Due Risate Non Hanno Mai Ucciso Nessuno…

…«Lei di scuola di Maestro Fujimitsu. Molto bravi. Specie bravi a cadere»…

Che non ci si venga a dire che su Aikido Italia Network si tratta solo di temi seriosi: dopo aver affrontato tematiche anche spinose, e’ arrivata l’ora di farsi quattro sane e grasse risate sulla nostra beneamata arte e sui suoi protagonisti, anche perche’ chi non e’ in grado di ridere di se’ stesso e di cio’ che fa e’ un povero di spirito. Tratto dal romanzo “Narrando Viaggiando” di Simone Chierchini, godetevi il racconto di una tragicomica lezione in un non meglio identificato dojo dell’Alto Lazio diretta da un “fantomatico” Maestro Hosohara

di SIMONE CHIERCHINI 

CAPITOLO VENTICINQUE
Erano le nove della sera; nonostante il loro agitato girovagare di quei primi due giorni di viaggio, avevano deciso comunque di andare a scaricare un po’ di stanchezza e tensione nella palestra di Ladispoli. La residua parte del pomeriggio era rapidamente trascorsa in montaggi di targhe e vani tentativi di ammansire Nikyo dalle delusioni amorose; fino al momento di salire sul tatami, tuttavia, era rimasto furibondo come un cane barboncino dopo la tosa.
«Statemi alla larga» aveva sibilato ai quattro rapitori, pochi istanti prima del saluto «che se vi incrocio vi demolisco! Uuuh… tenetemi, che spacco tutto! Una bionda così alta, e ci stava pure! Ve la farò scontare, brutti idioti…».
Alla lezione che il famoso Hosohara stava per impartire, si erano insomma presentati in perfette condizioni. Soprattutto la mente di Nikyo era sintonizzata sulle celesti arpe che intonano gli inni dell’armonia universale tra gli esseri.
Al loro arrivo in palestra, l’assistente-capo li aveva accolti cordialmente. Aveva riconosciuto Lucio per averne visto la foto in una rivista di Aikido, per cui li aveva accettati a lezione, dopo un rapido conciliabolo con il Maestro.
Gli autoctoni, quando i forestieri erano saliti sul tatami, avevano scrutato con sospetto i nuovi venuti, ma poi, considerata la scarsa massa delle due cinture nere, erano passati ad un simbolico sorriso di benvenuto.
«Gassho-ho! Concentrazione…» disse improvvisamente il Maestro Hosohara, rompendo il profondo silenzio dei praticanti mediante un secco battito di mani. Gli aikidoisti giunsero le mani sollevandole all’altezza del petto; un profano avrebbe potuto pensare che stessero pregando.
«Ai! Va bene!» fece Hosohara dopo qualche secondo «Ginnastica… prego».
Il tatami si animò di colpo, e un infinità di braccia e di gambe presero a torcersi e divincolarsi in mezzo a mille respiri e gemiti, scanditi dalle direttive del Maestro, che proponeva i movimenti da eseguire.
A Ladispoli la palestra di Aikido era stata ricavata all’interno di un circolo sportivo. Il luogo era dunque in coabitazione, e capitava spesso che si praticassero promiscuamente le attività più disparate.
Quella sera, ad esempio, al di là di una sottile cortina di bambù e carta di riso, che separava il tatami di Aikido da un altro locale, quattro vitelli laziali ansimavano in mezzo alle macchine dei pesi; un continuo metallico cigolio segnalava al mondo le loro fatiche, spremute nel tentativo di aggiungere qualche altra decina di chili di ciccia a quella che già possedevano.
È noto, infatti, che i praticanti di body building somigliano nelle loro agili e slanciate figure a quegli ometti rigonfi con cui la Michelin pubblicizza i suoi prodotti; quando finalmente, d’estate, possono esibire alla gente le proprie gommose membra modello orango tango, sulle spiagge i bagnini temono, perché con la loro delicata mole costoro sfasciano le sdraio, e anche perché sono spaventosi da rimorchiare una volta finiti a fondo, cosa che capita con estrema facilità, data l’eccessiva zavorra.
«Ai! Iniziamo allenamento di Aikido» disse Hosohara, interrompendo il riscaldamento «Vuole provare, per cortesia?».
Il Maestro puntò l’indice verso la lunga fila di allievi, che prontamente era scattata a schierarsi in ginocchio sul lato lungo del tatami. Il dito d’acciaio del giapponese era inflessibilmente ed inequivocabilmente diretto verso Stefano Monfalcone, e lo invitava ad assisterlo nella spiegazione della tecnica da eseguire.
