I Livelli della Pratica

Elements

“Io sono l’Universo!”

Un noto detto recita: “Quando l’allievo è pronto, il Maestro arriva”; a volte non si tratta di un istruttore in carne ed ossa, a volte colui che arriva, come intuizione o fulminea decisione, è il nostro Maestro Interiore, che ci mostra una Verità da sempre sotto gli occhi eppure mai vista, che ci aiuta a guardare in modo nuovo una situazione, un concetto, una realtà che credevamo conosciuta e familiare

di CARLO CAPRINO

Succede a volte che questo avvenga grazie ad episodi o strumenti che apparentemente nulla hanno a che fare col risultato conseguito: la mela di Newton, il bagno di Archimede, la muffa di Fleming sono alcuni tra i tanti esempi che si possono fare a questo proposito.

Qualche tempo fa, riflettendo sui sacrifici che un praticante marziale deve affrontare lungo il suo cammino, l’ho paragonato ad una katana, la celebre spada giapponese orgoglio dei guerrieri Samurai. Lo spadaio nipponico, per dare vita alle lame che ancora oggi restano ammirate ed ineguagliate, partiva da sabbia ferrosa (satetsu) ottenendo quello che veniva chiamato “metallo gioiello” (Tamahagane) grazie all’azione del fuoco ed all’incessante lavoro del martello. Per giungere ad essere perfetto il ferro doveva essere lavorato con impegno e costanza, al prezzo di sudore e fatica.

Ma se il praticante può essere paragonato al Metallo, a cosa possiamo paragonare gli altri componenti dell’universo secondo la filosofia tradizionale, ovvero Terra, Acqua, Aria e Fuoco? Alla pratica stessa, è stata la mia risposta, ovvero ai vari livelli di questa.

Questo è vero, ritengo, per qualunque pratica e disciplina; io pratico Aikido e la scelta è caduta su questa Arte marziale giapponese, probabilmente un danzatore, un pittore o uno scultore potrebbero trovare le stesse corrispondenze con le rispettive Arti. Quindi il presente tentativo di relare la pratica dell’Aikido con una serie di simboli del macrocosmo universale e del microcosmo umano, dagli animali simbolo degli evangelisti cristiani agli organi anatomici, se da una parte sfiora il sincretismo, dall’altra vuole essere solo uno dei tanti percorsi che ciascuno di noi può percorrere per trovare il simile nel dissimile.

L’idea, poco originale in verità, è quella di evidenziare come alcune pratiche, simboli e significati siano collegati a dispetto delle enormi distanze segnate nel tempo e nello spazio, marcando una Via che si presenta sempre uguale a sé stessa, pur nelle sue differenze, agli occhi di chi sappia guardare.

O’Sensei Ueshiba, il fondatore dell’Aikido, diceva: “Io sono l’Universo!” ed in questo non peccava di megalomania ma riprendeva il messaggio che, nei secoli, i Maestri illuminati offrivano ai loro discepoli: “Conosci te stesso e conoscerai il mondo e gli Dei” affermava l’oracolo di Delfi; l’anima di ogni uomo, scintilla caduta ma non perduta, può tornare a godere dell’ineffabile Divino, predicavano sia Krishna che gli gnostici del cristianesimo primitivo; “Ascoltate dentro di voi, e guardate nell’infinito dello Spazio e del Tempo. … Cosa fanno gli Astri? Cosa dicono i Numeri? Cosa valgono le Sfere? O anime, perdute o salvate, essi narrano, cantano, valgono – il vostro destino!” è riportato nel Frammento di Ermete Trimegisto che ci guida nei misteri dell’Egitto. Se è vero il detto “En to Pan” – Tutto in uno – ogni nostra azione ci fa muovere lungo la Via, ogni minuscolo organismo è parte e specchio, componente e frattale, del macrocosmo universale.
Parlo dell’Aikido ma questo è solo il mio dito, che ciascuno dei lettori scelga la luna da ammirare.

L’argomento richiederebbe per la sua natura spazio e conoscenza che non possiedo, se non in minima parte; spero comunque che queste brevi note possano essere da stimolo e sprone ai lettori di buona volontà per un maggiore approfondimento. Prima di cominciare, alcune precisazioni: parlare di Aikido è parlare di fisico, mente e spirito nello stesso tempo; non vi è corretto addestramento dell’uno senza il coinvolgimento degli altri, così, quando parlo di corpo, si intenda con questo una indicazione e non una limitazione, comprendendo in questa definizione il corpo fisico, quello mentale e quello animico, che ciascuno potrà e vorrà sviluppare secondo le proprie capacità e possibilità.

