Tra il Dojo e l’Accademia, l’Idea delle Forme e la Forma delle Idee

L'Accademia di Platone come immaginata da Michelangelo

L’Accademia di Platone come immaginata da Raffaello

There are no ‘styles’ of Aikido.
It is like cheese cake.
You can cut it in wedges or squares
or just dig in with your fork
but it is still cheese cake!

di CARLO CAPRINO

Premessa
Se c’è una cosa che un’Arte ci insegna, è che si cresce non solo grazie alla pratica individuale, ma anche (soprattutto?) confrontandoci con gli altri. Nulla di nuovo sotto il sole, il mio saggio nonno mi ammoniva spesso a frequentare quelli migliori di me ed a “pagargli le spese”, (traduco letteralmente dal dialetto) . Ecco quindi che l’idea di aggiungere i miei proverbiali due centesimi al confronto “filosofico” che vede come partecipanti Angelo Armano sensei (1) e Simone Chierchini sensei (2) mi si è palesata non tanto come un atto di arrogante hybris, quanto come una ottima occasione per pulire il mio specchio (3) e riflettere sugli stimolanti suggerimenti forniti da due insegnanti e praticanti così esperti ed aperti al dialogo.

L’Aiki? Che ci sia ciascun lo dice, cosa sia nessun lo sa
Sulla “vexata quaestio” di cosa sia o non sia “davvero” Aikido, si sono scritte e si scriveranno ancora migliaia di parole. In omaggio alla provenienza orientale dell’Arte sarebbe stato forse più opportuno citare l’aneddoto del Buddha, dei ciechi e dell’elefante, ma siamo occidentali, ed un titolo ispirato ad un nostro poeta in fondo poi tanto male non fa, anche perché – a ben vedere – tra lo stracitato “Facimm’ammuina!” della Marina Borbonica e lo stratagemma cinese del “Fare clamore a Oriente per attaccare a Occidente” ci sono più similitudini che differenze.

Orbene, la citazione all’inizio paragona l’Aikido ad una torta al formaggio: tanto il morbido pezzo scavato al centro che il più duro bordo perimetrale sempre torta sono… per i più amanti delle citazioni colte, valga invece quanto affermava il Fondatore Ueshiba Morihei: “Ogni volta che mi muovo, questo è Aikido”. (4)

Tutto è Aikido, niente è Aikido? In effetti, il rischio c’è e il principio dell’enantiodromia – tanto caro ai taoisti ed agli junghiani (e non solo…) – ci ammonisce che un evento giunto al suo massimo si trasforma inevitabilmente nel suo contrario. Quindi, come se ne esce? Cosa è “tradizionale”? (e diamo per ammesso e non concesso che siamo d’accordo su cosa poi significhi davvero tradizionale…), dove finiscono le similitudini e cominciano le differenze? Dove si può parlare di Do e dove di Jutsu? Domande affascinanti ma che temo non abbiano “una” risposta, ma ne abbiano tante quante sono coloro che si provano ad affrontare la questione.

Forma e Contenuto

Forma e Contenuto

Circoscriviamo il campo d’analisi, riprendendo uno degli spunti di discussione affrontati dai Maestri Armano e Chierchini e rigirando la frittata in maniera provocatoria: Le “forme” servono? La pratica rigidamente didattica è utile? Quando (e se) il praticante può (o deve…) affrontare un percorso di pratica individuale?

Anche qui, facile fare domande, più difficile fornire risposte sia pure mediamente condivise; non avendo chi scrive ne’ l’esperienza ne’ la capacità comunicativa dei due Maestri citati, l’unica cosa fattibile è fornire una opinione che è – etimologicamente e logicamente – opinabile e valida tanto quanto una opposta.

Nella mia idea (più o meno Platonica…) di didattica, una “forma” condivisa è utile e opportuna, almeno all’inizio. Ho cominciato ad imparare a scrivere riempiendo pagine e pagine di quaderni di palline, cerchietti ed asticine, cercando di riprodurre al meglio la forma delle lettere presenti nel mio abbecedario. Avrei scoperto anni dopo che ciascuno, partendo da quelle forme condivise, avrebbe poi sviluppato una sua grafia, a volte al limite dell’incomprensibile, ma così tanto personale da poter essere impiegata perfino per indagare le caratteristiche della personalità.

Oggi pare che questo studio non sia più in voga, che si preferisca lasciar esprimere da subito i piccoli studenti senza imporre loro forme precostituite, non so se sia effettivamente così e – se si – su quali basi sia maturata questa scelta; quel che so è che nella mia piccola esperienza personale e lavorativa partire da una base condivisa aiuta a stabilire almeno un “minimo comune” su cui poi costruire e sviluppare percorsi individuali. Certo, il rischio “Torre di Babele” è sempre in agguato, per quanto l’adagio di Albinoni ed un riff di hard rock siano entrambi “musica”.

Stringiamo ancor più il campo di analisi, poiché ciò che può valere per un ambito non è detto valga anche per altri; i nostri padri latini di fronte ad una situazione da indagare si chiedevano ”Cui prodest?”, ovvero “A chi conviene?”, applichiamo questo quesito e chiediamoci, in sovrappiù, “perché” conviene.

