Conservatori o Innovatori in Aikido?

Anche in Aikido la querelle des anciennes et des modernes?

Sul blog di Aikido Italia Network viene riportata un’appassionante questione tra conservatori ed innovatori che prendo ad ispirazione per delle mie riflessioni, non intendendo le stesse come risposta ad uno o ad un altro. In letteratura resta famosa la querelle des anciennes et des modernes, confermando se mai ce ne fosse bisogno, che la questione non da oggi è un tema dibattuto, un vero e proprio archetipo

di ANGELO ARMANO

Conservatori e riformisti sono concetti base in politica, al di là dei nomi propri utilizzati dai partiti storici, e per giunta non è infrequente constatare che nel corso della vita dei singoli, si nasce riformisti e si muore conservatori o viceversa. Un salto di corsia capitò anche a Churchill, che in fondo era un conservatore nato.
Senza divagare troppo, O’Sensei era un riformista o un conservatore?
Pare che nel novero delle tecniche dell’Aikido una sola sia frutto del suo genio creativo e simbolico: tenchinage. Tutte le altre erano state già inventate.
Allora Morihei era un conservatore?
Non direi proprio, anzi politicamente e religiosamente pareva incline al nuovo. Addirittura rivoluzionario il suo concetto di arte marziale d’amore.
Per andare alla teknè e al suo progresso, nel salto in alto si usava la sforbiciata e nonostante l’avvento di uno stile (ventrale) più efficiente, il record mondiale femminile rimase a lungo nella titolarità di una rumena che usava quello precedente. Poi nel ’68, a Città del Messico comparve un americano che rivoluzionò tutto saltando a gambero e lasciando gli altri concorrenti con un palmo di naso.
Pochi però si sono soffermati sul fatto che una volta la buca del salto in alto era piena di sabbia, come quella dei salti in estensione (lungo-triplo) e che solo l’avvento dei materassi, aveva consentito l’evoluzione della tecnica nel modo storicamente manifestatosi. Uno che avesse saltato in stile Fosbury nella buca di sabbia, avrebbe avuto ottime possibilità, se non la quasi certezza di rompersi l’osso del collo. Il gesto atletico ha così finito per privilegiare la prestazione in altezza, a scapito della naturalezza che vorrebbe si atterrasse sulle proprie gambe.

Aikido High-Jump

Chi ha ragione, chi ha torto? E, in ogni caso, Lewden, ventrale o Fosbury che sia, nessun saltatore è esentato dal fatto di ripetere migliaia e migliaia di volte la stessa unica tecnica, e non smettere di ripeterla nonostante averla memorizzata a perfezione.
Parliamo di un’unica tecnica e di un’unica situazione.
Il gesto marziale è infinitamente più articolato, e le situazioni che presenta hanno un impatto psicologico estremamente più complicato. Il provare tante tecniche (quando la maggior parte degli artisti marziali ne ha una soltanto come preferita) serve probabilmente alla necessità di non essere presi alla sprovvista da un gesto inconsueto.
Già una volta l’artista marziale ottenuto il menkyo kaiden, partiva per il musha shugyo, il confronto con altri stili ed altre scuole. Oggi che fortunatamente non si muore sul campo, il confronto con metodi diversi rimane di natura interiore e in quella sede lascia i suoi frutti. Un grande esorcismo insomma, anche riguardo ai cosiddetti principi (non necessariamente nobili), parola in voga da parte di alcuni, dimenticando che il Fondatore parlava di quadrato, triangolo e cerchio…
E tutti i pianisti continuano a “fare le scale”.
In tema di gusti è difficile assurgere al ruolo di Tito Petronio, detto Arbitro delle eleganze. Quando ero giovane, tre donne dal mondo patinato della moda si contendevano il ruolo della Bella: la Schiffer, la Campbell e la Bruni e sebbene in tre, non c’è stato nessun giudizio di Paride e fortunatamente nessuna conseguente guerra di Troia, per il dilemma di chi fosse degna del pomo, e d’oro per giunta. Penso che d’oro ce l’avessero già tutt’e tre…
Così, tornando meno faceti, in tema di maestri ebbi una volta una conversazione con Masatomi Ikeda sensei, nella quale mi lamentavo della disparità di giudizi in tema di gradi. Nel rispondermi che non eravamo tutti uguali, giustificando le differenze, mi fece l’esempio proprio di Endo sensei, appena riconosciuto 8°dan, mentre lui che ne era sostanzialmente coetaneo, aveva un grado minore.
Forse nessuno è così lontano dallo stile di Endo come Ikeda Masatomi, che però lo apprezzava. Non per questo si svalutava o nutriva complessi di inferiorità; o al contrario di superiorità, visto che considerava l’efficacia nella difesa personale un requisito indispensabile del suo Aikido.
In my opinion, le domande da porsi sono completamente altre.
Che cosa ha realizzato e voluto lasciare agli altri O’Sensei con l’Aikido? E l’Aikido che pratichiamo è secondo le intenzioni del Fondatore, ne realizza gli scopi? Oppure la parola Aikido non indica un’etica di derivazione marziale, bensì un’etichetta con la quale commercializzare un prodotto, a beneficio del solo venditore, in modo un po’ analogo a quello con cui si vendono gli orologi Ferrari e le piastrelle Versace?
Siccome non sono in questione le libertà, ognuno può decidere di indossare piastrelle o di pavimentare la casa con orologi (gli diranno che è un maestro di Zen…), aspettandosi che rombino invece di fare cucù.