Ancora, in queste note cito Ercole, il mitico eroe della mitologia classica figlio del divino Zeus e della mortale Alcmena, che rappresenta simbolicamente l’uomo mortale con la sua essenza divina che Dante Alighieri (e non solo) considera il prototipo dello studioso, dell’iniziato e, per traslato, del praticante che respinge una vita facile e comoda ed affronta un viaggio lungo e faticoso alla scoperta di sé stesso e dell’Universo.

La terra è tradizionalmente collegata al Toro

La terra è tradizionalmente collegata al Toro

KO-TAI, IL “CORPO RIGIDO”
Il primo livello della pratica è quello del “KO-TAI”, del praticante dal corpo rigido e impacciato che poco o nulla si adatta all’azione dall’avversario, limitandosi a reagire a questa basandosi soprattutto sulla forza muscolare.
Questo livello è caratterizzato da una sorta di “egocentrismo” che vede l’avversario come “altro”, come entità distinta e separata da sé stesso.
A questo livello possiamo far corrispondere lo stadio “terra”, che è l’emblema stesso della materialità e della consistenza, un elemento solido che ha un suo peso ed un suo volume e che conserva una forma che può essere modificata solo a prezzo di grandi sforzi e con l’aggiunta dell’elemento “acqua”, che la rende più plastica e malleabile. La “terra” rappresenta quindi la sostanza grezza e bruta, la pietra da sgrossare come principio dell’opera di perfezionamento del praticante.
Alla stato “terra” possiamo far corrispondere come organo anatomico lo stomaco: come la terra fornisce nutrimento agli esseri viventi, così lo stomaco provvede al nutrimento dell’essere umano, rappresentando la prima e più importante tappa nella elaborazione che vede la materia trasformarsi in energia. Oltre che allo stomaco, lo stadio “terra” può riferirsi alla milza, che produce globuli bianchi e globuli rossi del sangue, questi ultimi incaricati di distribuire l’ossigeno, e quindi il nutrimento, l’energia e la vita stessa, fino nei più reconditi recessi del corpo umano.
Ancora lo stadio “terra” può riferirsi al Toro, uno degli animali che insieme ad Aquila e Leone più spesso ricorrono nella mitologia di tutti i tempi e di tutti i popoli, considerazione questa che merita di essere approfondita prima di proseguire in queste note.
Da tempo immemorabile questi animali sono esempio di qualità e difetti dell’Uomo, li ritroviamo nello zodiaco di Rama, nella Sfinge egiziana, nella Apocalisse di Giovanni, nelle visioni profetiche di Ezechiele e come simbolo degli evangelisti canonici. Si può bene immaginare quanto ci sarebbe da dire in proposito e quindi perché questi animali siano parte dell’immaginario collettivo oramai da secoli e perché non sia poi così pellegrina la loro citazione in queste righe.
Il Toro quindi, animale che è protagonista della ottava fatica di Ercole nell’isola di Creta, dove Nettuno, aveva punito Minosse per non aver eseguito i sacrifici a lui dedicati mandando nell’isola un toro ferocissimo, che l’eroe catturò vivo e condusse a Micene. Nello zodiaco il segno del Toro rappresenta gli istinti in genere e l’istinto sessuale in particolare, la brutale forza animale della lotta
per la sopravvivenza, quindi la parte più rozza e animalesca dell’uomo.
Ma il Toro è anche Bue, il placido compagno di lavoro dell’agricoltore; più forte, docile e resistente del cavallo nel tirare l’aratro che, non a caso, dissoda la terra e la rende fertile e pronta alla coltivazione. Il Bue è uno degli animali che, nel presepe classico, riscalda il Cristo bambino; il bue, o meglio il vitello, è la vittima che nel corso dei secoli i sacerdoti sacrificavano sull’altare per implorare la benedizione divina.
In uno sforzo di sintesi tutto ciò ci dice che perché l’Uomo possa tendere al divino deve iniziare a sacrificare i suoi istinti, la sua parte animale, non tanto negandola/eliminandola, poiché questa è e rimane parte di sé, quanto domandola e facendola lavorare a proprio vantaggio. Trasformare il Toro feroce in Bue mansueto perché questo ci aiuti a dissodare la nostra Terra intima rendendola pronta a dare i frutti che meriteremo col nostro lavoro costante.
Ma neppure la terra più fertile può dare frutto se non irrigata con l’acqua che da’ la vita, e questa considerazione ci porta al livello successivo.

