Riflessioni Sulla Pratica – Parte 1

"Se la tecnica non è un fine, qual’è il fine della tecnica?"

Chi non ha mai sentito dire che la tecnica è solo un modo, non un fine ? Tuttavia, è proprio grazie ad essa che si apriranno le porte dell’Aiki. A questo punto, possiamo porci la domanda : «Ma se la tecnica non è un fine, qual’è il fine della tecnica?». Prima parte dell’intervento di Daniel Leclerc, di cui per ragioni di spazio pubblicheremo il seguito domani. Intanto riflettete sulle sue considerazioni iniziali e sospendete il giudizio fino ad aver il quadro completo del suo pensiero

di DANIEL LECLERC

Version Francaise

L’Aikido è innanzitutto una pratica corporea. E’ infatti attraverso il corpo che O’Sensei ci propone di trovare l’armonia in noi e con il mondo. E’ lo strumento che ci permetterà di studiare il movimento, entrando in relazione con l’altro, percependo infine che questo movimento è quello dell’Universo stesso e che occorre muoversi in accordo con le sue Leggi, fisicamente e mentalmente.
In un precedente articolo, scrivevo che l’Aikido si pratica fisicamente, intellettualmente ed emozionalmente. Qui di seguito mi piacerebbe spiegare cosa intendo con questo.
In primo luogo, tengo a precisare che non esiste una reale separazione tra questi tre aspetti della pratica che, al contrario, ritengo indissociabili. Infatti, una pratica solo fisica, o solo intellettuale, oppure solo emozionale porterà uno squilibrio nella crescita del praticante creando un ipertecnico insensibile, o un intellettuale senza concretezza, oppure un santo inconsapevole. Eppure, quasi inevitabilmente, durante il nostro percorso marziale tenderemo a soffermarci in particolar modo su uno di questi aspetti più che sugli altri.

La pratica fisica

E’ la più essenziale, la più concreta, la più evidente, il che non significa però la meglio compresa perché è basata sullo studio del movimento nel doppio ruolo di Tori e di Uke.
Uno dei primi obiettivi del praticante dovrebbe quindi essere quello di far acquisire al proprio corpo questo movimento attraverso la ripetizione. E’ ripetendo e ripetendo che il corpo può imparare a muoversi in accordo con i principi su cui si fonda la nostra disciplina. Ed è solo quando potrà muoversi secondo questi principi, senza pensarci, che comincerà a praticare Aikido, un po’ come il pianista che deve dimenticare le sue dita per «interpretare» La Musica.

Acquisire l'Intelligenza del Corpo

Tuttavia, dimenticare non vuole dire che non ha più bisogno della tecnica ma, piuttosto, che le sue dita hanno acquisito la capacità di muoversi naturalmente, senza che si debba prestarci attenzione, senza doverci riflettere. Solo a questo punto la sua pratica potrà entrare in quella dimensione in cui gli consentirà di dimenticare corpo e tecnica. Finché le sue dita, o la sua tecnica, costituiranno un problema, non potrà pretendere di fare musica o praticare l’Aikido.
Ovviamente, può sembrare insensato dire che lo studio della tecnica possa essere dimenticato. In effetti, non lo è mai realmente e lo prova che anche i più grandi virtuosi continuano a ripetere regolarmente gli esercizi di base. Questo vale ugualmente per un praticante di Aikido : non deve mai smettere di praticare, di ripetere, tanto Tori quanto Uke. L’età certo non aiuta, in particolare per il ruolo di Uke. Ma anche in questo caso, la padronanza fisica dei principi, cioè quella che chiamerei «la comprensione o l’intelligenza del corpo», dovrebbe permettere al praticante meno giovane di restare sul tatami serenamente, anche in età avanzata.
Con «intelligenza del corpo» intendo quell’istinto che si sviluppa con la ripetizione e che Consente di reagire ad uno stimolo anche prima che il cervello abbia avuto il tempo di ragionare sulla situazione. Gli esempi di praticanti di Aikido che sono usciti illesi da uno scontro frontale in moto grazie all’ukemi non mancano; e molti potranno raccontare di non avere avuto nemmeno il tempo di realizzare quanto stesse accadendo che il loro corpo aveva già reagito, istintivamente.
Se vuole poter continuare a praticare il più a lungo possibile, il praticante deve prima o poi porsi domande sul movimento che esegue, la sua ragione di essere, il suo senso. In effetti, la ripetizione meccanica di un gesto non garantisce che il corpo sarà educato bene e che «le dita si muoveranno sulla tastieria da sole». E ciò per almeno due ragioni:
1) Il modello del movimento da riprodurre deve essere perfetto. In generale, questo ruolo è devoluto all’insegnante ed è del resto la sua funzione principale. Ma come ottenere una bella grafia se quando impariamo a scrivere il modello delle lettere non è corretto? Si tratta di una grande responsabilità e si dovrebbe riflettere attentamente prima di decidersi ad insegnare. In effetti, se il praticante riproduce un gesto scorretto, di chi è l’errore?
Ma l’Aikido non si scrive come la musica. Invece, le leggi fisiche della biomeccanica, si!
E’ dunque essenziale rispettare lo spartito prima di poter interpretare un movimento. Gli insegnanti non dovrebbero mai dimenticare che devono, prima di tutto e indipendentemente dalla loro personale interpretazione, insegnare il «solfeggio» dell’Aikido. Quando si ascoltano Furtwängler o Toscanini dirigere la 9° sinfonia, si può avere l’impressione di sentire due brani completamente diversi, ma sappiamo che entrambe i Maestri rispettano scrupolosamente lo spartito scritto da Beethoven.
Questa responsabilità è ancora più grande verso i ragazzi che hanno ancora intatta la capacità di «cogliere» il movimento e di riprodurlo facilmente.
Si potrebbe dire anche che lo studio dei movimenti (delle tecniche) per un aikidoka è paragonabile a quello delle note per un musicista o dei passi per un ballerino.