Anche sulle motivazioni che portano un uomo del ventunesimo secolo ad affrontare pratiche distanti centinaia di anni e migliaia di chilometri dalla sua storia culturale (5) tanto si è scritto; diamo per assodato che costui lo fa e usiamo il rasoio di Occam (6) per eliminare le ipotesi – sia pure realistiche – che non servono a quanto scritto. l’Aikido – si è detto – affonda le sue radici nelle tradizioni storiche e spirituali del Giappone ma è anche Arte razionale e “scientifica”, e allora credo che anche all’Aikido possa adattarsi ciò che un acuto studioso scrive:

[…] quale sia l’intento della Scienza e quale l’intento della Tradizione. Se ne individuano due: in un caso conoscere l’universo per trasformarlo ed adattarlo alle esigenze dell’uomo, nell’altro conoscere l’universo, e l’uomo come parte del cosmo, per trasformare l’uomo. (7)

Sempre nello stesso testo, ancora si legge:

Le teorie scientifiche non devono mai diventare “congegni” o feticci da adorare e da utilizzare indiscriminatamente per interpretare la realtà, hanno un loro dominio di applicabilità.

Non so voi, ma a me il pensiero è corso alle “tecniche” codificate che qualcuno crede “universali” ed in grado di “funzionare sempre e comunque”, alle leve, alle proiezioni, ai bloccaggi ed alle percosse considerate come “fini” da raggiungere e non come “mezzi” da utilizzare per com-prendere il principio che le anima. E’ ovviamente innegabile che la didattica debba avere come obbiettivo anche il miglioramento tecnico e l’efficacia del gesto compiuto, ma questi non dovrebbero essere gli unici l’obbiettivi da perseguire, almeno non dopo un po’ di tempo dall’inizio della pratica.

.

Che fare allora delle tecniche?

Che fare allora delle “tecniche”? A che scopo utilizzarle? Ritorniamo al “cui prodest?” di cui sopra, che è sempre utile… a che scopo un body builder solleva ripetutamente chili e chili di peso su manubri o bilancieri? Solo per sperimentare la forza di gravità? Il gesto evidente è solo un “mezzo” per raggiungere un “fine” altro. Così, ancora Alessandro Orlandi ci ricorda che:

Ogni Tradizione prevede delle modalità particolari per trasformare l’uomo e la sua realtà (interna o esterna non importa).

Assodato questo, sfatiamo un altro mito che deluderà non poco i “teorici della pratica” (ci si perdoni l’apparente ossimoro) sempre alla ricerca della ennesima variazione, della ulteriore spigolatura, dell’adattamento aggiuntivo; quelli che la mia compagna definisce come “coloro che ne vogliono sapere una più del libro”, quelli che insomma accumulano ore e ore di filmati, pagine e pagine di manuali, centinaia e centinaia di fotografie e disegni:

La conoscenza e la sapienza non sono allora sinonimi dell’accumulare nozioni e leggi generali per controllare la Natura ed assoggettarla ai propri desideri. Conosce, invece, chi sa trasformare se stesso fino a rendere le leggi che regolano il suo microcosmo interiore identiche a quelle che regolano il macrocosmo. (8)

Il dito, la luna e lo strabismo di Marte

La didattica e le indicazioni degli insegnanti sono la rotta ma non sono la Via, sono utili a non “perderci per strada” ma il cammino tocca percorrerlo a noi. Nella forma, kata, kihon o comunque si vogliano chiamare questi esercizi propedeutici è compresa l’essenza della tecnica, ma questi non sono ancora la tecnica, potremmo definirli come il guscio che protegge il frutto della noce, che può assaporare solo chi quel guscio sia disposto – prima o poi – a romperlo.

Sembra facile? Forse meno di quanto appare, o forse siamo noi razionalisti occidentali che ci complichiamo la vita… Gli orientali usano paragoni più affascinanti per spiegare questi concetti:

“La forma non è distinta dal vuoto, il vuoto non è distinto dalla forma; la forma è proprio tale vuoto, il vuoto è proprio tale forma; se questa è la forma tale è il vuoto, se questo è il vuoto tale è la forma” (9)

E ancor più esplicito è il saggio cinese, quando ci ricorda – come Antoine de Saint Exupery nel suo “Il Piccolo Principe” – che non di rado “l’essenziale è invisibile agli occhi”:

Trenta raggi convergono sul mozzo, ma è il foro centrale che rende utile la ruota… Plasmiamo la creta per formare un recipiente, ma è il vuoto centrale che rende utile un recipiente… Ritagliamo porte e finestre nella pareti di una stanza: sono queste aperture che rendono utile una stanza… Perciò il pieno ha una sua funzione, ma l’utilità essenziale appartiene al vuoto…” (10)

La “forma” è insomma una sorta di contenitore, utilissimo, spesso indispensabile, ma che tale è in funzione di ciò che contiene. Una forma “vuota” serve a poco, così come un liquido preziosissimo è destinato a perdersi se la “forma” che lo contiene non ha caratteristiche adatte allo scopo.

Nell’ambito marziale, le “tecniche” sono – per certi aspetti “simboli” (11) e la didattica che le utilizza un “rito”. Se il rito è “una successione spazio-temporale e dinamica di simboli e azioni simboliche” (12) bisogna porre la giusta attenzione che il rito che dovrebbe vederci attivi protagonisti non si trasformi in vuota cerimonia, di cui siamo passivi spettatori. Il simbolo vale nulla, se non c’è chi lo ri-conosce (ancora Platone…) e non a caso sempre A. Orlandi evidenzia come: “ Il mito consiste invece in un insieme di simboli i quali possono avere differenti gradi di influenza sull’iniziando, a seconda di come vengono ordinati ed interpretati”.