Water

Acqua, il forte vince il debole

JU-TAI, IL “CORPO FLESSIBILE”
A questo livello l’azione del praticante diventa morbida e plastica, apparentemente cedevole; si adatta all’avversario (anche se con un certo sforzo cosciente) come l’acqua, che ha un suo peso e un suo volume ma assume la forma del contenitore (ovvero non si contrappone in maniera ostinata) pur senza rinunciare a sé stessa (l’acqua, come tutti sanno, è incomprimibile). Ci si adegua all’altro, pur rimanendo ben distinti da questo.
Diminuisce l’uso della forza fisica pura e semplice e inizia a farsi strada il concetto di “awase”, di armonia, di unione con l’avversario, con la sua forza, con la sua intenzione, per guidarla e indirizzarla, come si farebbe con un fiume di cui si vuole sfruttare la corrente.
Come insegna il Tao-Te-Ching, il forte vince il debole, il morbido vince il duro, e la placida acqua può trasformarsi in una potenza inarrestabile che distrugge e travolge la più imponente delle dighe.

L’acqua quindi che può essere guidata e incanalata “accordandoci” con lei, che può essere contenuta in una mano aperta a coppa ma non stretta in un pugno; acqua che può essere foriera di prosperità, come nelle risaie cinesi o nelle pianure del Nilo, se guidata ed accettata, o portatrice di lutti e distruzioni se ci si illude di poterla dominare, come ci ricordano la tragedia del Vajont, o le alluvioni di Firenze o di Sarno, solo per rimanere nell’ambito della cronaca attuale.
Alla stato “acqua” possiamo far corrispondere i reni e la vescica urinaria, che provvedono a filtrare ed espellere le impurità, a “lavare via” quanto di negativo e dannoso abbiamo dentro di noi, mentre tra gli animali citati in precedenza è il Leone quello che corrisponde a questo livello, il leone come l’acqua, placido e maestoso ma capace di passare in un attimo alla azione più feroce e spietata.
Questo animale è il protagonista della prima delle fatiche di Ercole, che lottò col leone di Nemèa, invulnerabile mostro nato da Tifone e da Echidna. Per vincerlo l’eroe lo colpì con le frecce con la clava per poi soffocarlo, scuoiarlo e servirsi della sua pelle come abito, ricoprendosi il capo con la testa della fiera.
Secondo l’interpretazione della studiosa Alice A. Bailey, il leone rappresenta la personalità egoica che bisogna uccidere per far posto al disinteresse, mentre secondo il filosofo O.M. Aivanhov, l’atto indica che bisogna “vincere la fierezza orgogliosa e l’ostinazione del Leone, e sviluppare la sua nobiltà, la sua grandezza, la sua rettitudine”, trasformando, come nel passaggio da Toro a Bue, i difetti in virtù.
È da notare come la pelle del leone diventi l’abito di Ercole, il che significa che il praticante, giunto a questo stadio potrà, anzi dovrà, “mettersi nei panni” del suo avversario, comprenderne le sue ragioni, le sue paure, i suoi pregiudizi, e solo una volta fatto questo, solo una volta “entrato in lui” come acqua nel contenitore, potrà non vincerlo ma con-vincerlo, guidandolo sulla retta Via.
In Aikido questo concetto è alla base, come detto in altra nota, della fondamentale pratica del “Tai-No-Henko”, letteralmente “il corpo che si adatta”, l’esercizio con cui si aprono tutte le sedute di allenamento che nell’aspetto pratico è la base per tutte le tecniche di evasione e controllo circolari e nell’aspetto spirituale è un offrire una mano all’avversario, accettare il contatto senza subire la sua forza, ruotare assumendo il suo punto di vista senza esserne soggiogati, controllare senza violenza ma con decisione, al fine di mostrare all’avversario (ed a noi stessi!) la vanità dell’attacco senza per questo ispirare in lui rancorosi desideri di vendetta e rivalsa.
Se il cammino del praticante proseguirà nella giusta direzione, egli potrà aspirare a raggiungere allora il livello successivo.

