Postilla a “E’ O-Sensei Realmente il Padre dell’Aikido Moderno?”

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Il Fondatore tra i due “padri” dell’Aikido?

Commentiamo un classico del giornalismo dell’Aikido, che a suo tempo ha suscitato un finimondo, rivelando l’irrivelabile: ossia che O’sensei non è affatto il Fondatore dell’Aikido che noi pratichiamo

di SIMONE CHIERCHINI

L’articolo di Stanley Pranin E’ O-Sensei Realmente il Padre dell’Aikido Moderno? è un post da incorniciare nel dojo, da chiedere agli esami di kyu accanto a ikkyo e shihonage. Il suo pregio principale è quello di aver avuto il coraggio – per la prima volta – di togliere il coperchio dal Vaso di Pandora delle origini dell’Aikido moderno, svelando quella che alla fine si rivela un’illusione (al meglio), o peggio ancora un’operazione di marketing al limite del plagio.

Qual è il succo dello scritto di Pranin?

“(…) la comune immagine che la diffusione dell’aikido dopo la guerra abbia avuto luogo sotto la diretta supervisione del Fondatore è sostanzialmente errata. Tohei e l’attuale Doshu (Kisshomaru Ueshiba, 1921-1999, NdR), e non il Fondatore, hanno avuto il ruolo preminente. Significa, inoltre, che O-Sensei Morihei Ueshiba non era seriamente coinvolto nell’insegnamento né nell’amministrazione dell’Aikido negli anni dopo la guerra. Si era ritirato già da lungo tempo ed era molto concentrato sulla sua pratica personale, sulla sua crescita spirituale, sui suoi viaggi ed attività sociali.”

Pranin passa poi a utilizzare i risultati della propria argomentazione per dimostrare, seguendo una sua linea di ragionamento personale e fornendo anche alcune prove documentali (non conclusive) a sostegno di essa, che l’unico tra gli allievi del Fondatore che ne abbia in realtà perpetrato idee e didattica in tempi moderni sia Morihiro Saito.

Abbiamo già disquisito in passato su queste colonne della meravigliosa eredità lasciata ai praticanti di Aikido da Saito sensei sotto la forma dell’Iwama Ryu. E’ assolutamente non interessante continuare a fare propaganda al “vero” Aikido, come alcuni di noi hanno fatto e/o continuano a fare. Basti dire che il sistema Iwama/Takemusu è uno dei più strutturati e validi tra quelli esistenti. Tuttavia, c’è chi lo ama, e c’è chi lo detesta, de gustibus non est disputandum. Di certo non è l’Aikido originale, perché esso non esiste, come non esiste nulla di originale in ciò che è in continuo movimento, in divenire. Quello che è valido (“vero e originale”) oggi, non può esserlo più domani, quando le condizioni che lo generano sono mutate.

Dal mio punto di vista, l’articolo di cui sopra non è di fondamentale importanza perché serve a rivendicare la preminenza di una scuola sull’altra, o meno che mai perché sembra fornire carburante al già fin troppo infiammabile sport dello sfogare i propri rancori verso questo stile di Aikido o quell’altro.

Le tesi di Pranin, piuttosto, ci dicono chiaramente chi siamo e da dove veniamo. O’Sensei, cui si fa il saluto nei dojo di tutto il mondo, non ha un granché a che fare con l’Aikido che dopo vi si pratica – bello o brutto che sia. Tutti lo citano a vanvera, tutti pensano di esserne in qualche modo dei continuatori, ma in realtà specie chi fa un Aikido prevalentemente tecnico, è quasi sempre continuatore di Koichi Tohei e Kisshomaru Ueshiba.

Morihei Ueshiba è la figura più sfruttata e citata a sproposito nel mondo del Gendai Budo.

Lo sviluppo di un Aikido altro da quello del Fondatore è oggi un fatto accertato e incontrovertibile a livello mondiale. Dal punto di vista numerico, la massa di aikidoka che pratica in modo del tutto indipendente e diverso da quello che immaginava Morihei Ueshiba è assolutamente preponderante, ma questa massa lo fa in modo inconsapevole. Il fatto è che non veniamo da O’Sensei, nonostante la propaganda pluridecennale dell’Aikikai a questo proposito abbia fatto breccia nell’immaginario generale, e tutti siano convinti di possedere certificati dell’associazione di O’Sensei… E qui casca l’asino. Associazione e O’Sensei sono un ossimoro…

Non è di una classifica di “vericidità” del proprio stile di Aikido che abbiamo bisogno, perché questo è impossibile, ma soprattutto è puerile. A noi tutti serve una sempre maggiore consapevolezza di cosa facciamo e da dove veniamo, nella speranza che essa un giorno partorisca il frutto della consapevolezza della validità del nostro lavoro sul tatami in tutta autonomia, a prescindere da superate legittimazioni tecniche e morali da parte di associazioni “madre” o matrigne che siano.

