Intervista ad Andrea Re – Parte II

"Puoi guarire, offendere o proteggere. Diciamo che possiamo scegliere"

Gia’ pronta per la vostra lettura la seconda parte dell’intervista al Maestro Andrea Re che ha gia’ suscitato enorme interesse tanto fra i cultori del Kobudo quanto fra gli Aikidoka: molte riflessioni di Re Sensei rispecchiano perfettamente il sentimento di tanti Budoka italiani, ormai giunti alla travagliata maturita’ del loro terzo e quarto decennio di pratica 

di SIMONE CHIERCHINI

CHIERCHINI
Andrea Re e l’Aikido: dacci una sintesi del tuo percorso finora.

RE
Diciamo che qui la cosa si fa seria. È difficile dire ora qualcosa del mio percorso ed in che punto sono. Bisognerebbe valutare le condizioni e potenzialità iniziali ed il punto dove ora si è. Ma da dentro se stessi è impossibile saperlo, sono solo illusioni dell’ego. Forse, chi mi ha conosciuto molto tempo fa, potrebbe dire qualche cosa di come sono cambiato.
Il mio primo Maestro di Aikido, Claudio Bosello, soleva dire che noi non possiamo sentirci diversi in noi, solo gli altri possono percepire veramente i nostri cambiamenti.
Diciamo che tutte le cose che faccio prendono il sopravvento a turno, ci sono anni in cui sono dentro maggiormente all’Aikido, allo Iai, al Kenjutsu e allo Shiatsu. Credo che si inneschi una sorta di alternanza, e, come dicevo nella prima parte dell’intervista, una nutre l’altra.
Poi, di fatto, mi sono reso conto dei salti di qualità che si possono avere praticando quotidianamente. Ovviamente insegno tutti i giorni sia Aikido che spada. E facendo questo, ho preso coscienza che nascono intuizioni che prima erano riservate ai professionisti delle Arti Marziali.
Penso che il mio lavoro principale sia con il corpo in generale: attenzione alla postura e allo stare bene in tutto ciò che si fa, anche guidare l’auto.
In questo momento il mio lavoro con la spada sta andando verso la comprensione di ciò che non si vede, altro oltre la tecnica. È un territorio di intuizioni che se sorge, lo sai, se no niente.
Con l’Aikido, sto seguendo il Maestro Fujimoto da anni, ma solo ora, mi sento più aderente a ciò che il Maestro dice in rapporto al lavoro, agli esami ed all’Aikido in generale. Andando in Giappone una volta l’anno almeno (all’Hombu Dojo di Tokyo), ho potuto verificare la bontà delle parole di Fujimoto Sensei, nel lavoro degli altri insegnanti. Non è un abbaglio od un innamoramento. Ho verificato.
In ultima analisi cerco di capire le connessioni e le costruzioni sulle quali si basano le tecniche e le scelte progressive per una comprensione migliore.

"L’uomo è incline a seguire le parrocchie, mentre sarebbe meglio seguire 'l’Uomo' "

CHIERCHINI

Ma come si contemperano il tuo studio delle armi antiche e la tua pratica dell’Aikido?

RE
Diciamo che in genere non costringo le persone a praticare questo o quello. In genere vengono e decidono cosa fare uno, l’altro o tutto.
In questi ultimi anni ho preso i kata di Aikiken di Saito Sensei, li ho smontati e ricomposti in 5 livelli di comprensione: Struttura, protezione, costrizione, avvicinamento e Tai jutsu (di nuovo Aikido).
Ho tenuto un paio di seminari su questo tema, con molta soddisfazione da parte mia, sia in relazione alle presenze sul tatami che alla fluidità della comprensione: il filo logico delle cose.
Ovviamente per ovviare questo ho dovuto attingere dai venti e più anni di pratica della spada e del Katori Shinto Ryu, che è la cosa più vicina all’Aikiken
Quello che ho visto del Ko Ryu (scuola antica) è che è strutturata su movimenti efficaci però costrittivi, ad un livello più elevato, si avvicina la distanza e ad un altro livello la tecnica diviene fluida e rotonda come l’Aikiken che ci hanno mostrato i più grandi Maestri. Penso che non si può imparare una tecnica finita, cioè al suo più alto grado di elaborazione ed intuizione. C’è bisogno delle basi e le basi si possono creare: stabili e sicure. Con spostamenti precisi, posizioni precise, e la spada tenuta nel modo corretto. I colpi dritti, per sviluppare la giusta direzione della spada ed il controllo. In una seconda fase tori o Uchikomi (colui che colpisce ed entra) si protegge dalla punta di Ukedachi (colui che riceve) in modo sicuro senza che Uke si muova. Quindi si creano poi condizione di reazione, alle quali tori o Uchikomi deve rispondere adeguatamente alle provocazioni di Ukedachi; i mezzi gli sono stati dati. Provati lentamente, per armonizzarsi ad essi, possono via via diventare più veloci.
Solo allora si può attingere alla tecnica finita, i mezzi ci sono e sono stati acquisiti, basta lavorare.
Rispetto all’Aikido, se penso alla spada devo trattenere il gesto, altrimenti diventa (penso) devastante per l’Uke. Siccome l’Uke è li per noi in tutta la sua disponibilità, non possiamo violentare il suo corpo per il nostro ego.

