Illusionista o demistificatore?

Illusione o realtà?

Durante il periodo estivo, quando l’attività preferita è il “dolce farniente”, il caso mi ha regalato un film che non avrei mai pensato di guardare in altre circostanze. Si intitola: “Magic in the Moonlight”, scritto e diretto da Woody Allen. Succintamente, narra dell’incontro (che finirà con una bella storia d’amore) tra un famoso illusionista/prestigiatore e una sensitiva/medium. Lui viene chiamato per smascherare lei che sta turlupinando una ricca famiglia inglese in villeggiatura sulla Costa Azzura negli anni trenta. Chi, in effetti, meglio di un illusionista può smascherarne un altro?

di DANIEL LECLERC

Non siete tenuti a guardarlo anche se è simpatico, magistralmente interpretato da Colin Firth e Emma Stone, e se alcuni dialoghi possono avere il sapore del “déjà vu”! La ragione per cui ve ne parlo è che ho rilevato delle attinenze nei rapporti esistenti tra, l’illusionista con il suo pubblico da una lato e il maestro di Aikido con i suoi allievi dall’altra. Il prestigiatore crea degli effetti, dei trucchi, dei “numeri” che sembrano sfidare le leggi della natura usando dei mezzi naturali. Altrettanto il maestro d’Aikido crea dei movimenti armoniosi che producono effetti “micidiali” applicando le leggi della fisica. In effetti, né l’uno né l’altro possono vantare di possedere poteri paranormali, anche se entrambe ci lasciano con l’impressione di aver assistito ad un evento magico, impossibile nella realtà fisica.

Quest’articolo è dunque un tentativo di elencare i meccanismi neuronali che imbrogliano, raggirano, confondono la percezione del praticante al punto di fargli credere che il suo movimento corrisponda a quello mostratogli dal maestro. Questa difficoltà non si manifesta solo a livello dell’attenzione e vedremo, servendoci delle tecniche usate dagli illusionisti per sviare l’attenzione del pubblico, quanto un insegnante di Aikido può, inconsapevolmente e involontariamente, illudere i praticanti quando dimostra il suo movimento, sia in modo visivo che uditivo o tattile, ecc. Per la parte neuro-psico-fisiologica, mi sono basato sui lavori del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale (1) , che fa parte dell’European Council of Skeptical Organizations.

Ovviamente, la correlazione tra prestigiatore e maestro di Aikido si limiterà a dimostrare che i meccanismi neuronali su cui si basa l’illusionista per “ingannare” il suo pubblico e fargli credere di assistere ad un fenomeno paranormale sono gli stessi che, spesso, conducono il praticante di Aikido a riprodurre un movimento differente da quello dimostrato dal maestro pur essendo convinto del contrario, anche quando lui si accorge di non raggiungere lo stesso risultato. Non voglio dimostrare che i maestri di Aikido siano dei grandi illusionisti, ovviamente!

Per non appesantire l’articolo, troverete annessa una lista dei principali stratagemmi usati dai prestigiatori. Ho volontariamente evitato di elencare le tecniche usate dai borsaioli perché finalizzate al furto. Tuttavia, molte tra esse si basano sugli stessi meccanismi cerebrali per sviare la nostra attenzione : gli illusionisti se ne servono per distrarci divertendoci, i borsaioli per derubarci distraendoci.

Questi studi sono ancora ai loro primi passi ma sono più che sufficienti al nostro scopo. Sicuramente la lettura di questo breve elenco ha già permesso a parecchi tra voi di legare cause ed effetti. Riprendiamo comunque questi meccanismi e vediamo in quali circostanze si attivano durante lo studio di un movimento. E’ importante ricordare che il trucco in un numero di magia non chiama in gioco un solo meccanismo cerebrale ma ne utilizza diversi, proporzionalmente all’effetto ricercato o a quello che il mago vuole occultare alla vista del pubblico.

In un primo tempo vedremo in dettaglio come questi meccanismi neuronali possono guidare la nostra percezione: come spettatori quando assistiamo ad un numero di magia, o come praticanti quando osserviamo l’esecuzione di un movimento di Aikido. Per questo, approfitteremo dei risultati delle ricerche (2) condotte congiuntamente da maghi e neuroscienzati che, da qualche tempo, lavorano alla scoperta di alcuni meccanismi del nostro sistema cerebrale, in particolare su temi di interesse comuni come l’attenzione, la coscienza, la percezione.