 

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Aikido e Integrazione

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Massimo Di Stefano, Assessore allo Sport del Comune di Montenero di Bisaccia, Konteh Aboubakhar, Gambia, rappresentante del Centro di Accoglienza Oltre di Campomarino, Simone Chierchini, Aikido Molise

Sono alcuni anni che assistiamo al sempre crescente fenomeno di un’emigrazione che sradica grandi masse di persone dalla loro terra natia – spesso resa invivibile dalla combinazione variabile di elementi diversi come conflitti armati, guerre civili, intolleranza razziale, religiosa o politica, carestie, malattie, crisi economica. Lungi dal volerci addentrare in sterili discussioni ideologiche, ci ritroviamo a vivere gli effetti di quanto sopra, con la consapevolezza che, a parti invertite, noi faremmo lo stesso.  

di SIMONE CHIERCHINI

Io lo farei: se vivessi in una nazione devastata, dove gli standard minimi di vita sono un’utopia, dove la speranza di vita è la metà del resto del mondo e via dicendo, cercherei di scappare, perché riterrei di aver diritto – anche io –  ad un avvenire migliore. Tutti i discorsi cadono davanti a questa semplicissima considerazione, che viene rafforzata poi dalla consapevolezza che il 99% dei problemi da cui i migranti scappano nei loro paesi, sono stati causati dai governanti dei paesi in cui cercano di emigrare, o dai governi fantoccio da essi finanziati. Anche la sensazione di disagio sociale e la crisi economica nei nostri paesi sono causate dagli stessi mandanti, quindi perché prendersela con chi si trova metaforicamente sulla nostra stessa barca? La paura talvolta ottenebra la mente anche di persone altrimenti equilibrate, e l’odio ne uccide il cuore.

Chi legge queste colonne è coinvolto a vario titolo nel mondo dell’Aikido.

Cari amici, noi abbiamo una meravigliosa opportunità per dimostrare che in quanto aikidoisti siamo anche capaci di mettere in pratica quello che predichiamo: “l’Aikido è il mezzo per unire i popoli in un’unica grande famiglia”, diceva il Fondatore Ueshiba. Allora facciamo la nostra parte.

Non ci scansiamo. Non facciamo finta di non voler capire che sulla pacifica e controllata accoglienza e integrazione dei migranti si gioca tanto la sorte di milioni di vite umane come la nostra, ma anche il futuro civile delle nostre società. In Aikido non ci si difende, non si usano scudi, non si alzano muri, non ci sono razze, religioni, poveri o ricchi, ma solo uomini e donne che si incontrano e intersecano in un continuo divenire. L’Aikido insegna a gestire questo divenire, a divenire questo flusso mentre accade. Oggi il mondo ci offre questo particolare divenire, e sta a noi viverlo con equilibrio e controllo, senza timori, consapevoli che i valori forti e sani, quando presenti, non verranno mai dispersi, e se insegnati con pazienza e diligenza, attecchiranno anche in nuovi terreni.

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Nippon Seibukan Aikido Italy

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Certificazioni di tipo notarile a livello internazionale della qualità dei gradi

L’Aikido è una forma di Budo che è stata in divenire fino dalle sue origini, e questo fatto è più che mai visibile nelle variegate interpretazioni che di questa arte ne presentano oggi i suoi specialisti nelle numerose associazioni che ne seguono gli insegnamenti.

La varietà rappresenta una ricchezza inestimabile; tuttavia oggi la nostra comunità rischia una frammentazione senza via di ritorno. Da qui l’esigenza di trovare una casa comune che si dedichi a perseguire il minimo denominatore comune nell’interesse del mondo dell’Aikido italiano: certificazioni di tipo notarile a livello internazionale della qualità dei gradi; Albo Nazionale Ufficiale degli Insegnanti di Aikido Italiani; rapporti con le istituzioni governative e sportive nazionali e internazionali; studi di fattibilità per accedere a finanziamenti nazionali ed europei; accesso a strutture sportive, grandi eventi e media. L’unico scopo di questo patto di unione tra confratelli può solo essere il dare visibilità all’intero prodotto Aikido, senza pregiudiziali tecniche, senza mai entrare nel merito delle questioni tecnico-stilistiche dei singoli gruppi.

