Intervista a Danilo Chierchini – Parte 1

Il grande vecchio delle arti marziali in Italia

Danilo Chierchini è il grande vecchio delle Arti Marziali in Italia. Pioniere del Judo in Italia negli anni Cinquanta e campione nazionale a squadre nel 1954, fondatore del primo dojo di Aikido regolare in Italia e firmatario della lettera all’Hombu Dojo che portò Hiroshi Tada in Italia negli anni Sessanta, primo Shodan Aikikai in Italia (in compagnia di altri 18 pionieri) nel 1969, direttore del Dojo Centrale di Roma dal 1970 al 1993, socio fondatore e poi Presidente dell’Aikikai d’Italia per 12 anni, 5° Dan Aikikai nel 1979. Una colonna del Budo nel nostro paese, anche se da anni si è ritirato e da un pezzo non dà notizie di sé. Io l’ho stanato nel suo ritiro toscano, e con l’aiuto di un po’ di Vino Nobile di Montepulciano gli ho sciolto la lingua, ma non aspettatevi la classica intervista sull’Aikido…

di SIMONE CHIERCHINI

SIMONE
Partiamo da lontano e poi avviciniamoci a ciò che più ci interessa. La Seconda Guerra Mondiale è finita e c’è una generazione di giovani italiani che è scampata agli orrori della guerra. Un mondo, quello vecchio, è finito distrutto e ora tutto viene rifatto da capo, con l’influsso di migliaia di fattori esterni, principalmente sotto l’ala della cultura americana. Quali sono i tuoi ricordi del Dopoguerra? Come è la situazione in Italia alla fine degli Anni Quaranta?

DANILO
Dopo il passaggio del fronte da parte  delle truppe alleate della V Armata, che aveva assorbito l’esercito coloniale francese – sbaragliato dai tedeschi a suo tempo e quindi presi in carico dagli americani – gli italiani erano rimasti scioccati dalle “imprese” di questi soldati, che si erano distinti soprattutto per le violenze sui civili e gli stupri delle donne. I nostri liberatori, quindi, ci fecero una pessima impressione. Paradossalmente, i tedeschi, che all’epoca occupavano il mio paese, Radicofani, essendo gestiti in maniera ferrea dai loro superiori in termini di disciplina, avevano l’ordine di non infastire in alcun modo la popolazione civile, a meno che ovviamente non fossero armati o collusi con la resistenza. Così il nemico si comportò con noi meglio che l’amico: io avevo 13 anni e ho ancora questo ricordo bruciante dell’impatto con i liberatori. Noi sentivamo la radio badogliana, che trasmetteva da un settore dell’Italia che si era staccato dai fascisti e ricompattato sotto al re, che ci presentava gli americani come i salvatori, l’energia positiva del mondo. Invece sul campo avemmo il trauma tremendo di vedere che i tedeschi, cioè il nemico, i cattivi, erano dei gentiluomini in confronto ai militari della V Armata, che ne fecero assolutamente di tutti i colori.
Potrei citare mille episodi, ma la realtà è questa. Anche se ho 82 anni, purtroppo certi fatti me li ricordo come se fossero accaduti ieri, come rammento perfettamente la delusione cocente che noi tutti provammo. Chi viveva sul lato adriatico d’Italia non dovette sperimentare le nostre pene, in quanto quel settore del fronte fu affidato alle truppe britanniche e del Commonwealth, la cui disciplina era perfetta, mentre noi che eravamo sul lato tirrenico venimmo lasciati in completa balia dei liberatori, al punto che buona parte della gente iniziò subito a chiamarli invasori.