In seguito affronteremo l’idea di “pensiero magico” e di “pensiero razionale” perché molti praticanti sono più attirati, sedotti, stregati dal lato mistico, magico dell’Aikido che dallo studio di passi e spostamenti, dimenticando che si tratta principalmente dell’applicazione di leggi fisiche e non solo di ricerca spirituale.

Infine, e perché a volte si rivela necessario distruggere i miti, parleremo della figura del demistificatore che, ovviamente, sarà egli stesso un mago ma di cui converrà definire la funzione.

Durante la conferenza sono stati esaminati diversi aspetti dell’attenzione. Si sono aperti i lavori spiegando che il cervello costruisce la nostra esperienza della realtà basandosi su un insieme di strumenti biofisici totalmente imperfetti e, in ultima analisi, crea una “grandiosa simulazione” di ciò che ci circonda. Le nostre pupille dispongono di un megapixel quando una macchina fotografica ne ha otto. Oltre a raccogliere una quantità relativamente ridotta di informazioni, l’occhio ha in più una grossa macchia cieca dove il nervo ottico, che trasporta l’informazione al cervello, passa attraverso la retina. E’ il cervello che riempie il buco del campo visivo creando l’illusione che la vista funzioni come una cinepresa in modalità continua.

Il quadro della realtà che creiamo interiormente è dunque soggettivo e soggetto a diverse influenze. La nostra percezione è condizionata da alcune forme di cecità, lontane dall’essere patologiche quali la cecità da disattenzione (inattentional blindless), la cecità per distrazione (attentional blink) e la cecità al cambiamento (change blindness).

Gli studi condotti su questo argomento sottolineano che poche informazioni sono mantenute in memoria da un istante all’altro. La nostra esperienza visiva sarebbe dunque una “grande illusione”, tanto importante è lo scarto esistente tra l’immagine che vediamo e la scarsità di quello che percepiamo. E’ stato evidenziato che l’attenzione è indispensabile all’esperienza percettiva cosciente e che le informazioni visive molto vicine al punto di focalizzazione non sono percepite se non vengono sottolineate. Questo fenomeno è chiamato cecità da disattenzione.

Molto spesso le scelte didattiche portano l’insegnante ad insistere su dei punti specifici come, per esempio : “La mano deve essere tenuta sopra la testa o al centro, il monuchi parallelo al suolo, la distanza tra i piedi uguale alla larghezza delle anche, ecc.”, tutte eccellenti indicazioni che però conducono l’allievo a cadere in cecità da disattenzione. Ciò significa che le altre informazioni visive vicine al punto focalizzato passeranno inosservate perché non sufficientemente sottolineate dall’insegnante. Quindi, in un certo senso, rimarranno nascoste, “in ombra”.

Il metodo didattico che chiamo “fermo immagine” utilizzato da certi insegnanti, me compreso, consiste ad interrompere l’esecuzione del movimento per evidenziare un momento, una posizione chiave, un timing preciso. Così facendo, l’allievo si concentra e cerca di riprodurre solo la posizione di arrivo del movimento, senza tuttavia percepirlo nella sua interezza a partire dall’inizio. Ciò che diviene importante per lui di fatto è riprodurre la posizione esatta al momento del fermo immagine, pur non avendo capito come arrivarci. E d’altronde non comprende perché il suo movimento non produca lo stesso effetto di quello del suo maestro nonostante la sua posizione sembri uguale a quella mostrata al momento del fermo. Considerato ciò, cercherò di rivedere questo metodo o almeno evitare agli allievi di subirne gli effetti collaterali.

Nella cecità per distrazione è postulato che l’identificazione corretta di un movimento produce un deficit marcato dell’attenzione che condiziona l’osservazione del movimento successivo, quando questo è eseguito in un intervallo compreso tra i 200 e 500 ms. Si è dunque ipotizzata l’esistenza di una carenza attentiva che risulterebbe dall’interferenza tra la presentazione del secondo movimento e il trattamento dei dati ancora incompleto del primo. Sembra quindi che lo sforzo di identificare il primo movimento consumi interamente le risorse attentive e, in conseguenza, che il secondo movimento non sia visto. Così potremmo dire che ogni dettaglio supplementare diminuisce la precisione del tutto.