Si tratta di un programma ambizioso realizzabile solo attraverso sinergie e protocolli di intesa con soggetti che già hanno fatto o stanno facendo la loro parte su questa meritevole strada.

Nippon Seibukan Aikido Italy può offrire a chiunque interessato uno degli importanti punti enunciati: certificazioni di tipo notarile a livello internazionale della qualità dei gradi. Dal 2014 infatti consentiamo di ottenere il riconoscimento dei propri gradi di Aikido ottenuti in Italia da parte del Nippon Seibukan Dojo di Kyoto, entità membro dell’All Japan Budo Federation (Zen Nihon Sogobudo Renmei), l’organizzazione fu creata nel 1969 da Suzuki Masafumi, che opera sotto la protezione della Casa Imperiale Giapponese come entità per la protezione della cultura nipponica.

La condizione per il riconoscimento dei gradi non passa attraverso pregiudiziali di natura tecnica, come ad esempio in altre famose realtà aikidoistiche internazionali. Nippon Seibukan Aikido Italy si preoccupa esclusivamente di verificare se il lignaggio della tua scuola è riconducibile ad un allievo del Fondatore Morihei Ueshiba, se la tua carriera nel Budo ha seguito accettabili criteri di tempo e modalità nei suoi avanzamenti, se la tua presenza nel mondo delle arti marziali giapponesi ha apportato lustro ad esse e alla comunità che le comprende.

Quale stile segui, quale ikkyo esegui, quali insegnanti inviti nel tuo dojo sono e continueranno ad essere esclusivamente una tua scelta.

Unisciti a noi. Mostra il coraggio dell’indipendenza.

Keep Calm and Love Aikido!

Se non vi piace iscrivetevi alla bocciofila...

E se non vi piace iscrivetevi alla bocciofila…

Altro giro, stessa storia, sempre la stessa: quella di marzialisti assortiti che non hanno nulla di meglio da fare, se non passare il tempo a criticare ogni aspetto dell’Aikido

di SIMONE CHIERCHINI

Classicissimo e supercliccato esempio di quanto sopra: l’Aikido non varrebbe niente perché non sarebbe efficace. Signori belli, ma lo volete capire o no che l’Aikido è un Do, e non si prefigge esclusivamente di essere efficace? Gli aikidoka provano a offrire un servizio diverso – magari anche di un qualche valore – oppure non ci riescono, ma almeno ci provano: quello di insegnare che la migliore difesa personale è l’educazione, propria, dei propri figli, della propria microcomunità, e via salendo.

L’idea stessa di difesa personale è ciò che c’è di più anti-aikido in assoluto. Il jutsu nell’Aikido è sotteso alla pratica e serve per non renderla incoerente e imbelle, MA NON DEVE EMERGERE! Se le radici della pianta emergono, essa muore, e così l’Aikido, che diventa qualcos’altro, ma non è più Aikido.

Questo, ripeto, non significa che l’Aikido debba essere un balletto per gente che non ha voglia di faticare, o il rifugio di chi vuole fare il cattivo senza pagare pegno. Per essere davvero un Do, una disciplina deve passare per il Jutsu. Se un Do è in un’ultima analisi una disciplina di tipo spirituale, questo è possibile esclusivamente se ha chiaramente il Jutsu a costituirne le solide fondamenta. Senza Jutsu non si arriva alla rottura dell’Io, all’autonegazione necessaria in ogni processo di crescita, non si scappa. Quindi se certe fondamenta marziali non ci sono, non si sta praticando un Do, e come Jutsu quello che si sta facendo non vale niente: porta solo a pericolose illusioni in entrambi i settori.

D’altra parte, se si vogliono usare le tecniche di Aikido mostrandone le radici, non è Aikido che si vuole fare, e allora perché non andare a praticare una delle discipline del Jujutsu, ove questo è fatto in modo coerente e strutturato e con lo scopo dichiarato della difesa personale? Però sarebbe meglio chiarirsi che chi risponde all’offesa con l’offesa, chi sceglie l’occhio per occhio, dente per dente, poi non dovrebbe venirci a raccontare di essere in un processo di crescita umana.

