattamente ? Qualcuno ha mai risposto a questa domanda ?
Per riprendere il parallelo con la musica, potremmo dire che il musicista pratica fisicamente quando suona il suo strumento e intellettualmente quando studia il solfeggio. E penso di poter affermare che, anche se non dichiarato, esiste un solfeggio in Aikido costituito dalle leggi della fisica e della biomeccanica.
E’ solo quando il praticante avrà un’idea del come e del perché del movimento che saprà «educare» il proprio corpo quando lo farà ripetere.
Possiamo dire che questo processo si svolge essenzialmente in tre fasi : la prima legata alla percezione, quindi alla raccolta di dati, la seconda di rielaborazione e sperimentazione, la terza di metabolizzazione e creazione.
Contrariamente ad un’idea preconcetta, l’intelletto funziona meno velocemente del corpo. Basta, per convincersene, ricordarsi le innumerevoli fasi di apprendistato a cui ci sottomettiamo durante la nostra esistenza, tipo: imparare a nuotare, ad andare in bicicletta, oppure a designare un kanji. Il corpo non vede il movimento, non sente le spiegazioni dell’insegnante. Vede e sente solo quello che il cervello ha registrato grazie ai suoi organi di senso. E’ dunque attraverso il cervello che il corpo otterrà le istruzioni di cui ha bisogno per riprodurre il movimento dimostrato. All’inizio, la nostra
comprensione è limitata e il movimento che riproduciamo ne è la dimostrazione. Poi, man mano, la nostra comprensione migliorerà perché senza di essa il movimento non ha nessun senso. Quid manibus si nihil comprenhendum? (Cicerone). Perché le mani se non c’è niente da cogliere?
In questo modo, correttamente istruito, il corpo prenderà sempre più fiducia e riinvierà le sue impressioni all’intelletto per analisi e correzioni, e così via…
Nishioka Sensei, il mio Maestro di Jodo, insiste sul fatto che un praticante debba sempre mantenere lo stesso livello in Ken ed in Jo. Bisogna sapere che la pratica del Jodo necessita l’apprendimento non solo della parte Jo della tecnica, ma anche della parte Ken, perché tutti i movimenti del Jo sono stati elaborati per far fronte a degli attacchi di Ken. «Il vostro livello in Jo vi deve permettere di migliorare il vostro livello in Ken e viceversa», ci ripete di continuo. Allo stesso modo, una buona comprensione intellettuale del movimento – quello che occorre fare e perché occorre farlo – permetterà di correggere gli errori e dunque di migliorare le esecuzioni successive in un continuo processo di aggiustamento.
Tuttavia, il praticante dovrà essere attento a non lasciarsi sedurre dal canto delle sirene, nel senso in cui è facile compiacersi nella pratica intellettuale perché è molto meno impegnativa fisicamente e meno stancante. Sono in molti a valutare il proprio livello in Aikido basandosi su questa sola comprensione. Basta girare un po’ negli stage per osservare che, a parte qualche rara eccezione, i praticanti sono più abili a spiegare che a dimostrare e ovviamente le loro spiegazioni sono spesso all’altezza di ciò che sono in grado di dimostrare.