Questa è un’informazione preziosa per gli insegnanti che desiderano migliorare la loro didattica. Dovremmo orientare le nostre scelte sui dettagli realmente importanti che l’allievo deve padroneggiare per incrementare, piuttosto che diminuire, la sua precisione del tutto. Alcuni insegnanti non spiegano, o lo fanno molto poco, e si limitano a mostrare parecchie volte il movimento. Era il caso dei maestri giapponesi, in parte per il problema della lingua ma anche perché la pedagogia orientale è tradizionalmente basata sulla ripetizione del gesto. Il rischio di questo metodo è di provocare il fenomeno di cecità per distrazione se si considera che una tecnica di Aikido è costituita da un insieme di movimenti concatenati che produce un preciso risultato. Possiamo avere un’idea dell’effetto di questo meccanismo quando guardiamo il pattinaggio artistico da profani. Quello che percepiamo dell’esibizione sarà soggettivo perché l’attenzione richiesta per individuare la totalità dei gesti tecnici attuati dal pattinatore è troppo sollecitata. Gli specialisti, al contrario, li distinguono perfettamente.

Altri studi hanno evidenziato la sorprendente difficoltà di un’osservatore a notare la presenza di un nuovo elemento introdotto in una scena visuale. Questa cecità al cambiamento può anche manifestarsi, ed è quello che ci interesserà, senza una reale interruzione visiva se il cambiamento si manifesta in modo progressivo ed a un ritmo lento.

La prima volta che ho osservato questo meccanismo senza comprenderlo è stato insegnando tenchi nage. La difficoltà di questa tecnica sta nel combinare le energie del cielo e della terra. Per arrivare a questo, faccio studiare prima l’una, magari con un altro movimento, poi l’altra e i praticanti sembrano più o meno riuscirci. Ma quando si tratta di unirle, si trovano di nuovo in crisi. Potrebbe dipendere dal fatto che l’attenzione fatica a fissarsi simultaneamente su due movimenti apparentemente opposti. Se il praticante pone la sua attenzione sulla mano che si alza verso il cielo non nota quella che scende verso terra, e così al contrario. Il problema è che l’Aikido utilizza costantemente questa combinazione.

Una delle regole sacre della magia è che tra tutti i movimenti visibili lo spettatore tenderà a seguire con lo sguardo quello più ampio o più rapido. L’assioma magico è: “Un grande movimento copre uno più piccolo.” sia questo concomitante o successivo. Ugualmente quando un movimento avviene tra due punti – per esempio quando una mano si sposta da sinistra a destra – l’occhio tende a saltare dal punto iniziale a quello finale e poi a tornare indietro di colpo. Invece, se un movimento della mano è eseguito da sinistra a destra seguendo una linea circolare, l’attenzione del pubblico si fissa sull’arco e non ritorna al punto di partenza. Le curve sono qualcosa di molto particolare per il sistema visivo perché il movimento circolare induce gli occhi a seguirlo più attentamente di un movimento rettilineo. Si tratta di un fenomeno che ci interessa enormemente visto che l’Aikido è basato sul principio della spirale.

Nello stesso ordine di considerazioni, i movimenti nuovi, insoliti, in forte contrasto con il contesto sono più evidenti e catalizzano l’attenzione del pubblico. Questo fenomeno induce un controllo bottom-up (3) dell’attenzione ed è utilizzato per ottenere la famosa “distrazione passiva” (in magia) o la “cattura attenzionale esogena” (in psicologia).

Gli insegnanti avranno certo notato questa distrazione passiva: la possono leggere sui visi dei praticanti che li ascoltano. E’ dunque probabile che introdurre un oggetto insolito nel corso della dimostrazione della tecnica porti l’allievo ad uno stato di distrazione passiva e l’insegnante a procedere, senza saperlo, ad una cattura attenzionale esogena sui suoi ascoltatori.

La narrazione, cioè la capacità mentale di elaborare una trama interessante che l’auditorio seguirà con piacere, è largamente utilizzata dai maghi ed è stato dimostrato che una linea narrativa continua può stornare l’attenzione degli spettatori perché li impegna in un dialogo interiore. Per la stessa ragione è stato anche osservato che il pubblico è più facilmente portato ad accettare con entusiasmo delle suggestioni o delle informazioni sottintese piuttosto che delle affermazioni dirette.

