Faccia Faccia con Chiba Sensei

T.K Chiba in posa per una foto ufficiale con O'Sensei

T.K Chiba in posa per una foto ufficiale con O’Sensei

Nel mese di Agosto 1998, Raymond Kwok participò a un seminario diretto da T.K. Chiba Shihan (8° Dan Aikikai). Il seminario si svolse dal 15 al 21 Agosto, a Mejannes, nel sud della France. Kwok ebbe occasione di parlare con Chiba Shihan di Aikido e altri argomenti collegati. Alcuni estratti di questa intervista sono apparsi per la prima volta nel uscita del 1999 di Kuala Lumpur YMCA Aikido Club Magazine

di RAYMOND KWOK

RAYMOND KWOK
Sensei, lei entrò come uchi-deshi all’Hombu Dojo nel mese di febbraio del 1958. Che cosa influenzò la sua decisione di dedicarsi all’Aikido?

CHIBA
Ebbene, è una lunga storia. Prima di iniziare Aikido, avevo studiato un po’ di Judo e Karate, ma mi avevano lasciato profondamente insoddisfatto e scontento, per cui avevo iniziato a cercare qualcosa d’altro. Allora avevo 18 anni e mi ero appena diplomato alle superiori. Un giorno in una libreria locale mi imbattei in un libro di Aikido, il primo mai pubblicato in Giappone.

RAYMOND KWOK
Era “Budo”?

CHIBA
No, si trattava di “Aikido”. Nella prima pagina mostrava una piccola foto di O’Sensei. Quando vidi quella foto, capii immediatamente che quello era il Maestro che stavo cercando. Ovviamente non lo avevo ancora incontrato, né avevo idea di cosa fosse l’Aikido. Non avevo mai visto O’Sensei prima, ma decisi sul posto di andarlo a trovare. Questo è quello che successe: in realtà non mi interessava cosa fosse l’Aikido, ma ero stato attirato dalla foto di O’Sensei. Questa è la verità.

RAYMOND KWOK
Quando lei era all’Hombu Dojo, chi erano i suoi compagni di pratica?

CHIBA
Il primo era Tamura Sensei, poi Yamada Sensei, poi venivo io; a seguire c’erano Kanai, Sugano, Kurita del New Mexico, e più tardi Saotome e Tohei Akira, mi pare.

RAYMOND KWOK
Sensei, com’era la vita dell’uchi-deshi a quei tempi?

O'Sensei esegue Tai no Henko, uke T.K. Chiba

O’Sensei esegue Tai no Henko, uke T.K. Chiba

CHIBA
Null’altro se non allenamento, dal mattino alla sera.

RAYMOND KWOK
3-4 ore? 5-6 ore?

CHIBA
Di più! Tutto il giorno, per 5 giorni alla settimana. Inoltre nel nostro tempo libero fra le lezioni praticavamo comunque, e ci prendevamo cura delle lezioni private e di gruppo.

RAYMOND KWOK
Lei era certo giovane, ma tutto questo non era faticoso?

CHIBA
Ah, era molto faticoso, io ero esausto. Il Giappone si stava ancora riprendendo dalle distruzioni della guerra, l’economia era ancora lenta e la gente era ancora in grossa difficoltà. Da mangiare avevamo solo cibo semplice come riso e zuppa…

RAYMOND KWOK
Era il vostro spirito (kokoro) che vi mandava avanti, vero?

CHIBA
Assolutamente. Non avevo alcuna intenzione di diventare un insegnante professionista e penso che tutti quanti fossimo più o meno nella stessa condizione. Ognuno amava l’Arte, praticare… nessuno pensava a diventare un maestro.

RAYMOND KWOK
Recentemente ho letto un’intervista pubblicata su Aiki Journal nella quale Sugano Shihan commentava che oggi la vita di un uchi-deshi è assai più comoda rispetto a quella dei tempi andati, perché, lui dice, a quei tempi gli uchi-deshi “dovevano fare tutte le lezioni”, mentre adesso qualche uchi-deshi non segue le consegne: “oh questa lezione… no, sono troppo stanco… Non mi va di farla…”. Qual’è la sua opinione a questo proposito?

