Gemellaggio Italia-Giappone

Raffaele Attardi ed Angelo Armano nella Piazza dell’amicizia Sorrento-Kumano

Raffaele Attardi ed Angelo Armano nella Piazza dell’amicizia Sorrento-Kumano

Sull’inerzia delle appena trascorse feste natalizie, ci piace soffermarci, a differenza di tutti gli spunti critici abbondantemente espressi prima d’ora, sulla celebrazione di avvenimenti la cui genesi è dovuta indubbiamente all’Aikido, e alla miniera di cose buone che vi sono contenute

di ANGELO ARMANO

La nostra disciplina sembra fatta apposta per esaltare la filosofia dell’incontro, come le persone possano connettersi, evitando di “sconnettere”. E’ il rammarico per quando non riesce, per quando se ne mancano le attitudini, che ci fa essere critici.

Una serie di circostanze delle quali il deus absconditus è certamente l’Aikido, portò il mio amico d’infanzia Raffaele Attardi, dottore in chimica, a fungere da Sindaco di Sorrento, luogo dove vivo ed opero. Poco tempo prima, alla tenera età di 50 anni, mi aveva fatto l’onore di cominciare a praticare su mio consiglio l’Aikido, lui persona mitissima dalle forti tradizioni cattoliche familiari, ma che voleva avvicinarsi al Budo.

Erano passati pochi mesi dall’entrata in carica di primo cittadino di Sorrento dell’amico-allievo, che attraverso i misteriosi fili del destino giunse da Kumano la richiesta di gemellaggio. Da praticante entusiasta dell’Aikido, egli mise in pole position la richiesta posponendone altre, e si pose mano immediatamente agli adempimenti e alla organizzazione dell’incontro.

Si era nel 2001 e il patto di gemellaggio venne sottoscritto a Sorrento, ospite una delegazione giapponese estasiata dalla qualità dell’ospitalità, e consentitemi di dirlo dal luogo, meta turistica tra le più celebrate a livello internazionale.

Pochi mesi dopo la delegazione sorrentina si recò in Giappone, ricevuta in maniera stupenda, e col mio rammarico di non averne potuto far parte, essendo i miei impegni professionali allora più personalmente pressanti di adesso. Ho sempre rimpianto l’occasione perduta, pur essendomi recato due volte in Giappone a partire dal 2009, ma senza l’opportunità di visitare Kumano.

Finalmente nel 2012, sebbene un po’ in ritardo per celebrare il decennale dell’avvenuto gemellaggio, avendo comunque addotto a pretesto la ricorrenza, con il patrocinio dell’amministrazione comunale di Sorrento e con l’allora Sindaco Raffaele Attardi delegato ad hoc, assieme ad altri tra cui Giacomo De Simone mio allievo cintura nera, si sono recati in delegazione a Kumano. Io che mi trovavo già in Giappone da due settimane, per motivi che vi lascio intuire, mi sono riunito a loro ed ho potuto finalmente colmare quel vuoto che non aveva mancato di rammaricarmi.

Siamo stati accolti stupendamente, e siamo stati assecondati in qualsiasi desiderio, aikidoistico o non avessimo nutrito.

A conferma dell’aspetto destinico di questa vicenda, di una vera e propria intercessione dei Kami, una giovane giapponese che in precedenza era stata tre mesi ospite proprio nella casa di Raffaele Attardi, dal nome delicato di Wakana, ci ha mostrato l’originale di un rotolo anteguerra, lungo ben 10 metri, contenente tutte le tecniche dell’allora Aikibudo. L’autore, manco a dirlo, era Morihei Ueshiba in persona, che lo aveva donato a suo nonno, adepto dell’Omoto Kyo e, nella dettagliata completezza dell’ospitalità giapponese, una copia ne era pronta per gli aikidoisti del gruppo.

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Ho fatto esaminare il rotolo dalla mia amica Minako Kobayashi, shihan di Shodo residente in Italia, la quale ha potuto apprezzare sia la calligrafia di Osensei più giovane, prima dell’avvento di Seiseki Abe che lo aiutò a perfezionarsi nell’arte del pennello, sia la fatica da Lui fatta nell’elencare tutte le tecniche, al punto che ad un occhio esperto, non poteva non notarsi una certa stanchezza nel tratto, alla fine.

Kumano non è un posto qualsiasi nella tradizione e nella storia del paese del sol levante. Sito nelle prefettura di Wakayama, dove guarda caso si trova anche Tanabe, città natale di quella persona per noi importantissima, è uno dei luoghi più intatti dal punto di vista naturalistico del Giappone. Montagne, boschi, fiumi, la cascata di Nachi (la più alta del Giappone), coste meravigliose, ben si prestano ad ambientare il racconto mitologico fondante della cultura giapponese. E’ a Kumano che il corvo a tre zampe condusse per la prima volta il Figlio del Cielo (Ten no), da cui venne le casa imperiale. Ed è anche a Kumano, questo per la storia, che sbarcò il primo missionario buddhista, introducendovi quella religione che tanta parte avrebbe avuto poi nei costumi e nella cultura del Giappone.

