Intervista a Jun Nomoto (1990)

Simone Chierchini e Jun Nomoto nel dojo del maestro a Tokyo (2001)

Tratta dalla rivista Aikido dell’Aikikai d’Italia, riproponianiamo questa intervista di Simone Chierchini e Giulia Colace del 1990 con Jun Nomoto Sensei, nella speranza di aiutare a comprendere piu’ da vicino uno dei personaggi che con grande affetto hanno aiutato a crescere l’Aikido italiano

di SIMONE CHIERCHINI & GIULIA COLACE

Chi non ricorda il volto sorridente di Jun Nomoto Sensei? Assente per qualche anno dalla scena italiana, ha percorso la penisola in lungo e in largo in questo primo scorcio di anno. E minaccia di continuare a farlo…

– Maestro Nomoto, per quale motivo e’ arrivato in Italia tanti anni fa?

– E’ stato il Maestro Tada a mandarmi in Italia. In quel periodo a Firenze – stiamo parlando del 1976 – c’era il Maestro Yamanaka, che aveva intenzione di aprire nuovi dojo a Viareggio e Pisa e aveva bisogno di un assistente. Il Maestro Tada però sosteneva che due maestri per Firenze erano troppi. Proprio in quegli stessi mesi, precisamente nel settembre del 1976, il responsabile di Genova chiese un aiuto. Fu così che iniziai a insegnare a Genova, cosa che feci per un anno, mentre a Firenze insegnai per quasi quattro anni.

– Che cosa ha studiato all’università?

– Mi sono laureato in giurisprudenza, ma la mia vita professionale ha imboccato ben presto strade diverse, divergenti e impensabili rispetto al mio titolo di studio. Lo so, in molti si domandano che cosa ci faccia un avvocato sul tatami.
Mi spiego: se mi fossi fermato in Giappone e non avessi deciso di fare Aikido, sarei restato un semplice impiegato, avrei dovuto aderire ad uno schema predeterminato e preconfezionato, fatto di quotidianità, orari, di preoccupazioni per la carriera… Oggi so con certezza che me ne sarei pentito.
Fu proprio la decisione di dedicarmi all’Aikido e di trasferirmi, anche solo temporaneamente, in Italia che si e’ rivelata fondamentale per le mie scelte future. Anche perché l’Italia mi offriva l’opportunità di praticarlo ad un certo livello.
Il vostro paese mi comunicò subito, fin da quando misi piede a terra, sensazioni ed impressioni positive, che sono via via venute confermandosi. Dovete sapere che prima di partire dell’Italia sapevo solo qualcosa che avevo letto in un libro. Sapevo dire “buongiorno” e “spaghetti”. E proprio “buongiorno” dissi al primo che incontrai a Roma, quando atterrai una sera di quattordici anni fa. Rispose al mio saluto con apertura e disponibilità. Capii subito che sarebbe stata una bellissima avventura. Ora che mi ricordo era il sedici di aprile, proprio come oggi.

Jun Nomoto sul tatami del Dojo Centrale di Roma (1976)

– Ma come fu in realtà la vita in quel periodo?

– Furono anni di treno e peregrinazioni. Basare il proprio insegnamento solo sulla città di Genova si rivelò subito problematico. Chissà, forse il carattere ligure si adattava poco al mio. Fatto sta che gli allievi non erano tanti e così presi a percorrere la penisola. Tenevo stages e collaboravo con gli insegnanti alla conduzione delle lezioni. In un certo senso e’ stata la mia fortuna: ho conosciuto tantissime persone, mi sono innamorato di questo paese, ho conosciuto la gioia dell’amicizia.

– L’Italia per lei ha rappresentato anche un momento di aggiornamento tecnico?

– Per prima cosa mi viene in mente il Maestro Tada e Coverciano. Per me era durissimo. Ci allenavamo sette-otto ore al giorno. Quasi costantemente ero assistente del Maestro. Imparai a sentire cosa significano fatica e responsabilità.
Tecnicamente, però, devo molto ai Maestri Hosokawa e Fujimoto. Il lro modo di insegnare era  per me del tutto nuovo. Dovete sapere che in Giappone non c’e’ l’abitudine di spiegare verbalmente e  dettagliatamente le tecniche proposte agli allievi. La nostra attitudine ad imparare coglie più l’immagine e la suggestione che il senso razionale delle parole. E’ un fatto di atmosfere e di corpo.
Studiare sul tatami non sarà mai come leggere un libro, a prescindere dalla nazionalità del praticante. Bisogna guardare il Maestro e imparare da soli.
In Giappone, però, chi insegna non dice nulla e nessuno d’altra parte chiede al Maestro come si fa. Così in questa ricerca personale a volte anche il semplice diventa molto difficile.
In Italia invece trovai degli insegnanti che spiegavano molto, e tutto fin nei minimi particolari: pensai immediatamente che gli occidentali fossero molto fortunati. Fusi il loro metodo di insegnamento con il mio.

– Come e’ stato il rientro a casa dopo l’esperienza italiana?

