Aikido: Perché Vergognarsi di una Disciplina che non è Efficace ma Piuttosto Efficiente?

Aikido

I tre Kanji di Aikido

Nino Dellisanti, insegnante di riferimento dell’Associazione Shisei Torino, aderente al Progetto Aiki, esordisce sulle colonne di Aikido Italia Network con un importante contributo sul tema dell’efficacia/efficienza nell’Aikido che fa da contralto ai precedenti interventi sul tema da parte di Fabio Branno e Simone Chierchini

 

di NINO DELLISANTI

Non c’è contenuto senza che vi sia prima una forma. Dovrebbe risultare facile essere tutti d’accordo.
Possiamo inoltre porre l’accento sul fatto che per la cultura giapponese (ma non solo) la forma è sostanza. Anche su questo dovremmo essere tutti d’accordo.
Così dicendo affermiamo che le proprietà di quella “specifica” forma costituiscono di per sé un elemento che possiede una “sostanza” valido per se’ e non solo per quello che contiene.
Nella lingua tedesca si parla della gestalt (traduzione di forma) riferendosi, ad esempio, a situazioni complesse, per sottolineare la configurazione di diversi elementi nel costituire un tutto armonico, che ha. Quindi, significato.
Noi, che studiamo una disciplina giapponese (che questa sia l’aikido o un’altra del budo), accettiamo senza particolari problemi tutte quelle “forme” che costituiscono il reishiki e gli riconosciamo immediatamente uno status che supera il semplice gesto per arrivare ad un contenuto profondo… ma apprendere quella forma è “tecnica”! Si apprende, si interiorizza, se ne assume il significato, agisce su di noi modificando il nostro modo di penetrare la pratica…. Tecnica! Sapersi sedere, compiere un rei, andare a prendere un diploma di grado… qualcuno pensa che sia poco importante apprenderne la tecnica?
Poi improvvisamente si passa a quelle altre forme che definiamo Ikkyo, nikyo etc… e improvvisamente ci si ribella ad assumerne il significato “oltre”. In questo caso può capitare che con fatica si accetti di essere costretti in un preciso ambito arrivando a teorizzare che tutto ciò ne possa minare l’efficacia.
Efficacia? Di cosa stiamo parlando?
Il dizionario (uno qualunque) definisce efficacia come: Il rapporto tra i risultati ottenuti e gli obiettivi posti.
Ancora:
1 Che produce l’effetto desiderato, SINONIMO valido, utile: rimedio efficace
2 Che ha forza espressiva, SINONIMO incisivo, persuasivo: una scena molto efficace.
Ma l’effetto desiderato che ci poniamo nell’eseguire Ikkyo o Chudan Tzuki è quello di atterrare un avversario, colpire un bersaglio per neutralizzare o piuttosto quello di compiere un lavoro su di sé?
Siamo certi di cogliere la vera differenza tra un gesto che può arrivare ad essere gesto sportivo piuttosto che di autodifesa e il budo?
Il problema è che se diciamo che il budo non è sport siamo tutti d’accordo ma se con la stessa motivazione teorica affermiamo che il budo non è ricerca dell’efficacia fine a se stessa ci troviamo su posizioni, tra loro, molto diverse.
Il problema è, a mio modesto avviso, che ci siamo lasciati distrarre dai temi di attualità piuttosto che compiere una riflessione più specifica del nostro dedicarci ad una disciplina. Non siamo noi che abbiamo imposto il tema dell’efficacia come possibilità di difenderci nella strada da un attacco in virtù dell’aver appreso tecniche micidiali, è la “strada”, quella che percorriamo ogni giorno nel tragitto da casa nostra al lavoro, che, diventata luogo dell’insicurezza, propone il suo tema.
Si è snaturato il senso di “effetto desiderato”. Non il lavoro su di noi ma la possibilità di difenderci… errore, orrore.
Ormai è troppo tardi, il lemma “efficace” nei nostri ambienti assume il significato di “adatto ad essere applicato, così come è, alle situazioni reali di scontro”.
E’ un termine che non ci serve più. È diventato inutile. Nel senso comune è divenuto un elemento che ci distrae nella pratica, se siamo praticanti, e nell’insegnamento, se siamo istruttori.
Il termine “efficienza” mi pare essere, quindi, più adatto.
Riprendo il dizionario:
1 Che produce o può produrre un effetto / Competenza e prontezza nell’assolvere le proprie mansioni: e. nel lavoro; con riferimento a cose, capacità di raggiungere i risultati richiesti: controllare l’efficienza. di una macchina || essere in piena, perfetta e., rendere al massimo.