A Kumano c’è il tempio dedicato ad Izanami, dea progenitrice del mito cosmogonico, che fa il paio con il tempio dedicato ad Izanagi, il co-progenitore, posto nella vicina Shingu.

A cento metri dal tempio di Izanagi a Shingu c’è un famoso dojo di Aikido, dove siamostati accolti, è la parola giusta, dal grande Motomichi Anno sensei. Insignito del Budo Korosho (come Hiroshi Tada e Morihiro Saito), porta avanti il dojo che era appartenuto a Michio Hikitsuchi, al quale ultimo Osensei aveva conferito, sia pure verbalmente, il 10° dan.

Anno sensei, ha donato a tutti noi alcune sue opere di Shodo e una bella foto di lui (ancora cintura bianca) e Hikitsuchi che tengono Osensei in ninindori, invitandoci poi a tornare quando avessimo voluto. Pur giovandoci di un interprete, la comunicazione col maestro è stata diretta e immediata; tra l’altro, chiedendoci se conoscessimo la parola “mu”, ha voluto farci dono del suo pensiero, spiegandoci che mu significa “accogliere in casa nostra” non solo gli amici, ma anche i nemici. Nonostante a questo proposito noi pensiamo di giovarci dell’Aikido, l’espressione del maestro era eloquente di quanto sia difficile e sofferto attuarlo.

Lezione indimenticabile, da portare sempre con sé, come un nodo al fazzoletto.

Ma i Kami avevano ancora in serbo qualche sorpresa.

Condotti da i nostri anfitrioni a Tanabe, abbiamo visitato la tomba prima, il terreno dove era una volta sita la casa natale poi, e da ultimo la statua di Morihei Ueshiba, posta sul lungomare. Al ritmo del tre quello stesso giorno, per tre volte ci siamo imbattuti in un arcobaleno.

Il Buddhismo tantrico, quello al quale il giovane Ueshiba fu introdotto proprio a Kumano, e che funse da piattaforma spirituale sulla quale si innestò la successiva esperienza con Onisaburo Deguchi, connette gli arcobaleni con il trapasso al cielo degli illuminati.

Quanto a me, non credo alle pure coincidenze. Vocazione o destino mi ha riservato fin dai primi passi, la preferenza nell’Aikido per quelle cose di Osensei che lasciavano perplessi i suoi valenti e allora giovani allievi. Se loro abbiano cambiato idea o meno, posso dire solo che, in un modo o nell’altro a quella vocazione io sono rimasto fedele, proprio per quanto mi lascia intravvedere, ed essa a sua volta mi è venuta incontro.

Allora coerentemente, al di là di politica, frizioni dialettiche, narcisismi, smanie di protagonismo, il pensiero del mio cuore attento all’unico nemico da domare, quello che alberga in me stesso, si apre alla gratitudine per tutti coloro i quali, in maniera piana o contorta, mi hanno fatto pervenire al punto in cui mi trovo.

A tutti loro, indistintamente, il mio augurio sincero di ogni bene umanamente possibile.

 

Copyright Angelo Armano© 2013 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore è proibita

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Domande Radicali

Aiki

Aiki

Lo sostengo da sempre, dobbiamo farci domande radicali, altrimenti ad una disciplina senza spirito di competizione si sostituirà, come di fatto avviene, una competizione senza spirito. Rispetto all’affermazione fatta tanti anni fa dal maestro Tada: “L’Aikido è un grande piatto dove ognuno prende ciò che vuole”, io invece contrapporrei, in maniera ritengo più aderente alla pura fenomenica corrente: “L’Aikido è un grande piatto dove ognuno mette ciò che vuole”. Basta che conti…

di ANGELO ARMANO

Su questo sito in altri momenti, ho già provato a formulare alcune di quelle domande e chi ne abbia oggi eventualmente curiosità, può andarsele a cercare; sono tutt’ora stampate.
Una cosa è certa: continua a permanere nei dojo un ritratto e un ossequio; bisognerebbe chiedersi quanto formale, e se sia stato meno ipocrita quel transfuga che, al posto di quel ritratto, sostituì il kanji Ki.
Ciononostante, il più grande spot per questa disciplina rimangono filmati, documenti, e lasciti verbali, scritti o trascritti, di quel vecchietto con la barba a noi fin troppo noto. Se non ci fossero queste cose, e l’Aikido (per ammesso che sarebbe potuta esistere comunque una cosa del genere) si proponesse come mero fenomeno, senza commenti, progeniture, filosofie o parole edificanti, che cosa ne avverrebbe? Sarebbe una qualunque moda passeggera?

In cosa differirebbe dal rock and roll acrobatico, come scrivevo più di dieci anni fa in un mio articolo (La nascita, la morte…la contemplazione della Vita), ripreso e pubblicato in vari siti anche non specialistici dell’Aikido, tra cui “In quiete” di Gianfranco Bertagni?
Forse per la mancanza della musica? Non c’è problema, si stanno attrezzando.

