Maestri & Masters

Francesco Corallini anima annualmente un Master in Takemusu Aikido

L’uso di seminari tematici nell’Aikido ha suscitato alcune critiche, a nostro parere del tutto infondate, in quanto questi Masters genererebbero e promuoverebbero un inutile tecnicismo specializzato. Allora come mai il Master Degree è considerato il punto di arrivo di qualsiasi laurea? Anche lo studio specializzato avrà i suoi vantaggi…

di SIMONE CHIERCHINI

Il seminario tematico di Aikido in Italia è vecchio quasi come la storia della disciplina nel nostro paese. Il capostipite del genere è il celeberrimo Kinorenma che il Maestro Hiroshi Tada dirige fin dal’inizio degli anni ’70 e che ha da sempre avuto un notevole seguito. In questo particolarissimo seminario estivo, della durata di una settimana, il direttore didattico dell’Aikikai d’Italia affronta e sviluppa le tematiche specifiche dell’Aikido in relazione agli esercizi di respirazione, meditazione e sesto senso che hanno caratterizzato dai primordi il suo approccio all’Aikido, introducendo in esso molte pratiche derivate dalla scuola Tempukai di Nakamura Tempu.

Altro comunissimo esempio di seminario tematico è il classico stage di armi, vuoi incentrato sulle tecniche di Aikijo o di Aikiken, che annualmente caratterizza l’offerta pedagogica di ogni associazione, per la gioia, il profitto e l’avanzamento didattico di centinaia di praticanti di ogni livello.

E’ almeno dagli anni ottanta, inoltre, che Yoji Fujimoto Sensei ha introdotto in Italia il seminario tematico rivolto ad una specifica fascia di allievi e basato sulla preparazione ad un determinato esame kyu; anche questo tipo di stage ha sempre avuto un ottimo successo e ha di certo soddisfatto con un’offerta mirata un certo tipo di domanda tecnica sorto nel corso degli anni.
In un certo modo, ogni seminario ed ogni lezione di Aikido sono tematici, e come potrebbe essere diversamente? E’ ovvio che chiunque si proponga di insegnare qualcosa dovrebbe avere una mappa mentale che contiene il luogo ove si trova (i suoi allievi), il luogo di partenza (la condizione tecnica attuale sua e degli allievi), il percorso (il TEMA che si vuole affrontare) e il punto di arrivo (la nuova condizione di allievi e maestro, risultante dall’aver camminato assieme su un dato percorso).

Ogni lezione in cui questo sia assente, non è una lezione, e quindi non dovrebbe trovare spazio in un dojo di arti marziali che non appartenga alla catena dei McDojo: le dimostrazioni egocentriche di bravura in cui si scaraventa a terra un giovane uke morbido e pilotato non sono lezione, ma sterili manifestazioni di egomania; le sperimentazioni (anche quando condotte secondo canoni logici e utili) non sono lezione ma sperimentazioni, appunto, e vanno condotte nella sede appropriata; il combattimento libero (anche quando utilizzato per verificare legittimamente il proprio avanzamento psico-fisico) non è lezione; un’accozzaglia indistinta di tecniche proposte alla rinfusa non è lezione… e via dicendo.

Ogni lezione che non segua uno specifico tema non può essere qualificata come tale e fa sorgere serie questioni su chi la propone: non è un caso che in tutte le discipline tradizionali del Budo (e in ogni arte delo scibile!), per tagliare la testa al toro su cosa fare e non fare a lezione, si segue un programma specifico di istruzione, Aikido del Fondatore incluso, come ci è stato trasmesso dalla scuola del Maestro Morihiro Saito. Chi siamo noi, insegnanti piccoletti piccoletti, per voler arrogantemente cambiare i kata, che so, del Katori Shinto Ryu, che vengono praticati allo stesso modo da oltre 500 anni? Ci sarà pure un motivo se sono stati proposti così per generazioni e generazioni! Chi sono io per rifiutare la pedagogia di Iwama o gli sviluppi tecnici dell’Hombu Dojo? Senza di essi non saprei neppure cosa vuol dire Ikkyo…

Tornando alla necessità e opportunità di organizzare e frequentare o meno corsi specializzati di Aikido, penso che la questione neanche si ponga. E’ ovvio che essi abbiano un’intrinseca utilità, quando siano parte di un programma più ampio in cui la visione specializzata vada a inserirsi, e quando siano tenuti da insegnanti qualificati e veramente ferrati nei temi che affrontano. Le scuole che propongono questo genere di seminari – seguendo i criteri di cui sopra – vanno lodate, non criticate seguendo il tipico vezzo all’italiana del tutti contro tutti, pazienza se distruggiamo tutto e tutti nel processo.