"Vola solo chi osa farlo"

“Vola solo chi osa farlo”

Se così è, allora, ben vengano i Maestri e gli istruttori più esperti che ci indicano la strada, ben vengano coloro che ci ammoniscono a fidarci dell’ortodossia ma ancor più dell’ortoprassi (13), ben vengano coloro che – come Sepulveda – ci ricordano che “Vola solo chi osa farlo” e che un recinto può essere tanto una prigione che ci rinchiude quanto un ostacolo che ci permette di metterci alla prova.

Se l’Arte in genere e l’Aikido in particolare ci apre all’Universo e nel contempo a noi stessi (14), in un percorso tanto “verticale” quanto “orizzontale”, allora forse la conclusione più adatta a queste note è una citazione di Giordano Bruno, che afferma:

Colui che vede in se stesso tutte le cose è al tempo stesso tutte le cose.

Conclusioni

Ennesimo ringraziamento va ad Angelo Armano sensei e Simone Chierchini sensei per avermi maieuticamente aiutato a buttar giù queste righe.

Ulteriore e sentitissimo ringraziamento a Alessandro Orlandi per aver condiviso col sottoscritto la sua ampia e viva sapienza ed avermi fatto dono di due sue illuminanti opere, a cui sono debitore di molti più insegnamenti rispetto a quelli qui citati.

Ultimo ma altrettanto doveroso ringraziamento ai lettori, per la nuova prova di pazienza a cui si sono sottoposti leggendo questo scritto.

NOTE
(1) http://aikidoitalia.com/2013/04/08/a-proposito-delle-idee-di-platone/
(2) 
http://aikidoitalia.com/2013/03/02/le-idee-di-platone-e-il-taisabaki-del-gambero/
(3) 
Gli scritti dei Maestri citati richiamano spesso Platone, filosofo greco il cui nome pare significhi “dalle spalle larghe”, spalle che spero siano tanto robuste da sopportare anche questo ulteriore fardello.
(4) 
Citato in http://www.aikidofaq.com/introduction.html
(5) 
Sempre considerando che – come detto all’inizio di queste righe – spesso vi sono più analogie che differenze tra culture anche apparentemente agli antipodi
(6) 
Il “Rasoio di Occam” è un principio, ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno, che suggerisce l’inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno, quando quelle iniziali siano sufficienti.
(7) 
In “L’Oro di Saturno – Saggi sulla Tradizione Ermetica” di Alessandro Orlandi, Edizioni Mimesis
(8)
In “L’Oro di Saturno – Saggi sulla Tradizione Ermetica”, op. cit.
(9) Il “Sutra del cuore della perfezione della saggezza” o “Sutra del cuore” è un sutra Mahayana del gruppo della Prajñaparamita, molto conosciuto e diffuso nei paesi di tradizione mahayana per la sua brevità e densità di significato. Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Sutra_del_Cuore
(10) Lao Tzu, “Tao Te Ching”, cap. 11
(11) Ed è interessante, al proposito, l’analisi etimologica della parola “simbolo”
(12) In “L’Oro di Saturno – Saggi sulla Tradizione Ermetica”, op. cit.
(13) Parafrasando saggi ammonimenti, si può dire che: “Molti sentieri di montagna portano alla vetta, ma sulla vetta della montagna non c’è più nessun sentiero”
(14) Scrive ancora A. Orlandi nella sua opera sopra citata: “La Tradizione, invece, si pone come obbiettivo la non-separazione tra il mondo e chi lo osserva, vuole trasformare l’osservatore armonizzandolo con la realtà a lui circostante.”

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I Livelli della Pratica

Elements

“Io sono l’Universo!”

Un noto detto recita: “Quando l’allievo è pronto, il Maestro arriva”; a volte non si tratta di un istruttore in carne ed ossa, a volte colui che arriva, come intuizione o fulminea decisione, è il nostro Maestro Interiore, che ci mostra una Verità da sempre sotto gli occhi eppure mai vista, che ci aiuta a guardare in modo nuovo una situazione, un concetto, una realtà che credevamo conosciuta e familiare

di CARLO CAPRINO

Succede a volte che questo avvenga grazie ad episodi o strumenti che apparentemente nulla hanno a che fare col risultato conseguito: la mela di Newton, il bagno di Archimede, la muffa di Fleming sono alcuni tra i tanti esempi che si possono fare a questo proposito.

Qualche tempo fa, riflettendo sui sacrifici che un praticante marziale deve affrontare lungo il suo cammino, l’ho paragonato ad una katana, la celebre spada giapponese orgoglio dei guerrieri Samurai. Lo spadaio nipponico, per dare vita alle lame che ancora oggi restano ammirate ed ineguagliate, partiva da sabbia ferrosa (satetsu) ottenendo quello che veniva chiamato “metallo gioiello” (Tamahagane) grazie all’azione del fuoco ed all’incessante lavoro del martello. Per giungere ad essere perfetto il ferro doveva essere lavorato con impegno e costanza, al prezzo di sudore e fatica.

Ma se il praticante può essere paragonato al Metallo, a cosa possiamo paragonare gli altri componenti dell’universo secondo la filosofia tradizionale, ovvero Terra, Acqua, Aria e Fuoco? Alla pratica stessa, è stata la mia risposta, ovvero ai vari livelli di questa.