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Copyright Angelo Armano© 2011
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5 thoughts on “Conservatori o Innovatori in Aikido?

  1. Quando si parla di innovazione all’interno dell’aikido, immediatamente balena nella testa l’immagine di tecniche eseguite differentemente.

    Sarà fatto bene cambiare le tecniche?
    Non c’è risposta.
    Nè, fondamentalmente ci interessa trovarla!
    Come dice Angelo, la libertà non è in discussione.
    FAre Ikkyo in maniera diversa, non significa non poter tornare a farlo in maniera classica, laddove l’innovazione si riveli fallace.

    Poche volte,però, si pensa ad innovare la maniera di insegnare la disciplina.

    Un modo differente di insegnare un gesto qualunque, sia esso classico o moderno, può rendere migliore la comprensione, più immediato l’apprendimento e può portare chi lo compie a rendere meglio.

    E questo, entro certi limiti, può essere oggettivo!

    Faccio un esempio molto blando.
    Suwariwaza.
    Si è visto sul campo che gli anni spesi ad allenare Suwari senza una corretta meccanica articolare rovinano le ginocchia.

    Un allenamento moderno, prevede l’uso iniziale di ginocchiere protettive, di movimenti sul posto, di scioglimento delle dita del piede e della caviglia.

    A mio avviso, non è una libertà quello di insegnare in questo modo e non nel classico “ripeti-ripeti”.

    Salvaguardare i propri allievi è un dovere, non una possibilità!

  2. “il confronto con metodi diversi rimane di natura interiore” mi piacerebbe, sperando di non essere troppo OT, conoscere cosa ne pensino gli altri lettori su questo argomento.

    Parlo, almeno per quanto mi riguarda, di confronti amichevoli, con praticanti di altre arti marziali che conosciamo e stimiamo, in cui, in sostanza, ci si scambia il ruolo di attaccante ed attaccato [per così dire], naturalmente su attacco libero, ma “ben portato” [cioè non per “fregare” l’altro ma per aiutarne la crescita, aumentando progressivamente la difficoltà].

    Viste le premesse, non si tratta né di sfide né di tornei, ma di valutare le proprie conoscenze con chi ha schemi di movimento diversi dai nostri.

    Si scoprono cose interessanti, ad esempio una cosa divertente che ho riscontrato e di cui normalmente non si fa cenno, è che gli attacchi che siamo soliti usare in Aikido sono molto più realistici [principalmente a causa di un diverso uso del maai, ma non solo per quello,] rispetto a quelli usati in altre arti marziali considerate “dure”, per cui almeno all’inizio creano un pò di problemi ai nostri partner, che poi naturalmente, se l’allenamento è corretto, imparano a gestirli.

    Ritenete la cosa utile o eretica?

    E se la ritenete utili, vale solo a livello personale o nei vostri Dojo, di tanto in tanto, organizzate allenamenti “misti”?

  3. Tecnicamente parlando, da quello che risulta nelle mie ricerche, anche iriminage e kaitennage sono innovazioni abbastanza da attribuire al Fondatore. Il punto credo però che sia ancora un altro: innovazione o tradizione sono un sistema duale, e credo che ogni sistema duale sia, in ultima analisi, una trappola falsa, nella quale non val la pena rimanere imbrigliati.
    O’ Sensei è stato sicuramente uno degli ultimi grandi Maestri della vecchia tradizione… ma contemporaneamente è stato anche un innovatore eccezionale. A quei tempi ad esempio non si usava in Giappone farsi venire in mente che l’Arte insegnata dal tuo Maestro poteva servire anche ad altro (rispetto a ciò che lui intendesse)… ad esempio a cercare la pace all’interno di un conflitto e mediante lo stesso. E’ poco tradizionale dissentire dai metodi del proprio Insegnante e lasciarselo alle spalle donandogli la casa, quasi a dire “prendi questo al posto di me”… ed iniziare a percorrere un proprio sentiero, ancora non battuto da nessuno prima. Egli non seguì la vecchia tradizione, ma non solo in modo tecnico… ma al contempo ne fu sempre legato. Morihei Ueshiba riusci cioè in un compito ben più lungimirante, cioè di riunire ed integrare ottimamente il vecchio ed il nuovo, non considerandoli antagonisti, ma facce co-essenziali della stessa medaglia.
    A chi mi chiede quindi di scegliere, di schierarmi tra tradizione ed innovazione, rispondo che mi sta ponendo male la domanda… oppure rispondo che io scelgo “il vecchio & il nuovo”, rendendo ciò un’unica realtà percorribile contemporaneamente. Un saluto a tutti!

  4. Pingback: Conservatori o Innovatori in Aikido? « Aikido Italia Network | Aikido, l'Arte della Pace | Scoop.it

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