Io penso che se ne potrebbe dire di tutto di più, ma dubito che se ne verrebbe a capo.
Non credo che senza il Fondatore, la sua storia -vera o edulcorata che sia-, quanto ha inteso tramandarci, Lui in prima persona e non altri interpreti in buona o cattiva fede, un simile fenomeno sarebbe venuto ad esistenza.
Se ne parliamo, ci accapigliamo, ci interroghiamo, allora qualcosa di vivo, originale, creativo, particolarmente significativo nell’Aikido deve pur esserci, nonostante si faccia di tutto per occultarlo. Sebbene sia una disciplina particolarmente inerente alla conoscenza dello Spirito, viene trattata come un qualcosa adatto agli “umili e poveri di spirito”, che non abbiano mai voce in capitolo.
Io dico che l’umiltà e l’onestà di confrontarsi non guasterebbero assolutamente.

Aiki II

Aiki II

Sono arcicontento della posizione che assume Simone nel suo editoriale: “La palude del tecnicismo dell’Aikido” e del suo relativo poscritto, perché mi appare un serio tentativo di uscire dalle nebbie, di chiarirci un po’ le idee tutti quanti, su quest’oscuro oggetto del desiderio che ci coinvolge tanto. Ho trovato formidabile la metafora della barca in giardino, in quanto anche io fin troppo freudianamente, vado sostenendo che dopo decenni e decenni di pratica, è innegabile che certe didattiche o pseudo-tali siano adolescenzialmente ancora ai…preliminari.

Un po’ come voler cominciare a dedicarsi al “Tantra”, avendo nel frattempo raggiunto i sessant’anni. Farsi vecchi e trovarsi fuori tempo massimo, rispetto ad una vocazione coerentemente perseguita…e mai realizzata.
So di apparire come quel deputato “cinquestelle”, che non più tardi di ieri diceva a muso duro, che le decisioni non si prendono in parlamento, ma le prendono le lobbies fuori dall’aula, beccandosi le reprimende della Boldrini, solo perché il suo linguaggio era perfettamente adeguato al nostro sconcerto, e all’indifferenza che l’istituzione parlamentare stessa prova di fronte alla suo essere assolutamente fittizia.
Delle due l’una: o i nomi noti dell’Aikido sanno qualcosa che non insegnano, perché la gerarchia, il potere e i connessi privilegi, sono le uniche cose che contano, e vanno mantenute, oppure non lo sanno, e truffano la platea con i riferimenti a Morihei Ueshiba.

Però Simone forse non sai quanto il linguaggio paritario che tu evochi, in cui non ci sono ruoli prefissati, sia professato anche con singolari coincidenze verbali, da un maestro francese che frequento da tanto tempo, ma con crescente entusiasmo. Io sento che lì, più che altrove, sto almeno lavorando ad emendare il falso budoka, sedimentato dentro di me da quella concezione dell’Aikido propinatami, che sembra produrre numeri, schiere, copie, plafond di mercato, ma non individui, unici e irripetibili, come si addice ad ogni disciplina spirituale che si rispetti.

Ovviamente sono troppo avanti negli anni per escludere di lavorare anche alle mie personali ricerche, al fine di distillare il mio con-geniale. Il fatto è che quello stesso maestro, lavora lui per primo alla rimessa in discussione di tutti i luoghi comuni, e di quelle problematiche da te evocate, che lui chiama:

“La perversione dell’Aikido”

e coerentemente con la propria metafora, in continua evoluzione, non si sente disturbato da oneste e personali ricerche. Prova ne sia che ad uno stage organizzato in Italia da un suo “braccio destro”, sul tavolo della segreteria facevano bella mostra di se depliants di un altro stage, con l’ora defunto maestro Noro, ovviamente non parte della sua parrocchia. Ve la immaginate una situazione del genere nelle altre main organisations nostrane?

Aiki III

Aiki III

Non voglio declamare un peana o scrivere panegirici sulla persona in questione (non è più il tempo); mi limito ad osservare che la fondamentale caratteristica dello spirito è l’ascensionalità: volare alto! Insegnano più queste prove di stile (evidente conseguenza di sicurezze interiori), queste mancanze di meschinità altrove così diffuse, che almanacchi di forme.

Quanto all’aiki, argomento a cui Simone allude con mio innegabile orgasmo, una maniera per evocarlo può essere anche e non esaustivamente quell’Aikido-Tai Chi, di cui egli ci parla, ma assieme a tanti altri aspetti, altre ottiche e prospettive, cui ritengo di aver fatto già alcuni accenni.