– Il bilancio si e’ rivelato positivo. In Italia ho trovato simpatia ed amicizia e ho apprezzato la gentilezza e ospitalità del vostro popolo.
Se avessi rinunciato a uscire dal Giappone, non avrei mai compreso i non-giapponesi. Il giapponese medio non e’ un granché interessato a conoscere quello che succede al di fuori dell’arcipelago nipponico. Esistono anche motivazioni storiche che aiutano a capire tale atteggiamento. E’ solo dal 1853 infatti che il Giappone ha rotto il proprio isolamento nei confronti del mondo esterno. E’ quindi poco piu’ di un secolo che la nostra cultura ed il nostro modo di vivere si confrontano con quelli altrui.
Fatto sta che prima di uscire dal Giappone ero più rigido e meno disponibile. L’Italia ha contribuito a smussare un piccolo angolo delle spigolosità del mio carattere. Anche Nomoto, senza l’Italia, sarebbe stato un uomo alla “giapponese”.
L’esperienza occidentale ha senz’altro contribuito a farmi crescere anche come insegnante. Nel marzo del 1985 ho aperto il mio dojo a Tokyo: proprio questo anno assieme al Maestro Tada abbiamo festeggiato il quinto anniversario con una grande festa. Dopo la lezione e la dimostrazione, una cantante d’opera si e’ esibita accompagnata dal violino; il mio vice insegnante e la moglie hanno eseguito un pezzo per flauto e koto.

Jun Nomoto con i maestri Tada e Fujimoto

– Cosa si propone di dare ai suoi allievi?

– Vorrei che chi mi segue apprenda a stare bene con sé stesso sotto tutti i punti di vista. Il mio insegnamento vuole comunicare principalmente simpatia ed amicizia. L’Aikido, secondo me, va fatto per utilizzarlo nella propria vita.
La maggior parte degli sport non contempla il contatto con un compagno; l’Aikido, invece, si basa proprio sul contatto con il corpo. Forse e’ per questo che l’Aikido tra le arti marziali e’ quello che mi piace di più: nel Judo si afferra solo il keikogi, il Kendo si fa da lontano. Il contatto e’ fondamentale per stabilire una sintonia, per capire l’atra persona.
E’ per questo che l’Aikido non e’ solo un sistema di difesa, ma precisamente un modo di vivere. Nasce come arte marziale e come tale e’ una disciplina. Oggi si tende a privilegiare questo aspetto dell’Aikido che investe il campo dell’educazione. Faccio un esempio. Io sono quinto Dan, ma se pratico con un sesto kyu lo tratto con il massimo rispetto. Gli altri sono sempre delle persone, non dei piccoli animali. Non so se per voi e’ possibile capire fino in fondo cosa intendo. Nel mio paese esistono tante piccole forme di rispetto, che si esprimono in una serie di atteggiamenti, che voi chiamate etichetta, adatti proprio ad esprimere questo rispetto nei confronti degli altri, sempre e comunque. Qui in Italia e’ diverso.

– Oggi però tanto Occidente e’ penetrato in Giappone: come convivono gli elementi tradizionali con gli aspetti innovativi che provengono dall’esterno?

– La mia esperienza riguarda principalmente l’Aikido e quindi dell’Aikido mi sento di parlare: ebbene, nella nostra arte marziale molte cose sono cambiate negli ultimi tempi, e non credo che il processo di cui parlavamo prima sia del tutto estraneo rispetto a questa trasformazione. Tutto si muove e anche l’Aikido viene coinvolto dalle novità che provengono dall’Occidente. O’Sensei recitava spesso questa poesia:

Uruwashiki
Kono Ametsuchi No
Misugata Wa
Nushi No Tsukurishi
Ikka Narikeri

In italiano suona pressappoco così: “Questo bellissimo mondo e’ dio che l’ha fatto per noi, proprio come una famiglia”.
Anche l’Aikido può e deve evolversi.

Nomoto Sensei a Roma (1990)

– Esistono innegabilmente delle differenze culturali tra un paese e l’altro: anche nell’Aikido sussistono atteggiamenti mentali caratteristici dei praticanti di diversa nazionalità?

– Certamente: per quel che ne so io, ad esempio, gli italiani sono portati ad eseguire ciò che viene mostrato ubbidendo subito allo stimolo visivo suggerito dall’insegnante; i tedeschi invece sono più esigenti e in un certo senso razionalizzano: prima vogliono capire, altrimenti non fanno niente.

– Lo Stage di Pasqua e’ appena finito: cosa riporta a casa Jun Nomoto di questa nuova esperienza italiana?

– Quando la mia prima esperienza italiana ebbe termine, mi ritrovai a pensare: tutte le cose hanno una fine.
Adesso sono tornato qui, in meno di un mese ho percorso 7000 chilometri e ne ho ricavato una nuova consapevolezza: tutte le cose hanno una fine, ma la fine e’ l‘inizio di tutte le cose.
In fondo anche nell’Aikido e’ così: di tecnica in tecnica, sembra che tutto continuamente finisca ma in realtà ogni esercizio e’ la base su cui poggia il successivo.
Questa idea di continuità si può cogliere benissimo nel modo in cui nel mio paese gli aikidoka usano celebrare il capodanno: in ogni Dojo si svolge una lezione che inizia alle 23.30 del 31 dicembre e termina alle 00.30 del primo gennaio. E’ un’ora, ma insieme e’ anche due giorni, due mesi, due anni. L’anno comincia con l’Aikido e finisce con l’Aikido, ma in un certo senso inizio e fine si confondono. Le campane suonano 108 rintocchi; sulle tavole compare il sake; sul tatami dell’Hombu Dojo il Doshu dice “Buon Anno” e “Salute”. Tutti brindano, poi, lentamente, ognuno se ne va al proprio tempio a pregare.
Tutte le cose hanno una fine, pensavo. Poi ho scoperto che la fine e’ l’inizio di tutte le cose.

Copyright Simone Chierchini & Giulia Colace © 1990-2011
Per le norme relative alla riproduzione, leggere la nota sottostante
Originalmente pubblicato su Aikido, Anno XX – N. 2, Dicembre 1990

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4 thoughts on “Intervista a Jun Nomoto (1990)

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