*inizio scherzo*

A chi poi semplicemente piace fare a mazzate e non è soddisfatto dell’utilizzo dell’Aikido in risse, ammucchiate e sessioni da pub, consigliamo di apprendere dal seguente video, cortesia di youtube:


*fine scherzo*

Aikidoka, vogliamo stare bene con chi ci sta attorno? Sorridiamo di più e proviamo a fare qualcosa di decente, nel nostro piccolo. Chi si culla nell’illusione di diventare più forte, più letale, più efficace, più più più…. semplicemente fa il gioco di chi in queste cose ci sguazza! A navigare nel letame ci si sporca il grembiulino!

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A Che Cosa Serve l’Aikido Oggi

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Perché praticare Arti Marziali oggi?

Da quando faccio arti marziali continuo a sentire le stesse discussioni sulle loro finalità ultime, e le diatribe più aspre avvengono sempre sul soggetto Aikido. Vediamo di dare qualche indicazione sul tema, riflettendo ed elaborando un paio di illustri e ben centrati pareri 

di SIMONE CHIERCHINI

È più forte una tigre o un leone, mi chiedeva oggi mia figlia? Le ho risposto che ognuno si fa i fatti suoi… Ci sono karateka tosti e aikidoka tosti, karateka di marmo e aikidoka ballerini. Fermarsi a fare classifiche sulle arti marziali è un esercizio puerile, perché è questione di autista, non di macchina! Se il vino che si trova nella propria cantina è imbevibile, è insensato prendersela con l’uva…

Questo genere di riflessioni – che abbonda a ripetizione sui social network e in pizzeria – sottende tuttavia una questione ben più profonda, una questione che investe proprio gli scopi ultimi delle arti marziali nel nostro mondo odierno, Aikido in primis: a che cosa serve l’Aikido oggi? Perché sembrerebbe assai palese che se non si ha chiaro a cosa serve una cosa, lo studiarla e svilupparla in modo coerente è alquanto complicato e frustrante, se non impossibile. Se devo andare in mare prenderò una barca, se devo scalare una montagna mi procurerò scarponi, funi e rampini; però se mi calassi in mare aperto carico del peso dell’attrezzatura da arrampicata, sarei certo di affogare, e poi contro chi dovrei inveire, contro gli scarponi? E allora, a che cosa serve l’Aikido oggi?

Per formulare una risposta sensata, cerchiamo ispirazione nelle parole dei saggi che ci hanno preceduto, cominciando con quelle di Kenji Tomiki, rispettato allievo anteguerra di Morihei Ueshiba. Sentiamo cosa dice sul soggetto Tomiki in un’intervista concessa nel 1982 ad Aikido Journal di Stanley Pranin:

“Durante il periodo Edo, le stringenti necessità del precedente Periodo degli Stati Guerrieri lasciarono spazio ad un’era in cui la maggior parte della gente trascorreva il proprio tempo sedendo in seiza sui tatami o bevendo tè verde. Stando seduti in quel modo, alcuni iniziarono a chiedersi che cosa avrebbero fatto se gli fosse successo qualcosa di inatteso. Divenne pertanto necessario sviluppare modi di difendersi per esempio utilizzando il lancio di aghi, o servendosi di metodi per evitare i colpi inferti con una spada corta. In situazioni che si sviluppavano in spazi ristretti, ciò di cui c’era bisogno era quello che noi oggi conosciamo come suwariwaza (tecniche a sedere). In generale, si dice che più di un terzo delle tecniche sviluppate durante quel lungo periodo che va dal 1603 al 1868 erano a sedere. E’ verissimo, la necessità è la madre dell’invenzione.
Successivamente, con il periodo Meiji, il bisogno del bujutsu (arti marziali) semplicemente scomparve, e i waza (tecniche) divennero traballanti. Questo fatto era naturale e c’era da aspettarselo, dal momento che non vi era più necessità di combattere in guerra. Ovviamente non ci sono guerre neppure adesso, e non ne avremo alcuna neppure in futuro. Per queste ragioni non è più necessario avere il budo. “E allora perché incoraggiarne la pratica?” ci si potrebbe chiedere. La risposta a quella domanda ci può essere fornita dalla psicologia educativa. La maggior parte della gente oggi non ha quasi bisogno di camminare, e meno ancora di correre. Si è deboli nell’arrampicarsi in montagna, scarsi a nuotare. La situazione attuale è pessima. La gente avanza solo a livello mentale. E’ però necessario avere un eguale sviluppo tanto a livello intellettuale quanto a livello fisico e spirituale.
Il cuore o spirito umano (kokoro) è un qualcosa che diventa sempre più debole se non ha nulla da fare, necessita di qualche tipo di stimolo. Bisogna avere vigore fisico e un forte desiderio di vivere, e qui è dove l’educazione entra in gioco. Ciò che è sempre stato proposto alla gente di tutto il mondo come metodo educativo per sviluppare tanto il vigore fisico che spirituale attraverso la forza dell’armonia è sempre stato il combattimento”. (1)