CHIBA:
A essere onesti, non so come sia lo stile di vita di un uchi-deshi di oggi, quindi non posso fare paragoni. Tuttavia, oltre al nostro allenamento, ed era un allenamento molto fisico, noi dovevamo prenderci cura del dojo e dell’ufficio, curare e pulire per conto della famiglia del Maestro, aiutare e prenderci cura di O’Sensei personalmente, andando a fare la spesa, facendo il bucato e cose simili: tutto il lavoro domestico era nelle mani degli uchi-deshi. Non è corretto paragonare la vita degli uchi-deshi di oggi con quella dei nostri giorni. La situazione è del tutto diversa: a quei tempi gli uchi-deshi e il Maestro vivevano assieme, ora sono separati. Anche il chiamarli uchi-deshi, attualmente, secondo me è sbagliato: uchideshi significa studente che vive in casa, interno, che vive assieme.

RAYMOND KWOK
A parte O’Sensei, quando lei era all’Hombu Dojo, chi furono i suoi insegnanti?

Raduno Estivo Aikikai d'Italia 1972: M. Ikeda, K. Asai, H. Tada, T.K. Chiba

Raduno Estivo Aikikai d’Italia 1972: M. Ikeda, K. Asai, H. Tada, T.K. Chiba

CHIBA
Il nostro insegnante diretto era Ueshiba Kisshomaru, poi Koichi Tohei – il Capo Istruttore dell’Hombu e vari altri insegnanti, come Tada Sensei e Arikawa Sensei, tutti insegnanti più anziani di noi.

RAYMOND KWOK
E Osawa padre?

CHIBA
Sì, anche Osawa padre, hai ragione.

RAYMOND KWOK
E’ conoscenza comune che lei, sensei, è famoso per la potenza della sua tecnica. Questo è dovuto all’nfluenza di qualche insegnante in particolare?

CHIBA
Stai parlando di me? (se la ride) No, sono stato influenzato da tutti i maestri che ho menzionato.

RAYMOND KWOK
Sensei, il suo sistema di insegnamento prevede l’utilizzo del jo e del ken, specie per i gradi più avanzati.

CHIBA
Si.

RAYMOND KWOK
Mi risulta che all’Hombu Dojo praticamente non si insegnino più armi. Chi ha influenzato i suoi metodi di insegnamento di jo e ken?

CHIBA
Ho imparato direttamente da O’Sensei. O’Sensei usava molto il jo e il ken, specialmente quando lo accompagnavamo o viaggiavamo con lui. Un uchi-deshi lo accompagnava sempre, e io ero uno tra questi, assieme a Tamura Sensei. Dovevi studiare le armi, preché dovevi fare da uke per lui, con le armi. Non è che avevamo una scelta. Anche Saito sensei studia le armi; lui ha vissuto con O’Sensei per molti anni a Iwama.

RAYMOND KWOK
Ho sentito dire che O’Sensei non ha mai insegnato le armi in modo sistematico: quanto è stato difficile per voi tutti cercare di assorbirle e comprendere?

CHIBA
E’ stato molto difficile.

RAYMOND KWOK
Il suo sistema di allenamento nelle armi è stato influenzato dall’Iwama-style?

CHIBA
Non direi, il mio deriva dalla mia esperienza personale con O’Sensei e penso che sia diverso da quello di Saito Sensei. Per prima cosa, O’Sensei non era più così giovane quando io divenni suo allievo, aveva già 70 anni; e a quel punto era diverso dal momento in cui Saito Sensei aveva iniziato a studiare sotto di lui. Ovviamente io studio armi in modo costante, così le mie idee e la mia esperienza hanno fatto la loro parte.

Un ritratto di T.K. Chiba da giovane

Un ritratto di T.K. Chiba da giovane

RAYMOND KWOK
A lei è stato attribuito il merito di aver creato il sistema del Fuku-shidoin nel suo metodo di insegnamento. Ci può spiegare qualcosa a questo proposito?

CHIBA
Beh, tutto questo è semplicemente basato sul regolamento Internazionale dell’Hombu Dojo. Ci sono due tipi di insegnante: lo Shidoin, che è generalmente autorizzzato a fare esami fino a 1° Kyu, e lo Shihan, che fa gli esami di Dan.

RAYMOND KWOK
Ho sentito dire che ai vecchi tempi alcuni tra gli uchi-Deshi di O’Sensei avrebbero detto che quando O’Sensei insegnava diceva cose che loro avevano difficoltà a comprendere. Lei ha sperimentato questo fatto?

CHIBA
Si, mi è successo.

RAYMOND KWOK
Ci sono degli aneddoti personali su lei e O’Sensei che potrebbe condividere con noi?