Detto più chiaramente: il discorso trasporta l’allievo in un processo di dialogo interiore che lo conduce ad essere inattento al gesto avendo l’impressione del contrario.

Una tecnica utilizzata spesso volontariamente dai maghi e inconsciamente dagli insegnanti è quella del priming, che si basa sull’influenza della prima presentazione di uno stimolo sulla percezione dello stimolo seguente. In particolare perturba il processo di ricostruzione del trucco per lo spettatore o, nel nostro caso, di riproduzione del movimento per l’allievo. Ne esistono parecchi tipi ma quello che ci interessa è conosciuto in psicologia come priming da ripetizione. Questo meccanismo si verifica quando l’insegnante insiste più volte, per esempio perché uke lo tenga più forte o lasciando che uke lo attachi ripetutamente per poi passare improvvisamente alla conclusione della tecnica. E’ vero che né i neuroscienzati, né gli psicologi hanno ancora identificato i processi neurali implicati ma l’importante qui è capire che se l’allievo si focalizza sulla ripetizione lo fa a scapito dell’obiettivo o, detto in altre parole, incassare l’attacco diventa più importante che fare irimi.

E’ stato anche dimostrato che la tecnica del priming può generare effetti illusori. Questo è ancora più preoccupante vista la propensione con cui il praticante tende a compiacersene.

Certamente questo elenco di meccanismi neuronali e delle loro conseguenze sull’attenzione e la percezione non è esaustivo. Il suo scopo è di invitare gli insegnanti a riflettere sugli effetti collaterali della didattica, qualunque essa sia. Suppongo che molti tra noi avranno notato, osservato, analizzato le difficoltà incontrate dai praticanti, noi compresi, nell’impare la tecnica. Se fosse possibile trasporre l’Aikido in musica, sarebbe verosimilmente più facile notare chi stona perché non è accordato, non in misura o non in ritmo. Purtroppo, o forse no, l’Aikido non si scrive, si interpreta. Personalmente conosco pochi insegnanti che non si lamentano dello scarso livello generale dell’Aikido ma ne conosco ancora meno che si interrogano sinceramente sul perché la grande maggioranza dei loro allievi non riesca, anche dopo più di 20 anni di pratica, ad eseguire correttamente le loro tecniche. Certo, per l’insegnante è sempre più facile pensare che “è l’allievo che non pratica a sufficienza” e, per l’allievo, che “è l’insegnante che fa dei numeri talmente meravigliosi che solo lui può fare”.

Fin qui, abbiamo trattato la percezione del movimento in funzione dei diversi modi secondo cui può essere presentato, nonché dei loro effetti collaterali. Ora ipotizziamo di lavoro che il movimento dimostrato sia perfetto o, per quelli che hanno immaginazione, che stiano assistendo ad un corso di O’Sensei. Quello che percepiremo del suo movimento dipenderà in gran parte dal modo in cui sarà stato dimostrato ma non solo. C’è di più, come vedremo ora descrivendo il fenomeno delle aspettative coscienti, altrimenti chiamate correlazioni illusorie (Illusory Correlation): ovvero come precedenti convinzioni, o conoscenze stereotipate, possano farci percepire la realtà diversa da quella che è realmente.

Alcuni studi hanno dimostrato che “l’effetto da aspettativa” prodotto dal processo top-down4 può farci credere che stia per succedere qualcosa quando non è così. In altre parole, abbiamo una visione deformata della realtà a causa della nostra aspettativa rispetto a quello che ci piacerebbe che accadesse: vogliamo essere stupiti e saremo stupiti, vogliamo essere disgustati e saremo disgustati. Così, quello che mi aspetto di vedere diventa più reale di ciò che vedo in realtà. Se si aggiunge a questo che l’occhio capta solo una piccola parte delle informazioni di quello che vede, direi che siamo nei guai!

Spesso ho assistito alla manifestazione di questo effetto durante gli stage condotti da Tamura Sensei, in particolare dopo la prima tecnica dimostrata. La grande maggioranza dei partecipanti, e non credo di esagerare, eseguiva la stessa tecnica ma con un movimento diverso, e una minoranza, per fortuna, eseguiva in apparenza lo stesso movimento ma con un’altra tecnica rispetto a quella dimostrata da Sensei. L’effetto da aspettativa potrebbe esserne la ragione, ma per motivi differenti relativamente al numero di anni di pratica. Un principiante (diciamo fino a 20 anni di pratica) perché non ha ancora abbastanza discernimento per riprodurre quello che vede della dimostrazione ; un avanzato perché si accontenta di estrapolare da quello che gli è mostrato ciò che è già repertoriato nel suo cervello che, in genere, si limita alla conoscenza formale della nomenclatura: quello che gli interessa è sapere che Sensei ha dimostrato shiho nage e non come l’ha eseguito.

