Il Ruolo Dell’Uke nell’Aikido – Parte 1

"Uke"

Uke, quello che cade nella pratica dell’Aikido, opposto a Tori, colui che esegue la tecnica, gioca un ruolo essenziale nella didattica marziale in generale e giapponese in particolare, perlomeno per quanto riguarda le discipline che insegnano le forme di combattimento faccia a faccia (corpo a corpo). Il bersaglio non ha meno valore nel Kyudo, per esempio, però non ci sono gli stessi criteri. Questo ruolo è spesso misconosciuto o mal compreso, a volte screditato, da molti praticanti in particolare a causa della funzione passiva che gli attribuiamo ingiustamente

di DANIEL LECLERC

Questo articolo si propone di analizzare questo ruolo, sotto tutti i suoi aspetti, per permettere allo shugyo-sha di trovare gli elementi suscettibili di orientare il proprio lavoro verso una migliore comprensione della sua o delle sue pratiche. In un primo tempo, proveremo a capire e ad analizzare le ragioni che potrebbero giustificare quell’apparente mancanza d’interesse. Poi, tratteremo i differenti significati conferiti a questo ruolo nella pratica. Infine, proporremo qualche strumento utile per migliorare la nostra pratica a questo riguardo.
Uno dei principali fattori che contribuisce a screditare il ruolo dell’uke è di ordine psicologico, visibile in particolare nelle tecniche corpo a corpo, cioè la paura collegata alla caduta. Questa paura trova verosimilmente la sua causa nell’inconscio impegnato nell’evoluzione della specie umana in generale e di ogni individuo in particolare, quando fa i suoi primi passi. È comunemente riconoscuto, infatti, che la specie umana è nata il giorno in cui un animale si è
rizzato sui suoi arti inferiori per adottare la posizione eretta. Possiamo facilmente immaginare che questa mutazione non si sia realizzata senza dolore e basta osservare, in mancanza di ricordi, le esperienze faticose di un bambino quando passa dallo stare coricato alla posizione seduta ; poi dal gattonare, per imitazione, al rizzarsi sulle sue gambe. Quante cadute, ferite, botte non sono state sperimentate in quest’epoca della vita? Esse resteranno scolpite inevitabilmente nella nostra memoria per lasciare che sussista una paura viscerale della caduta.
Da allora, l’apprendistato alla caduta, ad una età in cui i fattori genetici legati ad una delle specificità della nostra specie si sono stabiliti definitavamente, ci porta a affrontare lo stesso processo al contrario, cosa che inconsciamente ci rifiutiamo di accettare. Basta, per convincersene, raccogliere le diverse locuzioni verbali usate in tutte le lingue per esprimere questa paura.

La caduta delle foglie

Si parla, infatti:
– delle caduta delle foglie, di massi, dei capelli, dei prezzi, della borsa, della moneta, dell’impero, di una città, degli angeli, di tensione.
Si dice:
– cadere in acqua, dal sonno, dalle nuvole, nella disperazione, sul campo di battaglia, sotto il dominio, dalla padella nella brace, etc.
Chi non ha sentito sua madre dirgli : «Bada a non cadere, potresti farti male!», oppure ancora: «A forza di fare il matto, finirai per cadere» (sottinteso «farti male!»).
Dunque sembra che la caduta sia associata al dolore, al declino, alla mancanza, alla decadenza, alla perdita d’equilibrio fisico, mentale e sociale. Infatti, non è strano che l’uomo diffidi della caduta istintivamente. Perché si tratta in fondo di
una sfida, dal momento che il praticante impara la caduta, va incontro ad una delle paure inscritte nei suoi geni.
Parallelamente a questa paura congenita ci sono altre paure più soggettive, più personali. Effettivamente, c’è un abisso tra cadere da solo, per mancanza di abilità, per debolezza fisica, per inavvertenza, e farsi cadere (diciamo, piuttosto, farsi proiettare). Questo abisso è l’altro e la fiducia relativa che gli concediamo. Poiché Uke non si limita all’Ukemi (comunemente tradotto con caduta). C’è infatti una parte di ignoto nell’idea di abbandonarsi fisicamente e psicologicamente. Proprio per questa ragione possiamo comprendere quelli che concedono a Uke il solo diritto di morire. Cadere è in fondo un pò morire, almeno avere la possibilità di prenderne coscienza e di accettarne la possibilità. Sfortunatamente, la cattiva compresione del ruolo dell’Uke, unitamente a una certa rigidità fisica – che le condizioni
della vita moderna non migliorano -, e alle carenze tecniche di Tori e la sua difficoltà a realizzare un movimento giusto, non incitano il praticante a rinnovare l’esperienza della sua morte per trovarci niente altro se non «un brutto momento da passare!»
Per altro, non possiamo passare sotto silenzio il ruolo che l’ego può giocare in questa situazione. Nell’Aikido, nel Judo, nel Karate-do, Uke è quello che «perde», in contrasto con Tori che lo annienta, o almeno tenta di farlo. Infatti, quando due individui, due animali, due insetti combattono, per una qualunque ragione – la predominanza tra maschi nel
gruppo, la difesa del suo territorio, dei suoi piccoli, del suo onore -, cercano a farsi cadere, di far perdere l’equilibrio all’altro, e il combattimento finisce, almeno nel mondo animale, quando l’uno dei due cade a terra. Questo sistema di combattimento prevale ancora attualmente nel Sumo, per esempio.
Spesso, nel quadro della pratica, la caduta può sembrare devalorizzante, per il praticante stesso come per lo spettatore neofita. É certo più gratificante sentirsi dire: « Diavolo, ma cosa gli hai fatto al tuo Uke!» piuttosto che : «Non sei riuscito a stare in piedi, vecchio mio!».

