Cchiù Pilu e Kyù Dan Per Tutti!!

Cchiù Pilu e Kyù Dan Per Tutti!!

Cchiù Pilu e Kyù Dan pure per te!!

E’ la solita provocazione dell’amico Carlo, oppure qualche ragione in questo diluvio di proiezioni numeriche c’è? Anche se le cifre fossero fuori asse del 75%, rimane il fatto che sui tatami italiani ormai abbiamo quasi più professori emeriti che studenti e nonostante il fatto che sono anni che ci sgoliamo nel richiedere una politica comune di promozione della disciplina, nulla si muove, a parte le promozioni a pioggia dei vecchi insegnanti. Nel frattempo i principianti latitano e i seminari sono semideserti o sembrano un raduno di reduci. Continuiamo a farci del male, ognuno re del suo angoletto…

di CARLO COCORULLO  

Ci saranno 40 sesti Dan di Aikido in Italia?
Più o meno… penso di si, anche di più.
Tra Enti Morali e combriccole immorali, Federazioni, Circoli bocciofili e auto conferimenti vari…
Ora mi dite dove stanno i 223 milioni di praticanti di aikido in Italia tali da giustificare l’esistenza di questi VI Dan?

Mi spiego meglio.

Forse prima di parlare sulla necessità di insegnare dei gradi bassi, su cui questi VI Dan continuano ad interrogarsi, provate a chiedervi: “è necessario avere tutti questi gradi alti se non sono stati creati i presupposti per l’espansione della disciplina?”

Il calcolo di cui sotto non è inventato, ma parte da regolamenti scritti di vari enti sottomano. Dai vari regolamenti, infatti, si suppone un rapporto di 4 a 1 con il grado precedente.
Ovvero, per onestà, quattro V Dan in commissione per avere un VI Dan.
Il calcolo matematico prevede anche una media di 20 praticanti dal VI al I Kyu e uno shodan ogni 4 primi Kyu.
Ovvero una palestra in teoria potrebbe essere sostenibile con una ventina di praticanti (argomento da approfondire in futuro).
E infatti il calcolo torna ma…

VI Dan 40
V Dan 160
IV Dan 640
III Dan 2560
II Dan 10240
I Dan 40960
I Kyu 163840
II Kyu 655360
III Kyu 2621440
IV Kyu 10485760
V Kyu 41943040
VI Kyu 167772160

Per un totale di 223696200 ipotetici praticanti di Aikido in Italia.
Il Delirio.

La realtà è che dal I Dan in su i numeri sono abbastanza aderenti alla realtà. Su una ipotesi di 54000 praticanti in Italia (!?), chi domani si avvicina alla disciplina potrebbe avere il diritto di prendere direttamente lo shodan. Chiaro no? Con 40 sesti Dan è plausibile una  quarantamila di cinture nere primo Dan. Praticamente il reale numero dei praticanti in Italia.

Dove sta l’errore? Sul numero di praticanti infatti, saltano le logiche. O abbiamo nascosti cantine e sotterranei più praticanti di aikido della popolazione italiana o, per correttezza, i gradi alti non sono equilibrati.

A conferma di tutto abbiamo circa 10 settimi Dan presenti in Italia. Vanno messi in cima alla lista.
Dove sta quindi l’assurdo?
Che a conti fatti i VI Dan sono troppi.

A onor del vero però possiamo dire che alcuni VI e VII Dan insegnano anche fuori dai confini Italiani, e quindi il calcolo sul rapporto insegnanti/allievi andrebbe fatto su un ottica più ampia.

Ora proviamo a rimodulare il calcolo su un’altra ipotesi ovvero che non ci sia una piramide così ampia ma che esista un soggetto disposto a credere ad altri due ovvero un banale albero binario:

VI Dan 40
V Dan 80
IV Dan 160
III Dan 320
II Dan 640
I Dan 1280
I Kyu 2560
II Kyu 5120
III Kyu 10240
IV Kyu 20480
V Kyu 40960
VI Kyu 81920

Per un totale di 163800 praticanti con l’ipotesi abbastanza onesta che con il Teorema del Gatto e la Volpe al ci si incontra in due dando al terzo il grado che desidera.
Praticamente l’inconsapevole Maestro si ritrova un grado alto, ma-si-ma-non-sono-stato-io-a-chiederlo-me-lo-hanno-dato…a mia insaputa.
Ma, allo stato attuale delle cose, non esiste un singolo ente che ha il controllo della gerarchia?
NO.
Esiste una esplosione fattoriale di gradi.

Allora dove sta la soluzione?
O abbiamo 40 sesti Dan con il rapporto due a uno ovvero privo di valore visto che basta accordarsi in tre per rilasciare un titolo oppure se ci atteniamo ad una unica realtà dovremmo cancellare circa tre quarti dei VI Dan.
I numeri tornano, la realtà è semplice, tre quarti dei sesti Dan di Aikido in Italia è pressoché inutile.
I gradi alti servono solo ad inflazionare il sistema.

Non è il III Dan che insegna che vi “costringe a darvi un grado in più per distinguervi” è che il mercato è saturo e autoinflazionato di titoli che al giorno d’oggi non hanno più valore.

I Gradi aikikai mantengono la loro quotazione? Probabilmente si.
Un titolo di VI Dan so Hombu costa circa un 800 euro, e sicuramente chi lo detiene ha tutto l’interesse a far si che mantenga il valore. Che senso avrebbe deflazionare un titolo da mille euro e portarlo a zero di valore?

E gli altri?
Partendo dal presupposto che in Italia i gradi Dan non hanno valore per l’insegnamento, e valgono meno del titolo di vice assistente sciampista in seconda (con tutto il rispetto parlando della professione di sciampista) il titolo è puramente onorifico.
Quindi il Dan della Federazione XKYx o dell’ente di promozione o del circolo amici della pesca ha lo stesso significato.
Il valore nominale è lo stesso può essere diverso il valore simbolico Il numero uno originale di un fumetto, se raro, ha un certo valore.
Ma se ristampato in 40 versioni dalla copertina di platino alla versione su carta riciclata o a colori, in 3D, o su marmo di carrara cambia poco, e per interessare il collezionista bisogna inventarsi nuove versioni.
E così è per l’aikido.

E’ un percorso difficile, se non impossibile, ci vogliono tanti anni, ma soprattutto tanti soldi. Tanti soldi. Tanti soldi.
Oppure le scorciatoie, e sono tante, tante quante le associazioni di aikido in Italia.

Quindi allo stato attuale delle cose, non ci sono molte soluzioni.
Pagare per i gradi aikikai e chi li rilascia, per amore del collezionismo e del titolo che però strategicamente parlando va piano piano a perdere valore può essere una soluzione.
Ma che attualmente demarca il confine tra chi mantiene una sorta di gerarchia piramidale e chi invece si autoconferisce i gradi.
Per autoconferimento si intendono anche i gatti e le volpi ovvero enti, federazioni e associazioni con 3000 o poco più iscritti e una decina di sesti dan.

Gli enti di promozione possono essere importanti per dare nuova linfa all’aikido ma comunque il soggetto più importante, ovvero l’Aikikai d’Italia resta la realtà più importante e, pur con i limiti noti, è l’unica capace di portare 100 e passa persone il weekend di Pasqua a praticare con la sua inossidabile guida didattica IX Dan.

Diamo riscontro alla realtà e non viviamo di castelli in aria, come diceva il buon Igor in Frankenstein Junior, “se la sorte t’è contraria e mancato t’è il successo…”

Non è l’unificazione ma la crisi e la contrazione del settore che ci salverà.
In tempo di pace le scuole tradizionali, i Ryu proliferavano, poi in tempo di guerra le scuole perdenti venivano sterminate.
E’ in questa crisi che si vedrà la differenza.
Le associazioni che si organizzano, si danno da fare, che hanno i numeri andranno avanti.
Le restanti si auto sopprimeranno.
E’ fisiologico.

E per fortuna solo chi si organizza sopravvive, chi va avanti di inerzia, sperando che arrivino nuovi aikido-polli da spennare si sbaglia di grosso.

Copyright Carlo Cocorullo ©2014 
Per le norme relative alla riproduzione consultare
http://aikidoitalia.com/copyright/

Annunci

La Pratica dell’Arte tra Via Individuale e Rispetto della Didattica

La nostra pratica in effetti è un cammino nelle sabbie, dove ci si deve guidare con la stella del Nord, piuttosto che con le orme che vi si vedono impresse

Da tempo oramai mi vado convincendo che quelle che per molti sono coincidenze, sono in realtà i nodi di incrocio di una trama così ampia e intrecciata da rendere non sempre facile individuarne i singoli fili. Di fatto, vi sono accadimenti che è sempre più difficile per me considerare casuali, mentre mi appare con una certa evidenza che se è avvenuto ciò che è avvenuto quando è avvenuto, un motivo c’è così come c’è un legame tra eventi che – apparentemente distanti nel tempo e nello spazio – hanno tra loro una sorta di comune denominatore

di CARLO CAPRINO

Nelle scorse settimane questa convinzione si è ancor più rafforzata, a causa di una serie di eventi in rapida successione, che hanno stimolato le riflessioni che mi accingo a mettere nero su bianco, consapevole della difficoltà insita nel cercare di dare senso e ordine a eventi che da tutt’altre caratteristiche sono segnati.

Quasi per caso (appunto…) una sera mi è capitato tra le mani un libro letto anni fa e conservato nella mia biblioteca; si trattava de: “La Magia” di Gabriele La Porta, un volume molto interessante sotto molti aspetti, di cui riporto questo estratto:

A tutti noi sono capitate delle coincidenze eccezionali. Quando sono davvero tali finiamo per accorgercene, ma qualora sono semplici “irruzioni dell’insolito” non ne percepiamo la portata. Chiudiamo gli occhi di fronte a quelle che in molti definiscono “l’irrompere degli Dei nella nostra vita”. E’ utile invece farci caso e soprattutto segnarle su un taccuino e poi “interrogarle”. Ovvero chiedere loro cosa significhino e chi le abbia mandate. Un angelo, un demone (che poi è quasi la stessa cosa), una divinità o un semplice sussurro di energie. Sono dei segnali che potrebbero ingannare molto e indirizzare il cammino.

Questa lettura “casuale” è stata causa ed effetto del rafforzarsi della convinzione espressa all’inizio e così ecco che tre eventi quasi contemporanei, appaiono legati da una sorta di “fil rouge” che come Teseo mi provo a seguire.

Il Fondatore con gli uchideshi dell'Hombu dojo

Il Fondatore con gli uchideshi dell’Hombu dojo

Qualche settimana fa il M° Angelo Armano mi ha inviato un suo scritto di prossima pubblicazione, interessante come tutti i precedenti frutti della sua penna, dal titolo: “L’Aikido di Morihei Ueshiba e la Coscienza Dionisiaca“; quasi contemporaneamente il M° Simone Chierchini pubblicava online su “Aikido Italia Network”, Libera Comunita’ di Aikido Italiana, un editoriale dal titolo: “Le “Idee” di Platone e il Taisabaki del Gambero” (1)

Entrambi gli scritti esaminano, tra gli altri argomenti, alcune sfaccettature del rapporto tra Maestro ed Allievo nelle Arti marziali in generale e nell’Aikido in particolare, ponendo la questione di quanto l’esecuzione tecnica di una forma codificata effettuata da un allievo possa o debba essere “identica” (e le virgolette sono d’obbligo…) a quella del Maestro o – addirittura – del Fondatore stesso dell’Arte. Gli articoli citati andrebbero letti per intero e con attenzione, qui mi limito alla loro segnalazione ed a proporre un breve estratto, spero sufficiente ad illustrarne l’interessante contenuto e la relazione sull’oggetto di queste mie righe.

Il M° Angelo Armano (2) nota come i successori del Fondatore dell’Aikido ne abbiano seguito gli insegnamenti ad un livello di imitazione sostanzialmente strumentale, utilitaristica (3) senza raggiungere il livello di realizzazione spirituale e di coscienza di Ueshiba Morihei.