Io sono al primo gradino dell’Aikido”

diceva Osensei, con cognizione di causa e non per confondere o scoraggiare, come fanno oggi i maestri della teoria dell’imprinting, quelli che vogliono risultare come Konrad Lorenz rispetto alle oche ignare.
Quanto a me, lasciatemi almeno il gusto di aver messo piede sullo zerbino…

#ANGELO ARMANO SU AIN

Copyright Angelo Armano© 2013 
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Lezioni di Diritto…

Festa dionisiaca con giapponesi-napoletani

Festa dionisiaca con giapponesi-napoletani

Al ritorno di un viaggio imprevisto in Giappone, non sto a dirne le ragioni: imprevisto e basta. L’illuminazione speciale di Tokyo midtown, mangiando in un meraviglioso ristorante di pesce, accolto da giapponesi urlanti alla napoletana; una festa dionisiaca che sulle prime ti disorienta, poi ti seduce e ti accoglie, lasciandoti pienamente appagato

di ANGELO ARMANO

Niente a che vedere, apparentemente, con Sengakuji, con la statua di Kodo Sawaki, il maestro di Deshimaru, e con quei 47 belli, e dannati -dalla cosiddetta legge, dal potere, non dal sentimento e dalla storia- lì sepolti, vicino al loro signore. Così ti ci rechi in giorno lavorativo, e vedi qualche impiegato in giacca e cravatta visitare le tombe, con atteggiamento compunto e i bastoncini di incenso accesi in mano. Non un’urna che ne sia priva, in un andirivieni calmo ma continuo: il fuoco arde e il fumo si leva, non lontano da quella fontana dove venne lavata dal sangue la testa mozza dell’infame, prima di presentarla sulla tomba di Asano Takumi.

Che dire di questo pellegrinaggio di residenti e stranieri?

A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti… e bella e santa fanno al peregrin la terra che le ricetta.”

Poco più in là, in singolare coincidenza, dalla metropolitana vederne il cartellone che pubblicizza il film con Keanu Reeves, che uscirà in America il giorno di Natale, a ribadire il concetto. E’ proprio vero sono archetipi, universali fantastici della Scienza Nuova, indipendenti da latitudine, ethos, cultura. Non c’è qualcosa di assolutamente obbiettivo da accertare, ma un filo di ispirazione da riconoscere, per scoprire che può accomunarci, addirittura fino a farci identificare con l’Universo.

Illuminazione midtown

Illuminazione midtown

E’ la sfera del sentimento a venire toccata, e sulla sua scia, prima della partenza ricordare con un evento sul tatami a Roma, il 26 novembre u.s., un amico che ci ha preceduti nella dimensione spirituale. La sola capace di dare spessore a quello che chiamiamo “normale commercio delle cose umane”, e alla quale pur diciamo di lavorare. Perché caldo era il sentimento che contraddistingueva Francesco Verona, e caldo rimane il nostro per lui.

Poi torni dall’oriente e magari vai a curiosare sul blog dell’amico Simone, finendo per posare lo sguardo su qualcosa cui non avevi fatto caso.

Che ci fa Bottoni con la sua dotta dissertazione -personale- in tema di Ente morale ed Aikikai d’Italia, sul sito di qualcuno che da quell’ente se ne è andato, non mancando di esprimere rammarichi e delusione?

Da estraneo ai social networks di sicuro mi sarò perso qualcosa, qualche antefatto, facendo come mio solito la figura di “Alice nel paese delle meraviglie”.

Indulgo così, come il buon selvaggio di Russeau, in qualche notazione divertita, dove, se il divertito viene a mancare, anche la notazione in fondo non serve a granché.

E’ vero che mi sono fatto vecchio, forse a furia di sentire certe solfe… ma quando studiavo diritto all’università (dal ’71 a salire), mi sono ancora imbattuto nel linguaggio che parlava di “erezione in ente morale”, e non vorrei risalire all’ottocento per parlare di erezioni perdute nel tempo, manifestazioni che, per la cronaca, a me invece non disturbano affatto.

Se vado a guardare il maestro Hiroshi Tada, non posso non dirmi ammirato del suo shisei. Quella schiena eretta, a 84 anni, sembra essere proprio una metafora di valori altri, impalpabili, che ad ognuno di noi seguendo il suo personale filo di associazioni, interiori e non, tocca ricercare. L’esempio è bello, serve appunto ad ispirare, ma poi la consistenza del proprio shisei e le eventuali erezioni, in certi casi rese incompatibili, vanno perseguite per proprio conto.

Io non mi esalto nelle dissertazioni di mero positivismo giuridico, pur essendone indiscutibilmente un “addetto ai lavori” (professionista abilitato dal 1979), ma rispetto all’assunto di Bottoni, trovo che altre categorie giuridiche possano tornarci utili per tentare una decifrazione dell’ente in questione.

Che significa ente immateriale, contrapposto a materiale? Tutte le associazioni sono immateriali soggetti di diritto, rispetto alle singole persone fisiche che le compongono.

Monumento a Oishi Kuranosuke, capo dei 47 ronin

Monumento a Oishi Kuranosuke, capo dei 47 ronin

Forse che la parola commercio non è altrettanto astratta di cultura, se guardiamo ai fini perseguiti? E i mezzi per realizzarli non sono altrettanto concreti (tatami, materiale umano, strumenti, scartoffie… e soprattutto carta moneta, quella che ha il miracoloso potere, dicono a Napoli, di far tornare la vista ai cecati).