Danilo Chierchini parla della storia italiana del dopoguerra

Sono stati tempi molto duri. Se non fosse stato per l’aiuto concreto a base di centinaia di milioni di dollari da parte degli Stati Uniti, non so se sarei qui a parlare. Gli americani prima ci hanno bastonato, umiliato e mandato della feccia in divisa a combattere sul nostro territorio, poi una volta occupato e preso il controllo del paese, si sono resi conto della fame che imperversava in Italia, che era popolata da legioni di straccioni scalzi. Con l’avvio del Piano Marshall iniziò a piovere dal cielo un’enorme quantità di cibo, vettovaglie e vestiti. Da qui, piano piano, iniziammo a risalire la china. Mi ricordo che all’epoca facevo le medie e la nostra scuola era stata occupata dagli sfollati, quindi facevamo lezione a turno. I banchi erano dei tavolacci su treppiedi, al posto dei quaderni usavamo dei fogli di giornali su cui si scriveva sul bordo, l’illuminazione era una lampadina da 25W che penzolava da un cavo sul soffitto. Sono stati dei tempi veramente duri.
Gli americani ci hanno rimesso in piedi e ci hanno avviato sulla strada della democrazia dopo 20 anni di dittatura fascista, anche se, bada bene, all’italiana, cioè all’acqua di rose. Anche in questo gli italiani sono speciali: prima hanno leccato il posteriore al dittatore per un ventennio, poi lo hanno appiccato per i piedi. L’episodio di Piazzale Loreto è uno dei più bui della nostra storia recente, a mio parere.
La ripresa dallo sfacelo della guerra fu incredibile. Nel giro di pochi anni si passò dalle macerie al boom economico, accompagnato dall’inurbamento di massa. Io stesso lasciai la campagna del basso senese, ove la mia famiglia – che era una famiglia di piccoli possidenti – aveva vissuto per generazioni e mi trasferii a Roma. Tutte le strutture sociali che erano normali fino a prima della guerra crollarono. Chi lavorava la terra smise di farlo, restituì la chiave del podere al padrone e se ne andò a vivere in città. Le campagne si svuotarono di botto, cosa che è visibile ancora oggi, oltre 60 anni dopo. Dopo la fame, la paura, i sacrifici, gli italiani si buttarono con entusiasmo a lavorare. Questa è stata la base della rinascita.

SIMONE
Oltre al denaro americano, non è errato dire che sono arrivati anche i valori americani, che hanno preso il posto di quelli tradizionali nel momento in cui la gente aveva abbandonato il vecchio: anche perché il vecchio aveva portato agli orrori della guerra e agli stenti che ne erano derivati.

DANILO
Non è che avessimo neppure una gran possibilità di scelta. Quello era il sentimento del tempo: tutto quello che era italiano, ogni oggetto italiano era spregiato e considerato inferiore, mentre tutti correvano dietro alle novità che arrivavano dagli USA.

SIMONE
Il cambio del gusto è stato rapidissimo. Nel giro di un decennio ci si trova davanti a tutto un altro mondo, con la conseguenza anche che la gente ha buttato dalla finestra i mobili originali della secolare tradizione italiana per sostituirli con quelli in plastica e formica. Gli italiani hanno buttato via l’acqua sporca del bagnetto e il bambino che ci era dentro.

DANILO
E’ così.

SIMONE
Dopo ogni tragedia c’è un momento di rinascita e grande energia. La vostra generazione ne è stata al centro, caratterizzandosi per il desiderio di vivere, divertirsi, sognare e sperimentare. La vostra generazione è stata la prima a fare cose che precedentemente erano inaudite presso la popolazione media.

Il vecchio samurai nel suo ritiro toscano

DANILO
La generazione della ricostruzione ha fatto miracoli, lavorando con energia ed entusiasmo instancabili. Questo certamente non per motivi puramente patriottici, ma perché l’economia era improvvisamente mutata e anche l’uomo qualunque poteva istruirsi, lavorare e guadagnare bene, cosa che in passato era preclusa ai più. Gli italiani erano fieri di essere in grado di fare, e di essere in grado di guadagnare. Questo significava sul breve termine di poter mangiare a sazietà e vestirsi con eleganza, poi essere in grado di comprare a rate un appartamento in città, una motocicletta, una piccola utilitaria. Vennero vendute decine di migliaia di Fiat Topolino, la gente prese a viaggiare e a fare turismo, ad assaporare il lato buono della vita. Considera che fino a prima della guerra la stragrande maggioranza non aveva mai messo piede fuori dal paese e i più non sapevano cosa fosse il mare! Io, che nel frattempo ero andato a lavorare come geometra a Bari, comprai una Lambretta e ci facevo viaggi pazzeschi tipo Bari-Taranto…
Poco dopo comprai una piccola motocicletta di marca Rumi, una 125cc che era assai ambita perché faceva un rumore strano, come se fosse una macchina da corsa! Per la mia cricca di amici romani il colmo della beatitudine era questo: partire dalle mura romane in cima a via Veneto con le moto smarmittate che facevano un chiasso di inferno e fare tutta via Veneto a velocità da rompere il collo fino giù a piazza Barberini, rischiando di ammazzare pedoni e passanti. Altri tempi, ci sentivamo ed eravamo senza limiti.

SIMONE
Raccontaci del tuo on-the-Road Roma-Siviglia.