A questo punto dell’articolo, è ora di far entrare in scena l’illusionista nella relazione insegnante/allievo. In effetti, tenendo conto dei numerosi meccanismi neuronali che ci fanno percepire la realtà diversa da quella che è, diventa possibile, se non indispensabile per l’allievo, arrivare a considerare il suo insegnante come un mago per spiegare la sua incapacità a riprodurre il movimento e, per l’insegnante, di utilizzare questa fascinazione per convincersi della sua abilità basandosi, consciamente o incosciamente, sul fatto che conosce molti più trucchi dei suoi allievi. Diventa mago perché l’allievo si concentra, è attento a tutto quello che lui mostra ma ignora, conseguentemente, tutto quello che non mostra.

Così come il cervello crea una simulazione per colmare la carenza di informazioni proveniente dagli occhi e si inventa una realtà, così il praticante sopperirà alla sua difficoltà a riprodurre le tecniche del suo sensei ricorrendo al pensiero magico.

Uno dei maggiori studiosi dello sviluppo del pensiero umano è sicuramente J. Piaget che ha tracciato le caratteristiche delle principali fasi dell’evoluzione del pensiero, dalla nascita all’età adulta. E’ stato uno dei primi ricercatori ad occuparsi in psico-pedagogia del pensiero magico, che egli colloca nello stadio preoperatorio dello sviluppo cognitivo del bambino e nella mente dell’uomo con un funzionamento di tipo “primitivo”. Oggi, in realtà, l’idea di contrapporre la mentalità primitiva alla mentalità occidentalemoderna, razionale e scientifica, è stata superata. Pensiero magico e pensiero razionale sono strutture mentali che convivono, in età adulta, in costante interazione nella sperimentazione quotidiana della realtà. La caratteristica principale del pensiero magico è quella che viene definita partecipazione ed è la capacità di percepire un rapporto tra due fatti o fenomeni indipendenti quando, in realtà, è assolutamente inesistente o irreale.

La magia che opera nasce dall’illusione, più o meno consapevole, di poter modificare la realtà. Ecco ciò che differenzia il pensiero magico dal pensiero razionale :

1. la rottura della classica organizzazione spazio-temporale,
2. la coincidenza tra il tutto e le sue parti anche in presenza di un’evidente scissione,
3. l’esistenza di legami causa-effetto non limitati nel tempo.

Questa modalità di pensiero, definito pre-logico, che si forma nella prima infanzia, sopravvive in ognuno di noi e rappresenta una parte fondamentale della capacità adattiva al reale e del pensiero artistico, creativo e scientifico. Certo è la logica a guidare l’interpretazione che diamo agli eventi attorno a noi ma spesso, soprattutto quando non abbiamo tutti gli elementi a disposizione o siamo stressati, frustrati o spaventati, tendiamo a ricorrere al pensiero magico che non ci ha mai abbandonato del tutto.

Se sopravvive è anche per un’altra sua importante caratteristica : l’impermeabilità all’esperienza. Le persone la cui mente segue una modalità di ragionamento magico non sentono il bisogno di spiegare l’insuccesso, anzi ricercano delle giustificazioni per dare fondamento alle loro convinzioni, ad esempio facendo riferimento a forze invisibili che agiscono in modo imprevedibile o a manifestazioni di abilità “sovrannaturali”.

Il pensiero magico nell’infanzia assolve una funzione importantissima : è un mezzo di adattamento. Grazie al legame partecipativo, il bambino stabilisce relazioni tra gesti, oggetti, eventi, pensieri e intenzioni. (Un esempio è il bimbo che, compiendo un gesto, pensa di poter influire su un evento : se tengo in mano il mio peluche portafortuna, il dentista non mi farà male!)