Forse può risultare più utile (e oggi più attuale, vista debbo dire l’idiosincrasia per morale ed erezioni, ad onta di quel decreto del ’78) distinguere tra associazioni per fini di lucro, e associazioni senza quei fini, cosiddette culturali e/o sportive, e questo giusto per non essere troppo leziosi, terminologicamente.

A queste ultime, che nella evoluzione del diritto positivo non hanno più bisogno nemmeno del notaio, dovrebbe somigliare l’ente morale in questione, a suo tempo eretto.

Ma se passiamo dalle questioni in punto di puro diritto, ai fatti, quelli sui quali si dichiara informato il saggista in questione, sempre in tema di facezie (che altro se no, visto che il saggista gradisce la metafora giuridica), ricordo a me stesso che esiste il reato di false informazioni al pubblico ministero.

Il mos italicus ovvero il diritto nostrano, equipara il mendacio vero e proprio alla reticenza, e l’art. 371 bis del codice penale prevede una pena fino a 4 anni di reclusione, anche per chi si limiti a non dire quello che sa. Senza aderire ad una visione etica dello stato, ecco qualcosa che allude al discrimine tra morale e non.

In ogni modo, non ci sono pubblici ministeri all’orizzonte, che avrebbero ben altro a cui pensare, ma solo persone rese più sagge dal tempo (spero) e divertite, che giocano a farsi “la morale”.

Infatti, per quel che ricordo, non mi è sembrato saggio da parte delle dirigenze di detta associazione, ventilare nel tempo questioni sull’interesse leso dell’ente, su ispezioni da fare nei dojo per verificare l’appartenenza dei praticanti, e tante, tante altre perle in tema.

Mi sembra tutt’ora strano che un ente senza fine di lucro, possa aver adottato o tentato di adottare contromisure in tema di concorrenza, o possa essere affascinato da comportamenti monopolistici. Chi lavora alla cultura non è sfiorato dall’idea di fallimento, istituto giuridicamente estraneo alle società non commerciali; al contrario si compiace che altri facciano altrettanto, se ne sente affratellato, entusiasta di camminare insieme e confrontarsi per quel fine che vuol vedere realizzato e diffuso (nella realtà Aikido, più che cultura giapponese).

Memorial Francesco Verona

Memorial Francesco Verona

O no?

Diversamente, per il proprio status avrebbe dovuto adottare altre categorie giuridiche, rinunciando magari a certi vantaggi fiscali, o quantomeno, dare conto nei fatti di quel morale.

Meglio ipotizzare che qualcuno sia o sia stato in confusione, sul tema: parce sepulta.

I fatti sono normalmente più eloquenti delle etichette e con i tempi che corrono, tra Agenzia delle Entrate ed Equitalia, a qualcuno potrebbe venire in testa l’ipotesi di elusioni.

E come ama dire Bottoni, fermiamoci qua.

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Allora Simone…

Angelo e Simone assieme nel corso di un loro seminario a Vasto

Angelo e Simone assieme nel corso di un loro seminario a Vasto

Come di sovente è accaduto negli ultimi anni, Angelo Armano corre una sorta di cibernetica staffetta con Simone Chierchini, con il quale si scambia la penna qui su Aikido Italia Network, alternando commenti e consigli che assai raramente non vedono il traguardo…

di ANGELO ARMANO

Allora Simone,

ho letto e riletto il tuo editoriale (1) e non ho trovato (forse per mia costituzionale inabilità web) la possibilità di commentarlo (2); mi pare fosse possibile dire: “mi piace” e in una forma prefissata erga omnes.

Ebbene voglio dirti a modo mio, l’unico che conosca e che intenda praticare, che il tuo editoriale mi piace, mi piace proprio e non poco, e non perché mi sento tuo amico. Mi piace per il metodo, per l’ansia di rigore logico, di coerenza, per la voglia di assumere posizioni in prima persona, senza coperture collettive e senza schivare la conseguente responsabilità di questo.

Ricordo molto bene circa due anni fa, tornando insieme da uno stage, che già lucidamente ti ponevi lo stesso problema (ruolo e senso di tori e uke) e cortesemente chiedevi la mia opinione. Non ricordo di avertela data, e constato con piacere che hai lavorato e distillato.

Allora…

in quell’aiki al quale ci ispiriamo, quello che scrivo non è replica, né contrappunto: ho voglia solo di aiki!

Qualche tempo fa, da un comune e ragguardevole amico ricevetti come augurio una splendida foto di Osensei, col sorriso inerme e fanciullesco; uno sguardo ai limiti della follia, rispetto alla seriosità omologata di certi suoi allievi diretti, e una didascalia sulla foto diceva grosso modo così:

“Là dove la goccia cade sulla pianta e nutre la cellula: quello è il tuo posto. E’ lì dove devi stare”.

Io la frase la do per buona, platonicamente buona perché mi piace, e perciò autentica.

Visto come sono arbitrario?