Niente può garantire che l’allievo veda e riproduca correttamente

Certamente si può diventare musicista senza studiare il solfeggio. Questo è soprattutto vero per i ragazzi perché la loro intuizione (dal latino «intuito»: conoscenza immediata di q.c. senza intervento della riflessione – diz. etimologico Zanichelli) non é stata ancora corrotta dal dualismo della materia e della mente.
2) Posto che l’essere umano abbia la capacità innata di riprodurre un gesto per imitazione (secondo la teoria dei neuroni a specchio), ci si chiederà perché non pratichiamo tutti l’Aikido di O’Sensei. Dando per valida questa teoria scientifica, qualcosa nel nostro modello sociale, culturale ed educativo sembra atrofizzare tale capacità nel tempo, tanto che pochi adulti sembrano averla mantenuta. Di conseguenza, e anche supponendo che il modello sia perfetto, niente può garantire che l’allievo avrà la capacità di vederlo e di riprodurlo correttamente. I gesti che riprodurrà per imitazione all’inizio della sua pratica si discosteranno dunque da quelli del modello e, con tutta probabilità, il corpo ripeterà dall’inizio dei movimenti scorretti senza rendersene conto.
Riassumendo: la nostra incertezza nel percepire un movimento e nel tentare di riprodurlo fedelmente, associata alla nostra mancanza di competenza nel valutare il modello che abbiamo sotto gli occhi, ci dà quasi la certezza che passeremo i primi anni di pratica ad insegnare al nostro corpo dei movimenti scorretti. E la ciliegia sulla torta, per così dire, è che passeremo il resto del nostro tempo di pratica, purché sia seria e assidua, a correggere gli errori ed a «ri-imparare a camminare».
Nell’ambiente specificamente sportivo, la pratica agonistica è uno dei mezzi pedagogici che può condurre all’acquisizione di quest’«intelligenza corporea» perché si basa su un’allenamento fisico intenso e regolare che permette di modellare
strutturalmente il corpo in modo che risponda alle esigenze atletiche dello sport considerato. Trattandosi di formazione, è preferibile iniziare la pratica ad un età in cui la struttura muscolo-scheletrica si sta ancora trasformando, cioè tra 7 e 21 anni al massimo. Possiamo notare a questo riguardo che più la disciplina sportiva fa appello a capacità prettamente fisiche, più i campioni sono giovani. Per di più, lo spirito di competizione si accorda perfettamente a questo periodo della vita in cui si entra facilmente in conflitto con tutto e tutti e fornisce degli stimoli positivi. Ma con questo non miro a fare l’apologia della pratica agonistica oppure a schierarmi a favore della sua introduzione nell’Aikido. Vorrei insistere sul fatto che la didattica in ogni disciplina corporea, e l’Aikido ne fa parte, si basa sulla ripetizione fisica dei movimenti
che porterà al corpo ad agire istintivamente.
Ma esiste una differenza fondamentale tra un Do ed uno sport : il loro scopo. Il primo è un sistema per migliorare l’uomo inteso nel senso più ampio del termine e il secondo mira principalmente a migliorare le sue performance. Ciò non vuole dire che un nuotatore che si allena duramente non possa migliorare sé stesso, ma non è questo il suo scopo e/o non ci pensa neanche. Altrettanto, un adolescente accetterà di soffrire fisicamente durante l’allenamento perché ha l’obiettivo di vincere una medaglia : è la sua motivazione. Ma quale potrebbe essere quella di un praticante per fargli accettare
un’ora di suburi e più?