Tre importanti punti da non lasciarsi sfuggire:
“La necessità è la madre dell’invenzione”.
“Con il periodo Meiji, il bisogno del bujutsu (arti marziali) semplicemente scomparve, e i waza (tecniche) divennero traballanti”.
“Il cuore o spirito umano (kokoro) è un qualcosa che diventa sempre più debole se non ha nulla da fare, necessita di qualche tipo di stimolo”

Tradotto, per me, questo significa che ha uno scopo, una funzione e una validità solo quello che è necessario. Significa che bisogna rispettare le leggi della natura. Significa che quello che non serve diviene “traballante”, cioè manca di fondamenta, ed è destinato a cadere e finire in rovina.

Le arti marziali intese come pura arte di combattimento, cioé destinata al solo scopo di combattere, sono archeologia da diverse decadi. Chi si trastulla in pensieri di natura belluina indossando keikogi lavati con il detersivo che dà il bianco che più bianco non si può, vive in una patetica illusione – tristemente coltivata con altri illusi cui piacciono i giochi violenti. Alla fine di ogni “guerra” da tatami o cage, questi puponi non cresciuti si fanno una bella doccettina calda, al ritmo di Beyoncé dalla sala zumba accanto, per poi reidratarsi con l’apposita bevanda isotonica dalla macchinetta a gettoni vicino all’avvenente receptionist. Ma quale guerra d’Egitto, in guerra si scanna e si crepa!!!

Costoro, inoltre, sono pronti a turlupinare per soldi chi gli si accosta, spargendo nozioni sul terrore che appesterebbe le nostre strade, sulla necessità assoluta di difendersi da orde di assalitori che ci starebbero aspettando dietro ad ogni angolo… scemenze totali! Mai nella sua storia il nostro mondo è stato più sicuro che negli ultimi 70 anni. La Legge c’è, e la Polizia pure – anche se potrebbero fare meglio. Nessuno osi dire che oggi si vive esposti a maggiori rischi rispetto ad uno qualunque dei secoli passati, ma stiamo scherzando? Questa gente l’ha studiata un po’ di storia? Seminare paura e insicurezza è indegno di chi si dice un marzialista e vive i valori e l’onore di praticare arti marziali. Le possibilità statistiche di essere attaccati sono minuscole, vicino allo zero assoluto. Trascorrere un paio di decenni a imparare come difendersi seguendo un’ottica di questo tipo dimostra solamente la presenza di seri problemi psicologici nei soggetti interessati.

La verità pura e semplice, quindi, è che oggi non si può studiare nulla di efficace, perché sono assenti le condizioni per utilizzarlo e perché è tempo perso. Non serve a niente! A meno che non si voglia davvero sapere cosa significano sudore, sangue, interiora e cervella sparse in giro. I puponi belluini di cui sopra possono andare a giocare alla guerra in Medio Oriente, se davvero vogliono. Ci sono diversi movimenti integralisti che cercano volontari…

Nel mondo di oggi il conflitto che affrontiamo non è un conflitto armato, ma è uno scontro permanente, pervadente e sottile, integrato nella nostra società, e inscindibile da essa: è il conflitto delle relazioni interpersonali. Siamo sempre di più, e sempre più collegati, connessi, ciascuno sempre più tutti i giorni tutto il giorno sui calli degli altri. Ne consegue che qualsiasi allenamento che abbia una funzione e che sia necessario, e quindi rispondente alla leggi di natura, deve oggi indirizzarsi a fornire strumenti per combattere le battaglie delle relazioni interpersonali del guerriero disarmato moderno.