Hitohira Saito

Lo studio nel Budo e' un puzzle: ogni pezzo corrisponde ad un Kihon

Lo studio del Budo potrebbe essere paragonato ad un puzzle : ogni pezzo corrisponde ad un Kihon, un movimento di base. Il praticante sa che deve mettere tutti i pezzi al loro posto perché l’immagine sia completa e coerente. Il suo lavoro sarà molto facilitato se ha già un’idea dell’immagine finale che otterrà quando tutti i pezzi saranno assemblati. La sola differenza con un puzzle comune è che una buona conoscenza di ogni pezzo permette di creare un numero infinito di immagini. Forse è questa la libertà di cui parlano i maestri : per molto tempo, bisogna riprodurre l’immagine che ci è proposta dall’insegnante e posizionare i pezzi secondo le sue indicazioni fino a quando avremo sviluppato la capacità di creare delle immagini personali e, in seguito, il metodo per riprodurle.
Questa ricerca, o pratica intellettuale, può portare a studiare tanto la fisica dei fluidi, la meccanica quantistica, l’astrofisica, quanto lo Zen, per esempio.
Senza arrivare a questo, già raggiungere la consapevolezza di tutte le resistenze e dei gesti superflui nell’esecuzione di un movimento fa parte di questa ricerca. In questo caso, si tratterà di lasciar dialogare corpo e mente al fine di eliminare le tensioni inutili per ristabilire l’armonia.
Ugualmente, l’insieme di nozioni e concetti veicolato dalla nostra pratica rientra in questo studio, dalla semplice memorizzazione delle numerose nomenclature giapponesi (nomi dei kata, delle tecniche, dei periodi della storia giapponese e tante altre cose…) alla stesura di questo articolo.
Prendiamo, per esempio, lo studio del Reishiki : di cosa potrebbe essere costituito?
Da una parte, di tutte le informazioni raccolte qua e là dagli insegnanti e dai compagni di pratica. Comincerà appena il praticante indosserà per la prima volta il suo keikogi per continuare, magari dopo anni, con lo studio della tradizione Ogasawara in uso attualmente alla Corte Imperiale del Giappone.
Dall’altra, di tutte le ricerche personali che il praticante avrà intrapreso per capire il senso e la ragione di essere del Reishiki, da una semplice riflessione allo scambio di punti di vista tra amici durante la tradizionale birra del dopo corso.
Infine, della sua capacità di integrarne i principi nella sua pratica, manifestando un progressivo cambiamento di comportamento, tanto personale quanto sociale.
Sintetizzando, una buona comprensione intellettuale della propria pratica aiuterà l’Aikidoka tanto quanto la padronanza del solfeggio un musicista. Comunque, è un’aspetto del loro studio che non possono permettersi di ignorare.
Conquistato questo livello di comprensione fisica e intellettuale, che dovrebbe corrispondere, secondo i miei criteri personali, al grado di 4° dan, il praticante dovrebbe aver raggiunto la cosiddetta «intelligenza del corpo». Le dita si muovono sulla tastiera da sole senza ragionarci. Al contrario, un’interferenza mentale interromperà la fluidità del movimento perché il corpo sarà costretto a ridurre la sua velocità a quella, più lenta, del cervello.
Ed è a questo livello che la pratica emozionale comincia ad avere un senso. Ciò non vuole assolutamente dire che il praticante non si sia confrontato all’emozionale prima d’ora : in effetti, lo ha fatto dalla sua prima caduta, ma grazie alla maggior comprensione fisica ed intellettuale acquisite, saprà muovere correttamente il suo corpo e così affrontare, analizzare, capire le sue emozioni e specialmente le sue paure.
Ad esempio, entrare nel vuoto fa paura, specialmente se il corpo non sa come muoversi. Chi non ha mai esitato di fronte ad un ostacolo da saltare ? Ovviamente, è sempre possibile buttare qualcuno in mezzo ad un lago per insegnargli a nuotare e, in questo caso, il poveretto si troverà subito immerso (senza giochi di parole) nei tre aspetti della pratica:
• fisico : deve muoversi se non vuole affogare,
• intellettuale : dovrà scoprire in fretta un mezzo come muoversi per risparmiare
le forze se vuole raggiungere la sponda prima di affogare,
• emozionale : e non mi sembra il caso di precisare come e perché !
Sarebbe la stessa cosa, tornando a parlare di arti marziali, di una recluta mandata al fronte in tempo di guerra dopo solo un mese di addestramento.
Lo studio del Budo è meno immediato e traumatizzante, «anche se…»! E’ dunque volontariamente, e progressivamente, che il praticante si impegnerà su questa via. Ed eccoci di nuovo di fronte alla famosa domanda: perché si pratica ? Ma ci torneremo più tardi perché, ovviamente, esiste un quarto aspetto della pratica.
Così, in possesso di un corpo ben allenato e conscio di quello che fa, il praticante può approfondire ciò che ho chiamato: la pratica emozionale.
In altre parole, come si comporterà un praticante ben preparato e consapevole di quello che sa in un vero combattimento « simulato » o su un campo di battaglia «virtuale»?

(1. Continua)

Leggi la seconda parte dell’articolo

Copyright Daniel Leclerc©2010-2011
Pubblicato per la prima volta su
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Breve Analisi della Situazione dell’Aikido in Italia

Aikido in Italia, un'analisi

Pubblichiamo questa interessante analisi della situazione dell’Aikido in Italia, elaborata da Daniel Leclerc, di cui condividiamo interamente forma e contenuto, con l’invito a tutti di leggerla e divulgarla.
Un’unica precisazione: non e’ BREVE come suggerisce il titolo… ma vale il tempo speso per assimilarne il contenuto

Version Francaise

 

 

 

di DANIEL LECLERC

Questa analisi, fatta da un non italiano, non ha né l’intenzione né tantomeno la pretesa di spiegare in maniera esaustiva il “perché” e il “come” della situazione politica dell’Aikido in Italia a partire dalle sue origini.