Vediamo ora come si giustifica il permanere del pensiero magico in età adulta. Ci sono tre principali funzioni :
1. difensiva, fondata sulla convinzione di poter controllare la realtà.
2. propiziatoria, fondata sulla convinzione che ci sono forze che regolano gli eventi.
3. conoscitiva, secondo la quale il pensiero magico “riempie” i vuoti delle altre forme di pensiero e “spiega” o “svela” ciò che non può essere conosciuto con la logica e con le informazioni che il nostro sistema percettivo ci mette a disposizione.

L’attività di ragionamento nell’adulto è determinata da vari fattori come le capacità logiche, o fattori specifici individuali come esperienze o funzionalità fisiologica, per citarne alcuni. Così è possibile individuare diversi esempi di comportamenti guidati dal pensiero magico che si verificano nella vita di tutti i giorni e implicano principalmente una rottura SPAZIOTEMPORALE nei principi di causalità e lo stabilirsi di una partecipazione.

Essere privi di pensiero magico non è affatto sano, anzi : molti studi hanno verificato un’associazione tra mancanza di ideazione magica e anedonia, ossia incapacità di provare piacere. In realtà, potremmo dire che il pensiero magico rientra in quei meccanismi difensivi che fungono da “occhiali con lenti rosa” e che ci permettono di accettare più facilmente noi stessi, gli altri, gli eventi che non riusciamo a gestire. Molto frequentemente è il senso di spiazzamento della coscienza, che si sorprende e scopre l’inaudito, l’inatteso, l’evento imprevisto, che ci allontana dall’intenzione logica e dai nessi causali.

Venendo all’Aikido : chi non ha provato almeno una volta, soprattutto da neofita, quel senso di meraviglia assoluta nel guardare un insegnante eseguire delle tecniche che sembrano sfidare le leggi delle fisica ? Il lavoro dei maestri talvolta appare così sbalorditivo e irripetibile da suscitare in noi emozioni fortissime, incredulità e magari profonda confusione : “Ma come fa?”.

La meraviglia è la risposta spontanea ad una esperienza nuova e Platone per primo la indicò come causa del desiderio dell’uomo di capire e approfondire, come radice della conoscenza. Cartesio la considerò emozione primaria, stupore che non si arrende al mistero e che muove la nostra capacità cognitiva per tentare di svelarlo. In effetti, le reazioni immediate del sistema nervoso ai nuovi, sorprendenti stimoli provenienti dal mondo esterno, che provocano questa meraviglia, sono subito ravvisabili : rimaniamo senza fiato, a bocca aperta, il viso cambia colore, ecc. Questa esaltante energia ci spinge a muoverci, a cercare, capire, trovare risposte.

Ma tornando al praticante d’Aikido: cosa succede se malgrado l’esercizio fisico, l’attenzione, di cui abbiamo precedentemente visto alcuni limiti, e la perseveranza l’effetto della tecnica eseguita dal maestro resta impossibile da riprodurre? La frustrazione che nasce da una situazione di “stallo” nella progressione, che richiede impegno e fatica e ci gratifica ben raramente, ci spinge a trovare risposte facili e veloci. Possiamo dunque cercare le ragioni di tale difficoltà in qualcosa di esterno alla nostra volontà e capacità operativa, oppure trovare conforto in pensieri che possano magicamente e senza sforzo darci delle risposte. Spostare l’attenzione su forze esterne, incontrollabili e irriproducibili è più semplice da accettare.

“Ma certo ! Il mio maestro è un MAGO !” E’ molto facile lasciarsi andare all’impermeabilità dell’esperienza di cui abbiamo trattato prima e, grazie alle tre funzioni del pensiero magico (difensiva, propiziatoria e conoscitiva), possiamo crogiolarci nell’idea rassicurante che tutto dipende da questa verità : non è possibile riprodurre quello che vediamo (o crediamo di vedere) perché è il nostro maestro che è speciale. Si, speciale e unico ! Deve certamente avere un qualcosa “in più” di imprecisato e indescrivibile o forse conosce dei trucchi, ma quello che fa sembra davvero magico.

Così, influenzato anche dal lato esoterico intrinseco all’Aikido di cui abbiamo letto e studiato, il praticante finisce per ammantare l’insegnante prescelto di un’aura quasi sacrale proporzionalmente al numero di trucchi che conosce e che suscitano ancora ed ogni volta in lui profonda meraviglia.