Fino a questo punto, se letta superficialmente, sembrerebbe di trovarci di fronte ad un sinonimo ma poi arriva la seguente definizione:
“L’efficienza è la capacità di azione o di produzione con il minimo di scarto, di spesa, di risorse e di tempo impiegati. Il termine varia ampiamente a seconda delle diverse discipline.”

L’efficacia, quindi, è riassumibile come la capacità di raggiungere l’obiettivo prefissato, mentre l’efficienza si occupa delle qualità intrinseche ad un agire.
Altro che sinonimi!
Ci siamo finalmente arrivati: “efficace” è occuparsi di tecnica nel suo risultato mentre “efficiente” è preoccuparsi dei principi sottointesi nel movimento che stiamo eseguendo (la tecnica).
Ecco che se studiare una tecnica, nella sua forma viene finalizzato ad un comprenderne l’efficienza piuttosto che l’efficacia cominciamo ad agire per ritrovare lo spirito del budo quando si è separato dal Bujutsu, il Do, la ricerca di una Via. Sempre a mio modesto avviso naturalmente.
Perché vergognarsi di una disciplina che non è efficace ma piuttosto efficiente?
Esistono veramente discipline autenticamente efficaci? Non credo, non in quelle che definiamo come arti marziali. L’efficacia (intesa come capacità offendere-difendere) attiene all’individuo e non allo strumento. Alla soggettività e non all’oggettività.

La questione del Metodo
Si apre un nuovo capitolo, sgombrato il panorama da un termine pesante e non pensante (che non aiuta il pensiero) rimane il problema del cosa insegnare e come insegnarlo.
Credo che sia esclusivamente un problema del punto di vista.
Uno studente passa 13 anni della sua vita a conoscere e re imparare le stesse cose, un programma di storia, di matematica, ETC.
Se arriva all’università (facoltà di lettere) senza conoscere la grammatica qualcuno dovrà re insegnargliela oppure tutti noi dovremo accettare il fatto che i neo laureati siano incapaci di scrivere, e di leggere correttamente (con il senso giusto e profondo) ciò che altrove è scritto. Tecnica.
Il desiderio di saltare dei passi è fortemente presente. E’ una attitudine che posso facilmente capire negli studenti, decisamente meno negli insegnanti…
Saltare dei passi nell’insegnamento è dimenticarsi del proprio percorso e proporre il proprio livello come propedeutico. Sarebbe come trovare normale che un maestro elementare proponesse lo studio della storia per come sono le sue conoscenze universitarie piuttosto che tenendo conto del livello dei suoi discenti.
Ma nel budo questo è normale… invece è egoistico. E’ proporsi come modello piuttosto che come docente, o meglio è proporsi esclusivamente come modello affermando che questa sia la condizione sufficiente perché i praticanti possano essere bagnati dal sapere ed esserne ispirati.
Certo, ispirati lo sono, ma per un talento che riesce ad emergere vi sono mille individui ai quali non è stato dato alcuna possibilità per progredire veramente. Una solida base.
La base non è divertente? Neppure la grammatica e a me manca il fatto di non averla studiata a sufficienza quando era il tempo di farlo.

Chi e’ Nino Dellisanti Sensei

Copyright Nino Dellisanti © 2011
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/

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16 thoughts on “Aikido: Perché Vergognarsi di una Disciplina che non è Efficace ma Piuttosto Efficiente?