Non è questo il suo scopo. Si tratta piuttosto di uno strumento di lavoro, che potrebbe servire da base ad una riflessione più approfondita, per tutti i praticanti italiani desiderosi di vedere l’Aikido considerato e riconosciuto dai ministeri publici, restando però coerenti con i principi basilari di questa disciplina marziale, soprattutto: «AI».
Scuserete quindi questa mia «ingerenza» in una situazione che, di primo acchito, non mi dovrebbe riguardare. In compenso, mi sento molto coinvolto dall’Aikido in se stesso, in quanto praticante e cittadino del mondo.
Inoltre, quelli che leggeranno questo scritto dovranno considerare che la riflessione proposta non solo  li concerne direttamente; ma che il risultato delle loro azioni e delle loro decisioni influirà sulle generazioni future di praticanti. Devono mettersi nella disposizione d’animo di un uomo che pianta un seme, sapendo che non vedrà mai l’albero.
Dai miei primi passi in aikido nel 1973, ho conosciuto numerosi praticanti italiani durante gli stage che frequentavo, sia in Francia che all’estero e in Italia (soprattutto a Carisolo, Milano, Trieste, Roma,Venezia e Vicenza). Anche se alcuni di loro non condividono la mia stessa «obbedienza», non ho potuto fare a meno di apprezzare le loro motivazioni e la serietà della loro ricerca sulla lunga, incerta e difficile via del Budo.
Prova ne è che la maggior parte di loro continua a praticare con costanza ed applicazione e con alcuni ho instaurato dei legami d’amicizia, proporzionalmente al grado di affinità reciproca al livello di pratica, gusto ed altro.
Chi mi conosce da parecchio tempo, sa che ho participato attivamente all’organizzazione dell’Aikido in Francia, con la creazione nel 1982 della FFAB, costituita attorno a Tamura Sensei.
Ciò nonostante, nel 1984, mi sono ritirato dalla «vita pubblica di Aikido» e ho dato le dimissioni dai diversi incarichi che occupavo nell’ambito di questa struttura.
A ritroso, posso dire che la mia decisione fu dettata soprattutto da 2 ragioni:
• da una parte la necessità di dedicarmi, sia professionalmente che moralmente, alla mia famiglia ed all’educazione dei miei figli
• dall’altra dalla constatazione del fallimento dell’unificazione dell’Aikido francese –comprovato dall’esistenza di 2 federazioni – in ragione delle ambizioni personali nutrite dallamaggioranza dei responsabili e la loro incapacità, cosciente o incosciente, di consacrarsi interamente al futuro di questa disciplina, indipendentemente dal loro avvenire personale.
Non ho mancato tuttavia di interrogarmi sui mezzi che potrebbero essere adottati per evitare che le ambizioni personali prevalgano sull’interesse generale, senza sottovalutare questa propensione umana a dimenticare col tempo gli scopi iniziali, sia che si tratti di aikido o di creare una qualsiasiassociazione.
Da quello che ho potuto constatare prendendo contatti con gli uni e con gli altri, la situazione italiana è al contempo sterile ed ideale.
La mancanza di una regolamentazione, infatti, lascia il terreno vergine, anche se un po’ incolto.
D’altro canto, ciascuno sembra voler continuare a coltivare, più o meno felicemente, il suo piccolo orticello, e non essere disposto ad abbandonarlo.
Quei pochi tentativi di voler unificare l’Aikido italiano hanno miseramente abortito, rinforzando l’idea generale di «ognuno per sé e Dio per tutti».
Molti dei praticanti italiani pensano che il tipo d’organizzazione sia il risultato della popolarità diquesta disciplina in Francia (più di 60.000 iscritti). Ma questo argomento cade di fronte ad un’analisi obiettiva della situazione.
Di fatto, le strutture create in Francia sono più la conseguenza di una volontà politica – nel vero senso della parola – di regolamentazione dello sport in generale (brevetto statale di educatore sportivo, comitato nazionale di gradi), che della volontà degli stessi aikidoka. E’ molto probabile infatti che in assenza di una regolamentazione statale, la situazione francese non sarebbe molto diversa da quella attuale italiana, se non per il numero di gruppuscoli che si troverebbero a coabitare.
Ora, il tipo di organizzazione realizzato in questo paese non permette di evitare il « mandarinato », e la coesistenza di 2 federazioni, entrambe accettate dal Ministero dello Sport, mostra i limiti di questosistema.
D’altronde, i fatti hanno dimostrato che non esiste nessuna reale volontà d’unificazione, visto che ciascuna federazione – o meglio ciascun responsabile delle 2 federazioni – vuole conservare i suoi piccoli privilegi.
Da ciò si evince che il modello francese non è da seguire e l’interesse dei Francesi per l’Aikido dipende più dal loro individualismo che dal tipo di organizzazione messa in atto.
Al momento attuale, in Italia, non esiste alcuna regolamentazione specifica. Dalle ricerche che ho effettuate, ho scoperto che il Ministero dello Sport ha delegato i suoi poteri al CONI, che a sua volta è costituito dalle federazioni nazionali delle diverse discipline olimpiche. A fianco di queste, il CONI riconosce altre federazioni sportive facenti parte delle cosiddette «discipline associate», (il kung-fu wu-shu per esempio ne fa parte), così come delle associazioni chiamate «enti di promozione» (come lo CSEN) che raggruppano tutte quelle organizzazioni sportive che non rientrano nell’ambito delle discipline olimpiche o associate.
A questo punto mi sembra opportuno ricordare che, contrariamente al Judo, al Karate ed al Kendo per esempio, l’Aikido non è uno sport, in senso etimologico e politico del termine, in quanto non esiste alcuna forma di competizione – per lo meno sufficientemente rappresentativa – che opponga un praticante ad un altro con lo scopo di designare un vincitore ed un vinto.Verosimilmente, è solo la componente fisica della pratica che lo accomuna agli altri sport di combattimento.
Ma sembra alquanto prematuro dissertare a questo proposito, per lo meno fino al momento in cui l’Aikido italiano non sarà abbastanza unito per scegliere tra le diverse opzioni che gli si presentaranno quando sarà ufficialmente riconosciuto.
La domanda che si pone oggi, o che potrebbe porsi , è determinare in che misura sia auspicabile l’unificazione dell’Aikido italiano. Dal mio punto di vista, esistono 2 ragioni principali che giustificherebbero tale unificazione: una politica e l’altra etica.