DANILO
A metà anni Cinquanta prendemmo in affitto una Fiat 1100 che faceva ridere solo a vederla, e decidemmo di andare a visitare la Spagna. All’epoca il paese era sotto la dittatura franchista ed era ridotto alla fame. Spaventati da quello che si sentiva dire sulle condizioni della Spagna sotto Franco, riempimmo la nostra 1100 di pezzi di ricambio, perché in caso di guasto non saremmo stati in grado di trovarli nella penisola iberica. Infatti le leggi spagnole al tempo vietavano l’importazione di beni di lusso dall’estero, e le automobili erano ritenute tali: il parco macchine spagnolo era costituito da mezzi antidiluviani. La Spagna che vedemmo noi era un paese meraviglioso, incontaminato, genuino. Dato che avevamo due lire in tasca, prendemmo anche un aeroplano da Barcellona a Palma de Maiorca che all’epoca era un semplicissimo villaggio di pescatori con un fascino spettacolare. Con la caduta di Franco e l’entrata di nuove idee e molto capitale alcuni di questi posti divennero tra i più famosi per il turismo europeo.

SIMONE
Come mai un incallito non fumatore è finito a lavorare per la Manifattura dei Tabacchi dei Monopoli di Stato?

DANILO
Dopo aver preso il diploma di geometra vinsi un concorso e come prima destinazione il 1° Settembre 1952 mi spedirono alla Manifattura dei Tabacchi di Bari come geometra addetto alla manutenzione. Vivevo a Bari Vecchia, davanti al Castello Svevo; le condizioni del quartiere erano pazzesche, sembrava di stare in un paese del terzo mondo… Per fare un esempio illuminante, dato che le case non avevano impianti igienici, al mattino un piccola autobotte faceva il giro dei vicoli, e fuori dalla porta dei bassi c’era un secchio di liquami pronti ad attendere i poveri addetti. D’altra parte la mia camera d’affitto era in una posizione meravigliosa, con un panorama da sogno e il lusso del bagno e dell’acqua corrente. L’esperienza di Bari per me fu un punto di svolta: avevo 20 anni e due soldi nel portafoglio, la vita mi sorrideva. A volte a mezzanotte con altri amici prendevamo una barca e dal porto vecchio ci dirigevamo al largo; qui buttavamo l’ancora e ci divertivamo a fare il bagno e a vedere le luci del famoso lungomare di Bari, l’orgoglio dei baresi. Mi ricordo ancora che in dialetto dicevano: “Se Parigi teniv ‘u mareiev ‘na piccola Bari”.

Fine della Prima Parte
(Continua)

Leggi la Seconda Parte dell’Intervista

Copyright Simone Chierchini ©2011-2012Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
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10 thoughts on “Intervista a Danilo Chierchini – Parte 1

  1. Pingback: Intervista a Danilo Chierchini – Parte 1 | Aikido: Interviste ai Maestri | Scoop.it

  2. rivedere e ascoltare Danilo dopo tanti anni, seppur tramite un blog, è per me un grande piacere per l’affetto che sinceramente provo per lui.
    Per tutto quello che mi ha dato negli anni in cui ero prima bambino e poi ragazzo non lo potrò mai ringraziare abbastanza

    Grazie Danilo

    Luca Mattei

  3. CIao Danilo, leggere l’articolo ha suscitato un misto di enorme malinconia per i tempi che furono e l’ammirazione per il mio primo ed mai dimenticato Maestro di Aikido. Spero di rivederti presto per raccontarci, se passi da Ladispoli vieni a trovarci!
    Grazie Danilo
    Fabio Palombo

  4. Pingback: Intervista a Danilo Chierchini – Parte 2 « Aikido Italia Network

  5. ciao DANILO sono Alfredo RAVIELi abbiamo fatto gli esami assieme per SHODAN NEL 1969 dopo solo tre anni di studio con TADA SENSEI.Esame durissimo,ancora lo ricordo.Ho letto la tua intervista,e ho visto le tue foto,mi sono commosso,ripensando alle mille difficili situazioni a cui TU in prima persona, con la TUA onestà intellettuale e rettidutine hai sempre fatto fronte. L’ AIKIDO di ROMA e non solo ti deve molto. Ti abbraccio caro AMICO SENSEI, e tanti auguri di una buona vita.

    • Salve Sig. Ravieli,

      sono Simone, figlio maggiore di Danilo. Le scrivo da parte di mio padre, che come molti della sua generazione detesta l’informatica e tutto ciò che le è collegato…
      Le invio tanti cari saluti da parte di un vecchio collega di altri tempi. Ha apprezzato con commozione le sue buone parole e conserva ricordi d’oro di quei tempi.
      Tra l’altro, e questo lo dico io, se un giorno lei ha tempo e voglia di condividere con noi una pagina di memorie, e/o delle foto di archivio, saremmo lietissimi di ospitarla qui su Aikido Italia Network.

      I migliori saluti da entrambi i Chierchini, junior & senior

  6. Caro Simone,volevo farti sapere che nella seconda parte dell’intrrvista nella foto Io sono il primo a sinistra in
    SEIZA. Ringrazio Te e il grande Danilo dei Saluti.

    P.S. Anche io col computer ci litigo spesso

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