  1. Come sempre, pungente, stimolante ed efficiente!
    Mi piace pensare che le basi siano la grammatica della nostra disciplina.
    Questo fa capire che senza le basi, in pochi apprenderanno e meno ancora potranno evolversi

  2. (continua da sopra) Ma mi chiedo se è sufficiente imparare a coniugare i verbi per poter dire di parlare una lingua. Riconoscere genere e numero di un sostantivo, è garanzia di conoscenza dell’italiano?
    Evidentemente no. Altrimenti non esisterebbe l’analisi logica, nè quella del periodo.
    L’analisi grammaticale si studia alle elementari, la logica alle medie, quella del periodo alle superiori.
    Ovviamente un bambino di prima media non padroneggia perfettamente tutta l’analisi grammaticale, quando approccia a quella logica, nè possiamo dire che un diplomato possa esaurire l’intera conoscenza di tutta l’area della grammatica italiana.
    Eppure parla.
    Incredibilmente, a dispetto di programmi ministeriali e di progressioni didattiche, parla molto prima di iniziare a studiare la grammatica.
    Ciò che mi sconvolge è la presunzione di farlo tacere.
    L’idea di vincolare la sua possibilità di esprimersi e cominciare il lunghissimo lavoro della formazione della personalità attraverso il contato col mondo esterno, alla conoscenza sistematica di tutte le regole applicate a tutte le frasi possibili.

    CI sarebbe da sbellicarsi dalle risate, se non fosse esattamente quello che accade in Aikido.

    Se la grammatica è la base, e l’efficienza è la capacità di compiere un’attività col minimo scarto di risorse, la nostra base non è efficiente.
    D’altro canto, se apriamo il sito dell’Aikikai International, troviamo un programma di esame che è grande un quinto del nostro.
    La “famosa pigrizia nipponica”? ^__^

    Viviamo in una società che ha fatto della forma la sua sostanza. A me questo non piace.
    Il mio traguardo è raggiungere una sostanza che, come l’acqua, prenda la forma del recipiente che la contiene, adattandosi ed adattandolo continuamente.

    Ah, dimenticavo: la grammatica nasce DOPO la lingua. Il bisogno di esprimersi crea un suono che,col tempo, si cerca di regolamentare…. Questa cosa l’ho sempre trovata molto ispirante!!

    Abbraccione forte!!

    • Non credo che le nostre posizioni siano differenti.

      Il bisogno di regolamentare ha come fine il farsi comprendere e il comprendere all’interno di una complessità costituita dalla comunità.
      Ti consiglio un libro: “Togliamo il disturbo” Paola Mastrocola – guanda editore.
      Anche se provocatorio, con alcune cose che trovo forzate, è illuminante. Dimenticavo non parla di aikido ma di scuola.
      Ciao e a presto!

  3. Anche io penso che le posizioni siano simili e complementari, ma in ogni caso bisogna che tutti impariamo a volerci bene ANCHE se non siamo d’accordo. Che male c’e’?
    Questo e’ il senso di appartenere a una comunita’.
    SE io volessi sempre avere ragione, sarebbe sufficiente che mi tappassi da solo in casa ed enunciassi le mie teorie allo specchio…

  4. Desidero complimentarmi con il M° Dellisanti per il suo articolo, articolo che a suo modo è rivoluzionario per le ammissioni che contiene. Il punto è che se si decide di far valere certe valenze culturali non si può fare a meno di sottolineare che L’aikido nasce come arte marziale ed ha degni genitori. Perciò non è scandaloso pretendere da esso una certa efficacia. Bellissimo il percorso fatto dal Maestro Dellisanti per il quale non conta la meta ma il viaggio e trovo molto sofisticata la distinzione tra efficienza come esito finale ed efficacia come qualcosa di connaturato allo studio che se praticato in qualche modo ci rende partecipi della natura divina nel senso di forma positiva che ha in se positività e quindi sostiene un percorso fatto di regole, mentalità dagli obiettivi edificanti in termini di crescita personale.. Condivido ogni cosa purchè esplicitata. Si dovranno trovare altri criteri però. L’espressione: così la tecnica non funziona e l’esecuzione è sbagliata sarà solo un dato ininfluente anche perchè privo di criteri veritativi. L’aikido nasce come arte marziale, da non snaturare ed impacchettare in ripetizioni e riti inconsapevoli, ma nel momento in cui le carte sono sul tavolo e sono scoperte…niente da dire

  5. Articolo molto interessante e soprattutto molto coraggioso.
    Da quello che ho letto mi è sembrato di capire che il percorso è la meta stessa…di conseguenza lo studio della grammatica “è” parlare l’italiano….ma se non è cosi allora la base dell’aikido è come la grammatica per l’italiano….e se il fine dello studio della grammatica è mettere in condizione di parlare e scrivere correttamente l’italiano….il fine dello studio della base dell’aikido qual’è?….