1.POLITICA

L’Italia fa parte dell’Europa che a sua volta oggi è diventata una realtà politica. Infatti – tanto per smentire le parole di Kissinger che, in risposta alle pressioni dei suoi collaboratori perchè la prendesse in considerazione nel quadro delle negoziazioni internazionali, avrebbe detto:« L’Europa, chi è ? Mi date il suo numero di telefono ?» -, l’Europa dispone oggi delle strutture politiche (esecutive, legislative e giudiziarie) che le permettono di organizzarsi ed essere rappresentativa.L’Europa ha già legiferato in molti settori (monetario, economico, istituzionale), ma non è stato fatto ancora niente a livello di sport, se non le prime assise tenute a Olimpia il 21 e 22 maggio 1999 ed intitolate: « Il modello europeo dello sport ».
La Commissione Europea, rileva un aumento esponenziale delle denunce relative alla libera circolazione, tra cui il riconoscimento dei diplomi. D’altro canto, ella invita le istituzioni comunitarie a consultare le organizzazioni sportive laddove trattino questioni importanti che riguardano lo sport.
Più avanti, sottolinea che ella non ha alcuna intenzione di proporre un modello unico di organizzazione sportiva in Europa, né di varare nuove iniziative legislative.
Relativamente al modello europeo, dichiara che l’organizzazione dello sport in Europa presenta delle caratteristiche comuni a tutti gli stati. Così lo sport è praticato soprattutto nell’ambito di società sportive, raggruppate in federazioni sportive territoriali, inquadrate da federazioni nazionali.Infine, relativamente al ruolo delle federazioni sportive, indica che la riflessione deve vertere in primo luogo sulla definizione di federazione sportiva.
In alcuni Stati tale questione non solleva difficoltà di sorta perché la definizione di federazione sportiva è fissata per legge e gli Stati hanno stabilito un registro delle federazioni sportive. In altri, la definizione è più imprecisa e le federazioni sono iscritte in registri generali riservati alle associazioni. Un primo passo potrebbe consistere nella compilazione, da parte di ogni Stato membro, di un elenco delle sue federazioni sportive con gli omologhi europei e mondiali.
Da ciò che precede, è possibile trarre le conclusioni seguenti :
• Non esiste alcuna federazione di Aikido in Italia, e quindi se il governo dovesse fare una lista delle federazioni sportive, l’Aikido non vi sarebbe incluso ; e ciò vorrebbe dire che potrebbe sopravvivere soltanto attraverso altre federazioni sportive riconosciute.
• Se una delle federazioni sportive (per es. la FILPJK) o uno degli organismi di promozione (per es. lo CSEN) rivendicasse il controllo dell’Aikido, questo sarebbe a scapito di tutte le altre associazione entro le quali coesistono dei gruppi di aikido come per esempio: l’Aikikai d’Italia, il gruppo Kobayashi, l’Aiko, il gruppo Iwama Ryu, il gruppo Tissier, ecc.
D’altra parte, ho saputo da alcuni responsabili politici (parole che attendono conferma) che, a breve, il governo italiano dovrebbe legiferare in materia di sport. Se questo fosse vero – soprattutto per quanto riguarda l’istituzione di un diploma di insegnamento sportivo –, l’Aikido non sarebbe preso in considerazione, e quindi l’insegnamento dell’Aikido non potrebbe essere dispensato senza la copertura di un professore legalmente riconosciuto (per esempio di Judo o Karate).
In altri termini, gli insegnanti di Aikido non potrebbero più aprire delle sale a loro nome, ma solo appoggiandosi ad un professore diplomato e con licenza. Tale situazione è già stata vissuta inFrancia (fino al ’75) quando i soli professori di Judo avevano l’avvallo giuridico per potere insegnare Aikido e Karate.
Infine ciascun praticante, se dotato di conoscenza e studio sufficientemente approfonditi, può fare dell’Aikido ciò che vuole, seguendo la sua libera interpretazione. Perfino in Giappone coesistono differenti stili di Aikido : quello di Shioda, di Tomiki, di Tohei, dell’Aikikai ecc. Qualcuno ha avuto l’onestà intellettuale e morale di designare la loro propria interpretazione di quest’arte con un nome diverso da Aikido (come il maestro Noro, in Francia, che ha dato al suo sistema il nome di Kinomichi, o come il maestro Tsuda che ha chiamato il suo “la scuola della respirazione”). Questa coabitazione non da fastidio a nessuno, non turba in niente l’ordine sociale e parte dal principio che «Dio riconoscerà i suoi».
Non è la stessa cosa in occidente, dove il sistema – a base democratica – poggia su principi egualitari. Ora, dal mio punto di vista, l’arte marziale, e il Budo che ne è il suo prolungamento spirituale, è tutto fuorché democratico. Piuttosto è un sistema oligarchico – nel senso etimologico del termine –dove quindi il potere è esercitato da un numero ristretto di persone, scelte in funzione dei loromeriti. Le tribù degli indiani d’America, per esempio, funzionavano secondo questo modello. Il Budo si basa su dei valori morali e spirituali che trascendono le nozioni di uguaglianza o maggioranza; all’uomo che decide di intraprendere il suo studio, propone di diventare responsabile di sé stesso e delle proprie azioni, ed in nessun caso propone un sistema d’organizzazione sociale.
Quando un shugyosha decideva di aprire una sala – in Giappone si parla piuttosto di Ryu – era perfettamente libero di farlo e il successo della sua scuola dipendeva solo ed unicamente dalla sua capacità di accettare le sfide incessanti che gli altri shugyosha gli lanciavano di continuo, per provare in questo modo la validità del suo sistema. In effetti, l’usanza voleva che il perdente di una sfida diventasse l’allievo dell’altro. Questo sistema aveva il vantaggio di mantenere un alto livello di qualità tecnica e morale. Secondo un vecchio detto giapponese : «Soltanto il pesce forte osa nuotare in acque alte».
Ciò nonostante, sarebbe stupido ignorare il contesto nel quale si sviluppa attualmente il Budo –soprattutto in occidente – dove un’attività esiste o è considerata solo per il numero di persone che rappresenta. Churchill diceva a questo proposito : «la democrazia è il meno peggio dei sistemi, ad esclusione degli altri». Comunque è il nostro, con tutti i suoi vantaggi e i suoi inconvenienti.
E’ una realtà politica che non possiamo più trascurare, a meno di restare all’ombra dei più grandi. In un sistema democratico, perché un dojo possa esistere – essere legittimato – basta che i suoi iscritti siano assicurati. Non è possibile – non è legale e democratico – che un dojo ne sfidi un altro per affermare la sua validità. E’ la politica «del migliore e del peggiore» ed il prezzo da pagare per la Libertà.
Personalmente al termine « Libertà » – che ingloba delle nozioni che vanno al di là del quadro sociale – preferisco il termine «libero arbitrio» che definisce meglio la libertà, in quanto scelta che l’uomo ha di «fare» o «non fare». Ciascuno quindi è libero di pensare e di esprimersi come vuole, ed anche in questo caso «Dio riconoscerà i suoi».
Ciò nonostante questa libertà è indissociabile dal principio di tolleranza : la disposizione d’animo e di cuore di colui che accetta, ammette da parte degli altri dei sentimenti, delle idee e dei comportamenti diversi dai suoi. Molto spesso la tolleranza consiste nell’ignorare ciò che è diverso e nel vivere ciascuno per sé. Ma questa tolleranza non è il risultato di una scelta personale, piuttosto di una rassegnazione, nata dal constatare l’impossibilità di imporre agli altri le idee per le quali sipotrebbe perfino morire. Don Juan – il maestro di Castaneda – diceva a questo proposito :«l’impeccabilità del guerriero è nell’accettare che gli altri vivano così come sono».
Riporto qui un breve passaggio tratto da « etica del sapere » di M. Cacciari, (in Micro Mega,almanacco di filosofia, 97, pag. 71) :« Hostis era lo straniero – straniero in tutto – che si presentava, autentico pro-blema all’ospite,all’Hospes. E che veniva ospitato, mantenendo integri il suo carattere e il suoi costumi. Nomade ma accolto. Soltanto se ognuno ritrova lo straniero in sé stesso, soltanto se l’altro che parla in noi, l’hostis che abita in noi, è riconosciuto e ascoltato, possiamo essere con lo straniero che viene, autonomo, affrontarne il pericolo, dialogare con esso. E riconoscere pericolo – e – dialogo come essenziali a noi stessi. Se tace o è messo a tacere lo straniero in noi, con quel pro-blema che ci affronta «da fuori» potremo avere soltanto rapporti di inimicizia… E nessuna comunità tra questi« nomadi » sarà concepibile mai.»
L’uniformità e l’isolazionismo non permettono quindi di realizzare l’AI, l’UNITA’. Ma esiste una struttura capace di raggruppare, di unire i diversi gruppi dell’Aikido italiano allo stato attuale ?