Questo è vero, ritengo, per qualunque pratica e disciplina; io pratico Aikido e la scelta è caduta su questa Arte marziale giapponese, probabilmente un danzatore, un pittore o uno scultore potrebbero trovare le stesse corrispondenze con le rispettive Arti. Quindi il presente tentativo di relare la pratica dell’Aikido con una serie di simboli del macrocosmo universale e del microcosmo umano, dagli animali simbolo degli evangelisti cristiani agli organi anatomici, se da una parte sfiora il sincretismo, dall’altra vuole essere solo uno dei tanti percorsi che ciascuno di noi può percorrere per trovare il simile nel dissimile.

L’idea, poco originale in verità, è quella di evidenziare come alcune pratiche, simboli e significati siano collegati a dispetto delle enormi distanze segnate nel tempo e nello spazio, marcando una Via che si presenta sempre uguale a sé stessa, pur nelle sue differenze, agli occhi di chi sappia guardare.

O’Sensei Ueshiba, il fondatore dell’Aikido, diceva: “Io sono l’Universo!” ed in questo non peccava di megalomania ma riprendeva il messaggio che, nei secoli, i Maestri illuminati offrivano ai loro discepoli: “Conosci te stesso e conoscerai il mondo e gli Dei” affermava l’oracolo di Delfi; l’anima di ogni uomo, scintilla caduta ma non perduta, può tornare a godere dell’ineffabile Divino, predicavano sia Krishna che gli gnostici del cristianesimo primitivo; “Ascoltate dentro di voi, e guardate nell’infinito dello Spazio e del Tempo. … Cosa fanno gli Astri? Cosa dicono i Numeri? Cosa valgono le Sfere? O anime, perdute o salvate, essi narrano, cantano, valgono – il vostro destino!” è riportato nel Frammento di Ermete Trimegisto che ci guida nei misteri dell’Egitto. Se è vero il detto “En to Pan” – Tutto in uno – ogni nostra azione ci fa muovere lungo la Via, ogni minuscolo organismo è parte e specchio, componente e frattale, del macrocosmo universale.
Parlo dell’Aikido ma questo è solo il mio dito, che ciascuno dei lettori scelga la luna da ammirare.

L’argomento richiederebbe per la sua natura spazio e conoscenza che non possiedo, se non in minima parte; spero comunque che queste brevi note possano essere da stimolo e sprone ai lettori di buona volontà per un maggiore approfondimento. Prima di cominciare, alcune precisazioni: parlare di Aikido è parlare di fisico, mente e spirito nello stesso tempo; non vi è corretto addestramento dell’uno senza il coinvolgimento degli altri, così, quando parlo di corpo, si intenda con questo una indicazione e non una limitazione, comprendendo in questa definizione il corpo fisico, quello mentale e quello animico, che ciascuno potrà e vorrà sviluppare secondo le proprie capacità e possibilità.

Ancora, in queste note cito Ercole, il mitico eroe della mitologia classica figlio del divino Zeus e della mortale Alcmena, che rappresenta simbolicamente l’uomo mortale con la sua essenza divina che Dante Alighieri (e non solo) considera il prototipo dello studioso, dell’iniziato e, per traslato, del praticante che respinge una vita facile e comoda ed affronta un viaggio lungo e faticoso alla scoperta di sé stesso e dell’Universo.