Mentre il M° Simone Chierchini nota:

L’Aikido, tuttavia, è un Budo di completa rottura con le tradizioni marziali precedenti. Anche se è imbevuto da capo a piedi della cultura di cui si alimentano anche le koryu, i modelli ideali dell’Aikido e le sue forme non possono essere che i suoi, unici e particolari.
Le idee dell’Aikido sono indiscutibilmente quelle del suo Fondatore, come hanno preso forma nel corso di una ricerca interiore e marziale durata un quarantennio presso il suo ritiro di Iwama, e come ci sono state tramandate da chi gli è rimasto accanto fedelmente per tutta la vita. Il valore della presenza e della testimonianza di Morihiro Saito (Morihiro, “il protettore”, così non casualmente ribattezzato dal Fondatore, che gli conferì anche il titolo di “Custode dell’Aiki Jinja”, cioè del Tempio dell’Aiki, eretto da O’Sensei stesso) non può essere comparato con quello di nessun altro degli altri pur colossali allievi di Morihei Ueshiba. Negarlo significa offendere la logica e io, nonostante la mia formazione mi porterebbe a sostenere altro, non ho intenzione di farlo.

A chiudere il cerchio, o – meglio – il triangolo, un’altra lettura, questa volta assolutamente “casuale”, avvenuta pochi giorni dopo aver goduto degli stimolanti suggerimenti dei due Maestri citati: all’interno di una chiesa cattolica assisto alle ultime prove del matrimonio di un amico, sono vicino all’altare e l’occhio mi cade sul messale aperto, dove leggo un passo tratto dal Vangelo di Matteo (10, 24-33):

24. Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone;
25. è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!
26. Non li temete dunque, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato.
27. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti.
28. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna.
29. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.
30. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati;
31. non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!
32. Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli;
33. chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

Maestro e allievo

Maestro e allievo

che nel primo versetto richiama ancora una volta il rapporto tra Maestro e discepolo. Tre scritti diversi ma per certi aspetti complementari, che hanno avuto la capacità di dare il via ad un fiume impetuoso di stimoli di riflessione e concatenazione, che proverò a sistematizzare in seguito.

Gerarchie

Si usava un tempo, nei concorsi per accedere alle dipendenze della pubblica amministrazione, valutare i candidati “per titoli ed esami”, ovvero analizzare tramite diplomi, certificati, attestati e simili documenti le conoscenze acquisite, oltre che valutare attraverso esami quante di quelle conoscenze il candidato era in grado di mettere effettivamente in pratica. Non è certo questa la sede per innescare una diatriba sulla efficacia e sull’efficienza degli italici esamifici, basta allo scopo di questo scritto evidenziare che non dovrebbe bastare a valutare la perizia di qualcuno la mera presentazione del classico “foglio di carta”, ma questa dovrebbe essere solo il primo passo verso una valutazione più ampia, poiché i requisiti formali possono solo affiancare – e giammai sostituire – quelli sostanziali.

E se questo valeva nel passato, tanto più vale oggi, quando la tecnologia con scanner, stampanti a colori, programmi computerizzati di grafica e fotoritocco mette in grado praticamente tutti di auto prodursi diplomi di gradazione, apparire in una foto di fianco a Maestri quasi sempre oramai deceduti (e che quindi non possono né confermare o smentire il rapporto con il sedicente allievo) o procurarsi senza troppi sforzi materiale didattico preparato da altri, materiale da scimmiottare magari nella propria stanzetta per memorizzarlo alla meglio e rivenderlo poi a qualche ingenuo spacciandolo per farina del proprio sacco, macinata in lunghi e impegnativi anni di pratica.

Nelle Arti in generale (non solo marziali, quindi…) non basta solo “sapere” ma occorre anche “saper fare” poiché – come afferma Filippo Goti, curatore del sito www.fuocosacro.com : “Se per acquisire la vera Conoscenza fosse sufficiente leggere libri, tutti i bibliotecari sarebbero Maestri e le biblioteche sarebbero fra le schiere angeliche”. Lo scopo di queste righe vorrebbe essere quello di affrontare il rapporto tra Maestro e Discepolo e la necessità di una didattica rigorosa da considerarsi come strumento di miglioramento del praticante e non come angusto recinto che ne limiti lo sviluppo; due argomenti diversi eppure fortemente correlati, a mio avviso. Il discorso dovrebbe svilupparsi su più argomenti affrontati parallelamente, ma ciò è impossibile sullo scritto, motivo per cui è giocoforza tentare una almeno sufficiente analisi sequenziale.

Partiamo da alcuni assunti banali (almeno apparentemente…), riprendendo il primo del versetti evangelici citati: “Il discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone”, ne consegue che quando il discepolo è pari o superiore al Maestro non è più discepolo ma Maestro esso stesso. In questa affermazione siamo confortati dalla storia dei tanti che, dopo anni di studio e pratica hanno sviluppato una propria Arte, dottrina o disciplina che dir si voglia: nel mondo delle Arti marziali giapponesi i più noti sono certamente Ueshiba Morihei, fondatore dell’Aikido, Kano Jigoro, ideatore del Judo e Funakoshi Gichin, fondatore dello stile Shotokan di Karate; ma anche il Bodhidharma fondatore dello Zen o Siddhartha Gautama, detto Shakyamuni, fondatore del Buddhismo, sono esempi altrettanto calzanti di un praticante che “va oltre” l’insegnamento ricevuto, dando vita a qualcosa di originale, pur non rinnegando le origini.

Nella pratica di una disciplina o di un lavoro vi è la possibilità di raggiungere un obiettivo “altro” rispetto alla semplice esecuzione del lavoro stesso; lo sanno bene i praticanti delle discipline giapponesi che hanno nel nome il suffisso “Do” (4) così come la stessa conclusione potrebbe suggerire una interpretazione più estesa del motto “Ora et Labora” (5).

La spada, l’esercizio spirituale e la mente libera sono le basi su cui poggia la pratica. Con sforzo e pazienza questi elementi dovrebbero diventare un tutt’uno, cosicché l’intento dell’Arte sia raggiunto. Occorre praticare, praticare, praticare con tutto quello che è nelle nostre capacità, finché l’esitazione e l’avidità, nemiche della nostra stessa rabbia, siano sconfitte con la rapidità e la risolutezza di un colpo di spada. (…)

Anche se si è consapevoli del <<principio>>, si deve essere perfettamente abili nell’uso della tecnica. E nonostante si sappia impugnare bene la spada, se si devono ancora chiarire gli aspetti più profondi del <<principio>>, non sarà possibile ottenere una certa abilità. <<Tecnica>> e <<principio>> sono come le due ruote di un carro. (6)

nn

Yagyu Shingan Ryu

Il discorso ci porterebbe lontano ed è stato già sviluppato altrove (7), basta quindi accennarlo al solo fine di evidenziare che una Scuola tradizionale è sempre stata rigorosamente gerarchica e non tutti i membri erano “uguali” tra di loro, così che ciascuno aveva non solo compiti specifici, ma anche obbiettivi diversi, similmente a quanto affermato in un loghion del Vangelo di Filippo:

Lo schiavo aspira soltanto ad essere libero, ma non aspira alle ricchezze del padrone. Il figlio invece non è soltanto figlio, ma si attribuisce l’eredità del padre.

A questo punto è appena il caso di ricordare che nelle Scuole tradizionali (e il discorso vale tanto per i Clan guerrieri dell’Oriente sino-giapponese quanto per le botteghe artigiane dal Rinascimento italiano sino a pochi anni fa) (8) non tutti i discepoli erano uguali, vi era una “cerchia interna” in cui veniva accolto l’allievo fidato a cui venivano trasmessi i segreti dell’Arte, e c’era poi una “cerchia esterna” in cui erano compresi tutti coloro che erano considerati poco più che manovalanza da impiegare per compiti semplici ed a cui erano precluse le “chiavi di lettura” dei principi dell’Arte. (9)

Passiamo ora a esaminare un po’ più da vicino i due “filoni di indagine” prima proposti.

Fate quel che dico, non fate quel che faccio

Troppo spesso timore reverenziale, pigrizia a scarsa comprensione degli insegnamenti hanno portato molti praticanti a seguire pedissequamente quanto mostrato dal loro insegnante, giungendo anche a situazioni al limite del grottesco. (10) Nessuno – e men che meno il sottoscritto – vuole negare l’importanza e l’utilità dell’apprendimento “per imitazione”, ma questo va svolto con attenzione e consapevolezza, pena il rischio di essere delle “scimmie ammaestrate” che eseguono un gesto di cui ignorano principi, scopi ed effetti.

Senza voler approfondire oltre l’analisi dell’argomento, affrontata in altre sedi, mi limito a riproporre uno scritto del già citato Filippo Goti:

Il Maestro propriamente detto è colui che ha raggiunto quello stato di conoscenza e consapevolezza continua, cioè colui che ha la maestria.
[…]
Ogni pratica ci porta a riacquisire un frammento della nostra consapevolezza, ad avere un’esperienza da cui trarre un significato, e tale esperienza sarà sempre modulata sulle nostre necessità.
Il Maestro nel Tempio, non è un esempio, un idolo da glorificare, ma solamente colui che trasmette gli strumenti (TRADIZIONE) dell’Opera, che poi il diligente adepto porrà in essere con tempi e cadenze personali, e con risultati non estendibili ad altri.
Per questo io ho l’abitudine di usare il termine istruttore, in quanto istruisce sulla via, ma non impone il passo.
Ognuno di noi ha difformità nella quantità e qualità di nigro da ardere al Sacro Fuoco, e ognuno di noi ha tempi e modi diversi per farlo, e nessun Maestro, vero o presunto tale, mai potrà farlo in vece nostra.
Fra le tante forme di maestro del tempio, amo ricordare quella che io definisco dello Specchio, cioè colui che riflette le nostre mancanze e i nostri difetti. Questa è la forma più sublime, in quanto ci permette di comprendere dove la difesa è bassa.

Occorre quindi che vi sia un rapporto “attivo” tra Maestro/istruttore e Allievo/discepolo, un rapporto che preveda uno scambio ed un feedback continuo per dosare al meglio cosa dare e come ricevere (11). Deve essere, in altre parole, un rapporto “vivo” (12), come ci insegna un altro loghion del Vangelo di Filippo:

Coloro che ereditano da chi è morto sono essi stessi morti ed ereditano cose morte.
Coloro che ereditano da chi è vivo sono essi stessi vivi ed ereditano le cose vive e le cose morte. Coloro che sono morti non ereditano nulla. Come potrebbe, infatti, ereditare un morto? Ma se colui che è morto eredita da chi è vivo. egli non morirà; anzi, il morto vivrà
di nuovo.

“Voi mi venerate: ma se la vostra venerazione un giorno cadesse? Guardatevi, che non vi schiacci una statua!”

Logica e “naturale” conseguenza di quanto sopra, è che così come un figlio, giunto alla maturità, deve lasciare la casa dei genitori, un allievo, giunto al termine del suo percorso, deve staccarsi dal suo Maestro per continuare a crescere. Il bruco lascia il bozzolo e diventa farfalla, l’allievo abbandona il suo status di apprendista e diventa iniziato, rendendo merito al lavoro del suo Maestro.

