Riflessioni Sulla Pratica – Parte 2

Il Budo possiede un modo diretto e specifico di farci entrare nelle nostre paure...

Arriva la seconda parte dell’intervento di Daniel Leclerc sui significati profondi della pratica dell’Aikido e sui mezzi per conseguire il risultato di una pratica soddisfacente, matura e realmente unificante

di DANIEL LECLERC

PARTE 1

La pratica emozionale

A mo’ di introduzione, vorrei precisare che in questo capitolo non si cercherà di repertoriare e di analizzare l’insieme delle emozioni che ognuno di noi proverà praticando. In effetti, questo tipo di disciplina passa necessariamente dal contatto fisico e ciascuno ha il proprio modo di reagire ad una presa/attacco/aggressione, anche se simulata e codificata. Questo contatto potrà provocare, in particolare nei principianti, una gamma di emozioni che si manifesteranno con delle reazioni fisiologiche involontarie, tipo: accelerazione dei battiti cardiaci, sbattere involontario delle palpebre, risate nervose, forti tensioni muscolari, sudorazione eccessiva, dimostrando che il praticante è inevitabilmente immerso nell’emozionale dal suo primo corso. Il contatto lo condurrà, più o meno consapevolmente, ad entrare in relazione
con l’altro. Aiutato dalla pratica fisica, che gli consentirà una risposta tecnica adeguata, e dalla pratica intellettuale che gli ha fatto capire il come e il perché, sarà pronto a gestire queste reazioni emozionali affinché non disturbino né il suo
movimento, né il suo avversario/partner.
Tuttavia, queste sono comuni a tutte le pratiche corporee dove ci sia un contatto fisico, dal ballo da sala al calcio, e saranno sicuramente diverse da quelle che proverà un praticante di Zen assumendo la sua postura di meditazione.
Eppure, l’arte marziale possiede un modo diretto e specifico di farci entrare nelle nostre paure perché propone, con il suo sistema di allenamento, di avvicinare l’ultima paura : quella della morte. Ovviamente, per affrontarla, il guerriero dovrà combattere realmente per la propria vita. Certo, non serve praticare le arti marziali per farne l’esperienza, tuttavia la particolarità di questa pratica è creare una situazione per studiare, capire e controllare la paura. Oppure, per essere più precisi, per familiarizzare con l’idea senza dover necessariamente rischiare la vita. Ma se si può dire obiettivamente che tutti i praticanti proveranno questa paura prima o poi, non si può dedurre che si manifesterà nello stesso modo per ognuno di loro.

Ubaldo Chiossi

"L’uomo non è psicologicamente programmato per entrare di sua spontanea volontà in un attacco"