La terra è tradizionalmente collegata al Toro

La terra è tradizionalmente collegata al Toro

KO-TAI, IL “CORPO RIGIDO”
Il primo livello della pratica è quello del “KO-TAI”, del praticante dal corpo rigido e impacciato che poco o nulla si adatta all’azione dall’avversario, limitandosi a reagire a questa basandosi soprattutto sulla forza muscolare.
Questo livello è caratterizzato da una sorta di “egocentrismo” che vede l’avversario come “altro”, come entità distinta e separata da sé stesso.
A questo livello possiamo far corrispondere lo stadio “terra”, che è l’emblema stesso della materialità e della consistenza, un elemento solido che ha un suo peso ed un suo volume e che conserva una forma che può essere modificata solo a prezzo di grandi sforzi e con l’aggiunta dell’elemento “acqua”, che la rende più plastica e malleabile. La “terra” rappresenta quindi la sostanza grezza e bruta, la pietra da sgrossare come principio dell’opera di perfezionamento del praticante.
Alla stato “terra” possiamo far corrispondere come organo anatomico lo stomaco: come la terra fornisce nutrimento agli esseri viventi, così lo stomaco provvede al nutrimento dell’essere umano, rappresentando la prima e più importante tappa nella elaborazione che vede la materia trasformarsi in energia. Oltre che allo stomaco, lo stadio “terra” può riferirsi alla milza, che produce globuli bianchi e globuli rossi del sangue, questi ultimi incaricati di distribuire l’ossigeno, e quindi il nutrimento, l’energia e la vita stessa, fino nei più reconditi recessi del corpo umano.
Ancora lo stadio “terra” può riferirsi al Toro, uno degli animali che insieme ad Aquila e Leone più spesso ricorrono nella mitologia di tutti i tempi e di tutti i popoli, considerazione questa che merita di essere approfondita prima di proseguire in queste note.
Da tempo immemorabile questi animali sono esempio di qualità e difetti dell’Uomo, li ritroviamo nello zodiaco di Rama, nella Sfinge egiziana, nella Apocalisse di Giovanni, nelle visioni profetiche di Ezechiele e come simbolo degli evangelisti canonici. Si può bene immaginare quanto ci sarebbe da dire in proposito e quindi perché questi animali siano parte dell’immaginario collettivo oramai da secoli e perché non sia poi così pellegrina la loro citazione in queste righe.
Il Toro quindi, animale che è protagonista della ottava fatica di Ercole nell’isola di Creta, dove Nettuno, aveva punito Minosse per non aver eseguito i sacrifici a lui dedicati mandando nell’isola un toro ferocissimo, che l’eroe catturò vivo e condusse a Micene. Nello zodiaco il segno del Toro rappresenta gli istinti in genere e l’istinto sessuale in particolare, la brutale forza animale della lotta
per la sopravvivenza, quindi la parte più rozza e animalesca dell’uomo.
Ma il Toro è anche Bue, il placido compagno di lavoro dell’agricoltore; più forte, docile e resistente del cavallo nel tirare l’aratro che, non a caso, dissoda la terra e la rende fertile e pronta alla coltivazione. Il Bue è uno degli animali che, nel presepe classico, riscalda il Cristo bambino; il bue, o meglio il vitello, è la vittima che nel corso dei secoli i sacerdoti sacrificavano sull’altare per implorare la benedizione divina.
In uno sforzo di sintesi tutto ciò ci dice che perché l’Uomo possa tendere al divino deve iniziare a sacrificare i suoi istinti, la sua parte animale, non tanto negandola/eliminandola, poiché questa è e rimane parte di sé, quanto domandola e facendola lavorare a proprio vantaggio. Trasformare il Toro feroce in Bue mansueto perché questo ci aiuti a dissodare la nostra Terra intima rendendola pronta a dare i frutti che meriteremo col nostro lavoro costante.
Ma neppure la terra più fertile può dare frutto se non irrigata con l’acqua che da’ la vita, e questa considerazione ci porta al livello successivo.

Water

Acqua, il forte vince il debole

JU-TAI, IL “CORPO FLESSIBILE”
A questo livello l’azione del praticante diventa morbida e plastica, apparentemente cedevole; si adatta all’avversario (anche se con un certo sforzo cosciente) come l’acqua, che ha un suo peso e un suo volume ma assume la forma del contenitore (ovvero non si contrappone in maniera ostinata) pur senza rinunciare a sé stessa (l’acqua, come tutti sanno, è incomprimibile). Ci si adegua all’altro, pur rimanendo ben distinti da questo.
Diminuisce l’uso della forza fisica pura e semplice e inizia a farsi strada il concetto di “awase”, di armonia, di unione con l’avversario, con la sua forza, con la sua intenzione, per guidarla e indirizzarla, come si farebbe con un fiume di cui si vuole sfruttare la corrente.
Come insegna il Tao-Te-Ching, il forte vince il debole, il morbido vince il duro, e la placida acqua può trasformarsi in una potenza inarrestabile che distrugge e travolge la più imponente delle dighe.

L’acqua quindi che può essere guidata e incanalata “accordandoci” con lei, che può essere contenuta in una mano aperta a coppa ma non stretta in un pugno; acqua che può essere foriera di prosperità, come nelle risaie cinesi o nelle pianure del Nilo, se guidata ed accettata, o portatrice di lutti e distruzioni se ci si illude di poterla dominare, come ci ricordano la tragedia del Vajont, o le alluvioni di Firenze o di Sarno, solo per rimanere nell’ambito della cronaca attuale.
Alla stato “acqua” possiamo far corrispondere i reni e la vescica urinaria, che provvedono a filtrare ed espellere le impurità, a “lavare via” quanto di negativo e dannoso abbiamo dentro di noi, mentre tra gli animali citati in precedenza è il Leone quello che corrisponde a questo livello, il leone come l’acqua, placido e maestoso ma capace di passare in un attimo alla azione più feroce e spietata.
Questo animale è il protagonista della prima delle fatiche di Ercole, che lottò col leone di Nemèa, invulnerabile mostro nato da Tifone e da Echidna. Per vincerlo l’eroe lo colpì con le frecce con la clava per poi soffocarlo, scuoiarlo e servirsi della sua pelle come abito, ricoprendosi il capo con la testa della fiera.
Secondo l’interpretazione della studiosa Alice A. Bailey, il leone rappresenta la personalità egoica che bisogna uccidere per far posto al disinteresse, mentre secondo il filosofo O.M. Aivanhov, l’atto indica che bisogna “vincere la fierezza orgogliosa e l’ostinazione del Leone, e sviluppare la sua nobiltà, la sua grandezza, la sua rettitudine”, trasformando, come nel passaggio da Toro a Bue, i difetti in virtù.
È da notare come la pelle del leone diventi l’abito di Ercole, il che significa che il praticante, giunto a questo stadio potrà, anzi dovrà, “mettersi nei panni” del suo avversario, comprenderne le sue ragioni, le sue paure, i suoi pregiudizi, e solo una volta fatto questo, solo una volta “entrato in lui” come acqua nel contenitore, potrà non vincerlo ma con-vincerlo, guidandolo sulla retta Via.
In Aikido questo concetto è alla base, come detto in altra nota, della fondamentale pratica del “Tai-No-Henko”, letteralmente “il corpo che si adatta”, l’esercizio con cui si aprono tutte le sedute di allenamento che nell’aspetto pratico è la base per tutte le tecniche di evasione e controllo circolari e nell’aspetto spirituale è un offrire una mano all’avversario, accettare il contatto senza subire la sua forza, ruotare assumendo il suo punto di vista senza esserne soggiogati, controllare senza violenza ma con decisione, al fine di mostrare all’avversario (ed a noi stessi!) la vanità dell’attacco senza per questo ispirare in lui rancorosi desideri di vendetta e rivalsa.
Se il cammino del praticante proseguirà nella giusta direzione, egli potrà aspirare a raggiungere allora il livello successivo.