«Chi, io?» balbettò il lungagnone, accorgendosi di star battendo i denti.
«Lei di scuola di Maestro Fujimitsu. Molto bravi. Specie bravi a cadere».
Lucio piantò una gomitata nel fegato di Stefano, che si alzò con la decisione e la velocità di una tartaruga asmatica, avanzando quindi verso il centro del tatami, ove Hosohara lo attendeva in posizione di guardia.
A Monfalcone, che l’aveva visto solamente in foto, fece un’impressione terribile: il giapponese era alto non più di un metro e sessanta, ma ad occhio e croce doveva pesare sugli ottanta chili. Aveva mani come vanghe e polsi tipo palo della luce; la testa era grossa come una palla da basket e per di più rincalcata sul collo modello rinoceronte; sotto si estendeva una specie di cubo di muscoli, terminante in una coppia di piedi con cui si sarebbe detto trattasse da pari a pari con un bulldozer.
«Attaccare con pugno chudantsuki su mio ventre» ordinò il Maestro.
Stefano sentì che le gambe gli diventavano di gelatina. Caricò tuttavia il pugno, tirandolo verso il bacino e ruotandolo su se stesso, e si lanciò all’attacco, sperando nella benevola protezione della Madonna e rimpiangendo la mai troppo apprezzata scrivania alla SIP.
Il pugno, invero, gli riuscì forte e ben calibrato, e si stampò con un botto sordo sull’addome di Hosohara, che non mosse neppure un sopracciglio.
Gli allievi fecero: «Ooohh…» ma il Maestro li zittì subito con un gesto, iniziando poi a parlare.
«Con concentrazione è possibile entrare in stato di non-dolore. Provare a coppie, prego». Con un repentino inchino congedò Monfalcone, che per un attimo aveva temuto che il Maestro volesse dimostrare con le sue budella l’esatta applicazione del colpo.
Si formarono rapidamente le coppie, e presto l’ambiente fu pervaso da tanti piccoli colpi sordi, simili per intensità. Pareva proprio che, concentrazione o non concentrazione, nessuno ci tenesse più di tanto a mostrare che cosa aveva mangiato a merenda.
Hosohara se ne accorse quasi subito: «Ai! A posto!» urlò tra l’arrabbiato e il deluso. «Non buono praticare Aikido come tirchio; vostra generosità ricorda me di genovese, che tutte volte che vado a fare stage mi manda in pensione buona per topi. Voi deve dare tutta sua energia, come fa uomini ciccioni di body building».
E fece un cenno all’assistente-capo, che pronto si diresse verso il separé e lo chiuse a fisarmonica, rivelando alle sue spalle lo spettacolo dei quattro suddetti vitelloni che, in mutandine firmate, erano intenti a pompare tra i pesi.
«Lei, prego, signore grasso» riprese, rivolgendosi ad uno dei culturisti «vuole provare colpire mio ventre con suo grande pugno?».
«No, no, Maestro! Scusi eh, ma il mese scorso mi ha quasi scardinato un polso… per quindici giorni non sono riuscito neppure ad arrotolare gli spaghetti! Sono andato giù di tre etti e ho perso il peso-forma…».
«Ah… non vuole attaccarmi? Peccato… Vuole provare lei, oppure lei, o suo amico? Oppure vuole chiamare fratello maggiore? Forse lui ancora più ciccione…».
«Ehm… io stavo andando a farmi la doccia…» fece il primo.
«Non posso, Maestro, ho l’influenza, e se la colpisco, potrei contagiarla. Anzi, ora che ci penso, è decisamente meglio che vada a casa a curarmi» si accodò il secondo; e si era appena alzato dalla sua panchetta per infilare la zona spogliatoi, che il terzo lo superò di corsa, dopo aver abbandonato il campo di battaglia senza neppure fiatare.
L’assistente-capo riaprì la fisarmonica di carta di riso, nascondendo alla svelta le stupide macchine dei pesi.
Solo allora il Maestro Hosohara disse sorridendo, mentre scopriva una squadriglia di denti storti: «Piaciuto mio scherzo? Tutte volte che io vengo a Ladispoli da Roma, gioco sempre con giovani grassoni, ma loro non capisce e scappa sempre; così finalmente noi può fare Aikido in santa pace».
Tacque un istante, e prese a guardarsi attorno. Poi, scorto Lucio al centro della fila, lo invitò con un cenno ad alzarsi e a praticare con lui.