2. ETICA
E’ molto triste, per certi versi, constatare quante discordie e disaccordi ci siano tra i praticanti di una disciplina il cui nome inizia con una sillaba che significa «UNITA’», o anche «ARMONIA».
Etimologicamente l’ideogramma « AI » è composto da 3 caratteri:
• L’uomo in piedi – nel senso di «umanità»
• Il numero «uno»
• Una bocca, nel senso di «espressione».
Tradotto letteralmente, significa « l’umanità d’una sola voce » da cui il senso più esteso di« UNITA’ o ARMONIA » dato a questo termine. Sia la filosofia che la tecnica di questa disciplina ci invitano a ricercare e trovare questa unità, questa armonia con l’altro, sia sul tatami che al di fuori.
Ora, purtroppo, si constata che a livello dell’organizzazione di questa disciplina, gli aikidoka hanno qualche difficoltà a parlare all’unisono. Questi dissensi e queste divergenze, per naturali ed «umane» che possano essere, si ritorcono immancabilmente contro la disciplina stessa, discreditandola.
Tutto ciò, non è appannaggio solo dell’Aikido ma esiste anche in altri settori – come la musica o la pittura per esempio – tuttavia con una sostanziale differenza. Nessun musicista o nessun pittore avrebbe mai la pretesa di dichiarare che tutto ciò che non è la sua musica o la sua pittura, non è né musica né pittura. Esistono numerose correnti e tendenze e nessuno avrebbe mai l’audacia di sostenere che l’impressionismo o il barocco siano la sola vera pittura o la sola vera musica.
Al contrario la diversità degli stili ne costituisce la loro ricchezza e fa parte del patrimonio dell’umanità.
Alle soglie della morte, O’Sensei dichiarò : «L’Aikido appartiene al mondo intero», ma nondisse : «Il mio aikido appartiene al mondo».
Sembra che l’essere umano provi un bisogno viscerale nel ricercare l’opposizione : un modo come un altro, e sfortunatamente più di un altro, di provare che esiste. Questo è vero all’interno di una famiglia o di un club, di una federazione o di una nazione. In caso di conflitto, i fratelli, i genitori, i responsabili politici «si scannano» allegramente, ma se la famiglia è minacciata dall’esterno, dallo straniero – il barbaro come veniva chiamato dai greci – essi si riconoscono, dimenticano i loro risentimenti personali ed uniscono le loro forze per affrontare il pericolo. Si può quindi concludere che, di fronte all’ignoto, l’essere umano ricerca altrettanto visceralmente il supporto dei membri della famiglia, ed in senso generale, di tutti coloro con i quali condivide gli stessi interessi.
Quando questi interessi sono comuni a quelli di altre persone, altri gruppi e altre nazioni, essi o esse si uniscono per difenderli e preservarli.Inoltre, « unità » non significa « uniformità ». Resta quindi da capire come raggiungere l’unità senza perdere la propria specificità.