Copyright Simone Chierchini © 2011Simone Chierchini
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3 thoughts on “Maestri & Masters

  1. Per come la vedo io, TUTTI i seminari dovrebbero essere tematici.
    Quando viene presentato un congresso di medici, non si chiama “congresso di medicina”, ma ha un titolo che definisce chiaramente area trattata e tema specifico all’interno dell’area stessa.

    Nel Judo c’è il concetto di Tokui Waza, la tecnica preferita.
    Ci sono specialisti del Uchi Mata, per esempio, che tengono stage specifici esclusivamente sugli aspetti inerenti questa tecnica, dalla propedeutica a tutte le possibili applicazioni.

    Non vedo perché in Aikido si continui ad avere l’idea di uno stage a pacchetto chiuso, al quale si partecipa solo in base al nome del relatore, senza sapere a cosa si sta prendendo parte.

    Oltretutto credo che organizzare stage tematici aiuterebbe moltissimo anche nella convivenza sul territorio di più insegnanti che tengono stages.

    Due insegnanti chiamati nello stesso dojo a tenere dei seminars, tengono una lezione di Aikido.

    Questo li rende concorrenti,in qualche modo!

    Concorrenti in un ambito tanto grande che potrebbero fare decine di lezioni e non accavallare MAI gli argomenti!

    E’ semplicemente stupido!

    Dichiarare il tema dello stage sancisce l’area di competenza, costringe l’insegnante ad approfondire più possibile il tema scelto e soprattutto non permette ai relatori di ripetere ogni anno sempre lo stesso stage, cosa che capita molto molto spesso, ultimamente!

    Propedeutica, connessione, ruolo di uke, attacchi, kuzushi, tecniche di proiezione, immobilizzazioni, suwari waza, tecniche di caricamento, kokkyunage, applicazioni reali, jyuwaza, armi, disarmi…..Le aree tematiche sono diversissime!

    Questo ci aiuterebbe molto nella focalizzazione e nel non perdere alcune di esse che vengono trattate molto di rado!

  2. Posto che ogni scuola è libera di proporre ciò che vuole.
    Ognuno è anche libero di pensare che certe metodologie d’allenamento siano superate ed obsolete.
    Dire che l’allenamento con kata o con kihon è superato, non è eresia, ma teoria dell’allenamento.
    Con questo non si vuole negare l’importanza storica e di trasmissione che può rivestire il kata in una koryu, ma l’aikido NON è una koryu.
    In qualsiasi disciplina fisica il “kihon” (come concepito nell’aikido)riveste una parte minoritaria dell’allenamento, ed anche i kata nelle scuole di karate a contatto hanno un ruolo quasi affettivo.
    Dire che la sperimentazione NON è lezione, è un’eresia (per usare le tue parole).
    Anche il combattimento libero ha una sua importanza in una “lezione” e di certo NON è un’accozzaglia di tecniche alla rinfusa.
    Ma ti sei mai chiesto perchè in qualsiasi disciplina da combattimento, in un anno, si raggiungono livelli che con le normali metodologie in uso nei dojo d’aikido non si vedono?
    E non è questione di distruggere qualcosa (dire questo piuttosto è il tipico vezzo italiano di trincerarsi dietro verità indimostrabili), ma di ragionare scientificamente su una metodologia rispetto ad un’altra.
    Come il far credere che una lezione su ikkyo in millemila maniere sia più “lezione” di un altra .
    Parliamoci chiari ripetere un movimento tante volte NON è allenante.
    Riempire una persona di centinaia di tecniche NON è allenante.
    Salvo se la nostra ricerca non sia mnemonica o coreografica.
    Una cosa poi mi piacerebbe sapere, se in aikido si ricerca la tecnica “viva”, come la troviamo se ogni movimento rientra in uno steccato già preconfezionato?

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