Aquila

L’Aquila, la regina dei cieli

RYU-TAI, IL “CORPO FLUIDO”
Giunta a questo livello la tecnica, pur conservando la sua fisicità, è libera e mobile e possiede quindi, come l’aria, un suo “peso”, ma perde forma e volume; in altri termini, non solo ci si adatta all’altro, ma lo si permea e ci si miscela in maniera quasi indistinguibile. Se si versa olio nell’acqua i due liquidi rimangono identificabili ancorchè mescolati ma liberando un gas nell’aria risulta impossibile separare poi l’uno dall’altra.
Aumenta l’impiego dello “awase”, in cui il praticante tende a diventare un tutt’uno con l’avversario e quasi scompare l’uso della forza fisica, “quasi” perché, pure se impalpabile ed invisibile, l’aria conserva una sua minima fisicità, ed in quanto tale una sua forza che si può trasmettere e impiegare, come ben dimostrano i tanti impieghi dell’aria compressa nelle applicazioni industriali o la potenza devastante di tifoni e cicloni.
All’aria possiamo far logicamente corrispondere il polmone, l’organo attraverso cui avviene la respirazione, ed il fegato, che invece, producendo la bile, consente il processo della digestione; entrambi sono fenomeni che prevedono uno “scambio” tra esterno e interno del corpo umano, l’uno per prelevare ossigeno ed emettere anidride carbonica, l’altro per elaborare i cibi e trarne nutrimento ed energia.
L’animale che associamo all’aria non può che essere l’Aquila, la regina dei cieli, che simbolicamente è la versione antica dello Scorpione, conosciuto anche come Serpente, Drago o Fenice.
Sotto questa forma la ritroviamo nelle fatiche di Ercole, come Idra di Lèrna, mostro il cui corpo era per metà quello di una bella ninfa e per metà quello di un serpente o drago con sette teste (numero che già ai tempi della filosofia pitagorica era considerato il simbolo dell’unione del mondo umano con quello divino) che rinascevano appena recise. Ercole l’affrontò e dopo aver bruciato le teste mortali per impedire che si riproducessero, finì il mostro. L’Idra di Lerna rappresenta nello zodiaco lo Scorpione, sede astrologica dell’istinto sessuale.
E’ un passo avanti rispetto alla forza istintuale e cieca del Toro; mentre questo si manifesta in modo rozzo ed evidente, qui abbiamo a che fare con un “modus operandi” più sottile ed ambiguo, invisibile ed impercettibile proprio come l’aria. Suggestioni, malìe, fascinazioni di cui non ci rendiamo quasi conto che richiedono il dominio attento e costante dell’istinto: l’Idra ben rappresenta la forza della lussuria, alla quale, nonostante si cerchi di tagliare le sue numerose teste, queste ricrescono con vitalità frustante. Lottare contro l’istinto, servendosi semplicemente della repressione e cercando di annientare questa potente forza soltanto con la volontà o peggio, con la coercizione, non porta alla vittoria: è necessario trasformare l’istinto in qualcos’altro, raffinarlo, elaborarlo e depurarlo delle sue scorie nocive. Come Ercole per vincere usa il fuoco, simbolo dall’amore sacro, così il praticante deve far si che il Tanden, il punto vitale nell’addome da cui emana l’energia vitale e spirituale (corrispondente all’incirca al Manipura Chakra) diventi un atanor, una fornace dove le nostre virtù come comburente e le nostre paure ed i nostri difetti come combustibile alimentino la fiamma capace di fondere e forgiare un uomo nuovo.