Uno storico come Franco Cardini, o qualche aikidoista col vezzo di fare il portavoce di qualche grossa associazione, mi farebbe a pezzi. Ci vogliono prove, documenti…

Come te mi assumo la responsabilità della mia posizione e nomino mio avvocato difensore Giovanbattista Vico, il quale replicando ad un suo famoso contemporaneo, tale sig. Des-cartes (il trattino è arbitrario come me, essendo il sig. Delle carte –nomen omen– nientemeno che il filosofo razionalista Renato Cartesio) con accento tipicamente napoletano diceva:

“Là dove la goccia cade sulla pianta e nutre la cellula: quello è il tuo posto. E' lì dove devi stare”

“Là dove la goccia cade sulla pianta e nutre la cellula: quello è il tuo posto. E’ lì dove devi stare”

Ma quale verità e verità. L’uomo può tutt’al più rapportarsi col verosimile”.

Io non mi dimentico mai di Vico, soprattutto quando capisco che nascosta dietro una domanda tecnica, c’è molta, molta ansia. La Tekné (ovunque ce ne sia inflazione, quindi anche nelle arti marziali) è un paravento, un esorcismo di qualcos’altro, mani avanti contro l’oscuro, l’ignoto.

La goccia cade dove cade; e se ha fortuna nutre! In realtà ha sempre fortuna perché prima o poi nutre qualcosa, dà vita, essendone componente essenziale.

Umanamente parlando, una cellula staccata dal suo tessuto non vive, muore presto.

Pensa alle centinaia e centinaia di ovuli mestruati, ai milioni, miliardi di spermatozoi “dispersi”, e questo per ogni singolo individuo. Tutti alla ricerca disperata di un incontro, con l’opposto, che guarda caso è la Vita, il suo articolarsi nel tempo, il suo manifestarsi, l’ostensione della sua bellezza. Se si incontrano, se si relazionano, la bellezza si manifesta, viene alla luce.

Abbiamo costretto Amaterasu fuori dalla grotta!

Allora c’è scandalo se sottolineiamo l’aspetto relazionale dell’Aikido?

Anche la contesa, il conflitto, ha bisogno dell’altro. Le cellule hanno bisogno delle altre cellule per vivere, e meglio se in armonia tra loro, altrimenti prima o poi quella singola forma accelera la sua fine.

Pure l’ingiustizia postula un paragone, in negativo. Se poi qualche volta, per sbaglio vince la giustizia: che bello!

Ma non accade tanto spesso, fidati; e non ti servirà l’Aikido per spazzare le ingiustizie.

L’Aikido serve per vivere, per manifestare la bellezza di esserci, in ogni caso e comunque, nella vicenda buona e in quella cattiva.

Nemmeno a tutti i costi.

Per esserne consapevoli, godere l’intensità dei diversi livelli di coscienza. Il marziale che aiuta a questo, invitandoci a non nasconderci, a stare in campo… a vivere.

La vita però non è questione di quantità e nemmeno di virtù. Anche Priebke ha vissuto fino a cent’anni, in apparenti buone condizioni, a dispetto di maledizioni o scrupoli, se mai ci sono stati.

Non ha avuto bisogno di respirazioni di lunga vita o di digiuni; è probabile che da buon tedesco mangiasse crauti e salsicce. Chissà, forse modi di fare stereotipati, urli da caserma, un certo superomismo e indifferenza per gli altri, aiutano.

Non è la mia strada! E ringrazio chi mi ha aiutato a capirlo.

Da quando ho adempiuto a quello l’islam prescrive ad un uomo completo (costruire una casa, piantare un albero, fare un figlio), ma non solo per quello, a dispetto della crisi e di tutti i fatti umani troppo umani, non mi sono mai sentito così felice di vivere.

Il resto: tutto grasso che cola. Sarà quel che sarà.

Diceva il grande Eduardo De Filippo: “La vita è un anno. Tutto il resto è avidità”.

A me piace Osensei quando dice, espressamente, che Ai è anche amore, scrivendolo persino col kanji competente, non quello comunemente risaputo.

L’espressione è tanto sana, quanto veramente conforme al marziale. Se sono nevrotico, paranoide, e tendo a vedere gli altri come nemici, il riflesso condizionato marziale li vorrebbe tutti morti: camere a gas, pulizia etnica, bombardamento atomico… La demonizzazione che viene dalla paura del diavolo, e come tali ci fa comportare.

Ebbene, il mio aiki deve contemplare -ahimè- anche quelli che la pensano così, altrimenti farei e sarei come loro, e non ci sarebbe più aiki. Giudicatemi un fesso, un perdente, non cambio idea.

A me piace l’incontro perché è vita, anche se sofferto, paradossale, non conforme all’ideale di giustizia, per il quale comunque non smetto di lottare, con l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione, insieme.

Perché insieme è vita, manifestata!

(1) http://aikidoitalia.com/2013/10/29/dei-gonnelloni-di-morihei-e-altre-quisquillie/

(2) Effettivamente non ci sono più i commenti qui direttamente sul blog. Questo per stimolare gli utenti a utilizzare invece il forum AIN di Facebook, disponibile su https://www.facebook.com/groups/postidelcuore/ (NdR)

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Un Aikido Senza AiKi

Il tuo Aikido è senza Aiki?

Che Aikido è se è senza Aiki?

