Hideo Hirosawa, Sensei Illuminato o Fenomeno da Baraccone?

Hideo Hirosawa dimostra durante l'All Japan Aikido Demonstration

L’idea che ho del lavoro del cronista è quella che occorra fornire il resoconto più obbiettivo degli avvenimenti, in modo da consentire ad ognuno di apprendere e valutare secondo la propria inclinazione. So già che nel parlare del maestro Hirosawa, non mi sarà possibile, in quanto il mio sentire aleggerà inevitabilmente tra le cose che dico. Rinunciando consapevolmente ad una obbiettività dal sapore di positivismo scientifico, pur sforzandomi di attenermi ai fatti, quel che posso fare meglio è di serbarmi fedele a me stesso

di ANGELO ARMANO

La mia arte del resoconto potrà piacere o non piacere, ma sarò più che contento se indurrà a soffermarsi e a riflettere. Osimo, bella città delle Marche, nota per un famoso trattato internazionale, questa volta sede del seminar di Hideo Hirosawa, 7° dan da vent’anni, con mezzo secolo di pratica aikidoistica, nell’occasione di una prima volta all’estero nonchè di una “prima” di insegnamento pubblico di certi contenuti. Un nome citato tante volte, con rispetto e gratitudine: quello del maestro Hiroshi Tada, anche da parte di Hirosawa sensei. Avendo appreso in Giappone dell’invito fatto da Paolo Corallini a questo allievo diretto del Fondatore, lo ha voluto incontrare e, dopo avergli parlato, ha accolto con gentilezza la sua venuta in Italia. Dal suo ruolo di icona irripetibile dell’aikido mondiale, Tada shihan ha reso un servigio alla memoria del suo Maestro e all’arte a cui ha dedicato la vita, favorendo un inizio di divulgazione di certe peculiarità della pratica di Osensei anziano, espresse proprio quando lui era impegnato all’estero a tempo pieno, a costruire l’Aikikai d’Italia. Anche io voglio esprimergli la mia sentita personale gratitudine, in quanto i contenuti che ho avuto la fortuna di contattare, mi sono stati in qualche misura intellegibili proprio grazie agli insegnamenti ricevuti da Tada shihan.
Lo scopo che l’Aikido si propone, ha un disperato bisogno della cooperazione di “color che sanno”….e non aggiungo altro.
Hideo Hirosawa è stato per oltre dodici anni allievo diretto di Osensei, di cui molti come uchideshi nel dojo di Ibaragi. Alla morte di Ueshiba è rimasto in Iwama come un praticante qualsiasi, sotto la guida di Saito sensei (suo cognato); attualmente, tra i sempai che insegnano a Ibaragi, tiene il corso della Domenica, che è il più seguito. Fin dall’inizio ha concepito un amore assoluto per la pratica aikidoistica, a tal punto ideale da non volerla condizionare ad una capacità di guadagno; così si è scelto un lavoro, apparentemente uno qualsiasi, che non confliggesse col suo desiderio di ricerca in aikido.
Ho avuto la fortuna per tre giorni non solo di seguire i corsi, ma anche di alloggiare dove stava il maestro, di condividere con lui i pasti e il tempo libero. Ho trovato un uomo affabile e generoso, inesauribile nel comunicare e nel dare, senza riserve; lui stesso si descrive come mosso da un daimon, come se Morihei Ueshiba stesso lo stimolasse a rendere palesi certi contenuti.

