A Proposito di Guerra e Pace

Morihiro saito legge "Budo" di Morihei Ueshiba

Morihiro Saito legge “Budo” di Morihei Ueshiba

Venti anni fa misi piede per la prima volta nel vecchio dojo di O Sensei a Iwama. Allora ero un giovane insegnante inesperto, secondo dan, fiducioso delle mie conoscenze, proprio come si è di solito prima che la vita ci insegni una lezione di umiltà

di PHILIPPE VOARINO

Non dimenticherò mai quella prima lezione. Stavo aspettando, nel modo in cui avevo imparato, che il mio compagno mi attaccasse con shomen uchi, per poi applicare ikkyo omote. Lo feci due volte, forse tre volte, prima che si sentisse un vigoroso dame! che avrebbe marcato, come stavo per scoprire, l’inizio della messa in discussione di tutto ciò che avevo imparato fino a quel momento.

Dame! Sbagliato! Morihiro Saito aveva appena interrotto la lezione. Tutti si sedettero in seiza, con me nel bel mezzo del cerchio, e io fui invitato a ripetere il mio errore. Saito Sensei mi fermò e mi spiegò che O Sensei aveva sempre applicato ikkyo omote attaccando prima e che questa tecnica non sarebbe stata possibile se avessi aspettato l’attacco di uke. Dopo aver terminato la sua spiegazione, si prese gli occhiali e un libro accanto al kamiza e lesse alcune frasi che non riuscivo a capire; poi venne da me, mi dette il libro e gli occhiali di cui avevo bisogno ed ebbi appena il tempo sufficiente per intravvedere alcune foto di O Sensei che illustravano un testo in giapponese.

La lezione si concluse e dato che gli uchi deshi a Iwama dormivano sul pavimento del dojo, di fronte al kamiza, fui in grado di prendere il libro e leggerlo dopo che ebbi sistemato il mio futon per la notte. Avevo tra le mani “Budo” l’unico libro che O Sensei abbia mai scritto. Non riuscivo a capire il giapponese, ma le foto erano chiare: O Sensei in realtà attaccava shomen uchi e poi applicava ikkyo omote.

Qualche anno dopo, la traduzione in inglese divenne disponibile e fui finalmente in grado di capire che cosa Saito sensei avesse letto quel giorno e potei verificare che il testo confermava le immagini.

O Sensei esegue Shomenuchi Ikkyo

O Sensei esegue Shomenuchi Ikkyo

1. Tori: Fa un passo sul lato con il piede destro e immediatamente colpisce l’avversario con la sua tegatana

2. Uke: Cercare di parare il colpo con il braccio destro

3. Tori: Taglia verso terra, mentre tiene il polso destro del suo avversario e controlla il gomito destro

Potrebbe essere più chiaro di così?

Una volta stavo insegnando questi concetti a un gruppo di insegnanti e uno di loro mi disse quanto segue:

Ammetto che la tua spiegazione è logica in termini di dinamica di movimento. Ho letto le spiegazioni scritte da O Sensei e le capisco. Ho visto le foto di O Sensei, che non lasciano spazio ad ambiguità e supportano il testo e quello che tu stai dicendo… Tuttavia trovo inaccettabile che un’arte di pace come è l’Aikido possa dirci di attaccare per primi”.

Da allora ho sentito ripetere lo stesso discorso in molte versioni: “Come può esserci atemi in Aikido?” Come è possibile mai che in Aikido si possano usare le armi?”…

Si può facilmente intuire il pensiero che c’è dietro queste domande: come è possibile che l’amore e la pace usino mezzi propri della guerra?

Qui è dove – obiettori di coscienza o no – bisogna accettare le conseguenze delle nostre idee. E ciò non vuol dire altro se non questo: O sensei che attaccava per primo, che usava atemi, che aveva praticato con le armi praticate fino alla fine della sua vita SBAGLIAVA. O Sensei creò l’Aikido ma, per fortuna, noi lo abbiamo capito meglio di lui. Questo è il significato di fondo sotto a quel tipo di idea di pace.

Noi non abbiamo capito nulla, naturalmente, ma attraverso questo ragionamento, siamo riusciti a ridurre l’ Aikido ad un’arte difensiva. Un aggressore, una vittima. Un bravo ragazzo, un uomo cattivo.

Qui sta la debolezza di quella comprensione: è interamente costruita su una visione morale, una visione soggettiva, cioè in ultima analisi sulle emozioni, su uno stato d’animo… Da ogni punto di vista morale è necessariamente relativa, a prescindere da chiunque la sostenga. “Umano, troppo umano”, scriveva Nietzsche. Come potrebbe essere compresa da questo punto di vista umano – il sottoprodotto di un momento limitato e incompleto di tempo – un’arte il cui obiettivo è quello di far proprio il sistema globale che governa il cosmo intero? Non dimentichiamoci che una volta il buon senso ci portava a pensare senza ombra di dubbio che la Terra fosse piatta.