Dopo il fecondo e partecipato dibattito sulle forme avvenuto su AIN, che ha il merito quantomeno di catalizzare l’attenzione e la riflessione, rispetto ad una pratica entusiasta ed assidua in Aikido, ma non di più, torno sull’argomento; in particolare sento il bisogno di tornare sull’etimo Ai Ki Do.

di ANGELO ARMANO

Se Do vuole grosso modo significare via, metodo, percorso…allora dobbiamo convenire che il significato sta tutto nella parola AiKi.

Come afferma Kono Yoshinori, proveniente dalle file dell’Aikido, l’entusiasmo e la continuità “non modificano la capacità di fronteggiare una situazione reale”, lasciandoci solo il piacere del tutto inconsapevole di quella pratica.

Senza sposare acriticamente alcunché, osservazioni come quella che precede mettono il dito nella cosiddetta piaga: c’è qualcosa di scontato, forse di ingannevole nella pratica “pedissequa”, quella senza riflettere.

Se una cosa appare come una forma, può essere imitata. Ma l’aiki non è una forma. Gli aspetti essenziali dell’aiki non appaiono come una forma” (Tatsuo Kimura).

Qualcosa che non appare all’esterno, può essere cercato solo all’interno di noi. Il guaio è che è la cosa essenziale; come dicevano a Carosello quando ero bambino: “Basta la parola”.

E’ chiaro che occorre uno sguardo introvertito.

Quando lessi “Tipi psicologici” di Jung, quello nel quale si distillano le categorie di introverso ed estroverso, diffusissime e a sproposito, ne fui del tutto disorientato e lo sono tutt’ora; ho ancora l’impressione del tentativo di mettere il mare in un cassetto.

Introverso non è colui che non vede il mondo esterno, quello delle forme tanto per capirci, ma colui che lo interpreta a partire dal suo sentire interno, per lui evidente. L’estroverso, al contrario, non sente di avere una vita interiore, se non convalidata dall’evidenza di quello che gli viene da fuori; se non glielo dicono, per lui il mondo interiore non ha realtà. Per lui Psyche e mente sono la stessa cosa.

Il positivismo scientifico è esemplarmente estroverso, tendendo a non considerare quello che non è evidente nel mondo materiale, con tutti i vantaggi e i limiti che questo comporta.

Jung si serve degli esempi mitologici di Prometeo ed Epimeteo e, beninteso, non esistono tipi puri, ma tutti siamo, in diversa personalissima misura, introversi ed estroversi al tempo stesso. Quasi tutti inconsapevolmente!

Unus Mundus - foto by Rino Bonanno

Unus Mundus

I periodi storici allo stesso modo degli individui, vengono caratterizzati da prevalente introversione ed estroversione e, secondo voi, l’epoca attuale caratterizzata dai social networks e dalla televisione che “ci guarda”, a quale categoria appartiene?

Tornando all’Aikido la sua pratica appare materialmente estroversa, quasi necessariamente, ma ci viene detto dalla fonte più autorevole che ci sia, che il nemico è dentro. Se è così, come faccio a vederlo, come imparo a riconoscerlo e a renderlo progressivamente inoffensivo?

Sbattendo uke a destra e a manca? Dovrebbe essere questa l’armonia (Ai)? O la passerella di chi sia posto gerarchicamente più avanti, l’Epimeteo di turno…

Le discipline spirituali (Ki), a parole sono tanto di moda, perché il loro bisogno è costellato proprio ex adverso da un andamento collettivo sfacciatamente unilaterale, e in un senso genericamente contrario a ciò che avveniva, per esempio, nel medioevo. Tendono ad evidenziare una realtà interiore, non meno efficiente ed autonoma di quella esterna.

Tra coloro i quali si sono avventurati nel mondo cosiddetto dello spirito (religiosi, filosofi alchimisti, letterati, psicologi, artisti…) non pochi hanno ritenuto di individuare delle connessioni tra mondo interno e mondo esterno. Qualcuno, lo stesso Jung ha parlato di Unus Mundus (altrimenti in che modo le nevrosi o anche le paralisi isteriche potevano essere guarite con le parole?) e la capacità di connettere il dentro e il fuori è l’oggetto e lo scopo ultimo, la quintessenza di molte discipline o vie (Do).

L’Aikido è a buon diritto, nonché in maniera originalissima e intrigante, una di queste.

Basta la parola…

Vorrebbe ripristinare l’armonia intrapsichica e interpersonale, con noi stessi e con gli altri.

Per prima cosa insegnandoci a riconoscere che il nemico è la sconnessione, il mancato pieno riconoscimento del dentro e del fuori, e di come si articolano tra di loro. Così alimentando, se ne siamo inconsci, equivoci a non finire.

Una disciplina interpersonale, che ci schiaffeggia se siamo troppo inclini ai voli pindarici, ma che NON FUNZIONA, che manca del tutto il suo scopo se non siamo altrettanto “concreti” nel mondo interiore.