Come dico spesso durante i miei stage, l’uomo non è psicologicamente programmato per entrare di sua spontanea volontà in un attacco. Al contrario, la sua programmazione genetica lo spinge a fuggire. La pratica marziale propone dunque un’alternativa a questo istinto di sopravvivenza perché insegna che è spesso meglio affrontare un problema che cercare di evitarlo.
Questa infatti ci permette di entrare progressivamente nello stato emotivo che il praticante potrebbe provare se combattesse realmente per la propria vita. Ciascuno ha vissuto o vivrà virtualmente quest’esperienza, che sia durante una gara, un passaggio di grado oppure facendo Uke per un Sensei.
Questo approccio è progressivo perché dipende dalla nostra capacità di ricevere e portare l’attacco fino al punto in cui Tori abbia paura per sé stesso e Uke paura di toccare Tori. Daltronde, non è raro vedere Uke interrompere il suo attacco con la sensazione che avrebbe colpito Tori. Molti esitano ad entrare in questo spazio/tempo e direi che hanno ragione di ascoltare il loro istinto di sopravvivenza perché li avverte che non sono ancora pronti.
Esiste in Ken un esercizio di taglio a due in cui, mentre Shitachi perfeziona le sue traiettorie, Uchidachi sviluppa la propria capacità di ricevere (ukeru) il taglio di Shitachi sul suo bokken. Questo esercizio, di un valore educativo riconosciuto,
sprofonda subito i due praticanti nell’emozionale e, forse, Uchi ancora più di Shi perché è lui che «riceve il colpo» mentre il suo istinto di sopravvivenza gli suggerisce di evitarlo.
Un altro è Kiri-Otoshi (Chokusen Irimi, in Aikido) perché la tecnica è efficiente solo se Shitachi lascia Uchidachi entrare più a fondo nel suo attacco fino a fargli credere che lo toccherà.
Nel suo libro “Aikido”, Tamura Sensei lo esprime così :
«Più importante è dimenticare il proprio corpo, entrare e trafiggere pensando di essere trafitto, entrare direttamente senza la minima esitazione.
Spingete Aite con la vostra potenza mentale, fino a costringerlo ad attaccare; usando, prendendo il suo attacco, entrate! »
Conosco molti praticanti che si mettono in pericolo senza neppure accorgersene. Ma in questo caso, è solo la prova che non hanno studiato abbastanza e che non valutano appieno la situazione.
E’ necessario aver raggiunta una buona pratica fisica e intellettuale per poter intraprendere un reale e obiettivo lavoro su questo terzo aspetto. In effetti, la sola comprensione intellettuale della situazione non dà al praticante i mezzi fisici-tecnici per affrontarla. Ciò non vuole dire che non proverà nessuna emozione, anzi al contrario ne avrà troppe, al punto di esserne travolto e impedirto nel fare, nell’essere Aiki.
Oppure, se possiede la capacità fisica-tecnica – ed in particolare un buon potenziale atletico -, senza una comprensione sufficiente rischierà di ferire Uke e, anche in questo caso, gli sarà impossibile di fare, di essere Aiki.
Devo riconoscere che il lavoro con le armi, forse in ragione del pericolo che rappresentano nell’imaginario popolare, è un eccellente modo per entrare in questo aspetto della pratica. Ciò non significa che l’Aikido non lo sia, anzi al contrario ! Ma
ricordo qualche serie di kata con cari amici alla fine dei quali le armi letteralmente fumavano! Altrettanto bene ricordo il mio inizio in Aikido quando facevo Uke per Tamura e Chiba Sensei: anche allora ho sperimentato una varietà impressionante di emozioni !…
Vorrei dunque, ancora una volta, precisare che il praticante non potrà studiare – da non confondere con provare – realmente l’aspetto emozionale della pratica che dopo aver acquisito «l’intelligenza del corpo». O perlomeno capirà, in occasione delle esperienze emotive che vivrà durante il suo percorso marziale, che ha bisogno di questa capacità se non vuole essere la vittima delle manifestazioni fisiologiche involontarie che provocheranno.
Per fare un paragone, lo studio di questo aspetto della pratica sarebbe un po’ come mettersi al volante di una Ferrari quando si conoscono tutti i segreti della guida. A cosa servirebbe un’auto del genere a qualcuno che non sa neanche cosa siano una «doppietta» o un «tacco-punta»? Il parallelo è interessante perché effettivamente l’arte marziale mette subito una Ferrari a disposizione dei praticanti ma molti la usano come se guidassero una 2 cavalli o un Suv, anche dopo anni e anni di guida.

Simone Chierchini

Sapere come stare «immobile e impassibile» fino al punto di non ritorno dell’attacco di Uke