Si ripaga male il maestro, se si rimane sempre scolari.
Voi mi venerate: ma se la vostra venerazione un giorno cadesse? Guardatevi, che non vi schiacci una statua!
Voi dite di credere a Zarathustra? Ma che importa Zarathustra? Voi siete i miei fedeli, ma che importano tutti i fedeli!
Non vi eravate ancora cercati: e trovaste me. Così fanno tutti i fedeli, perciò ogni fede è di così poco conto.
Ora vi ordino di perdermi e di trovarvi; e solo quando voi tutti mi avrete rinnegato, tornerò in mezzo a voi… (13)

La trasmissione dei principi e delle tecniche dell’Arte, nelle discipline sino-giapponesi, avviene attraverso la pratica del kata, che è la forma codificata in cui una determinata tecnica deve essere eseguita; al principiante viene chiesto di eseguire la tecnica nel modo più fedele possibile a come gli viene mostrata, cosi facendo per molte e molte volte, farà propri i movimenti basilari, acquisendo la conoscenza della “forma” esteriore. A questo punto, avanzando nell’addestramento, l’esecuzione del kata permetterà al praticante di comprendere i principi che rendono una tecnica efficace e non solo un’insieme predefinito di movimenti; conoscerà insomma la “forma” interiore. Continuando nell’addestramento, ogni budoka si “libererà” della forma, ovvero l’avrà così compresa dentro di sé da essere un tutt’uno con questa, in maniera diversa per ciascun praticante, perché intimamente legata al proprio modo di essere. A questa interpretazione ci porta, ancora una volta, l’analisi del kanji del termine, che rappresenta la struttura portante della parete di una casa tradizionale giapponese,
composta di rami di bambù intrecciati, attraverso cui filtrano i raggi del sole, che nella stanza portano luci ed ombre. Il principiante vede la grata, sempre uguale a sé stessa, il budoka esperto vedrà, attraverso la grata, i guizzi dei raggi ed i loro giochi in chiaroscuro sul pavimento, questi diversi per ciascuno.

Interessanti, a questo proposito, sono le parole di Paolo Taigo Spongia, sulla valenza illuminante del kata che può e deve andare ben oltre la meccanica e passiva ripetizione di gesti codificati:

Anche l’aspetto emozionale è fortemente coltivato attraverso l’esecuzione del Kata. Sin dal primo apprendimento del Kata l’aspetto emozionale si esprime potentemente attraverso il lavoro sulla postura e sul respiro. Le nostre rigidità, complessi, paure…vengono immediatamente in superficie e sta a noi se decidere di continuare ad ignorarle e a nasconderle attraverso le molteplici strategie che mettiamo in atto durante la vita quotidiana, oppure affrontarle e conoscere finalmente noi stessi innescando così una
trasformazione in queste espressioni energetiche. In qualche modo il Kata ci mette a nudo di fronte a noi stessi e di fronte alla sensibilità del Maestro. Non possiamo più fingere, e le impalcature del nostro ego cominciano a scricchiolare. Questo è un vero e proprio shock per molti, una vera terapia d’urto.
La Via delle Arti Marziali è una Via iniziatica.
Ma, come si diceva poc’anzi, se abbiamo il coraggio di rimanere di fronte a noi stessi, qualcosa comincia a trasformarsi. Nel vedere, forse per la prima volta, inneschiamo il processo trasformativo e curativo. Alla base di questa ricerca, quel che protegge in questo processo iniziatico, sono umiltà e rispetto. Solo l’umiltà ed il rispetto possono schiudere il cerchio intorno al piccolo ‘io’ ed aprire le porte ad una piena coscienza vitale, alla possibilità di attingere a piene mani alla profonda saggezza (Buddha natura) insita in ognuno. Umiltà e rispetto che solo possono scaturire da un esercizio di fede che non detta alcuna condizione. Non si tratta di una decisione intellettuale. La pretesa dell’intelletto risulta essere un ostacolo insuperabile sulla Via.
Nelle Arti Marziali il giusto atteggiamento viene prima della decisione. Il Rei no kokoro (sincero spirito di rispetto e gratitudine) viene prima della pretesa.

Funakoshi Gichin

Funakoshi Gichin

“Karate-Do wa rei ni hajimari, rei ni owaru koto wo wasuruna” (il Karate-Do inizia e termina col rispetto e armonia) affermava Funakoshi Sensei. Questo processo di introspezione continua costantemente per tutta la vita del praticante e, raggiunto un livello di approfondimento e interiorizzazione sufficiente nell’esecuzione del Kata il praticante comincia ad ‘evocare’ aspetti emotivi legati al combattimento che vengono così esperiti e coltivati e permettono di scendere un ulteriore gradino nelle profondità di se stessi. Inoltre questo esercizio introspettivo e di integrazione sensoriale permette di coltivare una capacità percettiva intuitiva (yomi, saper ‘leggere’ la situazione, un uomo capace di intuito profondo è detto: yomi no fukai jin) determinante nel combattimento e nella vita quotidiana. Si tratta, in qualche modo, di rivitalizzare un istinto animale che si è atrofizzato nell’uomo a causa del suo stile di vita e di pensiero. (17)

In Giappone, per qualunque arte tradizionale si pratichi (marziale o no) le regole da seguire sono principalmente tre: shu (seguire esattamente ciò che è insegnato dal Sensei), ha (assorbire l’insegnamento praticando i kata), ri (eseguire i kata nel modo corretto, senza
l’interposizione del proprio pensiero). Il primo passo per padroneggiare un Arte sta nell’imparare e praticare i kihon (esercizi fondamentali) ed i kata (serie codificate di movimenti). Ripetere i kihon significa immergersi in un kata seguendo in perfetta obbedienza e nel modo più fedele possibile il proprio Sensei. All’inizio può sembrare spiacevole essere “costretti” in una serie di movimenti sempre uguali a sé stessi ma, una volta che di questi se ne acquisisce sufficiente padronanza, ci si rende conto che “essere” nel kata è piacevole, coinvolgente e addirittura creativo, e consente di crescere progressivamente sia dal punto di vista tecnico che mentale.

Gli esercizi di sviluppo vanno praticati con il maggior impegno possibile. I nostri sensi e le nostre idee, se condizionati, sono come banditi che possono rubarci la mente originale. Questi banditi originano da debolezze proprie della mente. Perciò si dovrebbe utilizzare la massima energia al fine di vigilare su di essa.
(Suzuki Shosan)

A causa della persistente tendenza dell’uomo comune a fissarsi sulle apparenze, la disciplina necessaria a liberare l’energia mentale da esse non può venire dall’esterno. In assenza di forza interiore, tuttavia, la disciplina diventa essa stessa un attaccamento che conduce a forme estreme di culto o fanatismo religioso.

La pratica di un kata deve essere eseguita con dignità, essendo corretti nella postura, nell’abito e nell’atteggiamento; I praticanti, pur completamente impegnati ad eseguire le tecniche, devono lavorare al massimo della loro abilità e controllo secondo le regole prestabilite. Il kata è un confronto condotto con l’intento di portarlo alla sua conclusione, ma questa conclusione non è un colpo che ferisce o che sia dato con l’intenzione di ferire.

Il senso del kata è che Tore faccia da maestro a Uke (19) per insegnargli le risposte e le tecniche adeguate al suo attacco. Il ritmo è determinato dalla guida di Tore, che stabilisce la giusta distanza (ma-ai), le risposte necessarie e lo stato finale di allerta e consapevolezza (zanshin).
Per questo scopo è necessario che Uke attacchi in un modo specifico in modo che Tore ossa praticare le tecniche corrette, ogni volta senza mai andare fino in fondo, fermandosi poco prima di ferire Uke, dimostrando chiaramente conoscenza e controllo della tecnica. Ogni kata ha i suoi colpi specifici, i suoi movimenti e le sue posture, ma la parte più importante è l’atteggiamento, che deve essere improntato alla sincerità ed all’efficacia.

Attraverso il kata i due praticanti entrano in contatto profondo, ognuno impara a percepire le proprie azioni e le reazioni del partner in un fluire continuo di energie; Tore esegue la tecnica con l’indispensabile collaborazione di Uke, che non è un bersaglio incosciente ma è “vivo” e reattivo e questa è l’essenza del kata, che ne fa una forma di pratica attuale, vitale e realistica. Non è il meccanismo regolare di un orologio a molla, come purtroppo viene a volte inteso in una pratica cieca e sorda, attenta solo alla rigida perfezione formale dei movimenti. Piuttosto è proprio la sensazione di intensità sperimentata nella pratica che permette di imparare attraverso l’esecuzione di varie forme predeterminate.

Un kata è qualcosa di più della mera pratica fisica e del desiderio di essere tecnicamente corretti, anche se questi sono obbiettivi importanti, ma altrettanto importanti sono l’atteggiamento spirituale, la sincera e pura attitudine mentale, la attenzione ed il controllo delle emozioni proprie e del partner, ovvero quel “di più” che distingue un vero praticante di Arti marziali da un ginnasta.

Per chi non ne conosce il significato e lo scopo, il kata è quindi “solo” un esercizio coreografato, composto da sequenze immutabili di movimenti che impediscono al praticante qualunque guizzo di spontaneità creativa. Ma quello che appare un limite è invece il suo punto di forza; il kata è un “mezzo” attraverso cui il praticante ha modo di studiare ed approfondire lo studio del tempo e dello spazio, ha la possibilità di provarsi nella percezione dell’avversario, nell’autocontrollo, nella vigile attenzione che deve rimanere costante durante tutto l’esercizio.

Ed è proprio questa presunta “rigidità” dei kata che ci introduce alla seconda parte di questo scritto.

Morihiro Saito con il Fondatore

Morihiro Saito con il Fondatore

Un solido tronco permette a rami di muoversi in ogni direzione

La pratica del Takemusu Aikido secondo la didattica di Saito Morihiro sensei, che fu allievo del Fondatore dell’Aikido Ueshiba Morihei per più di vent’anni, vivendo e praticando quotidianamente con lui, si basa – nei primi anni della pratica – sulla esecuzione di tecniche di attacco e difesa in maniera codificata, con prese solide, attacchi energici ed esecuzione relativamente lenta. Questo metodo di studio trova la sua più evidente espressione nello studio delle tecniche con armi, che vengono apprese cominciando con la modalità “dan kai teki ni” in cui i due praticanti eseguono alternativamente un movimento alla volta. Questo primo metodo di studio permette al praticante di apprendere come muoversi “nello Spazio”, per poi passare a studiare come muoversi “nel Tempo”, ovvero in maniera adeguata alla velocità dell’attacco.

La pretesa molto occidentale di avere “tutto e subito”, una certa propensione di qualche insegnante ad “allungare il brodo” unita alla colpevole pigrizia di qualche allievo che preferisce cullarsi sui (presunti) allori conquistati piuttosto che impegnarsi per raggiungere nuovi traguardi, porta molti non tanto ad indulgere solo sulla prima modalità di addestramento quanto piuttosto a pensare che quello sia l’unico da praticare.

Per chiarire meglio il problema a chi conosce poco il Takemusu Aikido potrà essere utile sapere che alla base della pratica dell’Arte c’è il principio di “Takemusu Aiki”, elaborato direttamente da O’ Sensei Ueshiba Morihei e che può tradursi come “Fonte inesauribile di tecniche di Aiki”. In base a questo principio un praticante dovrebbe essere in grado di eseguire una tecnica in maniera fluida e immediata, adeguata alle necessità dell’attacco da fronteggiare, completamente presente nel “qui ed ora” e senza interposizione della mente logico-razionale.

Questo concetto di adattabile “spontaneità” da applicare nella esecuzione delle tecniche sembrerebbe in contrasto con la precisa codificazione didattica della esecuzione delle tecniche studiata al principio della pratica, e più di qualche praticante a volte improvvisa “variazioni sul tema” proprio vantando la applicazione del principio del Takemusu Aiki che però, se non sono supportate da una reale ed effettiva capacità, sono destinate ad essere una mera scimmiottatura priva di una reale efficacia.