-***-

La sala docce faceva l’imitazione della nebbia in Val Padana. Gli aikidoisti, sazi, stanchi, ma felici, crogiolavano le membra tonificate dal movimento con abbondanti scrosci di acqua calda. I cinque amici si ritrovarono a condividere due cabine, e tra un’insaponata e l’altra, si scambiarono le impressioni della serata. Il feeling, comunque, era di nuovo alle stelle: l’Aikido aveva funzionato ancora una volta.
Lucio era contento in cuor suo, perché si era disimpegnato onorevolmente e senza ossa sfracassate di fronte alle evolute piroette al cemento del dolce Hosohara.
Nikyo, di caduta in caduta, si era venuto convincendo che in fondo la vita da single maggiormente si addiceva alla sua indole: per baciare la bionda scopa bielorussa, inoltre, sarebbe dovuto montare per tutta la vita su una sedia?
Mario e Stefano agognavano il medesimo affettuoso abbraccio del letto, ansiosi di rifarsi da una notte sotto alle stelle il primo, da un risveglio fin troppo appetitoso il secondo.
Lupo infine contava i minuti che lo separavano dal dolce momento in cui avrebbe potuto punire il barista che aveva osato sfidarlo.

Tratto da: “Narrando Viaggiando – Fenomenologia Comica di un On-the-Road Italico” di Simone Chierchini, Edizioni Albatros, 2009

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  6. Carissimo Simone,
    lo sai che Wanisaburo Deguchi, il maestro spirituale del nostro Osensei, era ritratto come uno totalmente spensierato, in grado di far ridere a crepapelle anche i suoi nemici? Condivido quindi il tuo intento e, attualmente, se un obbiettivo mi pongo con l’Aikido è proprio quello: far ridere persino i nemici!

    • In questo mondo di seriosi preudo combattenti da barzelletta, sono ben pochi quelli che hanno l’intelligenza e l’autoironia per ridersi addosso… Complimenti a chi riesce ancora a vedere il lato comico dei nostri miseri sforzi…

  7. carissimo Maestro Chiechini..
    bhè , disse ” il fumettaro dell’aikido ” devo dire che due risate ci stanno sempre bene, sarebbe veramente triste fare ogni cosa con il muso duro, a che fine poi, c’è tanta gioia in un sorriso che non ha prezzo.
    tant’è che da noi si è inaugurata ( da tempo ) la tradizionale ” birra-gaeshi del giovedì” dopo la lezione ci si rilassa davanti ad un boccale , a commentare e a ridere come matti parlando di aikido….è in questo tradizionale incontro tra lazzi e bislazzi che nascono ” le vignette di Ovoi-san ” .http://www.aikidorbassano.it/
    che Lei ben conosce.
    Nasce così anche una grande Armonia tra noi, che in fondo è quanto di più Ai-kidistico si possa cercare..
    saluti Osvaldo

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