Non potete imitare ciò che faccio. Ogni tecnica è unica, è un’esperienza che avviene una sola volta. Le mie tecniche EMERGONO liberamente, sgorgano come getti da una fontana. Invece di copiare ciò che faccio, ascoltate ciò che dico. E’ lì che risiede l’essenza delle tecniche… Un giorno capirete.”

Debbo a Marco Rubatto la conoscenza di tale affermazione riferita a Morihei Ueshiba. Per quanto mi riguarda, ne sono certo, ravvisando pure dalle stesse parole utilizzate, la necessità di far affiorare il nascosto.

L’Aikido diviene, come il percorso personale del suo Fondatore, l’arte della pace, gettando luce sugli equivoci dei rapporti tra mondo interno e mondo esterno. Ciò che è meno sviluppato (la funzione psichica regressiva, direbbe Jung) deve essere sviluppato, in modo da rendere possibile armonia.

Suonando la grancassa, è obbiettivamente difficile ascoltare le note di un flauto che suona vicino.

Se la grancassa non sa tacere, è possibile solo prevalenza, non armonia.

E’ quello che succede nella nostra società e, pari pari, nel mondo dell’Aikido.

Un Aikido senza AiKi.

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Lettera ad una Amica Giapponese

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Una immagine dal classico Budo Renshu di Morihei Ueshiba, con le illustrazioni di Kunigoshi Tanako

Utilizzando la classica forma letteraria dell’epistola ad un amico, il nostro Angelo Armano ci porta ad affrontare alcune tematiche con cui – volenti o nolenti – tutti prima poi ci dovremo confrontare

di ANGELO ARMANO

Cara,

se ci sono cose che dobbiamo fare, anche se non ci fa piacere, ce le dobbiamo far piacere. Le dobbiamo accettare.
Sono tantissime le cose che non ci fanno piacere e con cui dobbiamo fare i conti.
Studiare fino alla morte (1) è l’attuazione di questo principio; superare il limite, andare oltre quello che si è fatto, oltre la capienza interiore. Non vivere di rendita.
La vita crea situazioni ingiuste, produce equivoci; anche se uno è innocente passa per colpevole, come ben conosco dal mio mestiere.
A livello sociale, nel tribunale, io provo a far assolvere. A livello spirituale, soprattutto se la cosa riguarda me, mi limito ad osservare, sto a guardare cosa succede.
E se viene la morte, una fine ingloriosa, ingiusta, come ricevere un torto senza averlo meritato… allora viene la morte!
Mi pare che sia proprio la filosofia dei guerrieri del tuo paese: Bushido, Hagakure…
La differenza è che il medio evo è passato, oggi non si porta la spada e io non faccio seppuku; devo saper vivere il livello atemporale, quello psicologico e spirituale di tutto questo.
Che poi è il livello della Verità, che non è fuori, ma dentro di noi.
Se ho paura dell’ingiustizia, se ho paura della morte, tutta la mia vita sarà una fuga davanti alla morte, col paradosso di condurmi trafelato e ignaro proprio tra le sue braccia.
Se accetto di morire (nell’anima), allora dopo viene un altro uomo.
Prima non posso sapere chi è quell’uomo nuovo, quali caratteristiche ha, come mi sono trasformato.
Probabilmente agli occhi della personalità precedente, l’uomo nuovo può persino non piacermi; non avrei scelto essere così. Ma non sono io che comando.
Chi comanda è il Sé, il destino o chiamalo pure Dio. Se ti armonizzi col destino, il destino si armonizzerà con te.
Il meglio è fare awase, come insegna l’Aikido, fare awase con chi viene per ucciderti. Come è in ogni caso il destino, prima o poi.
Solo che il 99,99% di quelli che fanno Aikido, nel migliore dei casi parlano di queste cose.
Il problema è farlo, per davvero, e non sul tatami che è il luogo dove si fanno solo degli esempi, si mostra il come, e a un livello visibile. Ma il cuore dell’Aikido non si vede.
L’Aikido non ha forme, se non le forme con cui il destino ti viene incontro, e non ti dice prima come sarà l’attacco.
Lì c’è il tuo problema: risolverlo significa cambiare personalità.
Trasformare la materia fa male e non solo una volta. Fa male e male ancora, anche quando meno te l’aspetti.
Quando dico che non so cosa voglio, ma so cosa non voglio, questo riguarda solo il livello in cui posso scegliere. Lì non mi creo l’alibi degli altri, di quello che pensano di me, di quello che si aspettano da me. Penso solo a fare awase con la personalità profonda, con il Sé, che normalmente non manca di segnalare come stanno veramente le cose, persino di dare indicazioni.
Quando le accolgo, mi assumo la responsabilità delle mie scelte, agli occhi degli altri, che normalmente non capiscono.
Gli altri non è che mi sono indifferenti. Più vado avanti più provo un’enorme com-passione per tutti.
Ma gli altri non possono saperlo, non possono capirlo… se non vogliono.

In memoriam del caro Francesco Verona.

1) Quello che è divenuto il mio motto:
Ringraziare per il passato.
Lanciare una sfida per il futuro.
Studiare fino alla morte.

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