Insomma se è vero che – come afferma il passo del Vangelo citato all’inizio: “non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato” la difficoltà di qualcuno pare risieda nel comprendere come si possa ottenere una pratica estremamente adattabile alle circostanze attraverso una didattica improntata ad una esecuzione costante e precisamente codificata delle tecniche stesse, “metodo” peraltro chiaramente indicato da molti Maetri di Arti marziali e – tra questi – dal Fondatore dell’Aikido Ueshiba Morihei che in suo suo doka (21) ammonisce:

Progresso viene
per chi pratica sempre
dentro e fuori sé.
Non “tecniche segrete”
Poiché tutto è mostrato! (22)

L’Aikido è un’arte, e come tutte le Arti è estremamente logica e razionale (23), necessariamente basata sul concetto di causa ed effetto, di “economia” di tempo e di spazio e di rispetti delle leggi della fisica e della meccanica. La musica è razionale, con il suo preciso campo di frequenze sonore e tempi ritmici; la scultura è razionale, con il suo rispetto della “proporzione aurea” evidenziata da Leonardo da Vinci con il suo Uomo Vitruviano prima, e da Le Courbusier poi. La architettura è razionale, specie quella legata alla maestria nel costruire immensi edifici prima che fosse impiegato il cemento armato. Si pensi solo all’affascinante mistero delle cattedrali gotiche, magnifiche preghiere di pietra innalzate verso il cielo, straordinaria dimostrazione dell’ingegno e dell’immaginazione dell’uomo eppure basate su una attentissima applicazione delle leggi fisiche, in grado di stupire ancora oggi. (25)

Logica e razionalità ci riportano alla Mente ed alla sua capacità di immaginare, progettare, ideare qualcosa che ancora non c’è ma che ci sarà, facoltà che non può fare a meno della immaginazione, che è anche e soprattutto un atto di volontà. (26)

Se definire l’immaginazione come atto di volontà potrà stupire qualcuno, ancor più singolare potrà sembrargli il collegamento tra volontà e spontaneità. Anche in questo caso – come in passato – a soccorrermi arriva l’analisi della etimologia del termine trattato che potrebbe riservare una sorpresa a chi considera il termine “spontaneo” solo come una sorta di sinonimo di “naturale, improvviso, senza causa apparente”. “Spontaneo” deriva infatti da spa-, span– che esprimono il senso di: “stendersi, muoversi verso” e trovano espressione forse più nota nel termine “sponte”, inteso come volontà o impulso. “Spontaneo” quindi è un qualcosa che trae impulso dalla propria volontà, tanto che la prima definizione del termine che ne da il “Grande Dizionario Garzanti della Lingua Italiana” è: “Che è detto o fatto liberamente, di propria iniziativa; volontario”.

,

Takemusu Aiki

Ove mai ci fosse bisogno di una ulteriore conferma, la potremmo trovare in altri doka di O’Sensei Ueshiba, i primo che evidenziano l’imprescindibile ruolo della volontà:

Volontà sacra
Che permea corpo e mente
Lama dell’Aiki:
falla brillar lucente
in tutto il nostro mondo!

Usa il tuo Aiki
E attiva e manifesta
ogni potere:
porta pace intorno a te,
crea un mondo più bello!

Ed un altro che evidenzia come senza un chiaro atto di volontà non si possa raggiungere il traguardo ambito:

Se non vorrai
allacciare te stesso
al Vero Nulla
mai potrai comprendere
il sentiero dell’Aiki.

Ampliando un po’ il raggio dell’analisi, chiunque abbia un minimo di esperienza in qualsiasi Arte sa bene che ben pochi sono i geni dotati di un talento innato, e che la maggior parte degli artisti debbono la loro perizia ad anni ed anni di rigoroso addestramento. Il musicista che in concerto si concede virtuosistiche improvvisazioni e trascinanti “a solo” ha quasi certamente eseguito migliaia di scale e solfeggi, che non sono ancora “suonare” ma che sono la base fondamentale di ogni capacità di esecuzione musicale. Lo stesso Thomas Alva Edison, uno dei più geniali imprenditori ed inventori di tutti i tempi, titolare di più di mille brevetti, di se stesso diceva che: “il genio è per l’uno per cento intuizione e per il 99% traspirazione”, intendendo con ciò che l’avere una buona idea, come un talento naturale, è solo il primo passo verso il successo, che si raggiunge solo con l’impegno e la dedizione, a loro volta supportati e alimentati da una chiara e robusta volontà.

Un addestramento rigoroso e costante porterà poi, una volta raggiunto un sufficiente livello di apprendimento, ad eseguire in maniera fluida ed apparentemente senza sforzo alcuno anche un opera impegnativa. Personalmente constato questo risultato ogni volta che vedo dipingere da un Maestro decoratore una delle maioliche prodotte nelle botteghe ceramiche di Grottaglie; ricordo ancora la prima volta che sotto i miei occhi vidi comporsi su un piatto, con pochi tratti di pennello, il gallo che è quasi un “marchio di fabbrica” della ceramica grottagliese, una sensazione simile a quella che ho provato qualche mese fa quando ho visto per la prima volta il disegno della fenice che l’amico e senpai Andrea Bonesi ha voluto realizzare come logo della Associazione di cui faccio parte (28). La apparente spontaneità come frutto di un puntuale addestramento non potrebbe essere descritta meglio di come viene raccontata dal M° Claudio Regoli nella nota che di seguito riporto, originariamente pubblicata sul profilo facebook “KATORI SHINTO RYU”.

Una delle cose più difficili da raggiungere sembra essere la spontaneità. Dopo un primo periodo da apprendista, nel quale deve studiare la tecnica per non avere alcuna remora nell’espressione della sua Arte, L’allievo deve ritrovare la naturalezza di una volta. Solo così potrà prestare attenzione ai vari messaggi ed alle emozioni che gli trasmette il mondo esterno di cui lui é ,secondo gli Orientali, solo un raccoglitore ed un trasmettitore.

IL DISEGNATORE
Un giorno un facoltoso signore andò da un pittore specializzato in sumi-e; questa tecnica di pittura, che usa la china sul foglio inumidito, non permette ne’ esitazioni ne’ ripensamenti, ma un maestro può dare mille sfumature di grigio alla sua pennellata, e produrre opere di una raffinatezza estrema.
Il signore voleva un dipinto raffigurante un’anatra; il pittore acconsentì di buon grado ed avendo stabilito il prezzo, gli diede appuntamento di lì a un mese.

Allo scadere del tempo il signore si presentò alla bottega, ma il pittore parve non ricordarsi di lui: “Un’anatra? Ordinata a me? Oh, certo, è nella lista delle commissioni; Lei mi dovrà scusare, ma prima io, poi mia moglie ed i piccoli siamo stati malati, ed io sono rimasto molto indietro col lavoro. La prego di tornare tra quindici giorni, e nel frattempo vedrò di soddisfarla”.

Dopo poco più di due settimane il signore si recò di nuovo allo studio dell’artista: “Eccellenza! Certo mi ricordo di Lei! Come no! L’anatra! Ci siamo quasi, mi deve scusare, sa, ma ho dovuto recarmi nel nord per importanti affari di famiglia; noi siamo del nord, come si può dedurre dal mio accento, non l’ho ancora perso, vero? Abbia pazienza, torni fra una diecina di giorni e gliela faccio trovare”. 

La volta successiva fu una nuova scusa e la richiesta di tre giorni, poi il signore venne pregato di tornare l’indomani. ”Ancora lei con la sua dolce insistenza! Ma sa che ormai non riesco più a pensare ad altro? La sua anatra mi ossessiona!” così parlando il pittore aveva disposto un foglio sul tavolo, fermandolo coi giusti pesi, e l’aveva inumidito con una spugna, poi, sempre chiacchierando, aveva stemperato la china allo spessore desiderato ed impugnato il grande pennello; quindi, senza neppure provare il pennello, con pochi tratti sicuri aveva delineato un’anatra. Altri tratti, più contenuti e leggeri, e due ultime pennellate complesse, simili al vibrato di un violino avevano infuso solidità e vita ad una splendida anatra, che sembrava essersi appena posata sull’acqua rallentando i movimenti per una pigra nuotata. 

La fine del disegno era coincisa mirabilmente con la fine delle parole, ed il disegnatore, liberatolo dai pesi, consegnò il foglio ancor fresco al cliente con un gesto elegantemente modesto. Il cliente era sorpreso ma anche sbalordito, e sul suo viso era anche troppo trasparente il pensiero di quanto avesse dovuto aspettare per un disegno veramente mirabile ma che si poteva fare in così poco tempo, talché, balbettando, si decise a chiedere al pittore una spiegazione. 

“Non dovrei proprio parlarne, ma lei mi è simpatico, e poi penso di doverle qualcosa, avendola fatta aspettare così a lungo”. Condusse quindi il cliente nel retrobottega: dal pavimento al soffitto, questo era tappezzato di migliaia di schizzi di un’anitra.

Naturalmente (ma è bene specificarlo…) qualunque sia la quantità di tempo che dedichiamo alla pratica e per quanto elevata sia la sua qualità, non raggiungeremo mai la “perfezione”; così come nessun uomo potrà mai essere sicuro di dominare totalmente i propri istinti e le
proprie passioni, nessun artista può dirsi mai “perfetto” (29) e nessuna Arte potrà mai dirsi completamente conosciuta e padroneggiata.

“In Aikido noi vogliamo sempre eseguire il “movimento ideale”. Alcuni compagni ti attaccano in maniera sincera, con un attacco serio, e ti applichi nel “movimento ideale”.
Evidentemente questo non funziona.
Allora ricominci ritentando il “movimento ideale” ma sbagli di nuovo. In Aikido, vogliamo eseguire la tecnica più bella e sbagliamo. Lo scopo, infatti, è di eseguire la tecnica quanto più correttamente possibile! È quello che dobbiamo ricordarci, ma lo dimentichiamo troppo facilmente. C’è stato un pittore, Hans Menling, che non firmava mai i suoi quadri.
Egli scriveva: “Ho fatto del mio meglio”.
Ho seguito dei corsi in una scuola gesuita ed ogni giorno dovevamo scrivere nel nostro quaderno: “Ho fatto del mio meglio”. Io penso che sia la stessa cosa per l’Aikido: cerchi di fare del tuo meglio dando il massimo di tè stesso, non di essere il migliore.”
(Christian Tissier, citato da Elena Gabrielli in “L’Aikido possibile – un passo sul tatami“)

Altrettanto naturale allora chiedersi il motivo della pratica di un Arte, marziale o no che sia, escludendo il puro diletto a scopo di passare il tempo; lo si è detto (e chissà quanti di coloro che leggono queste pagine quante volte se lo saranno sentito dire), lo scopo è quello di perseguire una Via che porti il praticante a conoscersi meglio, conoscere meglio le sue pulsioni, le sue passioni, le sue paure e le sue qualità (30). Il praticante diviene soggetto ed oggetto della Cerca, laboratorio e analista di sé stesso. Nulla di nuovo, sin dal tempio di Delfi o dagli ammonimenti della “Tavola di Smeraldo” è detto che conoscere sé stessi comporta conoscere il mondo; ecco allora che appaiono più chiare tanto le affermazioni di O’ Sensei Ueshiba, quando invitava a fare dell’intero universo il nostro Dojo (31), o quando affermava che “L’Aikido è tutto ciò che sono”. (32)

En to Pan

Volendo riassumere tutto, si potrebbe dire che la pratica dell’Arte è un processo individuale che per essere compiuto al meglio, necessita che il praticante segua le indicazioni di un Maestro sin quando non è in grado di procedere da solo. Non vi sono segreti (33) o scorciatoie, ci sono solo istruzioni da seguire con attenzione e da ricevere al momento giusto, pronti a vedere la pratica come Specchio attraverso cui scoprire Sé stessi.

Si è così delineato alla perfezione l’itinerario di un candidato all’iniziazione. Il suo percorso non inizia infatti in maniera teorica; ha origine in una esperienza di vita, fonte di stupore ed insieme di emozione. Solo in un secondo tempo l’intelletto cercherà di capire ciò che è stato vissuto al fine di dargli un senso. Ma per essere iniziatico tale senso non dovrà essere soltanto un’unità di significato, bensì la scelta di un orientamento radicale dell’esistenza così compresa e compromessa… (34)

Questa ricerca è un viaggio all’interno ed all’esterno di Sé, in cui più si cerca e più ci si ritrova legati all’oggetto del nostro desiderio con un sentimento di stupore per il nuovo e nostalgia per il ritrovato, scoprendo un mondo velato, sospeso, taciuto e apparentemente perduto nella memoria degli uomini. Questo sentimento assume il duplice ruolo di motore della ricerca e strumento di verifica della stessa. (35)

Basta poco per comprendere che il percorso della Via richiede di uniformarsi alla sua regola; basta poco per notare che non appena si cominci ad averne una sia pur minima consapevolezza, diventa impossibile vivere come se non esistesse. I fatti della vita, le persone, i luoghi, i pensieri e le azioni appaiono in una luce diversa, tanto evidente che ci si chiede come mai non la si sia vista prima.