CHIBA
Prima di tutto mi ricordo come era bello, con il suo forte corpo, la perfetta postura, la maniera in cui camminava, il modo perfettamente bilanciato in cui sedeva… Io lo accompagnavo nei suoi viaggi di istruzione. Dovevamo prendere il taxi per arrivare alla stazione ferroviaria, poi io dovevo andare a comprare i biglietti e lui non mi aspettava: scendeva dal taxi e si inoltrava nella stazione, senza biglietto, incedendo in modo sublime. Poteva entrare in stazione senza avere il biglietto e nessuno gli diceva nulla. Io invece dovevo comprare i biglietti e per fare questo ci vuole tempo; poi lo dovevo raggiungere, con la mia borsa e la sua in entrambe le mani. Nella mia borsa ci sono anche le armi. In qualche modo devo aiutarlo… con una mano tenevo le borse, e intanto lo spingevo su. Quando lui scendeva, bisognava offrirgli la propria spalla destra, di modo che lui potesse appoggiarsi e scendere lentamente. Non aspettava mai.
Quando eravamo in viaggio, prendevamo sempr stanze comunicanti. O’Sensei dormiva nella stanza principale e io in quella di servizio; fra le due vi era una porta scorrevole. Era un uomo anziano, e di notte era sicuro che si sarebbe alzato per andare al bagno: allora entrava nella mia stanza, si avvicinava e se mi trovava addormentato… era la fine. Non ti avrebbe mai più usato, capisci, perché dal punto di vista marziale saresti già morto: avrebbe potuto ucciderti. Per cui bisognava rimanere costantemente svegli, non si poteva dormire.

RAYMOND KWOK
Niente dormire?

CHIBA
Niente. Per i primi tre anni niente dormire, perché quando lui si alzava, bisognava essere pronti ad aprire le porte scorrevoli, accompagnarlo al bagno, aiutarlo con i suoi bisogni corporali, lavare le sue mani e portarlo di nuovo a letto. A quel punto si poteva rimettersi a dormire, se uno ci riusciva, dopo giorni e giorni di allenamento per tutto il giorno, viaggi in treno e via dicendo, per due settimane di seguito. Si finisce per essere sfiniti, esausti.

Morihei Ueshiba

Eravamo marzialisti, non potevamo permetterci di farci trovare addormentati…

RAYMOND KWOK
Che cosa succedeva se lui si svegliava e l’otomo non se ne accorgeva?

CHIBA
Non avrebbe mai accettato una cosa del genere e noi lo sapevamo. Eravamo dei marzialisti e non potevamo permetterci di farci trovare addormentati quando qualcuno entrava nella nostra stanza.

RAYMOND KWOK
Dovevate vivere in una sorta di Zanshin permanente?

CHIBA
Esattamente. O’Sensei non scherzava mai, inoltre nel sistema giapponese fra maestro e allievo non è prevista comunicazione orale. Io non gli parlavo e lui non parlava con me. I nostri viaggi più lunghi durarono tra due e cinque settimane, ma senza una parola. Due settimane in intere in completo silenzio, a parte l’occasionale “Voglio del tè”. Quel tipo di relazione maestro-allievo è terribilmente rigido, e a quei tempi in Giappone funzionava così.  Sai che c’era persino la prescrizione di non camminare calpestando l’ombra del maestro? e di non dormire con i piedi che puntano verso di lui? Era una forma di educazione estremamente severa.

RAYMOND KWOK
Sensei, questa domanda potrebbe risultare un po’ personale: lei ha la reputazione di essere forte, molto forte. In verità, prima di venire a praticare con lei, ho sentito un sacco di storie a suo proposito e alcuni mi hanno detto che se non si sta attenti, ci si può ritrovare con le braccia rotte, come è successo in passato; la gente ha paura matta di lei. Le spiacerebbe fare qualche commento in proposito?

CHIBA
Non saprei… Beh, mettiamola in questo modo: quando io ero allievo all’Hombu Dojo, non c’era molta gente nel dojo. Per intenderci, le lezioni più frequentate erano di una ventina di persone. La maggior parte di quelli che praticavano in quel periodo erano marzialisti affermati, gente esperti e bene allenata.  Venivano a causa della fama di O’Sensei, perché volevano studiare Aikido sotto di lui. Erano guerrieri, e ognuno era matto in quella sua passione di percorrere la via. Studiavamo come fare male alla gente, questo è tutto… niente compromessi.
O’Sensei si arrabbiava moltissimo durante le dimostrazioni se qualcuno degli Shihan eseguiva grandi movimenti circolari. Arrivava al punto di interrompere quel tipo di movimenti, e si infuriava per davvero. Era difficile fare dimostrazioni in presenza di O’Sensei. Allora cosa facevamo? Lo portavamo via, presso una stanza separata e ce lo tenevamo. Gli offrivamo dolcetti – ne era goloso – dolci giapponesi e facevamo venire qualche ragazza giovane e carina, vestita elegantemente, per intrattenerlo, di modo che non vedesse quello che succedeva nel dojo. Era troppo imbarazzante, capisci… essere interrotti molte volte nel mezzo di una dimostrazione…

RAYMOND KWOK
Ho sentito dire che negli ultimi anni della vita di O’ Sensei, quando lui proiettava qualcuno, c’era gente che diceva di non aver sentito che lui li stava proiettando: cioè come se O’Sensei potesse farlo senza il minimo sforzo fisico.