Personalmente io ho scelto di praticare e insegnare Aikido, tanti anni fa, per vivere da guerriero, non per fare la guerra, per citare le parole del maestro francese di Aikido Stephane Benedetti:

“Vivere da guerriero, non fare la guerra! (…) Io non sono violentemente pacifista, ma non amo la guerra. Sono d’accordo con Sun Tzu «Il migliore generale non ha bisogno di fare la guerra (…). Allora : vivere da guerriero? Per cominciare, un guerriero non è necessariamente un militare o un soldato. Non si tratta neanche di mascherarsi da samurai o di dormire con la spada al fianco… Per me, che non essendo la reincarnazione di Morihei Ueshiba, non posso parlare a suo nome, si tratta di una via, di un processo di evoluzione dell’uomo verso uno stadio più elevato dell’essere. La via del guerriero è una via pericolosa, non perché si rischi di morire falciato da una raffica di proiettili in un gesto eroico immortalato dai fotografi ma, semplicemente, perché le sconfitte spirituali sono numerose e il ciglio della strada costellato di rinunciatari…” (2)

Siccome parto da questo tipo di consapevolezza, e poiché ho chiaro lo scopo di quello che faccio e del perché lo propongo ai miei allievi, a me le tecniche del mio Aikido piacciono, così come il lavoro ad esse sotteso. Le delusioni personali, lo stato della nazione aikidoistica, le cavolate degli altri non spostano di una virgola il mio pensiero: l’Aikido è meraviglioso, le sue tecniche efficaci e coerenti con i suoi fini – benché migliorabili ed espandibili per i nostri nuovi bisogni, come tutto ciò che è vivo e in divenire – la sua collocazione nel mondo del Budo chiara e definita.

Che nel mondo dell’Aikido possa esistere anche un caos pazzesco di metodi e di idee – e che questo sia utile a chi vuole costruirsi un impero e gestire persone e capitali – non mi interessa più di tanto. L’unica cosa da fare è avere chiari i propri fini, e impegnarsi per il loro raggiungimento, a prescindere da cosa fanno gli altri.

Perché al mondo ci sono i poveri e gli oppressi? Perché chi governa è sempre un traditore e un assassino? Perché il progresso scientifico è sempre e solo distorto ai fini dell’aggressione o del consumo? Io posso solo fare del mio meglio nel mio dojo/famiglia allargata, come hanno da sempre fatto gli uomini di buona volontà. Dedichiamoci a vivere le buone cose che predichiamo; a criticare tutto e tutti sono capaci tutti. A costruire decisamente no.  Come ve la cavate nel conflitto vero che ci circonda ovunque tutti i sacrosanti giorni dell’anno? Perché se siete capaci di mettere KO Mohammed Ali non me ne cale un fico, mentre se riuscite a gestire armonicamente la vostra microcomunità, allora il vostro allenamento in Aikido ha uno senso e avete tutto il mio rispetto.

Note:
(1) http://members.aikidojournal.com/public/interview-with-kenji-tomiki-2/

(2) http://aikidoitalia.com/2011/09/23/laikido-e-unarte-marziale/

La foto di inizio post – la migliore foto profilo di Facebook della storia – viene pubblicata per gentile concessione di Antonio Vassallo

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Nippon Seibukan Aikido Italy offre certificazioni di tipo notarile a livello internazionale della qualità dei gradi

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Come Nacque il Termine “Aikido” e Perché

Minoru Harai. Copyright Stanley Pranin

Minoru Hirai – genesi e obiettivi del nome “Aikido”

L’aikidoka medio è convinto che la parola “Aikido” sia stata creata da Morihei Ueshiba o dall’Aikikai Foundation per designare l’insieme delle tecniche codificate dal Fondatore stesso. Esiste tuttavia una testimonianza diretta che sembra dimostrare in modo inequivocabile che le cose avvennero diversamente: gli allievi dello Ueshiba ryu si sarebbero piuttosto “appropriati” – grazie al successo del loro stile – di un vocabolo che era stato coniato appositamente per fare da ombrello a una varietà di stili diversi con origini comuni. Questo fatto getta una luce nuova e interessante su come anche oggi bisognerebbe approcciarsi al mondo dell’Aikido

di SIMONE CHIERCHINI

Minoru Hirai (1903-1998), allievo di Morihei Ueshiba ai tempi ruggenti del dojo Kobukan, è noto ai posteri soprattutto per essere stato il fondatore del Korindo, stile di Aikido in cui Hirai aveva amalgamato le sue esperienze nel jujutsu tradizionale e nello studio delle armi con gli insegnamenti del primo Ueshiba. Hirai, tuttavia, va ricordato anche per un altro ruolo da lui svolto in supporto di O’Sensei, quello di Director of General Affairs del Kobukan: in quanto tale, nel 1942 Hirai fu strumentale alla nascita del vocabolo Aikido, come ci rivela lui stesso in un’intervista rilasciata ad Aikido Journal di Stanley Pranin.