Il lavoro che consiste dunque a mettersi volontariamente in situazione di pericolo, cioè questa capacità di stare «immobile e impassibile» fino al punto di non ritorno dell’attacco di Uke, ci fa entrare in una nuova dimensione e valutare a quale punto i due altri aspetti della pratica sono tanto indispensabili quanto inutili. O, per usare le parole di O’Sensei:
«Non vi insegno come spostare i vostri piedi ma come muovere la vostra mente!». E’ però innegabile che si capisce meglio quando si sa come muovere i piedi…
Raggiunto il momento in cui la sua pratica fisica, intellettuale ed emozionale è diventata «un tutto» armoniosamente sviluppato ed equilibrato, il praticante come il musicista è capace di suonare tutti i brani del repertorio, senza errori tecnici e con tutte le sfumature imposte dallo spartito. Da un punto di vista marziale è diventato un guerriero, nel senso in cui ha acquisito tutte le competenze che gli permetteranno di ingaggiare un combattimento con la probabilità di uscirne vivo. Può da allora in poi dedicarsi totalmente a perfezionare la sua interpretazione, o la sua efficacia, secondo le sue motivazioni, tenendo presente che sono personali e dunque intrasmissibili : solo il solfeggio lo è!
A questo livello è grande la tentazione di voler insegnare il proprio stile piuttosto che il metodo che ha permesso di definirlo. Se si deve insegnare a scrivere a qualcuno, sarebbe improduttivo (perché prematuro) spiegargli subito tutte le figure retoriche.
Il percorso marziale del praticante potrebbe finire qua, cioè nel perfezionarsi mantenendo in equilibrio questi tre aspetti della pratica. Infatti, lo studio dell’arte marziale (Bu-Jutsu) si limita a questo : diventare sempre più efficace.
Tuttavia, esiste un’altra dimensione, una «quarta» pratica. La sua particolarità è che non è obbligatoria, né automatica e che non renderà il praticante più forte tecnicamente. Il fatto di tralasciarla non gli impedirà dunque di progredire, purché
continui a praticare fisicamente, intellettualmente ed emozionalmente.
E’ a discrezione del praticante di intraprenderla consapevolmente o meno. E’ comune a tutte le discipline con il suffisso «Do» nel loro nome ed è perfettamente riassunta con queste parole del Buddha:
«Il solo vero combattimento da ingaggiare è il combattimento contro sé stesso!»
Trattandosi di un combattimento, chi meglio di un guerriero potrebbe ingaggiarlo?
Si tratta, certamente, di una nuova dimensione della pratica. L’arte marziale (Bu-Jutsu) si limita a migliorare le performance dei suoi adepti e questa è la sua funzione.
Le discipline marziali (Bu-Do), invece, propongono al praticante di utilizzare il metodo marziale (diventato obsoleto dal punto di vista propriamente «guerresco») per perfezionarsi e diventare migliore dal punto di vista umano.
Da qui si può parlare di «pratica spirituale».

L’Aikido è un’arte di Pace, come lo definiva O’Sensei

La pratica spirituale

Molte persone sono attratte dall’Aikido e dalla sua «aura» per la dimensione spirituale, quasi mistica, a cui l’ha elevato il suo fondatore. E hanno ragione: l’Aikido è un’arte di Pace, come lo definiva O’Sensei. E’ dunque compito di chiunque ne intraprenda lo studio elaborare le strategie che lo trasformeranno in un Artigiano della Pace.
Per molti anni, il praticante d’Aikido studia e sperimenta la tecnica, la quale propone soluzioni per far fronte ad un eventuale aggressione senza che ci sia opposizione al movimento e alla dinamica. Quando i suoi livelli di pratica saranno equilibrati e sarà capace di rispondere tecnicamente con efficienza a tutti gli attacchi del repertorio, la sua riflessione dovrebbe naturalmente condurlo a chiedersi di più sulla natura del conflitto, la sua origine, ciò che l’ha generato. Poi, comincierà a percepire lo spazio e il tempo tra l’intenzione dell’attacco e la sua manifestazione fisica, e perfino tra la non-intenzione e l’intenzione. Più la sua percezione si affinerà, più realizzerà che può agire – e non più reagire – anche prima dell’attacco.
Yoyu è la parola usata in Budo per definire questa capacità : il margine. Quando il praticante avrà raggiunto questo livello, dovrà scegliere tra il male e il bene, tra distruggere Uke o convincerlo pacificamente a modificare il suo atteggiamento:
setsuninto (la spada che uccide) – katsujinken (la spada che dà la vittoria), Hei-ho Heiho desu (i metodi della guerra diventano i metodi della Pace).
La pratica spirituale si fonda principalmente sulla capacità di trasporre la nostra comprensione tecnica (fisica, intellettuale ed emozionale) dell’Aikido nella nostra vita quotidiana per gestire armoniosamente gli inevitabili conflitti a cui ci espone il nostro modo di vivere e di pensare. Come mi comporterò se qualcuno mi taglia la strada e investe la mia macchina mentre sono già in ritardo al lavoro a causa del traffico?
Come, non lo so ma esiste certamente una soluzione Aiki, altrimenti il sistema non sarebbe valido e il suo studio non avrebbe senso! In effetti, a cosa potrebbe servire un sistema di combattimento basato sull’unione delle energie e l’armonizzazione con l’avversario se non conducesse a modificare l’atteggiamento dei praticanti nel loro modo di entrare in relazione con l’altro, in particolare in situazione conflittuale?
Eppure, stranamente, per non dire paradossalmente, non esistono forse altre discipline marziali in cui le polemiche siano così diffuse come in Aikido!
Infatti questa pratica, che dovrebbe interessare tutti, i principianti come gli avanzati, i più e i meno dotati, si rivolge direttamente al nostro cuore «Kokoro». In questo combattimento, l’idoneità tecnica non serve e il suo esito dipenderà solo dalla nostra capacità di interagire con empatia.
Se si interroga sinceramente, il praticante dovrà prima comprendere le ragioni per cui dovrebbe combattere con sé stesso. Questa prospettiva potrebbe effettivamente risuonare in lui come un Koan tanto sembra assurda a priori. Ma se non ne capisce la necessità, quale sarebbe dunque il senso di questo combattimento per lui?
Se non fa niente per risolvere questo koan, la pratica rimarrà solo un modo di perfezionare la propria tecnica mentre dovrebbe essere il mezzo per perfezionare il proprio essere. In effetti, a cosa servirebbe essere più forti se non si diventa
migliori?