Ecco allora che inizia la lenta trasformazione e si diventa a poco a poco viandanti; sempre un po’ forestieri, alla ricerca di tutto ciò che può ricondurci all’incontro con l’indefinito oggetto di questo sentire, talvolta struggente, di mancanza e lontananza.

Presa la decisione, occorre allora una guida che indichi la giusta direzione, qualcuno che ci apra gli occhi e ci mostri la strada, qualcuno che ci sappia insegnare a leggere le mappe di pietra e carta lasciate nei secoli per guidare i posteri.

La nostra pratica in effetti è un cammino nelle sabbie, dove ci si deve guidare con la stella del Nord, piuttosto che con le orme che vi si vedono impresse. La confusione delle tracce, che un numero quasi infinito di persone vi ha lasciato, è così grande, e vi si trovano così tanti sentieri diversi, che conducono quasi tutti in orrendi deserti, che è quasi impossibile non deviare dalla vera via, che solo i saggi favoriti dal Cielo hanno saputo fortunatamente scoprire, e riconoscere. (37)

Ricompare la necessità di un Maestro ed insieme con questa necessità, spesso emergono alcune disposizioni d’animo da parte del principiante che possono compromettere il suo percorso. Una tra queste è l’idea che il maestro “debba” insegnare: debba farlo perché è il suo mestiere, la sua missione o il suo compito, oppure “debba” insegnare perché è buono e si muove a compassione dell’ignoranza dei principianti.
Nulla di più giusto e nulla di più sbagliato.

Tranne pochissime eccezioni, nessun Maestro si mantiene economicamente grazie ai suoi insegnamenti; molto più spesso questi gli costano, in termini monetari, di tempo e di energie, molto di più di quanto riuscirà mai a guadagnare da questi. Chiunque abbia quindi l’illusione che un Maestro “debba” insegnargli qualcosa perché lui lo paga (qualunque sia la natura di questo pagamento), sappia che quasi sempre il pagamento è un mezzo per dare un “prezzo” a quello che viene insegnato, dato che ancora il principiante non è in grado di coglierne appieno il “valore”. Con i suoi insegnamenti un Maestro guadagnerà (economicamente parlando) raramente molto e quasi sempre molto poco; in entrambi i casi, nulla cambierà per lui se un allievo c’è o se invece lo abbandona.

Insegnare è, per il Maestro, anche una perdita di tempo ed energie, che lui sottrae alla sua pratica per favorire il progresso dei principianti; e allora si può credere che se il Maestro non insegna per lucro, lo fa per buon cuore. Anche in questo caso, tranne poche eccezioni e da un
certo punto di vista, l’affermazione è errata.

[Il Maestro] Non fu mai disposto a regalarmi qualcosa; imparai, davvero in poco tempo e a mie spese che, come lui stesso aveva affermato, “non esiste buon cuore sulla Via”; nonostante ciò posso però affermare con sincerità che egli non fu mai reticente quando io mi mostrai attento e non fu mai invidioso quando le mie domande furono sincere ed appropriate. (38)

“Non esiste buon cuore sulla Via” non perché si sia tutti crudeli e spietati ma perché ogni risposta che si riceve è una esperienza che si perde, ogni passo suggerito e non sperimentato allontana dalla meta tanto quanto sembra invece avvicinarci ad essa. Non esiste buon cuore perché si ottiene solo quello che si è disposti a guadagnare, e non è detto che la cosa sia sempre facile.

Se non comprendi il senso di queste parole, sappi che vi è un Maestro al quale potrai chiedere, infallibilmente, il senso profondo del pensiero comune e questi è il tuo nemico. 
Non c’è Maestro che meglio di lui sappia il vero valore di questo sapere. Egli infatti è divenuto tuo Nemico affinché tu sappia se sei disposto a perire per impossessartene… (39)

Quello che il Maestro offre al principiante è esattamente ciò che serve: non di più, anche se sembra troppo, non di meno, anche se sembra poco. E quello che il Maestro chiede al principiante è esattamente ciò che questi può dare: non di più, anche se sembra troppo, non di meno, anche se sembra poco. E’ uno scambio leale e onesto, in cui ciascuno ha un compito da svolgere senza pietismi e piagnistei. Al suo allievo che lo ringrazia per avergli offerto un importante mezzo di progresso, un Maestro risponde:

“Lasciate perdere. I Maestri danno solo ciò che devono dare, e quello che devono dare è soltanto ciò che serve. Questo non è un regalo e non è una ricompensa; è uno strumento, un indizio, una traccia.” (40)

Il Maestro indica la Via, il praticante la segue con le proprie gambe, con il proprio passo, con i proprio occhi e con il proprio cuore (41). Percorre una Via universale che altri hanno già percorso ed altri percorreranno, ma è una Via individuale, ed anche se ha al fianco altri compagni, questa Via sarà sua e solo sua (42), con tutto ciò che comporta, con non poche similitudini con quanto alcuni dicono del Mago e dei suoi strumenti (43).

Conclusioni

Quella che voleva essere una breve ricapitolazione di alcuni pensieri si è trasformata in una lunga dissertazione, a riprova non solo della oramai acclarata incapacità di sintesi dello scrivente, ma soprattutto della vastità degli argomenti affrontati, che si offrono ad altre, più ampie e qualificate analisi. Lontanissima quindi la presunzione di aver anche solo scalfito la superficie dei tanti possibili sviluppi. A supporto di chi volesse approfondire quanto sopra solo sfiorato, possiamo consigliare di consultare non solo i riferimenti citati nelle note, ma di cercare in giro con occhio attento e vigile poiché – come afferma uno degli Autori già citati: “cercare e trovare è sempre molto utile”.

Un sincero ringraziamento va prima di tutto ad Angelo Armano, Simone Chierchini e Filippo Goti che hanno condiviso la loro conoscenza e mi hanno concesso di citare i loro scritti; altrettanto doveroso è il ringraziamento ai tanti altri Maestri che con pazienza ed altruismo tracciano la Via ad ausilio di noi che la seguiamo, e tra questi a Paolo N. Corallini che con esemplare disponibilità mi ha incoraggiato a scrivere le mie riflessioni e con pazienza le ha lette e commentate.

Ultimo, ma non meno sentito, ringraziamento ai lettori di queste righe, per la tolleranza dimostrata nell’arrivare sino in fondo, nel superare la non sempre limpida chiarezza della esposizione e nel perdonare le imprecisioni e gli errori che sono da attribuire esclusivamente al sottoscritto.