Aquila

L’Aquila, la regina dei cieli

RYU-TAI, IL “CORPO FLUIDO”
Giunta a questo livello la tecnica, pur conservando la sua fisicità, è libera e mobile e possiede quindi, come l’aria, un suo “peso”, ma perde forma e volume; in altri termini, non solo ci si adatta all’altro, ma lo si permea e ci si miscela in maniera quasi indistinguibile. Se si versa olio nell’acqua i due liquidi rimangono identificabili ancorchè mescolati ma liberando un gas nell’aria risulta impossibile separare poi l’uno dall’altra.
Aumenta l’impiego dello “awase”, in cui il praticante tende a diventare un tutt’uno con l’avversario e quasi scompare l’uso della forza fisica, “quasi” perché, pure se impalpabile ed invisibile, l’aria conserva una sua minima fisicità, ed in quanto tale una sua forza che si può trasmettere e impiegare, come ben dimostrano i tanti impieghi dell’aria compressa nelle applicazioni industriali o la potenza devastante di tifoni e cicloni.
All’aria possiamo far logicamente corrispondere il polmone, l’organo attraverso cui avviene la respirazione, ed il fegato, che invece, producendo la bile, consente il processo della digestione; entrambi sono fenomeni che prevedono uno “scambio” tra esterno e interno del corpo umano, l’uno per prelevare ossigeno ed emettere anidride carbonica, l’altro per elaborare i cibi e trarne nutrimento ed energia.
L’animale che associamo all’aria non può che essere l’Aquila, la regina dei cieli, che simbolicamente è la versione antica dello Scorpione, conosciuto anche come Serpente, Drago o Fenice.
Sotto questa forma la ritroviamo nelle fatiche di Ercole, come Idra di Lèrna, mostro il cui corpo era per metà quello di una bella ninfa e per metà quello di un serpente o drago con sette teste (numero che già ai tempi della filosofia pitagorica era considerato il simbolo dell’unione del mondo umano con quello divino) che rinascevano appena recise. Ercole l’affrontò e dopo aver bruciato le teste mortali per impedire che si riproducessero, finì il mostro. L’Idra di Lerna rappresenta nello zodiaco lo Scorpione, sede astrologica dell’istinto sessuale.
E’ un passo avanti rispetto alla forza istintuale e cieca del Toro; mentre questo si manifesta in modo rozzo ed evidente, qui abbiamo a che fare con un “modus operandi” più sottile ed ambiguo, invisibile ed impercettibile proprio come l’aria. Suggestioni, malìe, fascinazioni di cui non ci rendiamo quasi conto che richiedono il dominio attento e costante dell’istinto: l’Idra ben rappresenta la forza della lussuria, alla quale, nonostante si cerchi di tagliare le sue numerose teste, queste ricrescono con vitalità frustante. Lottare contro l’istinto, servendosi semplicemente della repressione e cercando di annientare questa potente forza soltanto con la volontà o peggio, con la coercizione, non porta alla vittoria: è necessario trasformare l’istinto in qualcos’altro, raffinarlo, elaborarlo e depurarlo delle sue scorie nocive. Come Ercole per vincere usa il fuoco, simbolo dall’amore sacro, così il praticante deve far si che il Tanden, il punto vitale nell’addome da cui emana l’energia vitale e spirituale (corrispondente all’incirca al Manipura Chakra) diventi un atanor, una fornace dove le nostre virtù come comburente e le nostre paure ed i nostri difetti come combustibile alimentino la fiamma capace di fondere e forgiare un uomo nuovo.