Quello che emerge chiaramente dalle parole di Minoru Hirai è che il termine Aikido non è nato come preciso indicatore dell’insieme delle tecniche di Morihei Ueshiba. Aikido era invece un neologismo, coniato a tavolino nel 1942, e riferito a tutte le scuole di Aiki Budo Jujutsu presenti sotto l’ombrello del Dai Nippon Butokukai.

Il Dai Nippon Butoku Kai fu fondato nel 1895 a Kyoto – dove aveva il suo Hombu Dojo – su iniziativa del governo giapponese e con l’avvallo dell’imperatore Meiji, allo scopo di rafforzare, promuovere e standardizzare discipline e sistemi marziali giapponesi nei vari dojo registrati e aperti appositamente nelle varie prefetture del paese.

Gli ideogrammi Ai-Ki-Do

Gli ideogrammi Ai-Ki-Do

All’inizio degli anni ’40 si cominciò a sentire la necessità di stabilire una nuova sezione all’interno del Butokukai, per comprendere tutte le arti marziali basate sui sistemi di combattimento derivati dallo yawara/ju-jutsu. Il compito di negoziare questa materia a nome di Morihei Ueshiba e della sua scuola toccò a Minoru Hirai. L’impresa non fu ovviamente tra le più semplici, considerando la natura conservatrice dell’istituzione e l’ovvia ritrosia degli esistenti membri del Butokukai davanti alla prospettiva di accettare l’entrata di nuove discipline.

Come racconta Hirai a Stanley Pranin, ci furono discussioni e trattative, ma alla fine l’idea di dare spazio ai derivati dallo yawara/ju-jutsu passò, e il confronto si spostò sulla denominazione sotto cui includere le varie discipline di cui sopra. Il nome da dare a quei sistemi doveva essere il più comprensivo possibile e soprattutto doveva essere “inoffensivo”, cioè non suscettibile di suscitare rimostranze e attriti da parte degli stili marziali già riconosciuti e divulgati dal Butokukai.

La persona che spinse maggiormente perché venisse utilizzato il termine Aikido fu Tatsuo Hisatomi, il rappresentante del Kodokan di Jigoro Kano, in alternativa ad Aiki Budo, perchè nel primo l’idea di michido era caratterizzata più fortemente.

La cosa più importante che emerge dalla testimonianza di Minoru Hirai, tuttavia, è che il termine Aikido era stato selezionato “a freddo”, come contenitore neutro per un serie di diversi stili di post yawara/jujustsu, e che la scelta era stata fatta principalmente con lo scopo di non irritare i rappresentanti di altre già affermate arti marziali come il Kendo o il Judo.

Lo Ueshiba ryu quindi non è né l’iniziatore dell’Aikido, né il solo recipiente dell’uso della parola. L’Aikido è, già a partire dalla sua genesi, un contenitore al cui interno convivono figli dello stesso padre, ma individui ben distinti.

Il successo dell’Aikido di Ueshiba ha praticamente poi eclissato i fratelli dello Ueshiba ryu, e oggi noi compiamo un’equazione Aikido/Ueshiba che è inaccurata dal punto di vista storico e documentale. La varietà e le differenze ne facevano parte integrante già prima dello sviluppo pieno dell’Aikido di O’Sensei e del suo ulteriore ramificarsi a seguito dell’opera dei discepoli di Ueshiba. In questa ottica, anche solo l’usare la frase “Fondatore dell’Aikido” in relazione a O’Sensei è alquanto fuorviante.

Questa è una consapevolezza che è necessario fare propria per non perdere il senso più profondo di quello che stiamo studiando, alla ricerca di un’unicità di stile che è, al contrario, sempre stata del tutto aliena a quello che pratichiamo.

Fonte: http://members.aikidojournal.com/public/interview-with-minoru-hirai/

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