L’AÏKIDO ITALIA (A.I.)
Progettare l’unificazione dell’Aikido italiano adottando una struttura classica (Presidente, Comitato Direttore, Direttore Tecnico, Assemblea Generale e multi commissione) sarebbe destinato al fallimento poiché questo sistema conduce immancabilmente al mandarinato e alle lotte di potere (sebbene ci si possa interrogare sulla portata di un tal potere, se si esclude un’esaltazione supplementare dell’ego…).
Quindi, sembra che il sistema che meglio converrebbe sia quello di tipo oligarchico ; cioè quello in cui solo le persone che lo meritano deterrebbero il potere e potrebbero dunque decidere quali scelte fare per l’avvenire della disciplina, soprattutto a livello tecnico. Ma come valutare questo merito nel quadro attuale dell’Aikido italiano?
Effettivamente, tutti gli aikidoka con un minimo di 25 anni di pratica potrebbero far valere la loro esperienza e rivendicare un posto da dirigenti in seno a questa futura associazione. Il criterio da adottare non può dunque essere quello dell’anzianità. In compenso, alcuni di questi « anziani » sono arrivati a tesserare attorno a loro un certo numero di praticanti che segue l’insegnamento che propongono e si sono organizzati per funzionare in perfetta autarchia. In altre parole, potrebbe trattarsi di persone il cui carisma e la competenza si estendono su svariati dojo e/o associazioni legalmente costituite.
Poco importa, a questo punto, di dissertare sulla validità del loro insegnamento; meglio riconoscere che la loro sfera di influenza si estende al di là del loro proprio dojo e constatare che dei praticanti sinceri hanno scelto di seguirli. Queste persone esistono in Italia e sono quelli che potremmo chiamare i «leaders» del gruppo che si è costituito attorno a loro, che abbiano tagliato oppure no il cordone ombelicale con una eventuale legittimità morale (Aikikai, Iwama, Kobayashi, ecc.).
Sembra tuttavia indispensabile precisare cosa intendiamo con «gruppo», per evitare che qualunque insegnante di club possa pretendere questa carica di leader. Così, nello stretto contesto di questo futuro comitato, un gruppo dovrà essere costituito da un numero minimo di dojo e/o associazioni legalmente registrate (per esempio 10, ma questo numero dovrà essere stabilito dai pionieri del progetto) o da un numero minimo di praticanti, per esempio 200. Ciò non significa che un gruppo che non arrivi ad avere tali numeri non possa far parte del Comitato, però non potrà essere direttamente rappresentato.
Ogni gruppo che risponderà ai criteri stabiliti designerà un rappresentante, che sia il leader stesso o una persona scelta dai membri del gruppo per costituire quello che potremmo chiamare : «Il Consiglio degli Anziani» («senatus» in latino) o dei «saggi».
Quest’ultimo sarà l’organo legislativo del Comitato. Prenderà le decisioni che giudicherà opportune per l’avvenire della disciplina, all’unanimità o almeno col consenso di una maggioranza dei suoi membri che non potrà essere inferiore ai 2/3 o 3/4, per evitare abusi di maggioranza e discussioni «di corridoio». Ben inteso, questo Comitato dovrà possedere personalità giuridica, cioè dovrà essere dichiarato ufficialmente e registrato come Associazione Sportiva Culturale Dilettantistica. Per questo motivo, dovrà necessariamente avere un Presidente, un Segretario e un Tesoriere, che avranno un ruolo esclusivamente amministrativo e non politico. Saranno l’organo esecutivo.
Ugualmente, l’A.I. non dovrà possedere più fondi di quanti saranno necessari al suo funzionamento ed ogni gruppo che entrerà a farne parte manterrà la sua totale autonomia amministrativa, tecnica e finanziaria. I soli fondi di cui disporrà proverranno da iscrizioni e quote assicurative che potrà ricevere e versare per conto di tutti i gruppi presso l’ente nazionale al quale si appoggerà. Questa struttura di«sostegno» o «accoglienza» potrebbe essere lo CSEN, a condizione che accetti di riconoscere e costituire un settore specifico AIKIDO.
La struttura e il funzionamento di questo futuro Comitato, qualunque sia il nome che gli si darà, non possono dipendere dalle mie sole riflessioni. Le poche indicazioni riportate qui sopra hanno solo loscopo di sottolineare, in modo concreto, lo spirito con il quale dovrebbe essere costituito.
Così, per coloro che vorranno consacrare tempo e competenze alla sua creazione, riassumo brevemente questi punti:
• Riunire l’Aikido italiano sotto una sola bandiera per poter levare una sola voce e ritrovarsi pronti quando il governo italiano legifererà in materia di sport.
• Permettere ad ogni gruppo che lo costituirà di funzionare come ha sempre fatto, cioè mantenendo la sua completa autonomia amministrativa, tecnica e finanziara, nel pieno rispetto del lavoro pregresso di ciascuno.
• Ottenere delle condizioni finanziarie interessanti a livello di licenze e assicurazioni, in proporzione al numero delle iscrizioni.
• Fissare un codice etico della pratica dell’Aikido che sia conforme al messaggio del suo fondatore, cioè : lo sviluppo armonioso dell’uomo in relazione all’intero universo.
E’ soprattutto su questo ultimo punto che il consiglio dei Saggi trova la sua principale ragione d’essere. Questo codice etico riguarda infatti tre settori :
• L’attribuzione dei gradi DAN.
• La formazione degli insegnanti e l’istituzione di un diploma corrispondente che sia realmente qualificante.
•L’etica propriamente detta.