CHIBA
E’ vero. Questo è quello che succede quando una persona raggiunge la perfezione… non sono molte le persone che possono farlo. Io gli ho fatto da uke per molti anni, ma non ho mai sentito dolore.

..

Nel momento in cui uno decideva di usare la forza, gli ritornava indietro e cadeva da solo

nel momento in cui uno usava la forza, ti ritornava indietro e cadevi da solo

RAYMOND KWOK
Mai?

CHIBA
Mai, neppure una volta. Qualsiasi tecnica mi facesse – Nikkyo, Shiho Nage o Kotegaeshi – non causava dolore.

RAYMOND KWOK
Ma com’è possibile?

CHIBA
Questa è la perfezione: tu finisci per perdere l’equilibrio, ma senza sentire male. Qualsiasi parte del suo corpo uno toccasse – di dietro, ovunque – “bang!” – impatto – kokyu.. era capace di concentrare istantaneamente il suo “Ki” in qualunque parte del suo corpo e… “bang, bang”, nel momento in cui uno usava la forza, gli ritornava indietro e cadeva da solo! (ride).

RAYMOND KWOK
Era un uomo speciale, vero?

CHIBA
Molto speciale.

RAYMOND KWOK
Siamo arrivati alla mia ultima domanda: qual’è il segreto della sua forza?

CHIBA
La mia passione per l’arte (ride). Per diversi anni di fila non ho chiuso occhio per intere notti per pensare a una determinata tecnica… a volte mi arrivava un’immagine in testa e svegliavo mia moglie: “Alzati!” e la usavo come uke. Il segreto è nel continuare a studiare e praticare.

Tratto da http://www.ymcaaikido.com/IntChiba.html
Riprodotto e tradotto grazie alla gentile autorizzazione di Raymond Kwok
Traduzione Italiana di Simone Chierchini ©2013
Ogni riproduzione non autorizzata è severamente proibita

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3 thoughts on “Faccia Faccia con Chiba Sensei

  1. Che bel pezzo di vita vissuta, c‘è molta nostalgia nel racconto del Sensei…un amore fraterno per i. compagni di dojo e per O‘Sensei….Aikido è anche Emozione!
    un saluto Ovo san

  2. Si ha ragione Osvaldo, ci vuole emozione. Non è per nulla incompatibile col vuoto mentale, con lo zan shin e tutti gli altri concetti che, se esclusivizzati, divengono luoghi comuni.
    Il mio primo maestro Pasquale Aiello, ebbe un avambraccio fratturato da Chiba sensei. Quando alzò l’altro braccio in segno di resa e per proteggersi, Chiba sensei glielo afferrò e gli ruppe pure il secondo. Risultato: uno stage passato a guardare…
    Nel 1974 mi trovai con lui a Padenghe; girava sul tatami e praticava con gli allievi, facendo da tori e da uke. Con me fu gentilissimo, forse perché portavo la cintura bianca.

    “Nel momento in cui uno usava la forza, gli ritornava indietro e cadeva da solo.”

    “Qualsiasi tecnica facesse, nikyo, shihonage o kotegaeshi, non causava dolore”

    “Qualsiasi parte del suo corpo uno toccasse -di dietro, ovunque- “bang” -impatto- kokyu…e cadeva da solo”

    Tutti dettagli osservati con puntualità. Come mai hanno fatto altro, o se lo hanno capito, e nella misura, perché non lo hanno insegnato?
    Bannen Aikido è assolutamente questo: chi attacca cade, per la forza di gravità, perché la sua energia gli si ritorce contro. Non perché lo spinge l’ego di tori.
    Se questo è l’opera di un kami, allora per favore smettiamo di dire che facciamo Aikido; è fuori portata. Almeno facessimo del budo…
    Ma non è l’opera di un kami, era quello che Osensei avrebbe voluto che praticassimo.
    Angelo Baka Armano

    • Non solo non l’hanno insegnato, ma evidentemente non gli interessava troppo, perché poco sopra viene detto che nel dojo si allenavano a cercar di imparare come fare male alla gente…

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