Spiritual body

Il corpo spirituale possiede l’immensa forza del Fuoco

KI-TAI, IL “CORPO SPIRITUALE”
E’ l’ultimo livello, quello in cui scompare completamente la parte fisica e si afferma la parte spirituale. L’avversario non viene neutralizzato “dopo” o “durante” il suo attacco ma addirittura “prima” che questo abbia fisicamente luogo. E’ l’immensa forza del fuoco, insieme di luce e calore, che si esprime nonostante non abbia nessuna consistenza materiale, nonostante non abbia peso, volume e forma. Il fuoco distruttore e purificatore, il fuoco che ha divorato capolavori ed intere città e che ha permesso il progresso dell’uomo, consentendogli di elevarsi dalla primitiva condizione di cavernicolo a quella di viaggiatore delle stelle.
Il fuoco, rubato da Prometeo agli dei, è la conoscenza che questi fornisce agli uomini a prezzo della sua vita, è l’Uomo che si sacrifica per il bene degli altri, è l’Uomo che annulla se stesso, rinunciando ad essere un Uno egoista perché si riconosce nel Tutto universale.
L’organo del corpo umano legato a questo livello è il cuore, sede delle emozioni e fonte e simbolo della vita stessa, il sacro cuore di Gesù donato per la salvezza degli uomini, il cuore della vittima sacrificale immolata sugli altari delle piramidi dei popoli precolombiani per invocare l’aiuto divino. A questo livello c’è l’uomo, unico animale in grado di produrre e dominare il fuoco, di usarlo per cucinare il cibo, per forgiare i metalli, per cuocere il vasellame d’argilla, per illuminare e riscaldare la sua casa.
Dall’Uomo-metallo siamo partiti ed all’Uomo-fuoco siamo arrivati, in un ciclo che si chiude su sé stesso come un ouroboros, dove il l’adepto ritrova un sé stesso per sempre cambiato, dove il praticante, partito con una candida cintura bianca, la vede via via scurirsi con l’uso, fino a farla diventare nera per poi vederla ancora sfilacciarsi e tendere al bianco, segno e simbolo di una purezza primigenia raggiunta, come nel romanzo “L’Alchimista” di Coelho, dopo un lungo viaggio dentro e fuori sé stesso.
Il Divino a cui aneliamo alberga nel nostro intimo, la scintilla d’essenza è in noi da sempre; è quanto ricorda Krishna ad Arjuna nella imminenza della battaglia decisiva; è quanto Gesù Cristo insegna ai suoi discepoli parlando del Regno dei Cieli; è quanto ciascuno di noi deve scoprire, con i suoi tempi ed i suoi modi, grazie ad una pratica costante ed attenta, ricordando il fondamentale insegnamento di O’Sensei Ueshiba: “Masakatsu Agatsu, Katsuhayabi!” ovvero “La vera vittoria è la vittoria sul sé, oh giorno della fulminea vittoria!”

Con una equazione simbolica che riassuma il tutto, possiamo quindi dire che l’Uomo-Metallo potrà forgiarsi alimentandosi dalla Terra, ristorandosi con l’Acqua, depurandosi nell’Aria e purificandosi col Fuoco (1) in un procedimento che, è bene dirlo, non avanza con una serie di salti ad intermittenza ma avviene con cambiamenti lenti e spesso impercettibili, vissuti con la consapevolezza che il compimento di una fase non è altro che l’inizio della successiva, situazione che, lungi dall’essere scoraggiante, riserva invece il piacere della scoperta e l’entusiasmo del progresso anche al praticante più esperto.

(1) Non è forse un caso che l’acronimo dei termini Terra, Aqua, Aer, Igni che in latino indicano gli elementi da me citati sia T.A.A.I. ovvero lo stesso della Takemusu Aikido Association Italy

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Pubblicato con autorizzazione T.A.A.I.
Pubblicato per la prima volta su:
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Il Bukiwaza Koshukai di Febbraio a Vasto, un Allenamento “Circolare”

Partecipanti all'allenamento di armi di Vasto

Partecipanti all’allenamento di armi di Vasto

Se dovessi usare un aggettivo per definire la giornata di pratica vissuta insieme a Vasto domenica 24 febbraio, userei “circolare”.
Metto da parte il riferimento ad una delle “forme sacre” dell’Aikido e scelgo di rimanere volutamente “terra-terra”, non perché la giornata vissuta non meriti tanto, quanto piuttosto per evitare di far sorgere il dubbio che dietro tante roboanti parole si nasconde ben poca sostanza (evidentemente, a pochi giorni da una campagna elettorale martellante, scatta una certa forma di rigetto…)

di CARLO CAPRINO

“Circolare” perché la pratica è stata diretta da tre insegnanti (in realtà c’era anche un quarto, ma ne parlerò dopo…) che si sono alternati nel proporre il programma della giornata in maniera omogenea, proseguendo l’uno da dove aveva terminato l’altro, dando vita ad un “unicuum” composto da tre modi didattici individualmente differenti ma con una evidente base comune. Nessuno ha voluto stupire con effetti speciali o tecniche sopraffine, tutti quanti hanno – volutamente e di comune accordo – proposto un programma basico ma non per questo meno interessate, proficuo tanto per i meno esperti che per chi aveva già anni di pratica alle spalle.

Continua a leggere sul sito dell’Associazione Aikido Dojo Vasto

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Carlo Caprino Recensisce il Romanzo di Simone Chierchini

Simone Chierchini Gioca con una Tarantola in Guatemala

Simone Chierchini Gioca con una Tarantola in Guatemala

NARRANDO VIAGGIANDO di Simone Chierchini
Gruppo Albatros – Il Filo – Collana Nuove Voci – Chronos
Prezzo: €9,90
ISBN 978-88-567-3288-7
Numero pagine: 152
Disponibilità: Spedizione entro 2-3 giorni
Formato: Paperback Standard