Hideo Hirosawa presso il tempio Hattori Jingu

Hirosawa giovane, nel dojo di Ibaragi, è fin dall’inizio attratto da quegli aspetti immateriali dell’aikido di O’Sensei, da quelle “stranezze” apparentemente inspiegabili, che hanno contribuito a farne un personaggio mitico e hanno attratto tanta gente, curiosa e forse avida di
quei poteri, per il proprio successo personale. Quando Morihei consentiva domande, Hideo Hirosawa nel chiedere era candido e diretto come il suo Maestro, che sulle prime “lo mandava a quel paese” (per metterlo alla prova), ma poi, vista la perseveranza gli diceva: “Vai a preparare il te” e lo istruiva dopo l’allenamento, gettando i semi di una pratica, a cui il nostro è stato ed è tuttora sempre fedele.
Immagino, per chi non ha visto, una irrompente curiosità di conoscere in che cosa consista questa “pratica speciale”. Il modo in cui Hirosawa ce ne ha resi partecipi, la sua comunicazione aperta, enfatizza il “niente di speciale”, anche se abbiamo assistito (per desiderio del maestro, anche quelli non ammessi sul tatami allo special keiko, hanno potuto vedere) a cose che ci hanno disorientato.
Una per tutte: venti cinture nere vengono invitate a formare una catena, tenendosi saldamente per mano; il maestro si avvicina al primo e con un movimento da destra a sinistra, tocca -tocca!- con un dito il primo della fila a livello dell’hara, squilibrandolo dolcemente e facendolo cadere. Con un esilarante effetto domino la caduta si comunica dal primo all’ultimo e fin qui apparentemente niente di trascendentale, tranne un’accelerazione della dinamica (mentre il maestro continua ad espirare), per cui se il primo cade dolcemente, gli ultimi letteralmente schizzano a terra, cadendo a destra e a sinistra.
Fenomeno da baraccone? Houdini del tatami? No, non mi pare proprio. Questo e molto altro sono la conseguenza di principi additati da O’Sensei e nominalisticamente riferiti anche da altri maestri, ma di cui Hirosawa sensei s’è addossato il rischioso compito di confrontarsi divulgando, senza paura di esporsi, anche allo scetticismo e al ridicolo. Questi effetti non sono possibili se dapprima non si coltiva un’attitudine interiore, proprio in base a quei principi. Innanzitutto quella “forza” non è tua, tu sei solo un tramite e per poter esserne il tramite, occorre non porsi in competizione con gli altri, non appropriarsi.
Ciò non può non apparire paradossale, in quanto ammessa (e non concessa!) la nostra buona fede, apparentemente è proprio l’altro che ci attacca. Se non mi difendo “io”, chi viene a farlo? Qui l’affermazione di O’Sensei (mai incontrato da nessuno di noi) di identificarsi con l’Universo, si collocherebbe su uno sfondo puramente mistico, se qualcuno come Hirosawa non provasse a riportare il tutto su un concretissimo tatami.
Masakatsu, Agatsu e Katsu-ayabi (la vera vittoria qui ed ora su noi stessi), come su quel rotolo dipinto da O’Sensei in persona, che fa bella mostra in originale nel dojo personale di Paolo Corallini, può fungere da chiave di lettura. Più ancora della materialità dell’attacco, è pericolosa la nostra reazione interna ad esso, l’effetto sul nostro “spirito”, sulla nostra intenzionalità, sul “cuore” di noi. L’attentato vero alla nostra incolumità, consegue all’effetto sconvolgente dentro noi stessi, che spaccando la nostra originaria integrità, ci pone nelle mani della negatività (la fissione di un solo atomo provoca la reazione a catena, con liberazione di energia devastante, dai prolungati effetti inquinanti) e dalla cattiveria mia o altrui, può scaturire solo altra cattiveria, creando faide senza fine. Hirosawa dice esplicitamente che bisogna unire le due energie separate dal contrasto (come nella fusione atomica che avviene nelle stelle, dove l’energia si libera vitalmente benefica, senza effetti collaterali, anche se come in aikido, alla giusta distanza). Nell’alternativa tra il simbolico (dal greco, sun-ballein, metto insieme) e il diabolico (dalla stessa lingua, diaballein, spacco, separo), come usciamo dal puro verbalismo ed agiamo in concreto?