Note

1 Disponibile alla URL: http://aikidoitalia.com/2013/03/02/le-idee-di-platone-e-il-taisabaki-del-gambero/.
2 L’articolo citato è nella disponibilità esclusiva de “La rivista dei Dioscuri”, e pertanto non può essere riprodotto in nessuna sua parte.
3 Si veda ad esempio la seconda parte della intervista a Koichi Tohei realizzata da Stanley Pranin e tradotta in italiano da Simone Chierchini. Tohei sensei, che fu il primo decimo Dan di Aikido nominato direttamente dal Fondatore, in un passaggio della intervista afferma: “Da quel momento ho cominciato a rielaborare tutte le mie tecniche di Aikido. Ho buttato via le tecniche che andavano contro la logica e selezionato e riorganizzato quelle che ritenevo fossero utilizzabili. Ora il mio Aikido è composto per circa il trenta per cento delle tecniche del Maestro Ueshiba e il settanta per cento delle mie.” L’intervista è disponibile alla URL http://aikidoitalia.com/2011/06/17/intervista-a-koichi-tohei-parte-2/
“Do” si può tradurre come “Via” o “percorso”, inteso come metodo da seguire per realizzare il proprio obbiettivo. L’ideogramma 道 che lo rappresenta, si può pronunciare anche “michi; Rinaldo Massi, nella introduzione a “Bushido” di Inazo Nitobe (edizioni Sanno-kai) scrive: “L’ideogramma antico sembra fosse composto dall’immagine grafica di tre idee: una strada, la testa di un maestro, i piedi di un altro uomo. Si tratta di un discepolo che segue il Maestro sulla Via.” Forse meno poetica ma altrettanto interessante l’analisi dell’ideogramma che Dave Lowry pubblica nel suo “Lo spirito delle Arte Marziali” in cui scrive: “Nel pennello del calligrafo, Do è un carattere composto. I tratti che indicano “fondamentale” o “principale” sono uniti al radicale che significa “movimento”. Perciò Do vuol dire “strada importante”, una Via da seguire in armonia e sintonia con le vicissitudini che l’universo suggerisce, un sentiero lungo il quale scoprire l’unicità degli elementi della vita dell’universo.”
In altre occasioni, riflettendo su argomenti simili, mi è apparso sotto una luce diversa il noto motto “Ora et Labora”, in cui la congiunzione centrale era sempre stata da me letta come un trait d’union tra due momenti diversi tra loro, come la preghiera ed il lavoro manuale. Viceversa mi è sembrato invece credibile, se non auspicabile, leggere il motto come “prega e (quindi) lavora” oppure, applicando il principio matematico che afferma che invertendo l’ordine degli addendi il risultato non cambia, “stai lavorando e (quindi) stai pregando” dove il “lavoro” può e deve essere visto nella accezione più ampia del termine, in questo confortato dalla affermazione di San Tommaso che scrive: “L’azione dovrebbe essere qualcosa che si aggiunge alla preghiera, non qualcosa che le si toglie”. La locuzione latina “ora et labora”, tradotta letteralmente significa “prega e lavora”. Il motto è tradizionalmente usato per indicare le attività dei monaci Benedettini, ma in realtà non c’è nella loro Regola, né è stato coniato dai monaci, ma applicato ad essi da altri. 
6 Takuan Soho, “La testimonianza segreta della saggezza immutabile” in “Lo zen e l’arte della spada, cap. 2 – la saggezza invariabile di tutti i Buddha”
Si veda, tra gli altri, “La pratica dell’aikido come strumento di trasformazione”, settembre 2010
8 Si veda, tra gli altri, l’articolo “Sulla Massoneria” a firma di Loris Durante, pubblicato su “Lex Aurea” n° 48, del 22 luglio 2013
9 L’argomento è stato affrontato, insieme ad una analisi ampia del principio gerarchico delle tradizionali Scuole nipponiche, nell’articolo:
“Submission To Authority In The Koryu” di Peter Boylan.
10 E’ abbastanza noto l’aneddoto del “Gatto da meditazione” di cui i più curiosi troveranno ampia traccia in Rete e che qui non riportiamo per motivi di lunghezza. Basta però ricordare quante volte troppi praticanti di Arti Marziali hanno eseguito (ed eseguono…) movimenti limitati ed al limite della goffaggine imitando la forma esteriore del gesto eseguito da insegnanti anziani e con problemi alle articolazioni.
11 In “L’iter operativo Martinista” Francesco Brunelli scrive: “Naturalmente è logico e legittimo che la strada al viandante sia tracciata con la massima chiarezza possibile perch’esso non si perda in sentieri differenti (ed apparentemente più fruttiferi) che per contro s’allontanano dalla meta ch’esso si propone”.
12 Si rende a questo punto necessaria una precisazione. E’ di tutta evidenza che la situazione ideale per un allievo è quella in cui può apprendere avendo a fianco un Maestro in carne e ossa, ma questo non è sempre possibile, per questioni di tempo (si pensi a chi studia discipline vecchie di secoli) o di distanza. In questo caso ad essere “vivo” deve essere lo spirito dell’insegnamento, oltre che la volontà dell’Allievo, che consapevole delle difficoltà dovute dalla mancanza della presenza fisica del Maestro, deve cercare di compensarle con maggiore attenzione e dedizione. A testimoniare le possibilità di affrontare questa ardua Via sono gli impegni ed i successi dei tanti che stanno faticosamente e con impegno ricostruendo attraverso scritti, dipinti e trattati tecniche e strategie di combattimento della scherma antica europea, mentre va da sé che anche il più attento e capace insegnante presente in carne e ossa poco o nulla può insegnare ad un allievo distratto la cui volontà o capacità di apprendere sia “morta”.
13 Da “Della virtù che dona” in “Così parlò Zarathustra” di F. Nietzsche
14 Con il termine “budoka” si indica il praticante di una arte marziale giapponese
15 Kanji 漢字 significa letteralmente “figura cinese”, ed indica gli ideogrammi di origine cinese alla base della tradizionale scrittura nipponica.
16 Paolo Taigō Spongia, monaco novizio Zen Sōtō e insegnante di Karate-Do come Capo Istruttore e Responsabile nazionale (Shibucho) dell’ International Okinawan Goju-Ryu Karate-Do Federation; da oltre 15 anni discepolo del Maestro Fausto Taiten Guareschi, dal quale ha ricevuto l’ordinazione laica (Zaike Tokudo) nel 1999, poi quella monastica (Shukke Tokudo) nel 2002.
17 Tratto da: “KATA” di P.Taigo Spongia, articolo pubblicato sulla rivista online “Pagine Zen” n° 81 del maggio/giugno2009 e n° 82 del
giugno/luglio 2009
18 Il termine “sensei” può essere tradotto letteralmente come “nato prima” ed indica un superiore gerarchico o una persona più esperta (ma non necessariamente più anziana anagraficamente). Nelle Arti marziali il titolo è usualmente riservato a chi abbia la qualifica di Maestro o istruttore.
19 Tore ed Uke sono due termini con cui vengono indicati i praticanti di Arti marziali a mani nude. In particolare, Uke è il praticante che inizia l’attacco verso Tore e ne subisce poi la sua azione di difesa.
20 Letteralmente “Un gradino per volta”
21 I Doka (letteralmente “canti della Via”) sono poemi dal profondo significato spirituale, composti secondo lo schema metrico proprio dei versi tradizionali nipponici ed impiegati da molti Maestri giapponesi per trasmettere i loro insegnamenti.
22 Tratto da “L’essenza dell’Aikido – Gli insegnamenti spirituali del Maestro” a cura di J. Stevens – Edizioni Mediterranee, volume che approfondisce molti aspetti della spiritualità dell’Aikido e del suo Fondatore.
23 Uno degli ammonimenti che Saito Morihiro sensei ripeteva spesso è: “Aikido wa goritekina Budo desu”, che si può tradurre come “l’Aikido è un’arte marziale razionale”
24 “Economia” va intesa non come “risparmio” ma – come ricorda Paolo N. Corallini sensei – come “giusta misura”. Essere troppo veloci o troppo lenti è inopportuno, come lo è spostarsi troppo o troppo poco o impiegare troppa o troppo poca forza rispetto al necessarioQuesta “giusta misura” non è definibile a priori e dipende dalle situazioni specifiche, un po’ come l’indicazione del “quanto basta” riportato per alcuni ingredienti elencati in una ricetta di cucina.
25 Le cattedrali gotiche sono certamente tra gli edifici più misteriosi ed affascinanti di tutta la storia dell’umanità, ed alla loro storia ed ai loro misteri sono dedicati numerosissimi studi ed approfondimenti. Qui mi limito a riportare un passaggio del già citato libro di Gabriele La Porta in cui viene descritto una delle più intriganti curiosità della cattedrale francese di Notre-Dame de Chartres, sita nel nordovest della Francia a circa 100 km da Parigi, considerata – grazie anche al buono stato di conservazione della struttura, delle sculture e delle vetrate – uno degli edifici religiosi più importanti del mondo ed uno dei più perfetti edifici gotici: “All’’interno, nella navata laterale ovest del transetto sud, è ben visibile una pietra rettangolare , incastrata di sbieco a tutte le altre. E’ bianca, mentre la tinta del muro è grigio scuro, ed è incorniciata da un metallo color oro. Tra le 12,45 e le 12,55 [del 21 giugno] il sole si affaccia dalla vetrata di Saint Apollinaire e un suo raggio si incunea puntualmente, da quasi novecento anni, da un piccolissimo buco quadrato nella immensa composizione dei vetri e va a colpire proprio questa pietra bianca che in questo modo diventa un unico, piccolo punto luminosissimo in tutto l’ambiente in penombra. […] Occorreva infatti chi sapesse inclinare la pietra bianca in modo così perfetto da non essere notata, se non quando fosse stata raggiunta dal sole, in quegli unici momenti dell’intero anno. E sempre costui ha fatto in modo che la parete, in cui ogni millimetro quadrato corrisponde perfettamente ad un gioco di spinte e controspinte non subisse, né allora, ne mai il più piccolo danno da quel mancato allineamento.”
26 Conviene chiarire cosa si intenda con immaginazione, riprendendo quanto evidenziato in una corrispondenza dal già citato Filippo Goti: “L’immaginazione risulta essere la nostra capacità di creare delle realtà figurate o virtuali, rispondenti in tutto e per tutto alla nostra volontà. L’immaginazione presuppone una nostra attiva azione. Siamo noi che dettiamo alla mente, e poi visualizziamo, una data azione e solo quella, che si snoda su di un sentiero che ho scelto io. Ovvio che maggiore la nostra energia, di acciaio la nostra volontà, più cristallina possibile la nostra Essenza, e maggiormente significante e portatrice di relazioni sarà la nostra visualizzazione. […] La fantasia invece è un Io secondario. Un Io che si insinua astuto e spesso si accompagna ad altri Io, alimentandoli e diffondendo in noi il virus del Maya.” In più semplici parole, l’immaginazione ci vede attivi protagonisti, la fantasia ci vede passivi soggetti. Per un approfondimento si veda anche quanto scrive Elio Occhipinti nella prefazione di “L’oro di Saturno – Saggi sulla Tradizione Ermetica” di Alessandro Orlandi, Mimesis Edizioni.
27 Prezioso ed illuminante è – come sempre – il contributo del sito internet http://www.etimo.it
28 Dubito che Andrea conosca le tecniche ed i modelli di decorazione della tradizione figulina grottagliese, la straordinaria similitudine della sua fenice con il gallo grottagliese non è quindi che l’ennesima “coincidenza” di cui sono testimone.
29 Saito Morihiro sensei usava spesso correggere i suoi allievi apostrofandoli con degli stentorei “Damè!” (“sbagliato” in giapponese). Marco Rubatto, nel suo “Aikido, didattica e pratica”, ricorda questo aneddoto del compianto Maestro: “Curioso ricordare che Saito Sensei divenne famoso per la frequenza con la quale apostrofava sul tatami gli errori degli allievi con sonori “dame”. Tanto era questa un fatto comunemente accettato, che anche gli occidentali presenti alle lezioni avevano ormai ben chiara la traduzione del termine “dame” nella loro lingua natia. Si racconta che un giorno, un allievo fu incuriosito dal fatto di udire sempre “sbagliato”, “sbagliato”, “completamente sbagliato” e mai il suo opposto, ossia un’espressione utilizzata per sottolineare una tecnica eseguita correttamente, quindi si decise di chiedere a Saito Sensei quale fosse, in giapponese il termine dal significato opposto a “dame”: con tutta sorpresa egli disse che non conosceva, una simile parola, poiché in Aikido non c’è mai nulla di giusto, ma sempre qualcosa di perfezionabile, quindi egli non si era preso premura di imparare tale vocabolo. La sua risposta, benché evasiva e discutibile dal punto di vista della vastità della lingua giapponese, si ritiene sia stata autenticamente marziale, educativa e profonda. Per la cronaca, è anche bene aggiungere che egli talvolta diceva ai suoi allievi “è proprio così (come hai fatto)”.
30 Anche se a prima vista questo potrebbe sembrare un obbiettivo esclusivamente egoistico, il processo di auto miglioramento del singolo, se condotto con impegno e sincerità ha effetti benefici anche sulla comunità che lo circonda. Scrive Antonio D’Alonzo nella introduzione del suo “Simboli Massonici”: “Quando un Centro Tradizionale lavora come si deve al perseguimento della Via iniziatica, anche il mondo profano ne trae beneficio in modo indiretto, così come la copia si avvicina alla perfezione originaria quanto più il modello si concede allo sguardo contemplatore.”
31 Dōjō è un termine giapponese che significa etimologicamente luogo (jō) dove si segue la Via (dō). In origine il termine, ereditato dalla tradizione buddhista cinese, indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio e per estensione i luoghi deputati alla pratica religiosa nei templi buddhisti. Il termine venne poi adottato nel mondo militare e nella pratica delle Arti marziali, indicando lo spazio in cui si svolge l’addestramento del praticante. In Occidente questo termine viene impropriamente tradotto in “palestra” ed inteso unicamente come spazio per l’allenamento, mentre nella cultura orientale il dojo è il luogo nel quale si può raggiungere, seguendo la Via, la perfetta unità tra zen (mente) e ken (corpo) e, quindi, il perfetto equilibrio psicofisico, massima realizzazione della propria individualità.
32 Non si pensi a questo modo di fare come esclusivamente orientale o limitato al mondo delle Arti marziali. Antonio D’Alonzo, nella sua opera citata, parlando dell’Alchimia scrive: “Per Carl Gustav Jung, uno dei suoi più celebri studiosi, l’Alchimia è una sorta di antica “tecnica dell’anima”, in grado di realizzare il Sé, il principium individuationis che integra l’Io nell’Inconscio Collettivo. Tramite questa chiave interpretativa acquista particolare rilevanza l’immagine del laboratorio come metafora della personalità, attraverso cui si ottiene la trasmutazione (principio d’individuazione) del metallo (Io) nell’oro (Sé). Le applicazioni alchemiche simboleggiano, ritualmente, il processo di perfezionamento interiore. Il lavoro dell’alchimista – per Jung – non è altro che un’allegoria inconscia del percorso di perfezionamento introspettivo: anche quando egli opera empiricamente, riproduce – consapevolmente o meno – la parabola del viaggio interiore del Sé.”
33 Scrive Giacomo Casanova. “Coloro che entrano nella Massoneria solo per carpirne il segreto possono ritrovarsi delusi: può infatti accadere loro di vivere per cinquant’anni come Maestri Massoni senza riuscirvi. Il mistero della Massoneria è per sua natura inviolabile: il Massone lo conosce solo per intuizione, non per averlo appreso. Lo scopre a forza di frequentare la Loggia, di osservare, di ragionare e di dedurre. Quando lo ha conosciuto, si guarda bene dal far parte della scoperta a chicchessia, sia pure il miglior amico Massone, perché se costui non è stato capace di penetrare il mistero, non sarà nemmeno capace di profittarne se lo apprenderà da altri. Il mistero rimarrà sempre tale. Ciò che avviene nella Loggia deve rimanere segreto, ma chi è così indiscreto e poco scrupoloso da rivelarlo non rivela l’essenziale: come potrebbe, se non lo conosce? Conoscendolo, non lo rivelerebbe”.
34 Dalla introduzione di “L’iniziazione” di Philippe-Emmanuel Rausis, Oscar Saggi Mondadori)
35 Un esempio tra i più noti da citare è senz’altro la “cerca del Graal”, con la notevole messe di significati che questa ha assunto e la valenza simbolica dei suoi protagonisti.
36 Da “Una via di dieci passi – Incontro con l’Aikido e l’attenzione” di Guido L. Buffo – Edizioni Promolibri Magnanelli
37 Da “Lettere musulmane Riflessioni sull’Alchimia” di Paolo Lucarelli – Edizioni Promolibri Magnanelli
38 Da “Una via di dieci passi – Incontro con l’Aikido e l’attenzione”, Op. cit.
39 ibidem
40 ibidem
41 Francesco Brunelli ricorda nel suo “Introduzione sommaria all’Ordine Martinista” un passo di Stanislao De Guaita, che ammonisce: “Noi ti abbiamo “cominciato”: l ruolo degli Iniziatori deve fermarsi qui. Se tu perverrai da te stesso all’intelligenza degli Arcani, tu meriterai il titolo di Adepto; ma sappi bene ciò: è invano che il più sapiente dei Maestri ti riveli le supreme formule della scienza e del sapere magico; la Verità Occulta non si può trasmettere con un discorso: ciascuno deve evocarla, crearla e svilupparla in sé. Tu sei Iniziato: sei uno che gli altri hanno messo sulla Via; sforzati di divenire Adepto; uno cioè che ha conquistato la scienza da se stesso, o, in altri termini, il Figlio delle sue opere”.
42 Si veda in proposito quanto riportato in “Il Richiamo del Maestro” di Ram (Vincenzo Mura), disponibile sul sito http://www.fuocosacro.com
43 In “L’iter operativo Martinista” Francesco Brunelli ricorda: “ Il Kremmerz e il Levi affermano che il mago comincia il suo lavoro senza alcuno strumento e finisce l’opera senza strumenti alcuni”. Allo stesso modo potremmo dire che l’Allievo comincia il suo cammino senza alcun Maestro (che troverà quando Volere e Potere saranno propizi) e lo “termina” (le virgolette sono d’obbligo…) quando – diventato egli stesso Maestro (innanzi tutto di sé stesso, prima ancora che di altri) – non avrà più bisogno di Maestri esterni.