Nick Pitman

Non ci si può accontentare del solo lavoro corporeo per afferrare i principi della propria disciplina

Ciascuno deve avere la o le sue, almeno immagino ! Ma se bastasse allenarsi per crescere, tutti i campioni sportivi diventerebbero automaticamente dei Maestri e così non è. Invece, tutti i maestri che ho conosciuto hanno, in un momento del loro percorso, allenato seriamente il loro corpo.
Sembra quindi evidente che il praticante non può accontentarsi del solo lavoro corporeo per afferrare i principi della propria disciplina. Nel caso contrario, il suo corpo rischia di cristallizzare cattive abitudini che gli sarà difficile eliminare senza una completa rieducazione strutturale.
Uno dei mezzi di cui dispone è fare appello alla sua capacità di ragionamento e di discernimento, che ho chiamato l’aspetto intellettuale della pratica.

La pratica intellettuale

Come abbiamo visto, lo studio della tecnica non può limitarsi alla riproduzione della forma che ne è solo la sua rappresentazione grafica o, dovrei dire, coreografica. Più questa sarà semplice, più sarà facile da riprodurre e da trasmettere senza subire alterazioni. La forma è solo la manifestazione fisica di un principio e ognuno deve stare attento a non prendere il dito che mostra la luna per la luna.
Per introdurre questo aspetto della pratica che ho chiamato «intellettuale», vorrei subito precisare che non si tratta solo della curiosità naturale che porterà il praticante ad interessarsi alla cultura legata al sua disciplina, né di una semplice
accumulazione di conoscenze ma, piuttosto, di una ricerca, di uno studio teorico e speculativo sul movimento.
Con la pratica fisica, il corpo acquisisce il movimento ripetendolo. Ma occorre averne una buona comprensione prima di farlo ripetere dal corpo. Comprendere è preso qui nel suo doppio senso etimologico (dal lat. comprehèndere che significa abbracciare, includere in un insieme o capire i motivi e la natura di qualcosa cioè, nel nostro caso, del movimento). La pratica intellettuale si basa dunque sulle nostre capacità cognitive per apprendere il movimento attraverso l’analisi, l’introspezione, la critica e, al limite, la polemica se non ci fa cadere nell’emozionale. In altre parole, dovrà impegnarsi a
definire il come e il perché del movimento.
In effetti, se l’insegnante alza un braccio girando su sé stesso, l’allievo può limitarsi a ripetere all’infinito quello che ha visto, persuaso di riprodurre fedelmente il movimento dimostrato. Però, a un certo punto, dovrà arrendersi all’evidenza che la sua azione non produce gli stessi effetti di quella del Sempai, dell’insegnante o del Sensei.
L’imitazione della forma esterna del movimento o della tecnica riguarda l’aspetto fisico della pratica ma un movimento non può essere studiato indipendentemente dal suo effetto: qual’è il risultato che voglio ottenere riproducendo questo gesto? Se vuole andare avanti, il praticante dovrà interrogarsi sul suo come e sul suo perché, cioè il suo processo fisiologico, biomeccanico, fisico, strutturale e pluridimensionale.

Morotetori Kokyo-ho

Shodan, il grado dell'inizio: ma l'inizio di cosa?