CHIERCHINI
Parliamo adesso del tuo percorso nelle arti della medicina tradizionale: tagliare o guarire?

RE
Possiamo dire entrambe le cose, se tu sai dove mettere le mani, sai cosa fare. Puoi guarire, offendere o proteggere. Diciamo che possiamo scegliere. È vero che non è stato sempre così per me. Però lo è diventato.
Come Operatore Shiatsu e praticante di Arti Marziali, ho la fortuna di farmi capitare tutto quello che può succedere alla struttura. Dolori alla schiena, alle braccia, spalle, ginocchia, polpacci, collo e quant’altro. Quindi imparo. So cosa fare agli altri quando mi descrivono i miei stessi problemi, è un grande vantaggio!
Se succede qualcosa sul tatami, si risolve immediatamente, non esito un istante per l’allievo. Ovviamente l’allievo penserà che il dolore o il problema si sarebbe risolto da solo. Ma non è così. Se il problema viene preso subito, la risoluzione è immediata, diciamo un minuto o due.

CHIERCHINI
Che oggi non sia facile fare Budo e’ un discorso che sentiamo spesso nelle parole di amici e colleghi, incentrati sulla difficolta’ dell’artista marziale nella societa’ di oggi:  gli esperti devono secondo te puntare sul professionismo o coltivare il proprio percorso personale?

"L’insegnamento deve passare dal Maestro all’allievo da vicino e non visto col binocolo"

RE
Credo che si debba accedere all’Arte Marziale, oggi come ieri, come un percorso personale. Poi se la vita ci riserverà le condizioni necessarie… ci si avvierà verso il professionismo.
La mia esperienza è stata quella di un lungo apprendistato, per poi a 48 anni decidere che ciò che facevo professionalmente (fotografo), non era più aderente ai miei interessi. Fu una scelta naturale pensare di far diventare tutto ciò che sapevo, conoscevo, ed avevo allenato per anni, una “professione”.
Altre persone che conosco, hanno deciso in età molto giovane il percorso professionale dell’Aikido. Professionisti nella spada giapponese ne conosco solo uno.
Quello che secondo me manca in Italia, è una formazione per professionisti, e solo i professionisti la potrebbero fare, perché è una condizione che vivono quotidianamente. Forse bisognerà lavorarci, se ci sono soggetti disposti a mettere le loro esperienze al servizio degli altri.
Insegnanti professionisti preparati a dovere, potrebbero far alzare il livello di tutte le pratiche Marziali.

CHIERCHINI
Katori Shinto Ryu in Italia e Europa oggi: prospettive delle tre scuole di riferimento KSR.

RE
Oggi in Europa, come dici tu e in Italia, sono attive tre scuole. La scuola di Sugino è stata la prima ad uscire dal Giappone ed avere un nutrito seguito. Già dalla fine degli anni ottanta erano presenti sul nostro territorio rappresentanti di questo “ha” (linea). Il numero dei praticanti crebbe velocemente.
Dobbiamo pensare che queste non sono pratiche di massa, l’insegnamento deve passare dal Maestro all’allievo da vicino e non visto col binocolo.
Nella linea Otake, che è quella più famosa per via dei libri e dei filmati che sono stati pubblicati sin dagli anni ’80, hanno tenuto l’insegnamento congelato nel Dojo di Narita in Giappone. Kyoso Sensei, Shihan-Dai, figlio di Otake Risuke, ha iniziato a uscire dal Giappone solo negli anni 2000 per diffondere la sua linea.
Il Maestro Hatakeyama è venuto in Italia prima come delegato del Sugino Dojo, e poi, alla morte di Sugino padre, ha continuato ed incrementato la sua presenza seguendo il gruppo di praticanti Italiani che si rifacevano a lui come insegnante.
A uno dei miei primi Maestri una volta chiesi: “ Maestro, chi scegliere?”. E lui rispose che l’uomo è incline a seguire le parrocchie, mentre sarebbe meglio seguire “l’Uomo”, perché è l’uomo che sa dove andare.
Così scelsi, ed oggi mi trovo a prendere inaspettatamente una parte dell’eredità del Maestro, se non altro come riconoscimento personale.
Non posso parlare per le altre scuole, anche se ho praticate due di queste. Trovo che per ciò che faccio, la linea Hatakeyama è quella che ha più attinenze e punti di contatto, sia nella posizione che nei principi, così è come nutrire tre sfere marziali nel contempo.
Oggi, dopo la dipartita del Maestro, stiamo lavorando per realizzare un circuito di praticanti e gruppi preparati, collaborando con altri docenti Menkyo (licenza d’insegnamento 5° dan circa), per progetti di crescita futuri. Nel contempo a turno noi allievi più anziani seguiamo gli allievi del Maestro Hatakeyama in Giappone. Nella mia mente c’è la speranza che uno di loro un domani non lontano, venga  a pieno titolo in Italia a tenere stage, come faceva il nostro amato Maestro. Ci stiamo lavorando e mettendo tutto il nostro impegno.

Leggi la Prima Parte dell’Intervista

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2 thoughts on “Intervista ad Andrea Re – Parte II

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