Spiritual body

Il corpo spirituale possiede l’immensa forza del Fuoco

KI-TAI, IL “CORPO SPIRITUALE”
E’ l’ultimo livello, quello in cui scompare completamente la parte fisica e si afferma la parte spirituale. L’avversario non viene neutralizzato “dopo” o “durante” il suo attacco ma addirittura “prima” che questo abbia fisicamente luogo. E’ l’immensa forza del fuoco, insieme di luce e calore, che si esprime nonostante non abbia nessuna consistenza materiale, nonostante non abbia peso, volume e forma. Il fuoco distruttore e purificatore, il fuoco che ha divorato capolavori ed intere città e che ha permesso il progresso dell’uomo, consentendogli di elevarsi dalla primitiva condizione di cavernicolo a quella di viaggiatore delle stelle.
Il fuoco, rubato da Prometeo agli dei, è la conoscenza che questi fornisce agli uomini a prezzo della sua vita, è l’Uomo che si sacrifica per il bene degli altri, è l’Uomo che annulla se stesso, rinunciando ad essere un Uno egoista perché si riconosce nel Tutto universale.
L’organo del corpo umano legato a questo livello è il cuore, sede delle emozioni e fonte e simbolo della vita stessa, il sacro cuore di Gesù donato per la salvezza degli uomini, il cuore della vittima sacrificale immolata sugli altari delle piramidi dei popoli precolombiani per invocare l’aiuto divino. A questo livello c’è l’uomo, unico animale in grado di produrre e dominare il fuoco, di usarlo per cucinare il cibo, per forgiare i metalli, per cuocere il vasellame d’argilla, per illuminare e riscaldare la sua casa.
Dall’Uomo-metallo siamo partiti ed all’Uomo-fuoco siamo arrivati, in un ciclo che si chiude su sé stesso come un ouroboros, dove il l’adepto ritrova un sé stesso per sempre cambiato, dove il praticante, partito con una candida cintura bianca, la vede via via scurirsi con l’uso, fino a farla diventare nera per poi vederla ancora sfilacciarsi e tendere al bianco, segno e simbolo di una purezza primigenia raggiunta, come nel romanzo “L’Alchimista” di Coelho, dopo un lungo viaggio dentro e fuori sé stesso.
Il Divino a cui aneliamo alberga nel nostro intimo, la scintilla d’essenza è in noi da sempre; è quanto ricorda Krishna ad Arjuna nella imminenza della battaglia decisiva; è quanto Gesù Cristo insegna ai suoi discepoli parlando del Regno dei Cieli; è quanto ciascuno di noi deve scoprire, con i suoi tempi ed i suoi modi, grazie ad una pratica costante ed attenta, ricordando il fondamentale insegnamento di O’Sensei Ueshiba: “Masakatsu Agatsu, Katsuhayabi!” ovvero “La vera vittoria è la vittoria sul sé, oh giorno della fulminea vittoria!”

Con una equazione simbolica che riassuma il tutto, possiamo quindi dire che l’Uomo-Metallo potrà forgiarsi alimentandosi dalla Terra, ristorandosi con l’Acqua, depurandosi nell’Aria e purificandosi col Fuoco (1) in un procedimento che, è bene dirlo, non avanza con una serie di salti ad intermittenza ma avviene con cambiamenti lenti e spesso impercettibili, vissuti con la consapevolezza che il compimento di una fase non è altro che l’inizio della successiva, situazione che, lungi dall’essere scoraggiante, riserva invece il piacere della scoperta e l’entusiasmo del progresso anche al praticante più esperto.

(1) Non è forse un caso che l’acronimo dei termini Terra, Aqua, Aer, Igni che in latino indicano gli elementi da me citati sia T.A.A.I. ovvero lo stesso della Takemusu Aikido Association Italy

Copyright Carlo Caprino © 2011-2013Carlo Caprino
Pubblicato con autorizzazione T.A.A.I.
Pubblicato per la prima volta su:
http://www.taai.it/images/stories/I_livelli_della_pratica.pdf

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6 thoughts on “I Livelli della Pratica

  1. Meraviglioso articolo in esso trovo le prime parole del mio Sensei quando iniziai Aikido, ma tutto torna perché tutto e uno, l aikido e già. in noi, come l universo bisogna saper guardare.

  2. Cari Carlo e Simone,
    mi piacerebbe veramente aver scritto un articolo come questo, ma il merito deve essere ascritto al solo Carlo. E’ opportuno, quindi, depennarlo dalla “serie” Angelo Armano dove è posto per un evidente refuso, e collocarlo in quella Carlo Caprino.
    Carlo è un altro che scrive in modo affascinante.
    Riguardo al contenuto, il progresso nel kitai può essere patentemente improvviso o svilupparsi (anche all’esterno) in modo lento e graduale. Ciò dipende dal “tipo psicologico”. Come ho appassionatamente detto e ribadito in varie mie performances letterarie, le forme in se non significano nulla, senza il costante, personalissimo lavorio interiore di confronto. Anche le corrispondenze simboliche (numeri, posture…) sono vuote ed inerti, senza il mettersi in gioco in prima persona.
    Non portano da nessuna parte.
    Angelo Armano

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