Copyright Carlo Caprino ©2013Carlo Caprino
Ogni riproduzione non autorizzata è severamente proibita

Immagina Una Piramide

Consciamente o inconsciamente verso la grande piramide sociale

Consciamente o inconsciamente, per formazione, mancanza di formazione o interesse personale siamo tutti parti di piramidi sociali che promettono di passare conoscenza, valididazione e ricchezza verso il basso, ma è davvero questa la struttura necessaria per la realizzazione del masakatsu agatsu richiesto al praticante di Aikido?

di CARLO COCORULLO

Una delle immagini più chiare e inconfondibili che ognuno di noi ha nel suo bagaglio culturale è l’immagine della piramide.
La piramide rappresenta una struttura che simbolicamente è votata all’ascesa, solida, con una base larga su cui poggia la sommità. Molto più stabile di una torre, quando si pensa ad una struttura piramidale a livello visivo è chiaro quanto la base sia di sostegno ai livelli man mano superiori, sino a giungere alla punta.
Approfondire quante piramidi siano presenti nella nostra società qui potrebbe essere superfluo ma vi invito, invece, ad osservare attorno a voi tutti i gruppi sociali che conoscete ed iniziare ad osservare in quanti di essi vi sia una organizzazione riferibile a quella descritta: l’elemento comune è la centralità di una persona o un piccolo gruppo che si differenzia rispetto agli altri, poggia su una base che lo spinge verso l’alto, ponendolo in una posizione predominante rispetto agli altri.
La deformazione di pensiero, che si è acquisita come fondamento delle organizzazioni sociali, è proprio la necessaria esistenza di queste strutture, palesi od occulte, nelle quali in vario modo si crea una differenziazione tra persone che sono di eguale dignità.
A questo punto l’obiezione diventa ovvia. Come possono essere messe sullo stesso piano (e qui si sta già stratificando) persone con formazione, cultura, preparazione differenti, con un passato e con dei rischi trascorsi diversi gli uni dagli altri?
In realtà alcuni personali codici di riferimento, alcune piccole certezze, sono solo delle immagini prive di sostanza, retaggi di una mentalità inculcata, ma che non apporta nessun beneficio alla crescita interiore, al miglioramento di se stessi, obiettivo conclamato delle arti marziali, ma in particolar modo il manifesto della disciplina Aikido.
Infatti, in maniera abbastanza palese, la principale finalità dell’Aikido, ai cui praticanti è rivolto principalmente questo messaggio, non è rivolta al combattimento né alla difesa personale, pur utilizzando per la sua pratica uno strumento tecnico che deriva dal Budo, l’arte militare dei samurai giapponesi; l’Aikido mira infatti alla “corretta vittoria” (dal fondatore chiamata: 正勝 masakatsu) che consiste nella conquista della “padronanza di se stessi” (dal fondatore chiamata: 吾勝 agatsu, cioè la “vittoria su di se stessi”), resa possibile soltanto da una profonda conoscenza della propria natura interiore.

Il fine ultimo dell'Aikido è la corretta vittoria su sé stessi

Con questo, il Fondatore dell’Aikido voleva affermare che per cambiare il mondo occorre prima cambiare se stessi.
E per cambiare se stessi la prima battaglia da affrontare è l’attaccamento alle proprie convinzioni.
Quando si parla di struttura piramidale a livello visivo è chiaro quanto la base sia di sostegno ai livelli man mano superiori, sino a giungere alla punta.
La piramide e il sistema piramidale, però, si possono reggere solo se i singoli elementi che la compongono mantengono il loro posto.
Per come si intende il sistema piramidale gerarchico, al suo interno è possibile il movimento “verso l’alto” ma solo a determinate regole, che sono imposte dal vertice; tale vertice è però l’unica parte a godere dei privilegi che lo pongono in alto. La “mobilità” all’interno di una piramide non è affatto garantita.
*E’ molto più semplice distaccarsi e cercare di creare la propria piramide.*
Questi due elementi evidenziano come tutto il sistema possa perdere forza se chi lo compone non si adatta alle regole e fuoriesce dal sistema stesso.
Nei gruppi sociali vediamo diversissime piramidi in vari campi, che si coordinano tra loro in base a precisi sistemi di riferimento che, nella nostra società, sono ben rappresentati dal potere economico.
Il sistema piramidale è una realtà, però, solo perché è ampiamente accettato dai singoli nelle sue regole di funzionamento.
Essi accettano tale modo di concepire il sociale sia per un condizionamento molto forte alla sua necessità, ma anche per un indubbio vantaggio personale, apparente, nella partecipazione ad esso.
In particolare la validazione della propria attività e del proprio percorso appartiene proprio alla appartenenza a una determinata piramide; in altre parole, ognuno, è convinto che l’Aikido che sta praticando è il miglior Aikido possibile, non avrebbe senso altrimenti, e la validazione delle proprie convinzioni è l’appartenenza a quel determinato gruppo di pratica.
Dire “a me piace quello che faccio” è una convinzione, sicuramente lecita, ma nel 99% dei casi abbastanza indotta. Quante di queste persone hanno veramente sperimentato un altro Aikido, con un altro insegnante, in un altro gruppo? E se lo hanno fatto si sono resi conto che cambiare opinione vorrebbe dire distruggere il senso di quello che è stato fatto finora?
Il condizionamento può essere individuato in un sistema di inquadramento che sin dai primi giorni abitua a tale modalità, che poi viene enfatizzato nella didattica “quello che facciamo noi è il meglio, quello che fanno gli altri non vale niente, state alla larga..”
Però il sistema di controllo è talmente efficiente nel raggiungimento di alcuni obiettivi di gruppo che è universalmente diffuso.
In effetti la strutturazione in una rigida catena di comando piramidale, permette una mobilitazione coordinata di vari elementi del gruppo, ottenendo una amplificazione della forza collettiva risultante. Per non parlare del palese beneficio economico che i vertici traggono da questa condizione. Facciamo un banale calcolo matematico supponendo che ogni strato abbia al di sotto di sé, sei elementi di grado inferiore.
Un settimo Dan ha al di sotto 6 sesti Dan, ognuno ha al di sotto 6 tra quarti e quinti Dan che ha al di sotto 6 tra secondi e terzi Dan e così via…
Mi sembra una immagine abbastanza palese.
Qual è lo scopo di questa piramide? Permettere con solo 4 strati di ricevere 1000 volte l’obolo versato dalla base.

Pyramids & Real People...

VI DAN 1
IV / V DAN 6
III / II DAN 36
KYU 216
Supponiamo che ognuno della base versi una quota di 40 euro ad una ipotetica palestra che versa allo strato superiore che a sua volta versa una percentuale del 50% allo strato superiore.
1 VI DAN 233.280 €
6 IV / V DAN 77.760 €
36 III / II DAN 4320 €
216 KYU 40 €
Numeri non realistici, lo ammetto, non nell’aikido. In quanto un secondo/terzo Dan difficilmente riesce a raggiungere i 200 allievi.
Allora facciamo i numeri reali.
1 VI DAN 2500 €
4 IV / V DAN 1250€
5/6 III / II DAN 500 €
20 KYU 50 €
In ogni caso con le opportune variazioni, ci attestiamo su queste cifre, considerando che un IV dan riesce a racimolare circa 800 euro al mese fatevi gli opportuni aggiustamenti.
Per quanto riguarda la REALE necessità di tale struttura nascono alcuni dubbi.
La trasmissione del sapere i shin de shin da Maestro a Allievo, non è che sia “garantita” in una struttura piramidale o che questa struttura sia la più indicata per tale trasmissione.
Ripeto, la deformazione di pensiero, che si è acquisita come fondamento delle organizzazioni sociali, è proprio la necessaria esistenza di queste strutture, palesi od occulte, nel quale in vario modo si crea una differenziazione tra persone che sono, in realtà, di eguale dignità, basata su una conoscenza che “in teoria” dovrebbe riversarsi dall’alto verso il basso come l’acqua che scende dalla sommità di un monte.
Possiamo dire che in determinate situazioni questo meccanismo ha prodotto una capacità di risposta a problematiche comuni che può essere stata percepita come importante.
Il problema, se vogliamo intenderlo così, è che i singoli che hanno iniziato a rivestire un ruolo di potere sono divenuti “residenti abituali” di quel tipo di servizio che è divenuto uso.
Probabilmente in società semplici la forza fisica ha potuto produrre delle differenziazioni basate sulla violenza, attualmente, invece  ciò si può affermare soprattutto sulla forza della conoscenza acquisita o dei *legami di complicità-alleanza, raccomandazione o amicizia in senso “lato”.*
Questa creazione di ruoli, però, che sono abbinati ad un tendenza al mantenimento statico di certe funzioni, ha portato nel tempo tutta una serie di squilibri evidenti.
*Uno dei motivi perché si crei questo, è la percezione della propria individualità in maniera distorta che porta a percepire gli altri come “di minor valore”. A prescindere dal criterio di giudizio.*
Chi si posiziona ad altezze superiori si sente, per un motivo ancestrale quale quello del contatto divino seppur non consapevolizzato, autorizzato a gestire gli altri che sono in una posizione ritenuta inferiore.

La cima della piramide

Si ritiene, inoltre, che si sia tenuti ad accettare ordini ed indicazioni solo da coloro che sono percepiti “al di sopra”.
Sto mostrando i collegamenti di cui parlavamo prima, ma la cosa fondamentale rimane l’accettazione di questa modalità da parte degli appartenenti al sistema.
*Si vive questa illusione della necessità di questa organizzazione che spinge coloro che vi si trovano alla “corsa verso la vetta” e la competitività volta ad eliminare possibili competitori.*
Ma se la piramide ed il sistema piramidale sono illusione, perché continuiamo a proporla ed è tanto forte e radicata?
Alcuni di voi potrebbero affermare di essere usciti dalla piramide, nel senso che non hanno partecipato alla competizione ma, senza la creazione di un sistema diverso ed alternativo, è possibile che siate rimasti isolati e ben poco preoccupanti per il sistema.
I cosiddetti “ribelli” quando sono separati dal sistema e si muovono in un ambito di prevedibilità e capacità di gestione, che il sistema ha, non sono minacciosi e semmai *sono funzionali al sistema stesso.*
Questo lo vedete se considerate che gli appartenenti alle fasce sociali, se si vedono aggrediti, stringono “le fila” in una difesa comune.
Ecco una funzione importante dell’organizzazione sociale: la presunta difesa dei suoi appartenenti.
Quindi i ribelli vengono definiti pericolosi per la società così da usarli per rinforzare il controllo.
Il fatto è che attraverso la struttura piramidale, il prezzo pagato per questa protezione è ben più alto dei vantaggi ricevuti.
*Si accetta di rinunciare ad una parte della propria libertà personale e di giudizio in cambio di una sicurezza spesso apparente.*
I ribelli, come anche i soggetti fuori sistema, sono utilissimi (ed utilizzati) a creare questa necessità del gruppo sociale e legittimare la perdita di libertà personale in cambio di “notti tranquille”.
Pensateci: è davvero necessario, *per la propria sicurezza*, organizzare un sistema gerarchico?
Il pericolo, inoltre, è sempre reale o solo potenziale ed illusorio?
Gli elementi di vantaggio, percepito, di questa organizzazione sono:

1. la necessità di tale sistema sociale poiché espressione della natura umana e dello stato di cose per il quale il divino, il sapere, procede dall’alto verso il basso.