    • Non solo parlare e scrivere. Direi che è fondamentale per comprendere… Dopo viene la possibilità di crearsi una propria visione del mondo che si basa sulla possibilità di accesso alla cultura che si esprime con il linguaggio.
      Libertà, democrazia, uguaglianza si ottengono non ritenendoli elementi dello stato naturale ma con un lavoro continuo per difenderne i principi.

      Ampliando la metafora all’aikido la lascio alle sue libere riflessioni che in quanto “sue” avranno certamente valore. Valore per Lei e per il sottoscritto.

  6. Se questo articolo viene preso come a se stante, può andare bene. Se viene preso come risposta a quello di Fabio Branno, no.
    Ci vedo molte differenze tra i due, perché l’articolo di F.Branno non pone l’accento su concetti come efficace/efficiente e così via, ma affronta il tema di come sia rischioso legarsi troppo alla forma che, inevitabilmente, ne sacrifica la sostanza.
    Non si tratta di “saltare dei passi da parte del giovincello”, ma di rivedere il percorso stesso.

  7. Cari amici, Fabio, Nino e tutti voi. E’ molto interessante il vostro dibattito, ma personalmente oggi sono tornato a vivere un aikido che E’ VITA!!!
    L’idea che per i Giapponesi la Forma è Sostanza è una costruzione moderna e soprattutto avvalorata da noi occidentali, che siamo abituati a dare una spiegazione a tutto.
    La continua ricerca della perfezione o almeno di qualcosa che si avvicini ad essa si basa unicamente sulla consapevolezza che l’impermanenza della vita dovrebbe portarci a vivere intensamente ogni attimo. Viverlo intensamente significa immetterci dentro tutto il “noi stessi”. La somma di quegli attimi da una vita vissuta a pieno. La ricerca della forma perfetta, anche nell’aikido, è la somma della presenza di noi stessi in ogni attimo.
    Al contempo la forma perfetta ESISTE e NON ESISTE allo stesso tempo.
    Due persone possono stare insieme se la manifestazione formale della loro vita è diversa ma i principi sono in comune. Difficile è il contrario.
    Negli ultimi anni ho studiato e studiato la forma…perdendo di vista il piacere della pratica genuina fatta di sensazioni. Avere crisi quando la forma non “funzionava” ed ammazzarsi di costruzioni mentali. L’aikido ed il budo sono espressione.
    Ora, possiamo decidere di interpretarle alla Occidentale e va bene! ma in realtà a mio parere non avrebbero senso.
    Se invece sono espressione ed un modo di vivere le proposte che la vita ci offre allora non vergognamoci di dire che sono DO la Via ed in quanto tale non troveranno mai spiegazione nella logica, ma unicamente trveranno ESISTENZA nell’espressione e nell’armonia del principio.
    Non scrivo molto in merito perchè non ne ho tempo…ma ne approfitto per salutare tutti gli amici che scrivono qui.

  8. Caro Dancan, perdonami non riesco a capire il tuo commento, soprattutto cosa c’entri con il discorso
    Innanzi tutto il tuo primo MA:
    E’ molto interessante il vostro dibattito, MA personalmente oggi sono tornato a vivere un aikido che E’ VITA!!!

    Scusa ma si sta parlando proprio di questo, cioè del dibattito tra vitalità dell’aikido e non, quindi non capisco
    1) il tuo MA
    2) il senso di sottolineare che tu hai raggiunto questo stadio.

    Ciò che scrivi dopo è molto bello e veritiero, tuttavia il modo di praticare aikido, vuoi o non vuoi, al di la che tu ci metta tutto te stesso o meno, influisce su un certo tipo di impostazione.
    Forse quì si sottovaluta che un metodo possa portare a delle problematiche: l’aikido è un’arte marziale, quindi DEVE rispondere a delle esigenze marziali.
    Tutto il resto del messaggio è molto bello, ma nello stesso tempo soporifero

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