Dovrà capire, per esempio, che per entrare nel movimento di Uke, dovrà necessariamente visualizzare la traiettoria del suo attacco – e dunque della sua energia cinetica – per poterla annichilire (Irimi) o guidare (Tenkan).
Questa ricerca dovrebbe permettergli di capire che il corpo umano funziona come una meccanica di alta precisione e gli consente di effettuare dei movimenti straordinari, se usato correttamente.
Questo percorso intellettuale dovrebbe naturalmente aprirsi verso il grado di Shodan, cioè quando il praticante ha dimostrato di aver acquisito la forma della tecnica. Lo conferma il fatto che questo grado corrisponde ad un «inizio». Ma un’inizio di cosa esattamente ? Qualcuno ha mai risposto a questa domanda ?
Per riprendere il parallelo con la musica, potremmo dire che il musicista pratica fisicamente quando suona il suo strumento e intellettualmente quando studia il solfeggio. E penso di poter affermare che, anche se non dichiarato, esiste un solfeggio in Aikido costituito dalle leggi della fisica e della biomeccanica.
E’ solo quando il praticante avrà un’idea del come e del perché del movimento che saprà «educare» il proprio corpo quando lo farà ripetere.
Possiamo dire che questo processo si svolge essenzialmente in tre fasi : la prima legata alla percezione, quindi alla raccolta di dati, la seconda di rielaborazione e sperimentazione, la terza di metabolizzazione e creazione.
Contrariamente ad un’idea preconcetta, l’intelletto funziona meno velocemente del corpo. Basta, per convincersene, ricordarsi le innumerevoli fasi di apprendistato a cui ci sottomettiamo durante la nostra esistenza, tipo: imparare a nuotare, ad andare in bicicletta, oppure a designare un kanji. Il corpo non vede il movimento, non sente le spiegazioni dell’insegnante. Vede e sente solo quello che il cervello ha registrato grazie ai suoi organi di senso. E’ dunque attraverso il cervello che il corpo otterrà le istruzioni di cui ha bisogno per riprodurre il movimento dimostrato. All’inizio, la nostra
comprensione è limitata e il movimento che riproduciamo ne è la dimostrazione. Poi, man mano, la nostra comprensione migliorerà perché senza di essa il movimento non ha nessun senso. Quid manibus si nihil comprenhendum? (Cicerone). Perché le mani se non c’è niente da cogliere?
In questo modo, correttamente istruito, il corpo prenderà sempre più fiducia e riinvierà le sue impressioni all’intelletto per analisi e correzioni, e così via…
Nishioka Sensei, il mio Maestro di Jodo, insiste sul fatto che un praticante debba sempre mantenere lo stesso livello in Ken ed in Jo. Bisogna sapere che la pratica del Jodo necessita l’apprendimento non solo della parte Jo della tecnica, ma anche della parte Ken, perché tutti i movimenti del Jo sono stati elaborati per far fronte a degli attacchi di Ken. «Il vostro livello in Jo vi deve permettere di migliorare il vostro livello in Ken e viceversa», ci ripete di continuo. Allo stesso modo, una buona comprensione intellettuale del movimento – quello che occorre fare e perché occorre farlo – permetterà di correggere gli errori e dunque di migliorare le esecuzioni successive in un continuo processo di aggiustamento.
Tuttavia, il praticante dovrà essere attento a non lasciarsi sedurre dal canto delle sirene, nel senso in cui è facile compiacersi nella pratica intellettuale perché è molto meno impegnativa fisicamente e meno stancante. Sono in molti a valutare il proprio livello in Aikido basandosi su questa sola comprensione. Basta girare un po’ negli stage per osservare che, a parte qualche rara eccezione, i praticanti sono più abili a spiegare che a dimostrare e ovviamente le loro spiegazioni sono spesso all’altezza di ciò che sono in grado di dimostrare.