LEGGI UN’ANTEPRIMA DEL ROMANZO

Ci sono romanzi e racconti che chi ha meno di un certo numero di anni di età non dovrebbe leggere; questo non certo per salvaguardare le giovani generazioni da sconcezze e volgarità, precauzione peraltro vana, stante il livello medio di spettacoli televisivi, cartellonistica pubblicitaria e contenuti di siti internet più o meno hard. Piuttosto questa preclusione sarebbe un prendere atto di una sorta di “impossibilità a comprendere” che impedirebbe in maniera quasi certa di calarsi in certe atmosfere e in certe situazioni. “Ohibò! – commenterebbe qualche democratico letterato favorevole al “tutto per tutti” – consentiamo a ragazzi ed adolescenti di leggere le peripezie di Robinson Crusoe e le avventure del Barone di Münchausen, i drammi dei ragazzi della via Paal e le favole di Fedro e Grimm, e ci preoccupiamo poi che non possano capire situazioni più vicine a loro nel tempo e nello spazio?”
Eh si, caro il mio ipotetico contraddittore, non quando il traguardo è lontano è difficile raggiungerlo, bensì quando è a portata di mano! Nel romanzo di Simone Chierchini (classe 1964, precisiamolo ora e poi vedremo perché…) vi sono episodi che ben difficilmente chi ha meno di quarant’anni potrebbe capire e comprendere: come potrebbe un adolescente nato e cresciuto con telefoni cellulari tuttofare immedesimarsi nei suoi coetanei di trent’anni fa che escogitavano stratagemmi artigianal-tecnologici per telefonare a sbafo dalle cabine telefoniche oramai da anni pensionate? Come riuscirebbe un ragazzo che i suoi amici li conta e li contatta sui social network e sulle chat gustare l’atmosfere delle feste in casa sorvegliati dai genitori, che per gli uni sfociavano in epiche battaglie campali simil-vandaliche in cui si usava ogni oggetto capitato a portata di mano come accessorio balistico, e per gli altri (forse?) più fortunati erano il prologo a rapaci carezze strappate ad acerbe e timide coetanee nel buio complice di qualche stanza deserta?
Certo, mi si obbietterà, appare assai ingiusto precludere a prescindere una possibilità; se anche solo un lettore nato nel nuovo secolo volesse tentare l’improba impresa, se anche solo uno di coloro che credono che Carlos Santana abbia esordito con “Corazon Espinado” volesse cimentarsi verso questo aspro obbiettivo, se anche un singolo impavido volesse aspirare alla Via non certo facile ma pure non impossibile, anche per chi ignora chi fossero i paninari e Tinì Cansino, allora, mi si dirà, perché impedirglielo?
Gettiamo la maschera allora, e si abbia il coraggio di dirlo! Non per salvare le giovani generazioni si dovrebbe attuare questa sorta di censura preventiva, ma per conservare nell’oblio le immense cazzate che hanno fatto i loro genitori alla loro età, cazzate che – se conosciute dai loro figli – minerebbero sin dalle fondamenta l’autorità genitoriale. Come potrebbe un padre rimproverare un figlio per la sua discutibile condotta, quando quest’ultimo è a conoscenza delle sbronze paterne, delle sue gare a chi piscia più lontano o a chi c’è l’ha più lungo intraprese con gli amici, delle sue piccole e grandi violazioni della legge, compiute per sfida e non per guadagno? Parlo da soggetto coinvolto nel problema, avendo all’incirca la stessa età di Simone Chierchini ed avendo vissuto in buona parte delle avventure simili a quelle raccontate nel suo godibile “Narrando viaggiando – Fenomenologia comica di un on the road italico”, un romanzo che parla di Aikido senza parlare troppo di Aikido, narrando episodi che – se non sono reali – sono certamente realistici.
La lettura scorre veloce e leggera, intessendo piccoli drammi e grandi principi, restituendo al lettore le figure di personaggi e comprimari “umani, troppo umani”, anche quando si tratta di celebrati Maestri, di cui più che della perizia tecnica vengono narrate le debolezze nella vita fuori dal tatami, si tratti del vizio del fumo piuttosto che della imperizia alla guida della automobile. Un romanzo di formazione, lo definirebbe qualcuno, e forse non sarebbe in errore, pur non comprendendo appieno – a mio modesto avviso – tutto quanto il racconto di Simone Chierchini può offrire.
Se l’Arte (o la vita, che poi è la stessa cosa…) ci insegna qualcosa, è che oltre all’aspetto omote delle cose – quello accessibile a tutti, evidente, chiaro e lineare – vi è l’aspetto ura, quello ombroso, sfuggente, riservato a chi possa e voglia scoprirlo. Questo romanzo non fa eccezione, l’Autore – esperto marzialista, talentuoso fotografo e entusiasta scrittore – vela senza nascondere, cela senza occultare, snocciola indizi senza riserbo né spudoratezza. Se l’aspetto omote del romanzo è una storia ben raccontata, con buon mestiere e ritmo brioso, l’aspetto ura è il velo di malinconia sotteso in tutte le pagine, che come un fiume carsico fa capolino qua e la nei vari capitoli e si affaccia prepotente nelle ultime righe. Ogni Opera d’Arte è uno specchio in cui di riflette ciò che siamo capaci di cogliere di noi, che parla al nostro Sé attraverso quello altrui, che ci indica la nostra Via fingendo di raccontarci quella degli altri.
A Simone Chierchini il merito di essere riuscito nella impresa facendo sul serio senza prendersi sul serio, ai lettori che gli auguriamo numerosi il suggerimento di inviargli un email o di cliccare sul pulsante PayPal per ordinare una copia del libro.
“Ma come! – mi si obbietterà ancora – del libro non si dice nulla in codesta recensione, non si accenna alla trama e non si tratteggiano i personaggi, né il periodo storico né l’ambiente in cui agiscono!” attribuite questa mia mancanza all’imperizia del sottoscritto, che certo non posso e non voglio smentire, oppure – se vi aggrada – alla precisa volontà di lasciare a ciascuno il gusto ed il piacere di disvelare quanto Simone Chierchini ha voluto donarci.

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