2. la sicurezza che esso garantisce ai suoi appartenenti.

La piramide però può essere dissolta se sgomberiamo il nostro mondo interiore da questi fraintendimenti e queste apparenti necessità.
La natura umana non ha bisogno di queste strutture. L’unica necessità vera è la relazione. Relazionarsi, scambiare energie, impressioni, fattori.
Condividere.
Migliorarsi con la condivisione. Avere un rapporto pacifico con se stessi, consapevole dei propri limiti e del possibile margine di miglioramento.
Se pensiamo ad ogni individuo quale espressione di una personale creatività e forza, in base alla tipologia di mezzi di comunicazione e trasporto presenti nella realtà, queste individualità possono entrare in contatto tra loro in maniera più o meno agevole.
L’esempio visivo di un sistema interconnesso tra tutte le parti è simile a quello che crea una rete, un network. Tale modello oltre ad essere più evoluto, non privilegia un percorso rispetto agli altri perché istantaneamente l’intera rete viene pervasa da quell’acqua che spesso non veniva riversata o veniva trattenuta in pozzi senza fondo da chi ne voleva trattenere la conoscenza a proprio esclusivo vantaggio.

Il modello network

Oltretutto all’interno della rete ognuno di noi è un centro di consapevolezza, che ha i medesimi attributi di base, medesima dignità *seppur con differenti espressioni di interesse e doti pratiche*; potremmo immaginarci anche come terminali di una rete di interconnessione simile ad internet.
Tutte le persone possono collegarsi a tutte le altre e condividere le informazioni. Lo scambio, la condivisione avviene in maniera libera e consapevole.
Il sistema non solo condivide informazioni ma genera azioni da parte dei singoli, che modificano la realtà fisica esterna.
Se tutti si riconoscessero di pari dignità ed interagissero con la cooperazione, potrebbe crearsi qualsiasi effetto voluto che, se anche portasse a qualche errore di decisione, potrebbe essere di apprendimento per tutti e miglioramento del sistema stesso.
Il comando, quindi, non sarebbe espressione di un gruppo ristretto che diffonde verso la base ma, piuttosto, una emersione di volontà dall’intero gruppo, in una maniera che offrirebbe una maggiore dinamicità.
Per cosa? Ovviamente per il fine suddetto dell’Aikido, il miglioramento di se stessi. Siamo nel 2012 e per quanto io ami e rispetti la tradizione non posso non denunciare che l’instaurazione di queste piramidi ad uso esclusivo di un ristretto gruppo di “elite” non ha nulla a che vedere con il mantenimento della tradizione, quanto a mantenere i privilegi acquisiti dal vertice, l’appartenenza a queste strutture è per validare se stessi e quello che si sta facendo, a prescindere dal confronto e quindi dalla validazione universale e da un netto miglioramento di se stessi, privilegiando un miglioramento relativo, nel proprio gruppo e nel proprio contesto al di fuori del quale non si è nulla.
E la paura di questo vuoto, di questo nulla, in un mondo fortemente interconnesso vuol dire non crescere, non migliorare, non poter affrontare serenamente la realtà, ma solo la pseudo-realtà in cui ci si rinchiude per non affrontare la paura del vuoto che c’e’ lì fuori, non “per strada, sia mai qualcuno ti afferra per il collo” ma lì, fuori dalle tue cerchie, dalle tue convinzioni, dal tuo sentirti superiore perché non ti sei mai confrontato, sentirti al sicuro sotto le coperte al riparo dai serial killer presenti nelle tue fantasie e nelle paure indotte dall’incerto per il certo.

Leggi i precedenti articoli di Carlo Cocorullo su AIN

Articolo di S. Chierchini, non di Aikido ma Collegato

Copyright Carlo Cocorullo ©2012
Per le norme relative alla riproduzione consultare
http://aikidoitalia.com/copyright/ 

La Salsa Piccante di Mia Nonna

Diego Velazquez: Una donna anziana che cucina uova (1618)

Al momento sui blog di Aikido italiani si è sviluppato un forte dibattito sul significato e la valenza dell’aggettivo tradizionale in relazione all’Aikido, con alcuni che sostengono che l’idea di tradizione e Aikido siano come il diavolo e l’acqua santa, e altri che ritengono che in assenza di un riferimento ad essa l’Aikido si appresti a divenire il contenitore informe degli esperimenti di ciascuno. Presentiamo i due lati della disputa dialettica con due articoli rappresentativi, iniziando dal pro-tradizione, scritto da Carlo Cocorullo

di CARLO COCORULLO

Nel 1999 mia nonna ci lasciò.
Ricordo bene era prima di Natale, l’8 dicembre ci si stava organizzando per le prossime feste.
La nostra famiglia, sparsa per l’Italia coglieva tradizionalmente l’occasione di riunirsi per la vigilia, il pranzo e tutte le libagioni natalizie in una spettacolare casa di campagna.
Quell’anno non ci fu gran che da festeggiare e si ruppe la tradizione.
Con il passare degli anni, quella casa per il dolore che non si affievoliva, a causa dell’assenza della figura che gestiva tutto al meglio, che faceva gli acquisti, che sceglieva le verdure, che dettava tempi e legge in modo alquanto matriarcale, venne abbandonata.
O meglio, ci fu un tacito silenzio sull’eventuale riunione in quel luogo e ci spostammo in altri appartamenti.
Passarono diversi anni prima di riavvicinarci, una nuova generazione è, nel frattempo, venuta al mondo e molti odori, sapori sono cambiati. Accanto al profumo di fritto, le pappine e gli omogeneizzati, insalata di rinforzo e latte bollito.
Ma un profumo mi mancava, il profumo del giorno di Capodanno, un profumo forte quasi nauseante che era caratteristico, alla pari del profumo di buccia d’arancia delle serate di tombola.
Era la perduta ricetta della salsa piccante.
Già perché mia nonna era detentrice di un piatto tradizionale senza il quale, si sopravvive lo stesso, anzi forse si guadagna anche nelle analisi del sangue, ma che faceva parte della tradizione, era il PROFUMO di Capodanno.
E’ chiaro che la tradizione al giorno d’oggi sembra un anacronismo, ma tant’é. La tradizione è un anacronismo. L’anacronismo (dal greco ἀνά “contro, all’indietro” e χρὁνος “tempo”) è una situazione in cui appaiono oggetti o personaggi che, per ragioni storiche e cronologiche, non sarebbero potuti comparire. Un anacronismo è dunque un fatto o un oggetto apparentemente avulso dal proprio contesto temporale.
Comunque, l’opera di ricerca della salsa piccante è durata tre anni. Un’opera di ricerca difficile, pressoché impossibile, nessuna delle tre figlie aveva ricevuto il passaggio della tradizione, della consegna della ricetta, nessuna di loro aveva assistito mia nonna nella preparazione. O forse ne erano semplicemente disinteressate.

Ricreare l’antica ricetta

Rimaneva solo il profumo, l’aspetto del piatto di portata e il sospetto di qualche ingrediente.
Qualcuno era noto, tipica domanda di fronte al piatto era “mm buono cos’é?”. La risposta era generica, interiora di pollo (rigaglie) cipolle e papaccelle.
Le papaccelle sono dei piccoli peperoni sottaceto conservati in damigiane dalla bocca larga, di colore verde o rosso (le piccanti) che venivano preparati a fine estate e consumati nei mesi invernali, in particolar modo nell’insalata di rinforzo (altra fantastica tradizione…).
E fin qui ci si poteva arrivare.
Le interiora, le rigaglie erano sicuramente quelle del pollo in brodo della sera prima. Quando si usava il pollo vivo ed intero. Ma non erano sufficienti bisognava trovarne la quantità esatta. Erano sicuramente più di uno. La cucina non è una chimica banale, anzi, dividere per due una ricetta non porta agli stessi risultati dimezzati. Non vale la proprietà distributiva matematica. E’ una cosa che si impara facilmente e che solo chi non ha mai cucinato può pensare sia valida. Specialmente in quest’era di monoporzioni.
Il primo anno acquistai un quantitativo enorme, avevo recuperato il tegame, la casseruola in cui veniva preparata la salsa piccante di mia nonna e cercai di adattarmi alle dimensioni procedendo per piccole aggiunte.
La prima cosa era tagliuzzare, non tritare ero sicuro, bisognava fare dei quadratini piccolissimi, la memoria visiva mi aiutava. Presi 5 papaccelle, pulite, scolate bene, togliendo i semi. Facendo attenzione a non usare solo quelle piccanti. Il rapporto mi era sconosciuto, ma annotai il quantitativo usato.
Seconda cosa le cipolle. Non avevo assolutamente idea della quantità. Supposi 4 cipolle grosse, tritate per un quantitativo tale da ricoprire il fondo del tegame. Era un tegame in alluminio, di quelli con il manico in metallo fatto a maniglia. Da quel tegame esalava il profumo.
Feci imbiondire le cipolle in abbondante olio e aggiunsi le rigaglie sminuzzate della stessa misura delle papaccelle. Tirate con del vino rosso. Il primo errore! Non era vino rosso. Era bianco. Annotai.
Infine aggiunsi le papaccelle, il profumo dell’aceto misto alle cipolle, mi stavo avvicinando. C’ero quasi.
Veniva servita tiepida a pranzo e fredda la sera. Ma il profumo c’era quasi, era quasi riuscito il primo esperimento! Le reazioni dei parenti erano commoventi. Qualcuno diceva più cipolla, altri più piccante, altri più calda o più fredda ma tutti erano d’accordo. L’anno prossimo potrà essere migliorata.
Certo.
Avrei potuto frullare tutto con un bel mixer, schiaffarlo su delle belle tartine e chiamarlo, già, chiamarlo salsa di Zio Carlo. Ma non sarebbe mai stata la stessa cosa. Si, forse una nuova tradizione.. Ma a me non interessava minimamente. Non mi interessava cambiare nome ad una cosa non mia. E attribuirmene i meriti. La mia ricerca era solo all’inizio. Internet mi ha aiutato, in qualche regione si fa qualcosa di simile e l’ho provata ma ho solo capito cosa non era. Certo, la “mano” di mia nonna era necessaria, era qualcosa che magari come i grandi cuochi facevano “ad occhio”.
Volevo riportare in vita la salsa piccante di mia nonna, volevo una tradizione, questa volta, scritta e ben documentata di ciò che mia nonna faceva e cheattraverso di me venga tramandata alle generazioni future.
La tradizione non è una questione di principio, è una questione di profumi, di colori, di sensazioni che si rinnovano, che si risvegliano dopo il letargo invernale dei sensi. Come la pastiera, il dolce dal profumo di primavera…

Ma questa è tutta un’altra storia.

Copyright Carlo Cocorullo ©2011
Pubblicato per la prima volta il 20/09/2011 su
http://www.aikidoromaeur.it/2011/09/la_salsa_piccante_di_mia_nonna/#more-1387