Hitohira Saito

Lo studio nel Budo e' un puzzle: ogni pezzo corrisponde ad un Kihon

Lo studio del Budo potrebbe essere paragonato ad un puzzle : ogni pezzo corrisponde ad un Kihon, un movimento di base. Il praticante sa che deve mettere tutti i pezzi al loro posto perché l’immagine sia completa e coerente. Il suo lavoro sarà molto facilitato se ha già un’idea dell’immagine finale che otterrà quando tutti i pezzi saranno assemblati. La sola differenza con un puzzle comune è che una buona conoscenza di ogni pezzo permette di creare un numero infinito di immagini. Forse è questa la libertà di cui parlano i maestri : per molto tempo, bisogna riprodurre l’immagine che ci è proposta dall’insegnante e posizionare i pezzi secondo le sue indicazioni fino a quando avremo sviluppato la capacità di creare delle immagini personali e, in seguito, il metodo per riprodurle.
Questa ricerca, o pratica intellettuale, può portare a studiare tanto la fisica dei fluidi, la meccanica quantistica, l’astrofisica, quanto lo Zen, per esempio.
Senza arrivare a questo, già raggiungere la consapevolezza di tutte le resistenze e dei gesti superflui nell’esecuzione di un movimento fa parte di questa ricerca. In questo caso, si tratterà di lasciar dialogare corpo e mente al fine di eliminare le tensioni inutili per ristabilire l’armonia.
Ugualmente, l’insieme di nozioni e concetti veicolato dalla nostra pratica rientra in questo studio, dalla semplice memorizzazione delle numerose nomenclature giapponesi (nomi dei kata, delle tecniche, dei periodi della storia giapponese e tante altre cose…) alla stesura di questo articolo.
Prendiamo, per esempio, lo studio del Reishiki : di cosa potrebbe essere costituito?
Da una parte, di tutte le informazioni raccolte qua e là dagli insegnanti e dai compagni di pratica. Comincerà appena il praticante indosserà per la prima volta il suo keikogi per continuare, magari dopo anni, con lo studio della tradizione Ogasawara in uso attualmente alla Corte Imperiale del Giappone.
Dall’altra, di tutte le ricerche personali che il praticante avrà intrapreso per capire il senso e la ragione di essere del Reishiki, da una semplice riflessione allo scambio di punti di vista tra amici durante la tradizionale birra del dopo corso.
Infine, della sua capacità di integrarne i principi nella sua pratica, manifestando un progressivo cambiamento di comportamento, tanto personale quanto sociale.
Sintetizzando, una buona comprensione intellettuale della propria pratica aiuterà l’Aikidoka tanto quanto la padronanza del solfeggio un musicista. Comunque, è un’aspetto del loro studio che non possono permettersi di ignorare.
Conquistato questo livello di comprensione fisica e intellettuale, che dovrebbe corrispondere, secondo i miei criteri personali, al grado di 4° dan, il praticante dovrebbe aver raggiunto la cosiddetta «intelligenza del corpo». Le dita si muovono sulla tastiera da sole senza ragionarci. Al contrario, un’interferenza mentale interromperà la fluidità del movimento perché il corpo sarà costretto a ridurre la sua velocità a quella, più lenta, del cervello.
Ed è a questo livello che la pratica emozionale comincia ad avere un senso. Ciò non vuole assolutamente dire che il praticante non si sia confrontato all’emozionale prima d’ora : in effetti, lo ha fatto dalla sua prima caduta, ma grazie alla maggior comprensione fisica ed intellettuale acquisite, saprà muovere correttamente il suo corpo e così affrontare, analizzare, capire le sue emozioni e specialmente le sue paure.
Ad esempio, entrare nel vuoto fa paura, specialmente se il corpo non sa come muoversi. Chi non ha mai esitato di fronte ad un ostacolo da saltare ? Ovviamente, è sempre possibile buttare qualcuno in mezzo ad un lago per insegnargli a nuotare e, in questo caso, il poveretto si troverà subito immerso (senza giochi di parole) nei tre aspetti della pratica:
• fisico : deve muoversi se non vuole affogare,
• intellettuale : dovrà scoprire in fretta un mezzo come muoversi per risparmiare
le forze se vuole raggiungere la sponda prima di affogare,
• emozionale : e non mi sembra il caso di precisare come e perché !
Sarebbe la stessa cosa, tornando a parlare di arti marziali, di una recluta mandata al fronte in tempo di guerra dopo solo un mese di addestramento.
Lo studio del Budo è meno immediato e traumatizzante, «anche se…»! E’ dunque volontariamente, e progressivamente, che il praticante si impegnerà su questa via. Ed eccoci di nuovo di fronte alla famosa domanda: perché si pratica ? Ma ci torneremo più tardi perché, ovviamente, esiste un quarto aspetto della pratica.
Così, in possesso di un corpo ben allenato e conscio di quello che fa, il praticante può approfondire ciò che ho chiamato: la pratica emozionale.
In altre parole, come si comporterà un praticante ben preparato e consapevole di quello che sa in un vero combattimento « simulato » o su un campo di battaglia «virtuale»?

(1. Continua)

Leggi la seconda parte dell’articolo

Copyright Daniel Leclerc©2010-2011
Pubblicato per la prima volta su
http://idam.altervista.org/articoli.php

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2 thoughts on “Riflessioni Sulla Pratica – Parte 1

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