In altre parole, attaccare non è bene, ma attaccare non è neppure male. L’azione di attaccare non può essere investita di valori morali. Si tratta dell’atto necessario e appropriato in relazione alla condizione del mondo in un dato momento – e non vi è più nulla da aggiungere. L’approccio morale è irrilevante per lo studio e la comprensione di irimi.

Quando si va oltre nella conoscenza dell’Aikido, si può scoprire che i movimenti di tenkan – che sono un modo per ricevere l’attacco a livello di ju tai –  a livello ki tai si trasformano in un processo attivo e complesso che ci consente di chiamare, invitando l’attacco in modo che entri in un ciclo che ci permetta di controllarlo.

A questo punto desidero domandare a quell’insegnante che non accettava che un’arte di pace potesse richiedere di attaccare per primi: qual è la natura di quell’invito, se non una forma superiore di attacco, un attacco senza spirito di opposizione, un attacco che abita le leggi dell’universo, ma tuttavia un attacco? Qui, a mio parere, trovano radici le ragioni profonde che portarono O Sensei a pronunciare quella frase che vine così comunemente fraintesa:

“Non bisogna creare problemi rispetto a cose relative come il bene e il male”.

Raggiungere la pace attraverso le arti marziali è un paradosso, se si rimane alla superficie delle cose. L’offerta di pace dell’Aikido è del tutto reale. Essa è valida perché non è imposta da circostanze esterne, ma perché l’individuo che realizza il percorso dell’Aikido non può vedere il mondo se non attraverso l’Aikido. Ma di quale pace stiamo parlando? Non del tipo di pace che le nostre abitudini mentali e intellettuali ci fanno spontaneamente identificare.

Liberarsi di questi vincoli morali e della cecità che creano richiede tempo, molto tempo. L’Aikido richiede di rinunciare ad alcune concezioni, e non si adatta agli uomini che vanno di fretta. Il giovane insegnante che un tempo ero avrebbe beneficiato di questo consiglio: cerchiamo di mostrare un po’ di umiltà, diamo fiducia a questa arte straordinaria e all’uomo che l’ha scoperta e, soprattutto, prima di tutto, cerchiamo di essere pazienti!

Philippe Voarino, Howth, 16 Ottobre 2005

Copyright Philippe Voarino© 1996-2012 

Tutti i diritti riservati. Ogni riproduzione non autorizzata è strettamente proibita
Fonte: http://www.aikidotakemusu.org/en/articles/war-and-peace

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One thought on “A Proposito di Guerra e Pace

  1. “Se vuoi disarmare il nemico, parti per primo”.
    Invece di argomentare a modo proprio, mentalmente, cosa sia un’Arte della Pace, sarebbe bastato a quel contraddittore di Philippe Voarino aver letto le parole di Osensei. E poi scegliere se voleva fare l’arte di Osensei o un Aikido a modo suo…
    Ma quelli che la pensano così, è perché hanno imparato dai loro maestri, a loro volta poco preoccupati delle contraddizioni che ammannivano, tra petizioni di principio altisonanti e pratica troppo umana…per parafrasare Nietzsche come fa pure Voarino.
    L’Arte della Pace si fa evidente (e sarebbe interessante collocare storicamente, nell’arco dell’evoluzione dell’Aikido, come e quando certe parole siano state proferite da Morihei Ueshiba) come prassi riconoscibile nell’ultima parte della vita del Kaisho. Condivido l’allusione al Kitai, come espressione patente della non violenza, dove il tanto vituperato atemi, diviene to ate…quello che anche Shigeru Egami, mostro sacro del karate e allievo diretto di Funakoshi, andò ad apprendere da Noriaki Inoue, il nipote di Osensei. Inoue fu colui che ne condivise l’incontro con Sokaku Takeda e l’apprendimento da zero del Daito ryu, collaborando da principiante a principiante con lo zio Morihei.
    Al momento della redazione di Budo, però, l’Aikido non si chiama ancora Aikido, non è l’Aikido, ma ancora il Daito ryu, pur con tutti gli equivoci della auspicata emancipazione in itinere da Sokaku Takeda. Molta acqua sarebbe passata sotto i ponti e molte trasformazioni nella psiche di Osensei per arrivare alla distillazione del suo individuale gioiello, perfettamente coerente con quello che diceva, spiritualmente ispirato. “Budo” è un dato documentale importante, un percorso di strutturazione marziale e di avvicinamento all’Aikido. Avvicinamento…
    Ma, come ho avuto l’ardire di affermare nel mio libro, l’Aikido spiritualmente, sostanzialmente, ideologicamente, filosoficamente, psicologicamente…francamente è il Kitai, o il Kyu shin, o Chikara Nuki che dir si voglia .
    Venite anche solo a vedere Hirosawa sensei per capire quanto sia reale, possibile, evidente tutto questo.
    Angelo Armano

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