Angelo Armano in compagnia di Hideo Hirosawa

Dice Hirosawa che il ritmo della vita, di tutto l’Universo (e dello Psichismo che lo sottende) è come un grande respiro e per identificarci col Principio, quando qualcuno ci attacca, dobbiamo connetterci a lui, inspirandolo dal suo centro, poi con l’espirazione lo “conduciamo” in modo che, mandandolo a vuoto, lui si sorprenda del benessere che prova, nel fallire l’intenzione aggressiva. Un effetto “disarmante” nel profondo, come profondamente disarmante è la personalità di Hirosawa, dall’umile, ma inscalfibile sorriso, mentre chiede a chi è stato “condotto” (e non

proiettato), che sensazioni prova. Occorre forza d’animo per non negare l’aggressione altrui, ancora più forza per non lasciarsi contagiare dallo spirito di reazione, evocando così il nostro nemico interiore. Per tutta la vita siamo messi alla prova, sempre dobbiamo perfezionare la nostra chiarezza ed umiltà, più e più volte saremo chiamati a rimetterci in discussione, a trovare nuovi equilibri, a infrangere con dolore il vecchio contenitore emotivo, per crearne uno più ampio, capace di contenere insieme gli opposti in conflitto.
Al sorriso dell’ultimo O’Sensei è il costante riferimento di Hirosawa, nel sottolineare il piacere con cui praticare, un ki gioioso, come un vento che impregni il luogo della via, mutando gli stati d’animo. Così se al conflitto contrappongo la relazione, la negatività può esaurirsi e se noi ridiamo, allora ri-diamo all’aggressore la sua energia, processata dal ki dell’Universo, essendoci affidati al Se.
Riconnettendomi all’Universo, materiale e psichico, agisco l’effetto simbolico e sono tutt’uno con i fini dell’Universo, che è senza tempo; è il lavorio incessante giorno dopo giorno, il keiko quotidiano, l’analisi interminabile, l’ubermensch.
Stiamo inevitabilmente librando verso livelli eterei, che coinvolgono la vita e la morte, argomenti guarda caso tutt’altro che estranei all’essenza delle arti marziali e ai significati fondamentali dell’essere umano.
L’essere stato per ben tre volte tra la vita e la morte, ha conferito ad Hirosawa una luminosa e salda chiarezza in merito, che lui traduce in maniera amorosamente semplice. Il nostro corpo è solo un vestito, ma lo spirito, che è Uno, non ha fine; tremendamente persuasivo nel riferirlo, da quelle “regioni” da lui visitate con insolito anticipo.
Altro momento significativo della pratica, la sottolineatura della funzione dello sguardo: metsuke. Ritmo del respiro, visualizzazione del centro dell’attaccante, che viene inspirato nel nostro centro e condotto mediante l’espirazione, amplificata dalla direzione dello sguardo; ci è stato fatto l’esempio di ikkyo, attuando il quale, O’Sensei entrava guardando in alto (e non solo perché era bassino).
Questi principi sostanzialmente semplici, necessitano di una notevole consuetudine con gli aspetti interiori; pensate solo che lo sguardo sul reale esterno, deve accompagnarsi a quello interiorizzato della visualizzazione, con la necessaria attitudine distintiva tra le due funzioni, mentre non guasto la spontaneità del respiro profondo, mantenendomi centrato, sereno, alla giusta distanza, nel momento giusto…