Morihei e Kisshomaru Ueshiba

La realtà è un’altra o dovrebbe essere un’altra. Nell’Aiki-ken, per esempio, è Uke che controlla la situazione perché deve tenere il centro in ogni momento, prima, durante e dopo il o gli attacchi di Uchi. Ciò costituisce del resto una specificità di lavoro dell’Aiki con le armi, che non esiste negli altri Budo con armi come il Ken-Jutsu o il Jo-Do, per esempio.
Nelle discipline classiche, Uke è quello che «perde». É una dei ragioni per la quale questo ruolo è normalmente sostenuto da un istruttore, addirittura dallo stesso insegante. Avremo occasione di tornare su questa nozione in seguito perché, ovviamente, il lavoro sul tatami non si riduce a vincere o perdere.
Da quello che precede, possiamo dedurre che la paura viscerale legata alla caduta genera un certo blocco fisico, o almeno una riluttanza, in rapporto col nostro inconscio collettivo e con la nostra memoria.
Però, non potremmo non considerare che anche lo squilibrio è all’origine di questa paura. Infatti, sta alle leggi fisiche come la paura sta ai fattori psicologici, cioè entrambe possono essere causa della caduta, che sia fisica, psicologica o sociale.
Lo abbiamo visto, la specie umana è nata il giorno in cui si è rizzata sui suoi arti inferiori, cioè è passata da una posizione perfettamente stabile, che le assicurava i suoi quattro punti d’appoggio, a una posizione di ricerca perpetua dell’equilibrio – o di perenne squilibrio – costringendola a sviluppare una morfologia che, per quanto perfetta, è insufficiente per garantirlo senza rischi. Il canguro, per esempio, che si sposta sui suoi due arti inferiori, possiede una coda, cioè un terzo punto di equilibrio che gli assicura una perfetta stabilità. Lo stato di perpetuo squilibrio, o di
equilibrio precario, dell’uomo non l’ha solamente reso instabile fisicamente, ma anche psicologicamente. Rizzandosi sui suoi arti inferiori, ha generato infatti una situazione che gli fa temere ad ogni istante di cadere.
Qual’è il riflesso di un’uomo che non ha imparato a cadere quando cade ? Cerca meccanicamente di appoggiare le mani per attutire la caduta, cioè usa istintivamente i suoi arti superiori. Non gli viene in mente di rotolare.
Dunque è evidente che questa instabilità genera, nell’uomo, una paura incosciente, quella di perdere l’equilibrio tanto caramente acquisito e di cadere.
Ma la questione non è di sapere oggi chi è nato prima, l’uovo o la gallina, quanto piuttosto di valutare che la caduta potrebbe non essere inscritta nei geni della natura umana. Infatti, l’uomo non è naturalmente predisposto a farne l’esperienza o l’apprendistato.
Il secondo fattore chi contribuisce a screditare il ruolo dell’Uke è di ordine fisico e fisiologico.
Infatti, chi può pretendere di cadere per o con piacere? La caduta, anche «padroneggiata», rimane dolorosa e può lasciare postumi irreversibili al corpo (es. il famoso «tasto di pianoforte»). Da questo punto di vista, il fatto di affrontare la caduta ad un’età in cui il corpo non è ancora muscolarmente formato, cioè prima dei 25 anni circa, può presentare un sicuro vantaggio. Dunque, non è strano che la propensione a cadere diminuisca proporzionalmente all’età. Per fortuna, come vedremo in seguito, la caduta è solamente uno degli aspetti del ruolo dell’Uke, certo il più faticoso fisicamente.