Fuori del Dojo, che ne è della pratica?

Tuttavia, per riuscirci, dovrà sviluppare la sua capacità empatica ed accettare di rimettersi in questione. In effetti mettersi al posto dell’altro permette di accettare l’idea che possa aver ragione e, di conseguenza, che il proprio orgoglio possa uscirne ferito. Spesso, questa situazione è vissuta come una perdita o una sconfitta, mentre può essere trasformata in una piccola vittoria su sé stesso. E’ quest’atteggiamento, quest’altro modo di pensare che lo aiuterà a capire che non c’è niente da guadagnare nell’opposizione e questa consapevolezza concorrerà alla sua crescita personale.
Etimologicamente, empatia è un neologismo che significa «sentire dentro» e che la psicologia ha definito come la capacità di mettersi al posto dell’altro, di provare quello che prova. Non è dunque insensato dire che lo studio di una disciplina basata sull’armonia e sull’unità con l’altro, come lo è l’Aikido, dovrebbe prima o poi condurre il praticante a trascendere la tecnica, realizzando che lo studio sul tatami gli insegna come evitare il conflitto nelle sue relazioni quotidiane. E’ Uke che recita il ruolo dell’altro sul tatami ma, fuori del Dojo, che ne è della pratica?
Ovviamente, si indirizza direttamente all’ego, quest’entità virtuale a cui diamo vita e spazio, come Dr. Jeckyll e Mr. Hyde ! Perché, di sicuro, il nemico da combattere è questo : una creazione unica e personale che proteggiamo da chiunque osi offuscarla.
L’ego non è cattivo in sé: è ! Il problema è l’importanza che gli diamo, il culto che gli dedichiamo. Ma se il «guerriero» ha capito bene la lezione dell’Aikido e se non vuole opporsi a tutti quelli che metteranno la sua imagine in questione, si convincerà man mano che l’opinione che l’altro ha di lui può, a volte, essere più obiettiva. Questa capacità di cambiare di prospettive, quest’elasticità mentale (Junanshin) nel giudicare, si sviluppa grazie all’empatia. Ma l’ego non è disposto ad ammettere così facilmente che l’altro possa aver ragione e si oppone.
Curiosamente, la crescita delle capacità tecniche è direttamente proporzionale a quella dell’ego : diventare più forte tecnicamente lo tranquillizza, lo gratifica e lo fortifica. In questo modo però si rischia di dimenticare o, meglio, si tende a rimuovere l’idea di questo combattimento contro sé stessi perché la rimessa in questione sarà sempre più difficile da accettare, quasi intollerabile. Come scrive Franck Noël nel suo libro (Aikido – Fragments d’un dialogue à deux inconnues) «A tale titolo, i rigonfiamenti dell’ego che sono l’arroganza o la sufficienza di colui che si crede bravo, che crede di aver capito tutto, sono tappe per cui è difficile non passare perché la valorizzazione dell’individuo fa parte integrante del percorso. E come non fermarsi per contemplarsi un po’ ?»
Ma, come dicevo in preambolo, la pratica spirituale non è indispensabile per afferrare e capire i principi dell’Aiki il cui studio può assolutamente limitarsi agli aspetti fisico, intellettuale ed emozionale,… così come a un poco di «contemplazione dell’ego!».