A questo punto ci sembra utile un piccolo riassunto per metabolizzare quello che è stato finora esposto. La materia è nuova e può rivelarsi un po’ ostica. Permette tuttavia di mettere in evidenza alcune delle difficoltà inerenti all’apprendimento di un movimento che, secondo le neuroscienze, potrebbero provenire:
• dalle limitazioni proprie del sistema visivo dell’essere umano,
• dai meccanismi neuronali che lo confondono su quello che percepice realmente,
• dal ricorso al pensiero magico per giustificare l’insuccesso malgrado la perseveranza.

Queste difficoltà sembrano dunque insormontabili perché legate alla nostra condizione umana. Eppure, alcuni tra noi sono riusciti a scoprire dei trucchi e sono divenuti essi stessi dei maghi, dimostrando così che non si tratta di una fatalità e che esistono delle soluzioni per risolvere il problema. Certo, non tutti hanno ancora svelato quelli del Grande Mago dell’Aikido che restano tuttora misteriosi, contribuendo così ad alimentare la confusione e a ricorrere al pensiero magico per spiegare l’inesplicabile e i nostri insuccessi. Ma come hanno fatto alcuni tra di noi a scoprirne abbastanza da poter indossare il prestigioso cappello di mago?

Il successo dell’illusionista dipende dalla sua capacità di non svelare i suoi trucchi, di tenerli segreti, che si tratti di incantare sul palco di un teatro o di approfittare della sua abilità per truffare la gente. Uno dei principali elementi che dovrebbe differenziare l’illusionista dal maestro d’Aikido è che quest’ultimo non dovrebbe avere nessun segreto, nessun trucco non rivelato, perlomeno nel contesto Do. Si può capire come in un contesto Jutsu sia necessario mantenere segrete le tecniche se si vuole che siano efficaci ma per quanto concerne il Do (la cui finalità è di uccidere sé stesso e non l’altro) questo non ha alcun senso. O allora capita che il maestro faccia dei trucchi senza saperlo, come nel caso di Tamura Sensei che ogni volta ci raccommandava di rubargli la tecnica, ovvero i suoi trucchi. Ma, in fondo, non è quello che facciamo in molti? Questo forse spiegherebbe perché dimostriamo la tecnica trascinando involontariamente i praticanti nei meccanismi neuronali di cui abbiamo parlato prima. E così, poiché il pensiero magico non ha abbandonato neanche noi, finiamo per convincerci di essere veramente il Babbo Natale al quale i nostri allievi vogliono credere.

Forse allora, e contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la confusione non è solo appannaggio dei praticanti: regna tra tutti i maghi che eseguono i loro numeri di magia senza conoscere i trucchi, fra tutti gli insegnanti che dimostrano la tecnica senza capirne la chiave.

Tuttavia, penso sinceramente che sia possibile arrivare alla comprensione del movimento attraverso la ripetizione, soprattutto quando il modello è impeccabile, motivo per cui gli allievi di O’Sensei sono tutti divenuti maghi. Ma se il praticante resta sotto incantesimo, potrà ripetere il movimento un’infinità di volte senza mai riuscire a riprodurre la magia. Preferisce credere o gli è più comodo pensare, che non ce la farà piuttosto che togliere all’insegnante prescelto l’aureola di mago. Se vuole scoprire i trucchi, dovrà rivolgersi ad un demistificatore. E chi meglio di un’illusionista può rivelare i trucchi di un’altro? Se ha veramente la volontà di sciogliere l’incantesimo e alleviare la sua frustrazione cercando una spiegazione a quello che non si spiega, dovrà indirizzarsi ad un altro sensei e rischiare l’anatema da parte dei suoi compagni o addirittura dal suo stesso maestro. Ma evidentemente, molti preferiscono continuare a credere a Babbo Natale…

Tuttavia guai ai demistificatori che rivelano i trucchi senza che gli sia richiesto. Ho commesso quest’errore fino ad oggi e me ne scuso con quelli che ho coinvolto. Il fatto è che ogni insegnante, che lo voglia o no, che se ne renda conto o meno, è al contempo mago e demistificatore. Egli ha, come insegna la disciplina stessa, un lato omote e un lato ura. Egli è le due faccie della medaglia. Sta a lui, e lui solo, prenderne coscienza e decidere quando lavorare un lato o l’altro, quando tenere i trucchi per sé e quando rivelarli, rischiando di perdere forse un po’ della sua aura magica, ottenendo però più stima ed ammirazione per le sue reali capacità.