Sperare di cadere senza troppi danni...

Al contrario e paradossalmente, la caduta aiuta a modellare il corpo secondo la biomeccanica propria all’Aikido. E protremmo ugualmente dire che costituisce il solo modo che il praticante ha a sua disposizione per educare muscoli, tendini ed altri legamenti. Il riscaldamento all’inizio del corso non basta, per quanto completo sia, permette appena di sgranchire i muscoli, un po’ come il mattino al risveglio ci stiracchiamo per stimolare il corpo.
D’altra parte, è necessario essere in possesso di tutte le propria capacità fisiche per sperare di cadere senza troppi danni. Dolori cronici, in particolare a livello della colonna vertebrale, o malformazioni congenite possono svantaggiare il praticante nell’effettuare la caduta, a prescindere dai fattori psicologici che già li accompagnano. Anche le caviglie giocano un ruolo fondamentale. Infatti, il principio base della caduta è ridurre al massimo la distanza dal suolo. In biomeccanica, questa funzione è regolata dalle caviglie. La posizione accucciata, usata in estremo e medio oriente per riposarsi, come dai cow-boys davanti al fuoco di un bivacco, permette di dare alle caviglie la flessibilità necessaria.
In fine, la caduta è strettamente legata al respiro. Cadere è più estenuante che proiettare, nessun praticante sosterrà il contrario. A buon diritto, cadere assomiglia a una gara di fondo e, a volte, secondo il ritmo imposto da Tori, a una gara di velocità. Infatti, il cuore e il sistema polmonare sono fortemente sollecitati e necessitano una buona costituzione. In più, molti praticanti dissociano cadere e rimettersi in piedi. Cadono e si rialzano in un secondo tempo. Non usano la dinamica della caduta per rialzarsi, sottoponendosi ad un maggiore sforzo e restando così senza fiato.
Così, abbiamo visto, l’uomo non è naturalmente disposto a cadere. Dunque, non è strano che sia riluttante ad impararlo. Tuttavia, è padroneggiando, quanto più possibile, la sua caduta e il proprio squilibrio, che riuscirà a riconoscere e controllare questa paura viscerale e ad usare la legge di gravità indispensabile alla realizzazione della tecnica marziale.
Infatti, come possiamo sperare di squilibrare un avversario se non abbiamo sperimentato su noi stessi la legge di gravità? Ora, il principio base delle tecniche nell’Aikido, o nel Judo, è di usare la dinamica, l’energia di un attacco, per trascinare l’avversario nel suo proprio squilibrio.
Dunque, potremmo dire che l’apprendistato della caduta per Uke sta alla ricerca dell’equilibrio come l’apprendistato della tecnica per TORI alla ricerca dello squilibrio. Queste due aspetti della pratica sono indissolubilmente legati, come il positivo e il negativo, come ying e yang. Ed è solo a questa condizione che Aiki potrà manifestarsi.
È interessante constatare, a questo proposito, che secondo una giusta spartizione dei ruoli, si trascorre la metà del tempo sul tatami facendo UKE e la metà di questo tempo – nelle condizioni ideali – a cadere.

Fine della Prima Parte
Leggi la Parte 2 

Tutti gli Interventi di Daniel Leclerc

Copyright Daniel Leclerc©2010-2011
Pubblicato per la prima volta su
http://idam.altervista.org/articoli.php

Annunci

4 thoughts on “Il Ruolo Dell’Uke nell’Aikido – Parte 1

  1. Pingback: Il Ruolo Dell’Uke nell’Aikido – Parte 2 « Aikido Italia Network

  2. Pingback: Il Ruolo Dell’Uke nell’Aikido – Parte 1 | Aikido, l'Arte della Pace | Scoop.it

  3. Pingback: Aikido: “l’Arte d’Interpretare il Gesto”. « Aikido Italia Network

  4. Pingback: Aikido: “l’Arte d’Interpretare il Gesto”. « Aikido Italia Network

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...