I GRADI
Anche a questo livello sarebbe auspicabile che ogni gruppo potesse mantenere le sue prerogative. Tuttavia, ho potuto constatare una certa propensione all’inflazione dei gradi in Italia, per lo meno in rapporto ai criteri valutativi che ho potuto osservare dal Maestro Tamura durante i suoi esami.
Tutti concordano nel pensare che la tecnica non sia il fine ultimo dell’Aikido, ma il mezzo proposto da O’Sensei per divenire Aiki. I più grandi maestri di arti marziali, soprattutto di spada, hanno sempre affermato la supremazia dello spirito sulla tecnica, senza peraltro denigrarla.
Tra gli altri, Yamaoka Tesshu disse: «Particolare» e «universale» sono i due aspetti della pratica. «Particolare» è la tecnica, «universale» è lo spirito. Là dove particolare ed universale sono in armonia si schiude il mondo dell’attività meravigliosa».
« L’essenza dell’arte della spada poggia sulla padronanza dei due aspetti dell’universale e del particolare. Il particolare fa riferimento alla tecnica, l’universale allo spirito».
« L’arte della spada consiste nell’utilizzare la non-forma all’interno della forma per ottenere la vittoria».
Il grado che decreta la fine dell’apprendistato della forma è il 4° dan. Il praticante giunto a questo livello possiede la tecnica; ma non ancora l’arte. I gradi successivi confermano la progressiva padronanza dello spirito, ragione per cui non è più necessario sostenere «esami».
Sembrerebbe dunque sensato, per assicurare una certa omogeneità di livello, che l’esame del yondan sia presentato davanti al Consiglio dei Saggi o, almeno, di una maggioranza di essi. In compenso, il candidato verrebbe giudicato solo dal leader del suo gruppo di appartenenza.
In questo modo si potrebbe assicurare una certa legittimità al grado, oltre a permettere ai diversi gruppi di presentare pubblicamente il loro lavoro attraverso gli esaminandi.
In conclusione, ogni gruppo conserverebbe la propria autonomia nella attribuzione dei gradi fino al quarto incluso, sottinteso che quest’ultimo dovrebbe essere presentato davanti al Consiglio dei Saggi. Riguardo ai gradi successivi, sarebbe il Consiglio stesso a definirne i criteri di attribuzione.