Ma non temete! Di questi tempi c’è più lavoro per i demistificatori che per i maghi, anche se i praticanti fanno fatica ad uscire dal pensiero magico che libera l’immaginazione e che è ben più ludico del rigoroso studio dei passi e del resto. Concludendo, ammetto che quest’argomento mi ha letteralmente conquistato talmente vasta e inesplorata è ancora la materia. Mi ha fatto pensare che forse la mancanza di armonia che regna paradossalmente nel mondo dell’Aikido potrebbe trovare la sua causa in questa confusione su quanto realmente percepiamo e quanto invece inventiamo, in queste stoccate tra insegnanti a “colpi di bacchetta magica”, che ci travolgono tutti nel mondo della fantasia. Uno dei presenti alla conferenza ha concluso dicendo: “I maghi orientano il riflettore dell’altrui attenzione in una sorta di jujutsu mentale”. Non si poteva dire di meglio e facciamo in modo che questa nuova conoscenza ci permetta di perdere una parte delle nostre illusioni.

Daniel Leclerc, Milano – Ottobre 2015

NOTE
(1) https://www.cicap.org/new/articolo.php?id=274030
(2) Conferenza “Neuromagic 2012” tenuta ad Île Simon (Quebec – Canada East Coast) dal 7 al 10 maggio 2012.
(3) Un mezzo con cui un prestigiatore potrebbe ottenere un controllo bottom-up dell’attenzione è il volo improvviso di una colomba.
(4) L’effetto top-down è utilizzato per ottenere la “distrazione attiva” (in magia) o la “cattura attenzionale endogena” (in psicologia). Un esempio di controllo top-down dell’attenzione è quando un prestigiatore chiede al pubblico di guardare attentamente un oggetto che viene manipolato in una mano, mentre contemporaneamente sta eseguendo una manovra nascosta con l’altra mano. In Aikido è legato, per esempio, al problema delle prese in katate: cioè cosa fa l’altra mano?

ALLEGATO

Elenco dei principali stratagemmi usati dagli illusionisti
(fonte CICAP: https://www.cicap.org/new/articolo.php?id=274030)

1. Illusioni visive. Gli inganni della visione – così come quelli degli altri sensi – sono fenomeni in cui la percezione soggettiva di uno stimolo non coincide con la sua realtà fisica. Si hanno gli inganni visivi perché nel cervello i circuiti neurali amplificano, sopprimono, fanno convergere e divergere l’informazione visiva in modo tale da lasciare alla fine l’osservatore con una percezione soggettiva diversa della realtà. Ad esempio, nel primo stadio della visione, i circuiti inibitori laterali aumentano il contrasto dei bordi e degli angoli, così che queste caratteristiche visive sembrano più rilevanti di quanto siano dal vero.

2. Illusioni ottiche. Diversamente dalle illusioni visive, le illusioni ottiche non sono un risultato di elaborazione del cervello: esse manipolano le proprietà fisiche della luce, come la riflessione (gli specchi) e la rifrazione (una matita immersa in un bicchiere d’acqua sembra spezzata a causa dei diversi indici di rifrazione di aria e acqua).

3. Illusioni cognitive. Le illusioni cognitive possono essere distinte dalle illusioni visive per il fatto che non sono di natura sensoriale: esse coinvolgono funzioni cognitive di livello superiore, come l’attenzione e l’inferenza causale (la maggior parte dei giochi di prestigio con monete e carte ricade in questa categoria).

4. Correlazioni illusorie (Illusory correlation). Le correlazioni illusorie possono derivare da una valutazione errata delle informazioni disponibili, dalle aspettative dei partecipanti (come una precedente convinzione o una conoscenza stereotipata) e/o da attenzione e codifica delle informazioni selettive. In questo caso, le correlazioni illusorie possono presentarsi quando alcuni eventi catturano più attenzione o sono più facilmente codificabili nella memoria e ricordati rispetto ad altri eventi meno evidenti.

5. Ripetizione apparente, la tecnica del priming. Nella vita quotidiana osservando ripetutamente un processo siamo capaci di dedurne il funzionamento. Il priming è un effetto ripetitivo nel quale la presentazione di uno stimolo simile a quello target genera successive presentazioni del target che risulta essere percettivamente più cospicuo.

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