«Contemplazione dell’ego»

Intraprendere questa pratica significa ingaggiarsi consapevolmente a dichiarare guerra a sé stessi, all’ego, con le sue strategie, i suoi compromessi, le sue inguaribili ferite e i suoi rimpianti. Perché si tratta effettivamente di una vera guerra, con battaglie infinite e numerosi combattimenti, il cui numero dipenderà dalla nostra abilità a non cadere nelle sue trappole. Ogni battaglia persa ci rende più vulnerabili per le successive, un po’ come l’ostacolo che non siamo riusciti a superare la prima volta. E il drago non muore facilmente. Per ucciderlo, deve smettere di essere la nostra ragione di vita…
Questa è anche una delle risposte alla domanda: Perché si pratica?
E come dice O’Sensei stesso :
«L’approccio all’«altro» può essere considerato come un’occasione di testare la sincerità del nostro allenamento mentale e fisico, di vedere se siamo capaci di una risposta effettiva, in accordo con la legge divina».
Mi sembra difficile però chiudere questo capitolo senza evocare l’aspetto mistico dell’Aikido. Chi non ha visto O’Sensei pregare nella maggiore parte dei film e delle immagini che lo ritraggono? Tuttavia questo argomento presenta un carattere troppo personale e intimo per poter essere direttamente collegato alla pratica marziale, perché su questa via l’importante è avere Fede, non quello a cui si crede. Miyamoto Musashi, nel suo libro «Gorin-no-Sho», riassume ammirevolmente il comportamento che un guerriero dovrebbe adottare riguardo alla religione :
«Rispetta tutti gli Dei ma non aspettare niente da loro!»
Il misticismo è legato ai «misteri», ad un credo nascosto superiore alla ragione e l’Aikido, al contrario, non ha nulla da nascondere! Il praticante può dunque seguire questa via se pensa che gli spalancherà le porte dell’Aiki, convertito dall’esempio del Fondatore. Ma anche se O’Sensei non ha mai predicato una religione – o allora la sua si chiamava Aikido -, non si può traslasciare di ricordare le esperienze estatiche che hanno costellato il suo percorso e aperto la sua coscienza al punto di poter comunicare con gli Dei.
In conclusione, mi piacerebbe esporre brevemente le ragioni per cui ho scritto questo articolo. In effetti, si assiste ad una proliferazione di «scuole» di Aikido che, in modo curiosamente contraddittorio, si oppongono senza riuscire a trovare tra loro l’AI che dovrebbe invece unirle. Ciascuna è convinta di proporre la giusta interpretazione dell’Aikido senza accorgersi che la sua particolarità è data dall’essersi probabilmente specializzata in uno solo dei tre primi aspetti della pratica. Se li avesse equilibrati tra loro, si ritroverebbe a cooperare armoniosamente con tutte le altre.
Benché di natura idealistica, non sogno al punto di credere che il mondo sia di frutta candita! Spero semplicemente che questo articolo ricorderà agli Aikidoka di ogni obbedienza di non fissarsi su un solo aspetto della pratica perché, come detto, l’Aikido è costituito dall’insieme di questi approcci. Infatti, le differenze tra gli stili, in apparenza discordanti, dimostrano allo stesso tempo la diversità e la coerenza della nostra Arte e sottolineano il carattere universale dell’Aikido, come lo auspicava O’Sensei.

Traduzione dal francese di Valeria Glingani

Leggi la Prima Parte
Tutti gli Interventi di Daniel Leclerc

Copyright Daniel Leclerc©2010-2011
Pubblicato per la prima volta su
http://idam.altervista.org/articoli.php

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