L’Aikido e la Risoluzione dei Conflitti

Simone Chierchini Sensei in Bogotà, Colombia (2010)

Simone Chierchini Sensei in Bogotà, Colombia (2010)

Nell’Aikido trova piena applicazione il tipico concetto orientale del principio di non resistenza nella sua più alta espressione, il quale esprime esattamente il concetto opposto del noto principio occidentale frangar, non flectar. È importante però evidenziare come il concetto di non resistenza non significhi restare imbelli nei confronti di un ipotetico avversario; significa invece che la scelta fondamentale e prioritaria fra tutte le opzioni possibili volte alla risoluzione di un conflitto, consiste innanzi tutto nella ricerca della massima conservazione della propria integrità fisica, la quale è possibile solamente quando ci si faccia scivolare di dosso il peso del conflitto senza subire le conseguenze che derivano dalla contrapposizione forza contro forza.

di CLAUDIO PIPITONE

Il tipico esempio orientale del ramo del salice che flettendosi sotto il peso della neve abbondante se la fa scivolare di dosso lasciando che cada a terra per effetto della stessa azione del suo peso ed in questo modo si mantiene ben integro e vegeto, simboleggia giustamente il principio di non resistenza, al contrario del ramo della quercia che invece, non potendo sopportare lo stesso carico di neve e non volendosi piegare, si spezza e muore.

Il principio di non resistenza, non rende dunque imbelli o non porta ad accettare supinamente gli eventi ed il compimento dei fatti, bensì educa e favorisce lo svilupparsi della capacità di sottrarsi agli eventuali effetti negativi delle azioni altrui, lasciando che queste ultime si esauriscano naturalmente senza che, per questo, ne derivi un danno per l’aikidoka. Solo in questo modo si può giungere alla condizione di rendere vana la voglia e la volontà aggressiva di un eventuale avversario e rimuovere quindi all’origine il presupposto del suo attacco (condizione chiamata dal fondatore: shin bu); infatti quand’anche, rimanendo nella logica occidentale del frangar, non flectar, si riuscisse a sconfiggere l’avversario, poiché anche costui è in tale logica ed avendo di conseguenza subìto sicuramente dei danni, avrà ancora di più la voglia e la volontà di rifarsi, alla prima occasione. In tal modo la difesa è solamente provvisoria ed apparente e si rimane esposti facilmente all’evenienza di essere nuovamente attaccati dall’avversario, che quindi continuerà a costituire una continua e costante minaccia.
La finalità dell’Aikido non è dunque rivolta al combattimento né alla difesa personale, pur utilizzando per la sua pratica uno strumento tecnico che deriva dall’arte militare dei samurai giapponesi; l’Aikido mira infatti alla corretta vittoria (dal fondatore chiamata: masakatsu) che consiste nella conquista della padronanza di sé stessi (dal fondatore chiamata: agatsu, cioè la vittoria su di sé stessi), resa possibile soltanto da una profonda conoscenza della propria natura interiore. Con questo il fondatore dell’Aikido voleva affermare che se vuoi cambiare il mondo occorre cambiare sé stessi e ciò significa che se si vuole veramente acquisire quella capacità che il fondatore dell’Aikido definiva katsuhayabi, cioè di padroneggiare l’attacco proveniente da un potenziale avversario esattamente nell’istante e nella circostanza della sua insorgenza,[1] occorre aver preventivamente acquisito la capacità di padroneggiare pienamente se stessi.
Questo è l’ambizioso traguardo spirituale, morale e sociale dell’Aikido, che chiede all’aikidoka di essere sempre prioritariamente disposto a rinunciare alla finalità di ricercare la sconfitta di colui che si è posto nel ruolo di avversario, al contrario delle usuali discipline di combattimento che invece accettano di lasciarsi coinvolgere nell’antagonismo ed in tale ruolo si prefiggono lo scopo prioritario della risoluzione del conflitto attraverso il combattimento, cercando a tutti i costi di infliggere dei danni all’avversario anche a costo di ricevere anch’essi danni notevoli, pur di essere riusciti a portare comunque i propri attacchi all’avversario.
Questa concezione della risoluzione del conflitto che il fondatore dell’Aikido definiva shin bu, cioè corretta vittoria intesa come katsuhayabi, vale a dire superamento del conflitto qui ed ora, esattamente nella circostanza e nell’istante del suo insorgere, senza antagonismo e senza combattimento, costituisce un irrinunciabile valore etico e morale di cui l’Aikido è portatore nel mondo.

[1] Condizione analoga a quella realizzata nel Buddhismo Zen ed indicata come: qui ed ora

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