L’INSEGNAMENTO
Che l’insegnamento dispensato in futuro sia costruito su criteri comuni condizionerà l’avvenire stesso della disciplina e la sua credibilità.
A questo punto però non dobbiamo confondere spartito e interpretazione. In musica, per esempio, si può preferire l’interpretazione di una «Polacca di Chopin» eseguita da Rubinstein piuttosto che da Horovitz. Ciò nonostante si tratta dello stesso spartito, dunque delle stesse note. Nella pittura, esistono infiniti stili, ma tutti gli artisti utilizzano pennello, colori e tela.
Allo stesso modo, si può preferire l’Aikido di un maestro piuttosto che di un altro. Eppure, quando questi eseguono un movimento, tutti riconoscono la tecnica realizzata e le danno lo stesso nome, indipendentemente da come è stata interpretata. Uno dei compiti essenziali di questo futuro Comitato sarà dunque di assicurarsi che i futuri insegnanti suonino le stesse note, leggano lo stesso spartito.
Attualmente, qualunque praticante italiano può aprire una sala se dispone di una tecnica sufficientemente credibile, per lo meno agli occhi dei suoi futuri allievi; ma si sa che «Al paese dei ciechi, i guerci son re!». Se è vero che il bagaglio tecnico è di primaria importanza per quelli che si votano all’insegnamento come per coloro che li seguiranno, non basta però da solo a garantire un insegnamento di qualità.
La parola «insegnare» deriva dal latino volgare : «insegnare, rinforzo del latino signare, indicare (da cui istruire), da signum, segno, e dal latino classico: insignire, lasciare un marchio, segnalare, distinguere». Il suo significato si situa dunque al di là della pura e semplice trasmissione di tecniche; ruolo, questo, che un libro o un video potrebbero benissimo ricoprire.
Consideriamo anche che l’essere istruiti non conferisce necessariamente le qualità del buon pedagogista (dal greco : paidagôgos, da paîs, paidos, bambino, e da agein, condurre, e dal latino paedagogus, schiavo che accompagna i bambini, precettore). Non è sufficiente saper leggere e scrivere per essere in grado di insegnarlo agli altri. Insegnare necessita di una pedagogia, di un metodo; gli istruttori, e gli insegnanti in generale, seguono un iter formativo specifico che conferisce loro la capacità di trasmettere il sapere.
E’ a questo riguardo che il Consiglio dei Saggi dovrà deliberare per stabilire e definire i criteri di una formazione indispensabile, e far si che i praticanti votati all’insegnamento possiedano le competenze necessarie per trasmettere l’Aikido in modo professionale ed autorevole. Ma attenzione ! Non dimentichiamo che i più grandi virtuosi non sono sempre i migliori professori di musica; l’allenatoredi Cassius Clay non è mai stato campione del mondo di pugilato e il talento artistico di Salvator Dali non gli è sopravvissuto.

L’ETICA
Diderot ha scritto :«l’etica politica ha due obiettivi principali: la cultura della natura intelligente, l’istituzione del popolo». Prendiamo a prestito da questo umanista occidentale, che consacrò la sua vita –sotto ogni aspetto– a risvegliare la coscienza (secondo Goethe), questa frase che riassume in se stessa quello che bisognerebbe intendere per etica, nel contesto specifico di questa esposizione.
Dal mio punto di vista –possa perdonarmi Diderot– la cultura della natura intelligente fa riferimento a  la coscienza di sè» e l’istituzione del popolo a «la coscienza morale» o «coscienza sociale o collettiva».
L’Aikido è un «DO», una «Via». Questa via è stata tracciata dai fondatori del SHIN-BUDO (discipline marziali moderne) come Jigoro Kano, Morihei Ueshiba, Funakoshi Gichin, Yamaoka Tesshu, per citare i più illustri: utilizzare le arti maziali classiche come sistema per migliorare il corpo e lo spirito dell’uomo orientandolo verso una ricerca d’armonia con se stesso e la società nella qualevive, e raggiungere così un mondo di pace e in pace.
Tutti concordano nel pensare che l’Aikido sia una filosofia, una scuola di vita – non parliamo forse di« spirito dell’Aikido»? – che si situa al di là della tecnica… che ne è solo il supporto, che si pratica 24 ore su 24, sul tatami e fuori di esso, ed altre considerazioni profonde ed elevate. Peccato! I fatti sembrano dimostrare che la società degli aikidoka non si comporta diversamente dalle altre.
Spetterà dunque al Consiglio dei Saggi istruire i praticanti (dal latino in, prefisso che sottolinea il movimento verso, e struere, assemblare, ordinare, costruire) su questo aspetto, un poco astratto, della nostra disciplina.

CONCLUSIONE
Come ho sottolineato nel preambolo di questa esposizione, può sembrare presuntuoso, per non dire utopistico, tentare di nuovo di costruire l’unità dell’Aikido italiano, considerate le sue divergenze e i fallimentari tentativi precedenti. Il mio incurabile ottimismo è temperato da una buona dose di pragmatismo e le mie speranze in questa ipotetica unione si basano:
• sulla congiuntura europea e l’apparente volontà politica italiana di regolamentare lo sport,
• su di un diverso modo di funzionamento di questo futuro Comitato,
• sulla capacità di questi futuri «dirigenti» – il consiglio dei Saggi – di dare più di quanto la struttura non possa rendere loro, semplicemente perchè la pratica glielo ha già apportato.
Questo scritto si rivolge quindi a tutti i praticanti di buona volontà, desiderosi di dimostrare che l’armonia con se stessi è indissociabile dall’armonia con gli altri.
Ma lascio l’ultima parola a O’Sensei estrapolando questo breve passaggio dall’unico libro che ci ha tramandato «Budo»: «L’approccio all’«altro» può essere considerato come un’occasione di testare la sincerità del nostro allenamento mentale e fisico, di vedere se siamo capaci di una risposta effettiva, in accordo con la legge divina.»

Milano, il 31 maggio 2004

Curriculum di Daniel Leclerc

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