Hirosawa in visita a Pompei nel 2007

Un io che voglia rincorrere tutte queste cose, si troverà inevitabilmente con la lingua da fuori, confuso tra mani e piedi. C’è qualcosa di superiore a cui dobbiamo consentire di interagire con noi, verso il quale dobbiamo disporci capienti, mobilitando la nostra attenzione, lasciandoci stupire e trasformare da tutto ciò. Significa finalmente prenderci cura di noi stessi, in una maniera per cui ci ritroviamo religiosi, magari professandoci atei. La religiosità del gesto vede un perfetto unisono tra il Fondatore e il suo ultimo uchi deshi, influenzato pure da quelle esperienze di cui ho accennato sopra. Passare da un’educazione religiosa all’insegna della trascendenza assoluta, ad un’arte che prega col corpo non disgiunto dall’anima, è per me, occidentale di una seppur ripudiata matrice cattolica, una scoperta sconvolgente.
L’unione dei (non più) opposti corpo e anima, allude ad altre unioni che l’attitudine simbolica è chiamata a celebrare, come quella tra maschile e femminile. L’enfasi data da Hirosawa sul condurre, piuttosto che proiettare e quell’attitudine alla “capienza” cui facevo riferimento sopra, chiama il brutale guerriero ad illuminarsi di una modalità tipicamente femminile, facente parte di quello che ordinariamente “le donne non dicono”.
Appartiene al femminile quella capacità subliminale di condurre forze brute ed unidirezionali, di ammansirle e persino di irretirle. Trovo infatti anche un aspetto seduttivo, in certe dinamiche di Hirosawa, quando l’attaccante, senza essere toccato, si trova inspiegabilmente a cambiare direzione.
Divertente un aneddoto riportato da Hirosawa sulla moglie del Fondatore, che, come sovente accade, aveva un’influenza enorme. Se si era nelle grazie di Hatsu san, allora anche un’ eventuale antipatia del Fondatore veniva superata, mentre era impossibile che accadesse il contrario. Ovviamente se dal mio punto di vista maschile, comprendo la necessità di integrare il principio femminile, gettando uno sguardo sul mondo di oggi, non mi appare superfluo sollecitare l’universo femminile a fare altrettanto col principio maschile e con la stessa umiltà. Solo se i due principi si riconoscono a vicenda (la necessità di “respirare” l’aggressore) può avvenire l’integrazione, come diceva O’Sensei illustrando il tai sabaki di certe tecniche ed invitando l’esecutore a mettersi -anche psicologicamente- al posto dell’altro!
Da anziano O’Sensei sottolineava spesso che il pronunciato ai, di aikido, vuol dire anche amore, sottolinenando maggiormente questo aspetto, in una modalità che sfrutta il gioco di parole, non estranea ad altri illuminati giapponesi (V. Yamaoka Tesshu) e tranquillamente riecheggiata dalla psicologia occidentale (Freud, Lacan….). Vedendo Hirosawa in azione, non ho esitazioni ad affermare che la pratica vera dell’aikido (come la tradizione spirituale di buddismo tantrico, a cui O’Sensei per tutta la vita si ispirò) è fare l’amore! Ad evitare equivoci inopportuni, l’accezione di fare l’amore , non è certo equiparata al Kama sutra. La lingua greca ci fa riconoscere svariate forme di amore, come ad esempio:
Eros = amore tra gli esseri umani;
Filia = amicizia;
Adelfia = fratellanza;
Agape = consustanziarsi mangiando lo stesso cibo;
Porneia = le concretezze dell’amore fisico.
L’aikido, in particolare, insegna a fare armonia coi gesti della violenza, distillando amore come riconciliazione.
Un amore esultante, con l’anima e col corpo, grato a Dio, che è anche preghiera.
Di questa pratica amorosa, Hirosawa ci rammenta che uno solo è stato il Fondatore e che, ispirandoci a Lui, uniti nella figura del Doshu Moriteru, dobbiamo lavorare concordi a non dissipare quel tesoro prezioso, ognuno dalla sua individualità, a contribuire alla realizzazione dell’aikido.

Leggi di più su Hideo Hirosawa
Seminario Hirosawa Roma Febbraio 2012 

Copyright Angelo Armano© 2011-2012
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita

Pubblicato per la prima volta nel mese di Febbraio 2011 su
http://aikido.kitai.it/hideo-hirosawa/

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